Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Giappone - 2011. Mostra tutti i post
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Fukushima: il dopo Fukushima (giugno 2011)

Nei caldi week end estivi la spiaggia di Numanosawa veniva presa d’assalto dalle famiglie della regione di Fukushima. Era un modo per combattere l’afa, ma anche per approfittare della gita per comperare i prodotti biologici coltivati dalle numerose aziende agricole famigliari della zona. Le torri di raffreddamento della centrale di Fukushima Daiichi che facevano da sfondo al paesaggio, non destavano preoccupazione. Erano quarant’anni che gli abitanti convivevano con esse e la presenza di un impianto ad energia nucleare anziché uno funzionante a carbone, aveva assicurato un grado di inquinamento atmosferico e del terreno inferiore a quelli registrati in altre parti del Giappone, permettendo a pesche e nashi di garantirsi la fama di genuinità. Le Fukushima no momo, le pesche di Fukushima, erano famose a tal punto che gli attenti clienti giapponesi, erano disposti a pagare qualche yen in più, pur di portare in tavola i succosi frutti di questa regione, la quarta per importanza agricola del Giappone. I catastrofici eventi dell’11 marzo 2011, però, hanno sconvolto tutte queste sicurezze e, con esse, anche la vita di centinaia di migliaia di cittadini. Ora i sei reattori atomici di Fukushima sono circondati per una trentina di chilometri da interi villaggi disabitati, fattorie in rovina, strade deserte. Il frutteto di Hidehito Oyama, nella cittadina di Namie, presso cui avevo soggiornato alcuni anni fa, è abbandonato. La frutta, marcita sugli alberi è caduta sul terreno contaminato, mentre le onde che lambiscono la spiaggia di Numanosawa contengono gli elementi radioattivi rilasciati dalla fusione del reattore nucleare. «La nostra famiglia ha investito tutto ciò che aveva per avviare la fattoria» mi dice Hidehito, ora ospite con moglie e figli presso un centro di accoglienza a Yokote; «Abbiamo perso tutto e anche ammesso che in futuro ci permettano di tornare, chi comprerebbe i nostri prodotti?». Per tre mesi la TEPCO, la compagnia che ha in gestione l’impianto di Fukushima, si è ostinata ad affermare che i valori di radioattività rilasciati nell’atmosfera non avevano raggiunto livelli allarmanti. Solo all’inizio di giugno l’agenzia governativa di sicurezza nucleare ha svelato quello che gli scienziati del Nuclear Information Center (NIC), l’organizzazione che più di tutte e prima di tutte si è battuta affinché i giapponesi potessero disporre di un’informazione indipendente e il più possibile accurata sui rischi del nucleare, avevano sempre sostenuto: il combustibile fissile aveva perforato le pareti di tre reattori già cinque ore dopo l’arrivo dello tsunami e i dati di radioattività erano il doppio rispetto a quelli ufficialmente dichiarati. «Il dramma di Fukushima, a parte le conseguenze sulla popolazione e sull’ambiente, ha avuto però il merito di riaprire il discorso sul futuro energetico del Giappone dopo che, per cinquant’anni, i governi del paese avevano intrapreso la via del nucleare senza voler considerare eventuali alternative» spiega Hisao Toshiharu, membro del NIC.
Il 10 maggio Naoto Kan ha annunciato la storica decisione di rivedere il piano di sviluppo energetico del Giappone dopo che, nel 2010, la Dieta aveva approvato la proposta di raddoppiare la potenza nucleare giapponese per raggiungere il 50% dell’energia totale consumata dalla nazione. E d’improvviso i giapponesi si sono eletti un nuovo eroe: Tetsunari Iida che, dopo un passato di ingegnere nucleare si è convertito allo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile fondando l’Institute for Sustainable Energy Policy (ISEP). Iida ha un obiettivo ambizioso: far sì che, entro il 2050, l’intero consumo energetico del Paese provenga da fonti rinnovabili: «Attualmente il Giappone produce solo l’8% di energia “verde”» mi spiega, «Abbiamo però un potenziale di energia eolica enorme grazie alla lunga linea costiera lambita dai venti, a cui si può associare l’energia solare e quella geotermica». I calcoli dell’ISEP sono precisi: le 54 centrali nucleari disseminate sul territorio producono, a pieno regime, 48,96 GW, mentre la sola installazione di turbine eoliche potrebbe generare un’energia pari a 150 GW. Ulteriori 69-100 GW potrebbero essere prodotti dagli impianti solari e altri 14 GW convogliando l’energia delle oltre 28.000 sorgenti termali che bucherellano la superficie dell’arcipelago. L’esempio da seguire è la Legge sulle Energie Rinnovabili adottata in  Germania, la quale obbliga le compagnie elettriche a comprare tutta l’energia prodotta da impianti ad energia verde a costi fissati dallo stato: In questo modo il paese europeo è riuscito, in soli 10 anni, a passare dal 10 al 16% di energia prodotta da fonti rinnovabili.
E grazie all’incidente nucleare i giapponesi hanno riscoperto un’altra pratica a cui non sono mai stati abituati: il setsuden, il risparmio energetico. Mentre le grandi compagnie nipponiche hanno da anni sposato una politica attenta all’ambiente, nella sfera privata i giapponesi non hanno alcuna coscienza di cosa sia il risparmio energetico. Dopo l’11 marzo, però, una massiccia campagna per un consumo oculato dell’energia, ha cominciato a dare i suoi frutti: «i giapponesi si sono resi conto che è possibile ridurre i consumi senza sostanzialmente intaccare il loro stile di vita.» afferma Noriyuki Takayama, professore di Economia alla Hitotsubashi University di Tokyo.
Ma si può parlare di un “effetto Fukushima” o è ancora troppo presto? Antony Froggat, della Chatham House, un’organizzazione inglese che si occupa di analisi energetiche internazionali, afferma che un cambiamento della politica energetica giapponese potrebbe avere ripercussioni mondiali: «Il nucleare è utilizzato da 30 stati fornendo solo il 6% dell’energia totale prodotta sul pianeta. Il 75% di questo tipo di energia viene prodotta in sei nazioni: Stati Uniti, Francia, Giappone, Germania, Russia e Sud Corea. E’ quindi relativamente semplice sostituire il nucleare con altre sorgenti di energia pulita.» Ma non tutti condividono l’idea di Froggat. Il Breakthrough Institute, un’associazione di ricerca energetica ambientalista di ispirazione liberale, afferma che la trasformazione delle fonti energetiche tradizionali a quelle rinnovabili, sarebbe troppo costosa. «Per costruire impianti solari che producano 203 GW di energia servono mille miliardi di dollari contro i 375 miliardi necessari per avere 152 GW di energia eolica.» asserisce Michael Shellenberger, direttore dell’istituto americano. Un costo che, a detta dei detrattori dell’opzione 100% energia verde, andrebbe a ripercuotersi sui consumatori giapponesi in modo insostenibile. L’idea che le fonti di energia rinnovabile siano ancora antieconomiche, trova sostegno anche tra il noto giornalista ecologista inglese George Monbiot: «La domanda energetica continuerà ad essere sempre più elevata e dovremmo contare su fonti sicure, economiche e a basso impatto ambientale. Le centrali energetiche rinnovabili sono sicuramente ideologicamente attraenti, ma ancora troppo costose, non sufficientemente efficienti e hanno un impatto sia ambientale che visivo troppo elevato.» Le potenti lobby direttamente collegate all’industria nucleare hanno profondi agganci con il Ministero dell’Economia e dell’Industria giapponese contribuendo pesantemente a far prevalere la logica che il nucleare non potrà mai essere completamente sostituito dalle fonti energetiche rinnovabili. Ma l’impatto emotivo e il forte senso di responsabilità causato dall’incidente di Fukushima, potrebbe essere la molla per convincere queste stessi colossi a investire su progetti potenzialmente meno pericolosi e invasivi sulla salute pubblica.

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Fukushima: si contano i danni (marzo 2011)

Venerdì, 11 marzo 2011: si pensa già alla serata che si passerà con gli amici, oppure al week end in montagna o ancora al relax di un ofuro, un bagno caldo che ogni giapponese ama fare prima di coricarsi. Ed invece ecco che la terra comincia a tremare sotto i piedi, i libri sugli scaffali cadono sui pavimenti, le pareti dei muri si sgretolano. Poi un rumore, prima sordo, lontano, come uno scalpiccio di piedi. Il rumore si fa più vicino, più distinto. E’ l’acqua del mare che ingoia tutto ciò che trova, invade le strade, risale le colline sfidando la forza di gravità, allaga i campi. Ed è la catastrofe. Le prefetture di Miyagi, Fukushima e di Iwate, a nord di Tokyo, sono le più colpite: un totale di duemila morti, ma forse il conto supererà i diecimila, 50.000 edifici danneggiati, 450.000 senzatetto, un danno stimato di 180 miliardi di dollari, pari al 3% del PIL annuale del Giappone, terza economia mondiale. Il terremoto di Sendai, città di un milione di abitanti situata a 330 km a nord di Tokyo è il più devastante che il Giappone moderno abbia mai conosciuto. «E’ come attraversare un paese in guerra» ricorda Kanae Hosokawa, originaria di Sendai che subito dopo il terremoto ha percorso l’intero tragitto da Tokyo in auto per trovare i suoi parenti. «Ho impiegato dodici ore, rispetto alle solite tre ore che impiegavo con lo Shinkansen, il treno superveloce.» Sendai, la città che nel 2002 aveva ospitato la nazionale di calcio italiana in occasione dei campionati mondiali, la città da cui nel XVII secolo era partita un’ambascia diretta alla Santa Sede, è ora devastata. Interi quartieri sono stati cancellati e al loro posto ora c’è uno strato di fango e detriti. Ancora oggi, ad una settimana di distanza «La popolazione sta cercando di scrollarsi di dosso la paura e lo shock. Le autorità hanno chiesto ai commercianti che hanno la possibilità di tenere aperti i loro negozi, ma sono pochi coloro che lo fanno. Tutto ciò che poteva essere utile è stato acquistato.» racconta Haruka Arai, giornalista freelance che lavora per il Kahoku Shimpo, il giornale locale cittadino. I soccorsi sono intervenuti, nel limite del possibile, tempestivamente, ma muoversi in un territorio dove autostrade, ferrovie e aeroporti sono stati distrutti, non è semplice. E come se non bastasse, ecco il dramma della centrale nucleare di Fukushima, con i suoi reattori che rischiano di surriscaldarsi e perforare il pavimento irradiando radiazioni nell’ambiente esterno. Nonostante il Giappone sia l’unico paese al mondo ad aver conosciuto direttamente la piaga nucleare, il 70% dell’energia fagocitata dalla sua insaziabile economia, proviene dalla fissione atomica. Paradossalmente la popolazione non ha mai dato credito ai movimenti antinucleari, preferendo sganciarsi dalla dipendenza petrolifera con la soluzione apparentemente più semplice. Ma dopo la paura e il clamore suscitato dagli incidenti, Sawa Tihiro, scienziato nucleare membro del Nuclear Information Center, si aspetta che «nei prossimi anni l’opinione pubblica prenda coscienza del pericolo connesso con il nucleare e dei costi elevati che esso comporta.»

La contaminazione già avvenuta di alcuni soldati statunitensi a bordo della portaerei Ronald Reagan, dovrebbe convincere il governo giapponese a rivedere i suoi piani energetici. E’ comunque anche vero che una combinazione di eventi naturali così catastrofici (tsunami e terremoto di scala Richter 8,9), non avviene spesso e che la centrale di Fukushima, dopotutto, ha retto bene il devastante impatto. Ma, come afferma Sawa Tihiro, «E’ vero, i piani di sicurezza previsti non erano pronti a fronteggiare un simile sviluppo di energia distruttiva, ma questo dimostra, una volta ancora, che le centrali nucleari, anche se costruite e gestite con criteri di massima sicurezza, presentano sempre delle falle. Qualunque grande impianto, specie se complesso, presenta delle incognite e degli imprevisti che possono tramutarsi in tragedie.»

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Fukushima sei mesi dopo

Nei caldi week end estivi la spiaggia di Numanosawa veniva presa d’assalto dalle famiglie della regione di Fukushima. Era un modo per combattere l’afa, ma anche per approfittare della gita per comperare i prodotti biologici coltivati dalle numerose aziende agricole famigliari della zona. Le torri di raffreddamento della centrale di Fukushima Daiichi che facevano da sfondo al paesaggio, non destavano preoccupazione. Erano quarant’anni che gli abitanti convivevano con esse e la presenza di un impianto ad energia nucleare anziché uno funzionante a carbone, aveva assicurato un grado di inquinamento atmosferico e del terreno inferiore a quelli registrati in altre parti del Giappone, permettendo a pesche e nashi di garantirsi la fama di genuinità. Le Fukushima no momo, le pesche di Fukushima, erano famose a tal punto che gli attenti clienti giapponesi, erano disposti a pagare qualche yen in più, pur di portare in tavola i succosi frutti di questa regione, la quarta per importanza agricola del Giappone. I catastrofici eventi dell’11 marzo 2011, però, hanno sconvolto tutte queste sicurezze e, con esse, anche la vita di centinaia di migliaia di cittadini. Ora i sei reattori atomici di Fukushima sono circondati per una trentina di chilometri da interi villaggi disabitati, fattorie in rovina, strade deserte. Il frutteto di Hidehito Oyama, nella cittadina di Namie, presso cui avevo soggiornato alcuni anni fa, è abbandonato. La frutta, marcita sugli alberi è caduta sul terreno contaminato, mentre le onde che lambiscono la spiaggia di Numanosawa contengono gli elementi radioattivi rilasciati dalla fusione del reattore nucleare. «La nostra famiglia ha investito tutto ciò che aveva per avviare la fattoria» mi dice Hidehito, ora ospite con moglie e figli presso un centro di accoglienza a Yokote; «Abbiamo perso tutto e anche ammesso che in futuro ci permettano di tornare, chi comprerebbe i nostri prodotti?». Per tre mesi la TEPCO, la compagnia che ha in gestione l’impianto di Fukushima, si è ostinata ad affermare che i valori di radioattività rilasciati nell’atmosfera non avevano raggiunto livelli allarmanti. Solo all’inizio di giugno l’agenzia governativa di sicurezza nucleare ha svelato quello che gli scienziati del Nuclear Information Center (NIC), l’organizzazione che più di tutte e prima di tutte si è battuta affinché i giapponesi potessero disporre di un’informazione indipendente e il più possibile accurata sui rischi del nucleare, avevano sempre sostenuto: il combustibile fissile aveva perforato le pareti di tre reattori già cinque ore dopo l’arrivo dello tsunami e i dati di radioattività erano il doppio rispetto a quelli ufficialmente dichiarati. «Il dramma di Fukushima, a parte le conseguenze sulla popolazione e sull’ambiente, ha avuto però il merito di riaprire il discorso sul futuro energetico del Giappone dopo che, per cinquant’anni, i governi del paese avevano intrapreso la via del nucleare senza voler considerare eventuali alternative» spiega Hisao Toshiharu, membro del NIC.
Il 10 maggio Naoto Kan ha annunciato la storica decisione di rivedere il piano di sviluppo energetico del Giappone dopo che, nel 2010, la Dieta aveva approvato la proposta di raddoppiare la potenza nucleare giapponese per raggiungere il 50% dell’energia totale consumata dalla nazione. E d’improvviso i giapponesi si sono eletti un nuovo eroe: Tetsunari Iida che, dopo un passato di ingegnere nucleare si è convertito allo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile fondando l’Institute for Sustainable Energy Policy (ISEP). Iida ha un obiettivo ambizioso: far sì che, entro il 2050, l’intero consumo energetico del Paese provenga da fonti rinnovabili: «Attualmente il Giappone produce solo l’8% di energia “verde”» mi spiega, «Abbiamo però un potenziale di energia eolica enorme grazie alla lunga linea costiera lambita dai venti, a cui si può associare l’energia solare e quella geotermica». I calcoli dell’ISEP sono precisi: le 54 centrali nucleari disseminate sul territorio producono, a pieno regime, 48,96 GW, mentre la sola installazione di turbine eoliche potrebbe generare un’energia pari a 150 GW. Ulteriori 69-100 GW potrebbero essere prodotti dagli impianti solari e altri 14 GW convogliando l’energia delle oltre 28.000 sorgenti termali che bucherellano la superficie dell’arcipelago. L’esempio da seguire è la Legge sulle Energie Rinnovabili adottata in Germania, la quale obbliga le compagnie elettriche a comprare tutta l’energia prodotta da impianti ad energia verde a costi fissati dallo stato: In questo modo il paese europeo è riuscito, in soli 10 anni, a passare dal 10 al 16% di energia prodotta da fonti rinnovabili.
E grazie all’incidente nucleare i giapponesi hanno riscoperto un’altra pratica a cui non sono mai stati abituati: il setsuden, il risparmio energetico. Mentre le grandi compagnie nipponiche hanno da anni sposato una politica attenta all’ambiente, nella sfera privata i giapponesi non hanno alcuna coscienza di cosa sia il risparmio energetico. Dopo l’11 marzo, però, una massiccia campagna per un consumo oculato dell’energia, ha cominciato a dare i suoi frutti: «i giapponesi si sono resi conto che è possibile ridurre i consumi senza sostanzialmente intaccare il loro stile di vita.» afferma Noriyuki Takayama, professore di Economia alla Hitotsubashi University di Tokyo.
Ma si può parlare di un “effetto Fukushima” o è ancora troppo presto? Antony Froggat, della Chatham House, un’organizzazione inglese che si occupa di analisi energetiche internazionali, afferma che un cambiamento della politica energetica giapponese potrebbe avere ripercussioni mondiali: «Il nucleare è utilizzato da 30 stati fornendo solo il 6% dell’energia totale prodotta sul pianeta. Il 75% di questo tipo di energia viene prodotta in sei nazioni: Stati Uniti, Francia, Giappone, Germania, Russia e Sud Corea. E’ quindi relativamente semplice sostituire il nucleare con altre sorgenti di energia pulita.» Ma non tutti condividono l’idea di Froggat. Il Breakthrough Institute, un’associazione di ricerca energetica ambientalista di ispirazione liberale, afferma che la trasformazione delle fonti energetiche tradizionali a quelle rinnovabili, sarebbe troppo costosa. «Per costruire impianti solari che producano 203 GW di energia servono mille miliardi di dollari contro i 375 miliardi necessari per avere 152 GW di energia eolica.» asserisce Michael Shellenberger, direttore dell’istituto americano. Un costo che, a detta dei detrattori dell’opzione 100% energia verde, andrebbe a ripercuotersi sui consumatori giapponesi in modo insostenibile. L’idea che le fonti di energia rinnovabile siano ancora antieconomiche, trova sostegno anche tra il noto giornalista ecologista inglese George Monbiot: «La domanda energetica continuerà ad essere sempre più elevata e dovremmo contare su fonti sicure, economiche e a basso impatto ambientale. Le centrali energetiche rinnovabili sono sicuramente ideologicamente attraenti, ma ancora troppo costose, non sufficientemente efficienti e hanno un impatto sia ambientale che visivo troppo elevato.» Le potenti lobby direttamente collegate all’industria nucleare hanno profondi agganci con il Ministero dell’Economia e dell’Industria giapponese contribuendo pesantemente a far prevalere la logica che il nucleare non potrà mai essere completamente sostituito dalle fonti energetiche rinnovabili. Ma l’impatto emotivo e il forte senso di responsabilità causato dall’incidente di Fukushima, potrebbe essere la molla per convincere queste stessi colossi a investire su progetti potenzialmente meno pericolosi e invasivi sulla salute pubblica.

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Giappone - Terremoto Marzo 2011 - Dopo l'incidente di Fukushima una nuova politica energetica?

6 agosto 1945: Hiroshima è la prima città sul pianeta ad essere distrutta da un ordigno nucleare.
9 agosto 1945: Nagasaki, appena tre giorni dopo Hiroshima, viene colpita da una seconda bomba atomica.
La storia serve per insegnare alle generazioni future le lezioni del passato al fine di non commettere gli stessi errori dei padri. Eppure in Giappone questo non sembra essere successo. Pur essendo l’unico paese al mondo ad aver conosciuto l’orrore della distruzione atomica e il karma delle radiazioni nucleari, il governo di Tokyo ha deciso di affidare proprio all’atomo il sostentamento energetico. Il 30% dell’energia necessaria ai 130 milioni di giapponesi per sorreggere il loro stile di vita e la terza economia al mondo proviene dalla fissione atomica. Il Nuclear Information Center (NIC) è l’organizzazione che più di tutte e prima di tutte si è battuta affinché i giapponesi potessero disporre di un’informazione indipendente e il più possibile accurata sui rischi del nucleare. Fondata nel 1975, l’organizzazione coinvolge non solo attivisti, ma specialisti del settore, il che permette al NIC di essere un autorevole interlocutore presso tutti i soggetti, sia pro che anti nucleari. Tra il 1995 e il 1997 gli scienziati del NIC hanno condotto uno studio approfondito sulle attività relazionate al plutonio, mentre oggi l’attenzione profusa nel seguire le vicende dell’impianto nucleare di Fukushima, stanno attirando l’attenzione dei media e del governo stesso. Sawa Tihiro, scienziato nucleare del NIC, spiega il motivo per cui i giapponesi non sono mai stati apertamente contro la scelta nucleare: «Il sogno di avere un Giappone economicamente forte e quindi indipendente sul piano energetico, ha avuto un grande impatto negli anni Settanta, quando la crisi petrolifera aveva mostrato la vulnerabilità delle economie industriali. La scelta atomica era, allora, l’unica possibile a breve scadenza.» Tutto questo, però, potrebbe cambiare radicalmente dopo la catastrofica combinazione di terremoto e tsunami dell’11 marzo, che ha causato la fuoriuscita radioattiva dall’impianto di Fukushima. Pur riconoscendo che un tale accavallamento di eventi naturali era difficilmente ipotizzabile in fase di progettazione, Sawa Tihiro spiega che «questo dimostra che le centrali nucleari, anche se costruite e gestite con criteri di massima sicurezza, presentano sempre delle falle. Qualunque grande impianto, specie se complesso, presenta delle incognite e degli imprevisti che possono tramutarsi in tragedie.» La paura innescata dall’impianto di Fukushima, potrebbe ora costringere il governo a rivedere tutti i piani energetici per il futuro. L’opinione pubblica giapponese difficilmente potrà accettare acriticamente un ulteriore coinvolgimento del proprio paese in campo atomico. E’ però vero che il Giappone ha un enorme dispendio energetico: se è vero che le fabbriche del Sol Levante hanno implementato una politica energetica attenta all’ambiente, le case giapponesi sono ben poco ecocompatibili: gelide d’inverno e torride d’estate. Inoltre i giapponesi stessi non hanno alcuna coscienza di cosa sia, nella sfera privata, il risparmio energetico e chiedere ad un giapponese di non sprecare energia potrebbe rivelarsi un’impresa improba. Inoltre, riconvertire un’economia che basa il proprio consumo di energia sull’atomo per il 30%, sembrerebbe poco sostenibile. Però, come sostiene il NIC, «Le centrali nucleari hanno un periodo di vita limitato. Cominciamo a sostituire quelle che a breve verranno chiuse impiegando uomini e mezzi nella ricerca delle fonti alternative. Non chiediamo la chiusura immediata di tutte le centrali, ma la loro riconversione.»
Se il Giappone riuscirà nella politica di riconversione energetica, potrebbe essere il primo passo affinché anche altre economie del globo accettino un nuovo programma di sviluppo alternativo. La paura innescata dalla centrale di Fukushima potrebbe essere il giro di boa per un nuovo sviluppo sociale e la devastante energia sviluppata dalla natura l’11 marzo 2011 potrebbe, allora, essere vista come un avvertimento alla cieca fiducia dell’uomo nella scienza.

© Piergiorgio Pescali

Giappone - Terremoto Marzo 2011 - La figura dell'Imperatore nel Giappone di oggi

Quello di ieri, è stato il secondo intervento in diretta di un imperatore giapponese in occasione di eventi drammatici. Il primo lo aveva effettuato Hirohito, padre dell’attuale Akihito, il 15 agosto 1945. Allora era stata la radio a trasmettere, agli attoniti sudditi del Sol Levante, la voce del loro rappresentante divino sulla terra che annunciava la resa del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. Il linguaggio formale utilizzato dall’imperatore era però risultato per molti ostico, rendendo incomprensibile il senso del messaggio. L’importanza del discorso di Akihito alla nazione, diviene quindi chiara alla luce di queste rare apparizioni al pubblico. Il suo messaggio delinea in tutta la gravità la situazione in cui è piombato il Giappone, specialmente con i drammatici risvolti che stanno interessando la centrale di Fukushima. Miiko Kodama, una esperta in comunicazione mediatica, intervistata dalla Reuter, ha detto che «il messaggio dell’imperatore non cambierà nulla a livello pratico, ma per i giapponesi che venerano ancora la figura imperiale, è un segno di importante incoraggiamento».
L’Imperatore, dopo essersi spogliato dei suoi attributi divini e di ogni potere decisionale all’indomani della fine della guerra, oggi riveste solo un ruolo puramente simbolico e tradizionalista. L’opinione pubblica segue con poco interesse le vicende della famiglia imperiale ed i media dell’arcipelago, non potendo scrivere nulla di ostile nei confronti di un’istituzione che appare sempre più obsoleta, hanno solo due scelte: autocensura (è il caso dei giornali più progressisti come l’Asahi Shimbun) o usa sorta di distaccata riverenza, utilizzata dai periodici di tendenza conservatrice, come ad esempio lo Yomiuri Shimbun.
Akihito, consapevole dell’anacronismo e dell’indifferenza che riveste la figura imperiale nella gioventù giapponese, ha voluto riproporre il proprio ruolo in una veste meno distaccata. Il matrimonio con la principessa Michiko, di estrazione non nobile, è un chiaro passo verso questo nuovo look.
Mantenere un apparato come quello imperiale costa annualmente alle tasche giapponesi circa dieci miliardi di yen (più o meno di 90 milioni di euro). Poca cosa per un Paese che è tuttora la terza potenza economica al mondo, ma di fronte alla recessione, la nuova generazione di giapponesi, cresciuta all’insegna del risparmio e dei sacrifici, sta cominciando a chiedersi che senso ha mantenere in vita apparati totalmente estranei al processo sociale, politico e economico. Anche per questo Akihito ha voluto dare un esempio a tutto il Paese, razionando per primo l’energia nel palazzo imperiale accogliendo l’invito espresso nei giorni scorsi del primo ministro Naoto Kan.
Oggi la società giapponese si divide essenzialmente in tre settori per quanto riguarda la visione della casa imperiale: i conservatori, che continuano a riverirne la figura, una generazione che nutre un rispetto neutrale per la famiglia reale ed una parte che invece considera irrilevante, se non con ostilità, la presenza di un imperatore in Giappone. Il futuro sta evolvendo verso quest’ultima visione. E’ anche vero, però, che secoli e secoli di venerazione non si possono cancellare solo con alcuni articoli della Costituzione. I repubblicani giapponesi hanno perso l’unica occasione che si era loro offerta per smantellare l’istituzione imperiale subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’unica speranza su cui oggi possono contare i partiti antimonarchici perché l’impero trapassi in repubblica in tempi relativamente brevi, è che la famiglia imperiale si esaurisca da sola per mancanza di eredi. Ma, con le tecniche scientifiche oggi conosciute, questa possibilità è sempre più remota.

© Piergiorgio Pescali

Giappone - Terremoto Marzo 2011 - Il discorso dell'Imperatore del 15 Marzo

In uno dei rarissimi messaggi rivolti al paese, l’imperatore Akihito, è apparso ieri su tutte le emittenti giapponesi, cinque giorni dopo il terribile terremoto e tsunami che ha colpito il nord del Giappone. Tutti i programmi sono stati interrotti in contemporanea per trasmettere il breve discorso di un Akihito che indossava abiti occidentali con giacca e cravatta. «Sono profondamente scosso dalla gravità della situazione nelle aree colpite», ha detto, «Il numero dei deceduti e dei dispersi aumenta di giorno in giorno e non possiamo sapere quante saranno le vittime finali. La mia speranza è che siano tratte in salvo il più alto numero di persone». Il settantasettenne imperatore ha anche auspicato che «le vittime non abbandonino la speranza e che si prendano cura di loro stesse sperando in futuro più radioso».
Seduto di fronte alle telecamere, il massimo rappresentante della casa imperiale ha richiamato tutti i valori dello spirito giapponese e della nazione, invocando la solidarietà nazionale: «Desidero che tutti i cittadini ricordino le vittime e coloro che sono stati colpiti dalla devastazione non solo oggi, ma per lungo tempo.» Poi, come se parlasse direttamente ad ogni giapponese, ha espresso la speranza «Dal profondo del mio cuore che la gente si conforterà l’uno con l’altro, mano nella mano, con compassione superando questi tempi difficili.» L’imperatore ha abilmente evitato di addentrarsi negli sviluppi politici ed economici della crisi nucleare dell’impianto di Fukushima, limitandosi ad esprimere la sua preoccupazione per ciò che sta avvenendo nella centrale (senza peraltro mai nominarla direttamente). La famiglia imperiale ha già espresso il desiderio di visitare le zone colpite, ma per evitare di intralciare le operazioni di soccorso, ha rimandato il viaggio. La principessa Michiko, nel 1995, si era recata a Kobe in occasione del terremoto che aveva provocato 6.400 vittime. Allora il viaggio era stato un successo mediatico per la casa imperiale, che era riuscita a riguadagnare la simpatia ed il favore di molti giapponesi.

© Piergiorgio Pescali

Giappone - Terremoto Marzo 2011 - Aggiornamento 14 Marzo 2011

Dopo l’ondata emotiva causata dalla tragedia giapponese, il governo inizia a fare le prime stime dei danni subiti. L’Agenzia Nazionale della Polizia ha dichiarato che al 14 marzo le vittime accertate sono 1.897 ed i feriti 1.885. Bilancio assolutamente provvisorio, destinato sicuramente ad aumentare, visto che nel solo villaggio di Minami-sanriku, su 17.000 abitanti, ben 10.000 risultano ancora dispersi. Le stime (purtroppo sempre più verosimili), parlano di un totale di 12-15.000 morti. Nelle sei prefetture più colpite, 450.000 persone hanno dovuto abbandonare le proprie case, mentre 24.000 sono ancora isolate in attesa di soccorsi. Il terremoto e lo tsunami hanno distrutto completamente 3.500 edifici, danneggiandone altri 50.000. La Toyota ha sospeso l’attività produttiva in dodici fabbriche. Anche stabilimenti della Nissan, Honda, Mitsubishi e Sony sono state costrette a chiudere diverse unità nelle prefetture di Iwate e Miyagi. Le linee ferroviarie e le autostrade sono interrotte in più punti, isolando le regioni settentrionali dal resto del paese. Analisti della Credit Suisse e della Barclays, hanno stimato in 180 milioni di dollari il costo della ricostruzione, pari al 3% del PIL annuale giapponese. La ricostruzione, però, secondo un rapporto della Société Générale, potrebbe in un secondo momento accelerare la ripresa economica del Paese, in quanto rilancerebbe gli investimenti e l’occupazione. L’intera riorganizzazione delle infrastrutture distrutte, occuperebbe migliaia di lavoratori per almeno 4-5 anni. Nel frattempo, però l’economia giapponese, già provata da un debito pubblico colossale, dovrà fare i conti con il deficit energetico causato dalla chiusura di diverse centrali nucleari, sulla cui produzione la nazione basa il 70% del proprio fabbisogno energetico. Per questo il primo ministro Naoto Kan ha chiesto ai giapponesi di ridurre gli enormi sprechi di energia. Sul piano degli aiuti, il Ministro della Difesa, Toshimi Kitazawa, ha richiamato 6.500 riservisti sui 33.400 disponibili. Attualmente 50.000 militari delle Forze di Autodifesa Giapponesi (secondo l’articolo 9 della Costituzione il Giappone non può disporre di un esercito di offesa), sono impegnati nelle operazioni di soccorso, ma secondo il governo dovrebbero salire in poco tempo a 100.000. A questi si aggiungono i volontari, i vigili del fuoco e le squadre di protezione civile delle singole prefetture. Il Ministero degli Esteri ha fatto sapere che, ad oggi, 91 stati hanno offerto aiuti e assistenza al Giappone, Tra questi, 13 Paesi (Sud Corea, Cina, Singapore, USA, Francia, Russia, Messico, Germania, Svizzera, Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Taiwan) hanno già inviato squadre di soccorso specializzate. La solidarietà internazionale ha permesso anche di superare le barriere ideologiche e le contrapposizioni storiche, visto che le due nazioni più critiche verso la politica nazionalista di Tokyo, Sud Corea e Cina, sono state tra le prime ad offrire aiuto al popolo giapponese. I sud coreani sono attualmente impegnati nella prefettura di Miyagi, mentre i cinesi in quella di Iwate, entrambe le più colpite dalla catastrofe naturale. Gli Stati Uniti, invece, hanno preferito inviare sul posto otto navi militari tra cui la portaerei Ronald Reagan. C’è anche chi si è mobilitato singolarmente, come l’attore sudcoreano Bae Yong Joon, protagonista della seguitissima soap opera Winter Sonata ed idolo delle giapponesi, che ha deciso di devolvere 900.000 dollari per le vittime del terremoto.

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Giappone - Terremoto Marzo 2011 - Matsushima, l'arcipelago cantato da Basho, colpito dallo tsunami

L’arcipelago di Matsushima, sulla costa di Sendai, è una delle regioni più famose del Giappone non solo per la sua bellezza, ma anche per i rimandi poetici che le sue isole destano nell’animo dei giapponesi. Fu il poeta Matsuo Basho, vissuto nel XVII secolo, a celebrare in soli tre versi la bellezza di questa regione: Matsushima ya, Aa Matsushima ya, Matsushima ya. Nulla più poteva essere detto sulla bellezza di questo arcipelago se non continuando a ripeterne il nome. E’ uno degli haiku più famosi del poeta, che ricordò la sua visita a Matsushima nel diario Una stretta strada nel profondo Nord. Ma fu anche il filosofo confuciano Hayashi Razan, che nel 1643 incluse Matsushima in una delle Tre Vedute del Giappone, una lista dei tre posti che, secondo lui, costituivano l’essenza della nazione (le altre due vedute sono Amanohashidate, nella prefettura di Kyoto e Itsukushima, nella prefettura di Hiroshima). Oggi l’arcipelago rimane uno dei posti più visitati del Giappone. Ogni anno milioni di turisti raggiungono la prefettura di Miyagi per salire su una delle barche che effettua il giro attraverso le sue isolette disabitate e minuscole o per rilassarsi al tempio zen di Zuigan-ji, vecchio di mille anni. I cultori della cerimonia del tè rimangono estasiati dal Kanran-tei, la più grande sala da te in stile Momoyama, dove si può ancora sorseggiare una tazza dell’infuso di camellia sinesis.
Il nome Matsushima deriva dal sostantivo matsu, pino, e shima, isola: isola dei pini, quindi, perché molte delle 260 isole che costellano il mare circostante, sono ricoperte da questi alberi.
Ma Matsushima non infonde solo positività nell’animo dei giapponesi. Una leggenda narra che percorrendo il lungo ponte che collega la terraferma all’isoletta di Fukura assieme al proprio amore, il rapporto si interromperà. Devono aver pensato a questa leggenda gli abitanti del luogo quando lo tsunami ha definitivamente interrotto l’idillio che esisteva con Madre Natura. Un amore che aveva permesso ai locali di raggiungere una certa agiatezza economica, offrendo ai turisti souvenirs, vitto e alloggio, percorsi turistici tematici.
Lo tsunami che l’11 marzo ha colpito le coste settentrionali del Giappone, ha rischiato di ridisegnare la geografia del luogo. La natura che, con la matita dell’energia, rimodella ciò che lei stessa ha scolpito in miglia di anni. Basho, innamorato e culture della natura, non se ne sarebbe doluto. Dopotutto l’uomo non fa altro che ammirare e trarre ispirazione da ciò che il ciclo del creato ha generato e trasforma in continuazione.

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Giappone - Terremoto Marzo 2011 - Gli eroi di Fukushima

Sono in nuovi eroi del Giappone: centoventi persone, tutte volontarie, che rischiano la vita per evitare il peggior disastro nucleare dopo quello di Chernobyl. Tecnici e lavoratori della Tepco, la società elettrica che gestisce la centrale di Fukushima, lavorano incessantemente al fine di permettere alle turbine di pompare acqua nei reattori contenenti le barre di combustibile. E’ solo grazie alla loro abnegazione, che si sta evitando la fusione del nocciolo, con il conseguente rilascio del combustibile nucleare nell’ambiente. Per permettere a queste persone di entrare all’interno dell’area considerata off-limits per l’elevata concentrazione di radionuclidi, il Ministero della Salute giapponese ha innalzato il limite legale di esposizione radioattiva a 250 milliSievert annui, cinque volte il livello standard. Pompando acqua marina attraverso le tubazioni antincendio, si spera che la fusione dell’uranio 235, già parzialmente avvenuta, possa essere interrotta. Secondo il fisico della salute Peter Caracappa, del Rensselaer Radiation Measurement & Dosimetry Group, ci sono sole tre modi per ridurre i rischi connessi alle radiazioni: «Il tempo di esposizione, la distanza dalla sorgente di emissione e la protezione. Per i lavoratori di Fukushima, è solo il tempo che può essere controllato.» I 120 lavoratori si alternano quindi in turni lavorativi relativamente brevi. «Per evitare di respirare direttamente il cesio 137 e lo iodio 131, sono dotati di autorespiratori che isolano l’apparato respiratore dall’ambiente esterno» ha confermato il portavoce della Tepco. Il rischio per questi lavoratori di contrarre malattie cancerogene, ha indotto la compagnia elettrica giapponese a preferire dipendenti prossimi alla pensione, visto che la gestazione delle cellule cancerogene prima che queste inizino eventualmente a propagarsi, può durare anche diversi anni. «Ogni sievert assorbito può aumentare la probabilità del cancro del 4%» afferma Caracappa. La radioattività attorno ai reattori è talmente elevata che dei 40-50 lanci di acqua previsti con l’uso di elicotteri, ne sono stati effettuati solo quattro. Il forte vento ha però deviato il lancio, facendo cadere la maggior parte dell’acqua di raffreddamento fuori bersaglio. L’utilizzo dell’acqua marina è l’ultima risorsa che la Tepco ha per impedire la fusione, ma porterà anche alla definitiva fermata dell’impianto di Fukushima, visto che l’alta quantità di impurezze e di minerali contenuti nell’acqua, incrosterebbe le barre di combustibile, rendendo il loro utilizzo antieconomico. La missione degli “eroi di Fukushima”, già definita da molti suicida, ricorda le gesta dei samurai giapponesi, che non esitavano a togliersi la vita pur di difendere l’onore del proprio daimyo. Lo spirito di appartenenza alla nazione giapponese, che nei decenni passati aveva condotto la nazione a colonizzare gran parte dell’Asia Orientale, oggi si traduce in un sacrificio collettivo dove non è più l’onore l’aspetto da salvare, ma la vita stessa di migliaia di connazionali.

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Giappone - Terremoto Marzo 2011 - Cosa sta avvenendo alla centrale di Fukushima

I reattori nucleari producono energia grazie all’ebollizione dell’acqua mediante la fissione atomica. L’atomo, bombardato adeguatamente da una particella di neutrone, diviene instabile. Per ristabilire la stabilità, l’atomo si divide in due liberando energia e altri neutroni che vanno a bombardare e scindere altri atomi. La reazione si autoalimenta, trasformandosi in quella che viene chiamata reazione a catena.
L’unico modo per interrompere una reazione nucleare, è evitare che i neutroni si scontrino con gli atomi di uranio 235. Tutte le centrali sono quindi dotate di barre di controllo fatte di elementi a base di cadmio, boro o afnio, che assorbono i neutroni.
L’interruzione della reazione, però, non stabilizza la temperatura: le barre di fissione continuano ad emettere grandi quantità di calore. Inoltre, gli atomi di uranio 235 che sono già stati scissi, continuano a produrre materiali radioattivi. Quindi lì interruzione della reazione nucleare, non porta all’immediata stabilizzazione della temperatura e del reattore.
Al fine di mantenere la temperatura bassa, il rettore è raffreddato da acqua o da un liquido che asporta il calore prodotto. L’intero impianto di raffreddamento è un circuito chiuso (l’acqua viene immessa nel reattore, vaporizza, passa nelle turbine per generare energia e poi viene di nuovo raffreddata per rientrare nel reattore). Il reintegro del liquido perso per evaporazione viene assicurato dal prelevamento dell’acqua che scorre nelle vicinanze della centrale (fiume o mare). Il liquido di raffreddamento, però deve essere distillato e purificato da ogni impurezza contenuta (sali, minerali, sospensioni, gel, batteri) per evitare di incrostare le barre di fissione e diminuire lo scambio termico.


Di tutta l’energia prodotta nel mondo, il 15% proviene dal nucleare. Nel Giappone questa percentuale è del 30% e nel paese sono state costruite, fino ad oggi, 54 centrali che generano 280 miliardi di KW/h annui, ponendo la nazione al terzo posto dopo USA e Francia come produttore di energia nucleare.
La maggior parte delle centrali nucleari utilizzano uranio 235 arricchito come combustibile. L’utilizzo dell’uranio 235 al posto del più comune uranio 238, è motivato dal fatto che il primo isotopo si scinde più facilmente rispetto al secondo.

La centrale di Fukushima Daiichi ha 6 reattori, tutti costruiti negli anni Settanta. Cinque reattori utilizzano come combustibile nucleare pellets di ossido di uranio contenuti in barre di zirconio lunghe 3,7 metri, mentre il reattore numero 3 è alimentato con il cosiddetto MOX (combustibile ad ossidi misti), in cui l’uranio 235 è miscelato con altri materiali fissili, tra cui il plutonio.

L’incubo nucleare è iniziato l’11 marzo, quando si è verificata la prima esplosione nel reattore numero 1. A questa ne sono seguite altre due: il 14 marzo nel reattore numero 3, in seguito alla quale sono stati feriti 11 lavoratori, e il 15 marzo nel reattore numero 2. In tutti i casi le esplosioni sono state causate dall’innesco dell’idrogeno, accumulatosi fuori dal reattore, ma ancora all’interno dell’edificio in cui questo è posizionato.

Il processo di fissione è stato immediatamente fermato dall’inserimento automatico di barre di controllo appena scattato l’allarme del terremoto. L’arresto della reazione nucleare, non interrompe, però, lo sviluppo di energia che si traduce in un incremento della temperatura. L’interruzione di energia elettrica, ha bloccato il funzionamento delle pompe dell’intero impianto di raffreddamento della centrale. Se le barre di combustibile non sono sufficientemente raffreddate, il rivestimento di zirconio di gonfia e si crepa, esponendo l’uranio ed i prodotti di fissione (principalmente cesio e iodio), direttamente con l’esterno. «Il rilascio di cesio e iodio rilevato nei vapori in uscita dal reattore, indica che il rivestimento del combustibile è stato danneggiato» afferma Michael Golay, ingegnere nucleare al Massachusetts Institute of Technology (MIT).
Una volta che la temperatura del combustibile raggiunge i 1.200°C, lo zirconio reagisce con il vapore acqueo, dissociando la molecola dell’acqua in idrogeno e ossigeno. Se l’idrogeno raggiunge una concentrazione minima del 4%, c’è il rischio che si formi un’atmosfera infiammabile, con rischio di esplosione. Questo è quanto si suppone sia accaduto nei reattori 1 e 3 e, forse, anche nel reattore 2. Le esplosioni hanno compromesso definitivamente il funzionamento dell’impianto. Nei reattori 2 e 3 il contenimento del materiale nucleare sembra sia compromesso, mentre nel reattore 4 si è verificato l’incendio alla piscina di stoccaggio del combustibile nucleare esausto, esponendo i lavoratori a livelli di radioattività elevata.
Le deflagrazioni nei reattori 1 e 3 hanno danneggiato gli edifici circostanti, ma apparentemente il contenitore in acciaio spesso 20 cm che circonda il reattore nucleare, non sarebbe stato intaccato.
Lo scoppio nel reattore 2, invece, sarebbe più potenzialmente pericoloso. Il calo di pressione registrato indicherebbe che l’esplosione avrebbe coinvolto la piscina di soppressione, una camera a forma di tubo circolare in cui circola acqua, posta alla base del reattore principale. La funzione della piscina di soppressione è quello di raffreddare il reattore, catturando al tempo stesso i materiali radioattivi che fuoriescono dalla camera di reazione. Nel caso questa camera di soppressione sia stata danneggiata o, peggio, incrinata, non sarebbe più in grado di raffreddare il reattore. In questo caso le barre di combustibile rimangono esposte all’aria, permettendo ai materiali radioattivi di fuggire verso l’esterno.
L’aumento di temperatura che ne consegue per il mancato raffreddamento delle barre di combustibile, innescherebbe la reazione tra lo zirconio e l’ossigeno in un processo altamente esotermico (cioè con aumento di temperatura). In questo caso lo zirconio potrebbe innescarsi spontaneamente e «la reazione diverrebbe inarrestabile. Nessuno potrebbe fermarla» spiega Arjun Makhijani, presidente dell’Institute for Energy and Environmental Research.

L’aumento di temperatura avrebbe causato anche alla fusione del combustibile nucleare, che si sarebbe depositato sul fondo del reattore. Nello scenario peggiore, la base potrebbe fondersi, liberando materiale fissile nella camera di contenimento di acciaio.
Lo scenario peggiore che si prospetta è proprio la fusione completa del nocciolo. In questo caso il materiale fissile colerebbe sul pavimento del contenitore secondario, formato da acciaio dello spessore di 20 cm, che potrebbe resistere al massimo qualche giorno prima di sciogliersi a sua volta e liberare direttamente nell’ambiente i radioisotopi.
«Senza l’impianto di raffreddamento convenzionale, non sappiamo se i tecnici dispongono di acqua sufficiente per controllare l’aumento di temperatura» afferma il fisico americano Ken Bergeron. «A causa del livello di cesio rilasciato, abbiamo ragione di supporre che il cuore del reattore sia stato esposto sopra il livello dell’acqua almeno per una certa quantità di tempo, surriscaldandosi. E’ probabile che il contenitore sia ancora intatto, ma se il reattore dovesse fondersi, il contenimento secondario non sarà in grado di mantenere a lungo il combustibile nel suo interno.»
Le parole di Ken Bergeron sono state profetiche: la Tepco ha deciso di ricorrere all’ultima estrema possibilità per contenere il danno nucleare: raffreddare i reattori con acqua prelevata direttamente dal mare.
Pavel Tsvetkov, professore di ingegneria nucleare alla Texas A&M University, ha spiegato che in nessun caso si era mai arrivati ad utilizzare acqua non filtrata in una centrale. «Negli impianti nucleari si utilizza esclusivamente acqua purissima, depurata, desalinizzata e demineralizzata, in quanto i minerali contenuti nell’acqua normale incrosterebbero le barre di combustibile, limitando lo scambio di calore. L’aver deciso di utilizzare acqua marina senza preventivamente depurarla, significa che la Tepco ha deciso di chiudere definitivamente l’impianto. Una volta inquinate le barre, infatti, non sarà più possibile un loro riutilizzo.»

Secondo i tecnici, le radiazioni rilevate sarebbero ancora limitare rispetto a quelle sviluppatesi nel 1986 a Chernobyl. Il picco massimo di radiazioni è stato raggiunto il 15 marzo, con 400 millisievert per ora (mSv/h) (la massima esposizione tollerabile per i lavoratori secondo lo standard statunitense è di 50 mSv/anno). Inizialmente il governo giapponese aveva posto l’incidente di Fukushima a livello 4 su scala 7 della International Nuclear and Radiological Event Scale (INES) (“incidente con conseguenze locali”). Frank von Hippel, fisico della Princeton University, aveva però immediatamente portato la pericolosità a livello 5 (“incidente con conseguenze più ampie”), precisando che l’incidente di Fukushima aveva già superato in gravità quello avvenuto nel 1979 nella centrale di Thee Mile Island.
Secondo i dati del World Health Organization (WHO), il governo giapponese ha ottemperato a tutte le raccomandazioni espresse dagli esperti di salute pubblica, evacuando i cittadini entro 20 km dal raggio della centrale di Fukushima (gli Stati Uniti, però, hanno consigliato un’evacuazione fino a un raggio di 80 km).
In media ogni persona è esposta a circa 3 mSv/anno di radiazioni. Di queste, l’80% sarebbe causata da sorgenti naturali (principalmente radiazioni cosmiche), il 19,6% da apparecchiature mediche e il restante 0,4% da attività umane. Il livello medio di esposizione radioattiva, varia però da zona a zona a secondo della geologia locale. Vi sono aree in cui l’uomo è esposto a livelli radioattivi fino a 200 volte i livelli normali medi.
Sempre secondo il WHT, per esposizioni superiori a 1 Sv (pario a circa 300 volte la dose annuale di radiazione media assorbita normalmente), possono insorgere problemi da ARS (Acute Radiation Syndrome). Con dosi maggiori di 10 Sv possono venire colpiti organi interni gastrointestinali e cardiovascolari.

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Giappone - Terremoto Marzo 2011 - Cosa è accaduto alla centrale nucleare di Fukushima

Cosa è accaduto alla centrale nucleare di Fukushima? Il principio di produzione di energia in una centrale nucleare si basa sulla reazione di fissione di atomi di uranio che, colpiti da particelle di neutroni, si dividono liberando enormi quantità di energia. L’energia sprigionatasi produce calore che viene trasmesso per conduzione al liquido di raffreddamento che circonda il rettore nucleare. Parte di questo liquido si trasforma in vapore che alimenta una turbina, generando così corrente elettrica. La reazione nucleare vera e propria avviene all’interno del reattore: l’uranio è contenuto in tubi di lega di zirconio immersi nell’acqua di raffreddamento. In caso di emergenza, barre di controllo si inseriscono automaticamente tra i tubi di zirconio in modo da interrompere la reazione nucleare. Questa fase di interruzione della reazione nucleare a Fukushima si è conclusa senza alcun problema immediatamente dopo lo tsunami. Nonostante la reazione venga però interrotta, il calore sprigionato dalle barre contenenti uranio continua a sprigionarsi, per cui il reattore deve continuamente essere immerso nel liquido di raffreddamento per evitare un pericoloso surriscaldamento. A Fukushima l’interruzione di energia elettrica ha impedito alle pompe di insufflare acqua sufficiente a controllare l’innalzamento della temperatura. Nonostante gli operatori abbiano cercato di introdurre acqua collegando pompe secondarie, la quantità di liquido non era sufficiente a mantenere il livello di temperatura adeguatamente basso. Il calore vaporizzava immediatamente l’acqua, esponendo così le barre di zirconio contenenti uranio, all’aria. La temperatura ha causato alla fine la rottura delle barre di zirconio, esponendo direttamente l’uranio a contatto con l’ambiente esterno del reattore e generando idrogeno e gas radioattivi. Proprio la produzione di idrogeno (causata principalmente dalla dissociazione della molecola dell’acqua) è stata la causa della prima esplosione avvenuta sabato nell’impianto nucleare. Essendo il reattore completamente sigillato, non è possibile sapere se l’uranio esposto si sia fuso adagiandosi sulla base del reattore. In questo caso il rischio di fusione del contenitore sarebbe reale. La fusione del reattore non causerebbe automaticamente una fuga radioattiva, dato che l’intera camera di reazione è circondata da una seconda camera di contenimento di acciaio e cemento armato. Sarebbe la perforazione di questa seconda camera lo scenario più drammatico, perché in questo caso l’uranio si troverebbe esposto direttamente all’ambiente, rilasciando livelli enormi di radiazioni. Nel 1979 nella centrale di Three Mile Island, si è verificato un incidente simile a quello in atto a Fukushima, ma in questo caso la seconda camera di contenimento aveva retto. L’incidente di Chernobyl nel 1986 era invece stato causato dall’improvvisa mancanza di raffreddamento senza che vi fosse alcuna possibilità di immettere altro liquido. Il reattore in questo caso è esploso improvvisamente. Chernobyl non aveva alcun contenitore secondario, quindi l’esplosione del reattore aveva esposto all’aria il combustibile nucleare.

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Giappone - Terremoto marzo 2011 - Aiuti e prime stime dei costi di ricostruzione

Dopo l’ondata emotiva causata dalla tragedia giapponese, il governo inizia a fare le prime stime dei danni subiti. L’Agenzia Nazionale della Polizia ha dichiarato che al 14 marzo le vittime accertate sono 1.897 ed i feriti 1.885. Bilancio assolutamente provvisorio, destinato sicuramente ad aumentare, visto che nel solo villaggio di Minami-sanriku, su 17.000 abitanti, ben 10.000 risultano ancora dispersi. Le stime (purtroppo sempre più verosimili), parlano di un totale di 12-15.000 morti. Nelle sei prefetture più colpite, 450.000 persone hanno dovuto abbandonare le proprie case, mentre 24.000 sono ancora isolate in attesa di soccorsi. Il terremoto e lo tsunami hanno distrutto completamente 3.500 edifici, danneggiandone altri 50.000. La Toyota ha sospeso l’attività produttiva in dodici fabbriche. Anche stabilimenti della Nissan, Honda, Mitsubishi e Sony sono state costrette a chiudere diverse unità nelle prefetture di Iwate e Miyagi. Le linee ferroviarie e le autostrade sono interrotte in più punti, isolando le regioni settentrionali dal resto del paese. Analisti della Credit Suisse e della Barclays, hanno stimato in 180 milioni di dollari il costo della ricostruzione, pari al 3% del PIL annuale giapponese. La ricostruzione, però, secondo un rapporto della Société Générale, potrebbe in un secondo momento accelerare la ripresa economica del Paese, in quanto rilancerebbe gli investimenti e l’occupazione. L’intera riorganizzazione delle infrastrutture distrutte, occuperebbe migliaia di lavoratori per almeno 4-5 anni. Nel frattempo, però l’economia giapponese, già provata da un debito pubblico colossale, dovrà fare i conti con il deficit energetico causato dalla chiusura di diverse centrali nucleari, sulla cui produzione la nazione basa il 70% del proprio fabbisogno energetico. Per questo il primo ministro Naoto Kan ha chiesto ai giapponesi di ridurre gli enormi sprechi di energia. Sul piano degli aiuti, il Ministro della Difesa, Toshimi Kitazawa, ha richiamato 6.500 riservisti sui 33.400 disponibili. Attualmente 50.000 militari delle Forze di Autodifesa Giapponesi (secondo l’articolo 9 della Costituzione il Giappone non può disporre di un esercito di offesa), sono impegnati nelle operazioni di soccorso, ma secondo il governo dovrebbero salire in poco tempo a 100.000. A questi si aggiungono i volontari, i vigili del fuoco e le squadre di protezione civile delle singole prefetture. Il Ministero degli Esteri ha fatto sapere che, ad oggi, 91 stati hanno offerto aiuti e assistenza al Giappone, Tra questi, 13 Paesi (Sud Corea, Cina, Singapore, USA, Francia, Russia, Messico, Germania, Svizzera, Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Taiwan) hanno già inviato squadre di soccorso specializzate. La solidarietà internazionale ha permesso anche di superare le barriere ideologiche e le contrapposizioni storiche, visto che le due nazioni più critiche verso la politica nazionalista di Tokyo, Sud Corea e Cina, sono state tra le prime ad offrire aiuto al popolo giapponese. I sud coreani sono attualmente impegnati nella prefettura di Miyagi, mentre i cinesi in quella di Iwate, entrambe le più colpite dalla catastrofe naturale. Gli Stati Uniti, invece, hanno preferito inviare sul posto otto navi militari tra cui la portaerei Ronald Reagan. C’è anche chi si è mobilitato singolarmente, come l’attore sudcoreano Bae Yong Joon, protagonista della seguitissima soap opera Winter Sonata ed idolo delle giapponesi, che ha deciso di devolvere 900.000 dollari per le vittime del terremoto.

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Giappone - Terremoto 2011 - Centrale nucleare di Fukushima - Intervista a Sawa Tihiro, scienziato nucleare dl Nuclear Infomation Center

Ci si aspetta che in un paese che ha direttamente conosciuto l’ecatombe nucleare, il movimento che si batte contro l’installazione di centrali atomiche sul suo territorio, sia popolare. Invece in Giappone le associazioni antinucleari non hanno mai avuto grande seguito tra l’opinione pubblica, tanto che la nazione trae il 70% dell’energia che utilizza dalla fissione atomica. I drammatici eventi che hanno caratterizzato questi giorni di marzo, però, potrebbero segnare una svolta nella sensibilità dei giapponesi. I problemi emersi nella centrale di Fukushima, infatti, hanno risvegliato in molti una coscienza ecologica. Ne parliamo con Sawa Tihiro, scienziato nucleare e membro del Nuclear Information Center, l’organizzazione giapponese più attiva nel denunciare i rischi del nucleare.

-Cosa è successo nella centrale nucleare di Fukusima?-
-Esattamente nessuno sa ciò che è accaduto e ciò che sta accadendo. Il governo e la Tokyo Electric Power Co (TEPCO, la compagnia privata che ha in gestione la centrale, ndr) lasciano trapelare poche notizie. Non penso dipenda da una loro precisa volontà, ma dal fatto che loro stessi stanno cercando di capire come fronteggiare la situazione.-

-In effetti il dramma a cui stiamo assistendo è il frutto di un accavallamento eccezionale di eventi e nella forza in cui si sono presentati.-
-E’ vero, i piani di sicurezza previsti non erano pronti a fronteggiare un simile sviluppo di energia distruttiva, ma questo dimostra, una volta ancora, che le centrali nucleari, anche se costruite e gestite con criteri di massima sicurezza, presentano sempre delle falle. Qualunque grande impianto, specie se complesso, presenta delle incognite e degli imprevisti che possono tramutarsi in tragedie-

-Eppure i giapponesi hanno accettato il rischio, preferendo l’alternativa nucleare al petrolio. Questo incidente pensa cambierà questa posizione?-
-Sì, mi aspetto che nei prossimi anni l’opinione pubblica prenda coscienza del pericolo connesso con il nucleare e dei costi elevati che esso comporta.-

-Pensa però sia possibile riconvertire l’intera economia energetica giapponese? Il 70% del consumo di energia deriva dall’atomo, i costi di riconversione sarebbero stratosferici e i tempi biblici.-
-Le centrali nucleari hanno un periodo di vita limitato. Cominciamo a sostituire quelle che a breve verranno chiuse impiegando uomini e mezzi nella ricerca delle fonti alternative. Non chiediamo la chiusura immediata di tutte le centrali, ma la loro riconversione.-

-Sarebbe sostenibile per il consumo e lo spreco enorme di energia della società giapponese, contare solamente sulle fonti alternative e rinnovabili?-
-Tra le fonti rinnovabili io non penso solo a quella solare o eolica, ma anche alla fusione nucleare e ad altri studi in materia energetica. Occorre, naturalmente, sostenere finanziariamente e politicamente simili progetti.-

-Il governo ha deciso di raffreddare il nucleo del reattore con acqua di mare. Pensa che sia la soluzione giusta? Il vapore generato potrebbe sviluppare idrogeno e innescare un’esplosione ben più pericolosa e devastante.-
-L’utilizzo dell’acqua di mare per raffreddare il nucleo è l’ultima soluzione rimasta. Si vede che la situazione è ben peggiore di ciò che vogliono far credere. Non avendo dati sufficienti che ci permettano di conoscere la reale condizione del reattore, non sono in grado di esprimere un parere su ciò che è stato deciso.-

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Giappone - Terremoto Marzo 2011 - Intervista a Haruka Arai

Haruka Arai è un giornalista freelance che lavora per il Kahoku Shimpo, il giornale locale di Sendai. La sua testimonianza racconta della difficoltà con cui i soccorsi sono potuti intervenire per prestare aiuto alle vittime del cataclisma.
-Come è la situazione a Sendai?-
-E’ ancora confusa. La popolazione sta cercando di scrollarsi di dosso la paura e lo shock. Le autorità hanno chiesto ai commercianti che hanno la possibilità di tenere aperti i loro negozi, ma sono pochi coloro che lo fanno. Tutto ciò che poteva essere utile è stato acquistato.-
-I soccorsi sono stati tempestivi ed organizzati?-
-Nel limite del possibile. Tutte le strade e le ferrovie erano bloccate; l’aeroporto è stato chiuso perché lo tsunami ha raggiunto anche le piste rendendolo impraticabile. Solo stamattina sono giunti le prime squadre organizzate. I primi ad intervenire sono stati i volontari, le squadre di soccorso del comune e della prefettura e i militari.-
-Come si sono organizzati i cittadini?-
-Quando si è di fronte ad una emergenza e ad una catastrofe umanitaria di queste proporzioni, è sorprendente come la gente cerca di dare il meglio di se stessa. Non ho mai visto tanta solidarietà come in queste ore. Ci si scambia i vestiti, si condividono i cibi, l’acqua, soprattutto si parla. Si parla tanto, forse per scacciare i pensieri, i ricordi, ciò che si è vissuto.-
-I centri di accoglienza funzionano?-
-Il comune e la prefettura hanno subito messo in moto le procedure di emergenza, permettendo a migliaia di cittadini di dormire al coperto e di avere un pasto caldo. Stamattina hanno distribuito i contenitori per raccogliere l’acqua ed alcuni generatori.-
-C’è qualcosa che avrebbe dovuto o potuto essere stato fatto con più criterio?-
-L’organizzazione non è stata impeccabile: i soccorsi hanno impiegato parecchio tempo a giungere e le disposizioni non erano chiare. La corrente elettrica ha cominciato a funzionare solo stamattina e non in tutta la città, ma il terremoto e lo tsunami che hanno colpito la città sono eventi che nessuno si aspettava potessero accadere con tanta violenza.-
-Cosa vi manca maggiormente?-
-Personalmente le notizie. Siamo isolati, le linee telefoniche sono ancora intasate, internet non funziona. Abbiamo saputo solo poche ore fa dei problemi che si stanno verificando alla centrale nucleare di Fukushima. Non sappiamo cosa sia accaduto al resto del Paese e cosa sta accadendo nella nostra stessa città. E’ un paradosso, ma voi, che siete a migliaia di chilometri di distanza, sapete meglio di noi cosa è accaduto. Altri invece si lamentano per il freddo, per la mancanza di acqua, di servizi igienici, della propria privacy.-

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Giappone - Terremoto Marzo 2011 - Testimonianze

Le immagini trasmesse dalla NHK, il principale network giapponese, sono impressionanti. Lo tsunami penetra per chilometri nella terraferma ingoiando tutto ciò che trova sul suo percorso. Negli edifici i mobili oscillano come fuscelli e dalle città si levano nuvole di fumo che si sprigionano dagli incendi delle tubature del gas. I morti si contano già a centinaia e migliaia sono i dispersi ed i feriti. Nelle città della costa orientale dell’isola di Honshu i supermercati e i grandi magazzini sono chiusi ed i pochi negozi di alimentari aperti sono stati letteralmente presi d’assalto da una popolazione che cercava di accaparrarsi viveri, acqua e batterie. «Appena terminata la scossa, sono corsa al supermercato più vicino, ma era già chiuso.» dice Ayako Zushi, di Kawasaki. «Ho girato diverse attività commerciali prima di riuscire a trovare un negozio aperto. Ho comprato il poco che era rimasto.» Con le tubature idriche rotte, il gas non più erogato e interi quartieri privi di elettricità, è indispensabile avere una scorta di acqua e viveri sufficiente per diversi giorni. Per sopperire alla mancanza di corrente, le torce e le batterie sono diventate le uniche fonti di energia nelle case buie e fredde. L’arresto dei treni e delle linee metropolitane ha impedito a migliaia di madri e padri, di tornare a casa in tempo per prendere i loro figli negli asili e nelle scuole. «Sono bloccata a Tokyo e non posso tornare a casa» lamenta al telefonino Kaoru Tsukino, impiegata alla Sony e madre di due bambini. Anche suo marito Masanori, tecnico della Toshiba, dovrà dormire in ufficio. «Abbiamo telefonato alle scuole dei nostri figli; stanotte le maestre si fermeranno per prendersi cura di loro.» spiega Kaoru prima di chiudere la conversazione per risparmiare la carica della batteria. Il governo ha decretato l’evacuazione entro un raggio di tre chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima I a Okuda, pur avendo assicurato che non vi è alcun pericolo. «E’ la prima volta che in Giappone viene decretata l’emergenza nucleare» dice May Shigenobu, giornalista della MBC. «Questo terremoto dovrebbe indurre i nostri governanti a rivedere tutti i piani energetici nazionali». Il Giappone, per sganciare la propria economia dalla dipendenza petrolifera, ha scelto l’opzione nucleare che oggi rappresenta il 70% del fabbisogno energetico del paese. Questo, però ha indotto numerosi attivisti a scendere in campo; questo terremoto potrebbe indurre gran parte dell’opinione pubblica nipponica a chiedere una politica alternativa. A Sendai, la città più colpita dalla catastrofe, dove terremoto e tsunami si sono accavallati, migliaia di persone si ritrovano senza nulla. «La nostra casa è in una zona montagnosa, lontano dalla costa» spiega Okada Saito, «ma la devastazione è completa. Mi sembra di rivivere il bombardamento a cui ho assistito da piccolo durante la Seconda Guerra Mondiale» conclude commosso. I soccorsi, sebbene ostacolati dall’interruzione delle linee ferroviarie e delle strade, si stanno organizzando. «Cerchiamo di estrarre i feriti intrappolati dalle macerie, ma il lavoro è lungo e faticoso.» annuncia alla televisione un volontario, «dobbiamo aspettare che arrivino i mezzi; nel frattempo scaviamo con tutto ciò che abbiamo, comprese le mani nude». I rigori dell’inverno a Sendai non si sono ancora placati e per molti passare una notte o più notti all’addiaccio potrebbe essere fatale. Oramai è una lotta contro il tempo.

© Piergiorgio Pescali

Giappone - Terremoto Marzo 2011 - Sendai

Matsushima ya
Aa Matsushima ya
Matsushima ya
I versi di Matsuo Basho, il più grande poeta di haiku che il Giappone abbia mai avuto, risuonano ancora nella mente mentre guardo le immagini dello tsunami che ha colpito la regione di Sendai. Matsushima è l’arcipelago più noto del Giappone: un grappolo di isolette lanciate nel mare al largo di Sendai. Ogni estate migliaia di turisti arrivano da tutta la nazione e, sui barconi che serpeggiano tra le rocce, pronunciano immancabilmente i versi di Basho. Ma Sendai in Italia era balzata alla ribalta per un altro motivo: nel 2002 aveva ospitato la nazionale di calcio italiana durante il Campionato del Mondo di calcio. I suoi abitanti, un milione in tutto, poca cosa per il Giappone, vivono in una città moderna, interamente ricostruita dopo i pesanti bombardamenti degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu proprio da Sendai che, nel 1631, partì un’ambascia giapponese verso la Santa Sede. Arrivò a Roma giusto il tempo per scoprire che i Tokugawa avevano messo al bando il cristianesimo, ma da allora l’apertura culturale di Sendai verso il mondo occidentale è sempre stata viva. Il Tanabata Festival, celebrato ogni estate con una profusione di colori, deriva direttamente dal festival cinese di Qixi. La città, capitale della prefettura di Miyagi, ospita anche il più importante complesso petrolchimico del nord del Giappone: quello di JX Nippon Oil, che offre lavoro a migliaia di operai. Il sisma ha rotto le condutture, scatenando diversi incendi che i pompieri faticano a domare. Le fiamme illuminano il cielo della città di un bagliore sinistro, mettendo a nudo tutta la gravità della situazione. Una volta spento l’incendio la stima dei danni decreterà quando il complesso potrà essere rimesso in funzione e quanti lavoratori potranno essere assorbiti. Secondo i militari, i morti nella metropoli sarebbero più di cinquecento, ma la devastazione compiuta dal maremoto lungo la costa, farà sicuramente salire il numero delle vittime. Interi villaggi sono letteralmente spariti, inghiottiti dalle stesse acqua che, fino a poche ore prima, avevano garantito la sopravvivenza e il lavoro a migliaia di persone. L’epicentro del terremoto, pari a 8,9 gradi Richter, è avvenuto a 130 km ad est di Sendai, permettendo all’onda anomala di raggiungere la costa lungo un fronte alto anche dieci metri. La posizione della città di Sendai, situata a circa 400 km a nord di Tokyo a metà strada verso l’isola di Hokkaido, la rende uno snodo ferroviario logisticamente importante per la rete giapponese. Le devastazioni naturali subite dalla prefettura di Myagi e dal suo capoluogo non potranno essere dimenticate e la bella città di Sendai, rischia di passare alla storia proprio per questa giornata nefasta.

© Piergiorgio Pescali

Giappone - La prevenzione ai terremoti

I terremoti sono parte integrante nella vita dei giapponesi. La posizione geografica dell’arcipelago, proprio a ridosso delle placche tettoniche, rende l’intero territorio estremamente instabile. I frequenti e devastanti terremoti che hanno costellato la storia del paese, hanno convinto i governanti a organizzare un efficiente sistema di prevenzione che prevede una serie di esercitazioni periodiche in tutti gli edifici pubblici, a cominciare dalle scuole. Ai bambini viene insegnato come comportarsi in caso di sisma permettendo, nel limite del possibile, di evacuare gli edifici evitando il panico, mentre il primo settembre di ogni anno, anniversario del terribile terremoto di Tokyo che nel 1923 costò la vita a 143.000 persone, è stato dichiarato Giorno della Prevenzione dei Disastri. In questa ricorrenza vengono simulati i piani di protezione negli uffici pubblici e nelle fabbriche considerate a rischio ambientale; squadre di Vigili del Fuoco, della protezione civile e reparti militari illustrano ai cittadini le modalità di evacuazione, di comportamento e salvataggio in caso di terremoto. Gli edifici, dalla fine degli anni Settanta, devono essere costruiti secondo severi criteri antisismici che permettano l’elasticità e la torsione delle strutture, adeguandosi al movimento tellurico. Questa tecnologia edile ha resistito con successo al terremoto del 17 gennaio 1995 a Kobe, dove sono morte 6.336 persone e 310.000 si sono trovate senza casa. Dei 55.000 edifici andati completamente distrutti, nessuno risulta essere stato costruito dopo il 1980. Inoltre la legge impone che tutti i mobili debbano essere ancorati alle pareti per evitare il loro eventuale ribaltamento verso l’interno. Le stazioni di pompieri di quartiere dispongono di una “stanza di simulazione”, dove i cittadini vengono invitati a sottoporsi ad una simulazione di terremoto fino a 7 gradi Richter. Questi ambienti riproducono la tipica stanza giapponese con pavimenti in legno, un tavolo, una libreria, un fornello e una stufa a kerosene. Ai volontari, che ricevono un certificato che attesta la loro idoneità nel prestare soccorso in caso di disastro naturale, è richiesto di agire secondo regole standard senza lasciarsi prendere dal panico: spegnere ogni possibile fonte di incendio, riparasi sotto un tavolo, possibilmente portando con sé un telefonino portatile e mantenere la calma. Sono infatti le organizzazioni civili e di volontariato gli attori principali preposti a prestare i primi soccorsi alle vittime, mentre alle istituzioni governative e pubbliche è lasciato il compito di mantenere la sicurezza sociale, di coordinare le operazioni di ripristino dei servizi di prima necessità e di collegamento logistico e telematico. Dopo che il terremoto di Kobe ha evidenziato una certa disorganizzazione nelle operazioni di soccorso alla popolazione per la lentezza e l’inadeguatezza delle persone poste al comando, il governo giapponese ha immediatamente emanato una legge che stabilisce precisi doveri e responsabilità in tutte le fasi dell’emergenza. Tutti gli stadi di soccorso, dagli alloggi alla mensa, dalla fornitura dei servizi idrici ai materassi, dai beni di prima necessità e persino ai funerali, sono stati assegnati a enti comunali, provinciali e regionali. La nuova struttura sino ad oggi non è stata ancora collaudata, ma il terremoto lo tsunami di ieri metterà a dura prova la proverbiale organizzazione nipponica rischiando di dare il colpo di grazia al governo di Naoto Kan, già provato da scandali finanziari e da un crescente senso di insofferenza popolare.

© Piergiorgio Pescali