Ma in questo caso lo scontro sarà totale. E decisivo.
-Non sai che ognuno di noi ha la pretesa di soffrire molto più di tutti gli altri?- dice Emilio a Raffaello in una scena del libro di Honoré de Balzac, “Pelle di zigrino”.
La stessa frase potrebbe essere ripetuta a ciascuno dei tre leaders cambogiani che oggi stanno animando, in modo grottescamente melodrammatico, la vita politica e sociale della nazione.
La Cambogia sta sempre più divenendo un immenso scenario in cui potrebbe inserirsi senza forzature un romanzo dello scrittore francese: personaggi impetuosi che irrompono tumultuosamente sulla scena, degrado di moralità, ricerca sfrenata del potere abiurando ogni idea e ideologia che non sia quella del profitto, fanno da sfondo a questa triste realtà di una nazione, che un tempo, forse oramai troppo lontano, era simbolo di serenità e di felicità.
Durante la prima metà degli anni Sessanta i vicini thailandesi venivano nelle cliniche cambogiane a farsi curare; i ricchi possedevano sfarzose ville a Kompong Som (l’odierna Sihanoukville); i contadini cambogiani, pur non vivendo nel lusso, non conoscevano la miseria e lo sfruttamento latifondista che affliggevano i loro vicini Thai, Lao, Viet. I Khmer di oggi narrano che i guai iniziarono quando Sihanouk, il loro amato re Sihanouk, concedette nel 1969 l’autorizzazione ad aprire due casinò, uno a Phnom Penh e l’altro a Sihanoukville, per rimpinguare le casse dello stato: uno scandalo in una società puritana e devotamente buddhista come quella cambogiana. Per una strana coincidenza, pochi mesi dopo l’inaugurazione delle sale da gioco, Lon Nol e Sirik Matak, con il consenso della CIA, spodestarono il monarca, allora in viaggio di ritorno dalla Francia dove si era recato per cure mediche, e proclamarono la Repubblica Khmer dando inizio alla lenta e straziante agonia della nazione indocinese.
Oggi di casinò sul territorio cambogiano ve ne sono tre, di cui uno addirittura a Pailin, caposaldo dei Khmer Rossi di Ieng Sary. Non so se è una sorta di maledizione o se realmente il vizio del gioco d’azzardo riesce in qualche modo ad interferire con le vicende storico-sociali della Cambogia, ma l’apertura dei locali ha coinciso con il peggioramento della situazione interna: l’intensificarsi della guerra civile, il colpo di stato dello scorso luglio che ha allontanato dal potere Norodom Ranariddh figlio di Sihanouk (destino beffardo), ed ora i disordini scatenati da un’opposizione che si ostina a non accettare i risultati di elezioni a cui lei stessa ha deciso liberamente di partecipare, pur conoscendo perfettamente le regole del gioco. Al termine di una intervista concessami poco prima della tornata elettorale del 26 luglio, avevo chiesto a Sam Rainsy, che mi sembrava il candidato più accettabile se non altro dal punto di vista dell’immagine e della serietà, se pensasse che le elezioni sarebbero state libere e democratiche.
“No!” mi ha risposto lapidariamente. “E allora perché partecipa?” chiesi di rimbalzo. “Perché non posso osservare dall’esterno il crollo della mia nazione; devo in qualche modo impedire che gli youn (i vietnamiti) che per vent’anni hanno dilapidato la Cambogia e derubato i Khmer delle loro ricchezze, continuino a regnare indisturbati.” Accanto a lui sorrideva l’ambiziosa moglie, che molti dicono sia la vera tessitrice della politica portata avanti dal marito.
Stessa risposta, più o meno, avevo ricevuto da Norodom Ranariddh. La speranza è l’ultima a morire, si dice, ma quando anche questa è defunta, si ricorre spesso all’ultima arma che i disperati hanno a disposizione: la violenza.
Ed è esattamente quello che hanno fatto i due leaders dell’opposizione, immediatamente dopo la proclamazione dei primi risultati che davano la vittoria al Partito del Popolo Cambogiano di Hun Sen, quando di fronte alle televisioni di tutto il mondo hanno proclamato in modo antidemocratico di non voler accettare i responsi delle urne. Hun Sen non ha replicato; confidando nell’appoggio degli organismi internazionali che avevano sponsorizzato le elezioni (Unione Europea, Asean, Giappone), si è messo in disparte, lasciando saggiamente crogiolare i due oppositori. Anzi, offrendo loro un posto per un governo di coalizione nazionale, non potendo allestirne uno da solo dato che non dispone dei due terzi dei deputati dell’Assemblea Nazionale richiesti dalla legge cambogiana. “Non accetterò mai di andare al governo con un assassino” mi aveva detto un inviperito Sam Rainsy il 30 luglio scorso. “Potremmo parlarne” affermava invece Norodom Ranariddh, ribaltando come da suo copione, le sue affermazioni pre-elettorali che escludevano ogni accordo con il Partito del Popolo Cambogiano.
Ma più che far valere le loro ragioni Sam Rainsy e Norodom Ranariddh, cercano oggi di farsi compiangere, di recitare le parti delle vittime, reclamando a gran voce di essere gli obiettivi di complotti orditi da Hun Sen. Non che non abbiano motivi validi da addurre, specialmente Rainsy, che dopo essere scampato ad un attentato il 30 marzo 1997, ne ha subiti altri, l’ultimo dei quali la settimana scorsa al Ministero dell’Informazione dove stava conducendo una protesta di fronte alla sede della NEC (National Election Commission), la Commissione preposta a vigilare sulla regolarità delle elezioni. Ma le interperanze a cui sono giunti, le dichiarazioni che rasentano la xenofobia razziale sommate all’ultimo appello lanciato proprio da Rainsy che invitava gli USA a bombardare i punti nevralgici del Partito del Popolo, non hanno fatto altro che riabilitare Hun Sen agli occhi del mondo. Un gioco davvero di prestigio. Con nemici del genere il secondo Primo Ministro (l’attuale governo resterà in carica sino al 24 settembre) può di certo dormire sonni tranquilli. Neppure il mandato d’arresto emanato dallo stesso Hun Sen nei confronti di Sam Rainsy (in seguito ritirato su pressione di Lakhan Mehotra, rappresentante del Segretario Generale dell’ONU in Cambogia) e gli attacchi della polizia ai dimostranti radunatisi nella capitale per chiedere le dimissioni di Hun Sen, sono riusciti a porre in pericolo la popolarità dell’ex Khmer Rosso presso le diplomazie asiatiche e europee. Le quali sono preoccupate per la piega che sta prendendo la crisi cambogiana perché giustifica appieno le critiche mosse da più parti: inutile indire elezioni se nel Paese non vi è una classe politica che rifiuta di accettare e rispettare le regole della democrazia. “Per voi occidentali democrazia significa avere in mano una scheda su cui sono stampati il numero maggiore di simboli di partiti e poter votare uno di essi. In realtà il processo che porta il popolo all’esercizio del potere è assai più lungo e complesso e parte proprio dai rappresentanti che andranno a sedersi nell’Assemblea Nazionale. Vi sembra che questi siano degni di proporre la democrazia in Cambogia?” mi aveva chiesto provocatoriamente Khieu Samphan pochi giorni dopo le elezioni. La sua domanda è stata davvero profetica; inutile rispondere alla luce dei fatti odierni. Ma se oramai nessuno più in Cambogia si preoccupa più di tanto dell’ala dura dei Khmer Rossi, considerata allo sbando, ci si chiede cosa faranno i Khmer Rossi “rientrati” nelle file governative, specialmente quelli di Pailin. E’ da notare che questo distretto elettorale è stato l’unico in tutta la nazione dove ha vinto il Partito di Sam Rainsy, ma è anche il distretto da dove Ieng Sary ha lanciato il suo famoso monito poco prima delle elezioni: “Qualunque sia l’esito delle votazioni, il Movimento Unito di Democrazia Nazionale (il partito fondato da Ieng Sary che raccoglie i Khmer Rossi della zona) difenderà il vincitore. Anche a costo di scendere in campo con le armi.” Resterà da vedere se, in caso di una recrudescenza della guerra civile, i Khmer Rossi di Pailin rispetteranno la scelta fatta nelle urne, o seguiranno il loro leader. L’asso nella manica l’ha comunque Hun Sen, al quale è fedele la maggior parte delle Forze Armate Reali Cambogiane, i cui generali dirigono la politica nazionale da dietro le quinte. Dopo il colpo di stato di luglio e l’eliminazione della maggior parte dei generali membri del Funcinpec, il partito di Ranariddh, il peso politico del PPC all’interno dei ranghi militari si è fatto più pesante. In caso di degenerazione della crisi, saranno i generali a decidere ancora una volta, le sorti della Cambogia.
© Piergiorgio Pescali
S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.
IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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L'esercito cambogiano
La difficile situazione in cui si è andata ad arenare la politica della Cambogia, potrebbe risolversi con l’intervento delle Forze Armate Reali (FAR), i cui posti di comando sono occupati da fedelissimi di Hun Sen o da generali assai vicini al leader cambogiano.
I trentamila uomini arruolati nei tre corpi del FAR sono guidati da Tea Banh e da Uch Kim An, entrambi Ministri della Difesa (tutti i posti governativi nel Paese sono sdoppiati a causa dell’accordo elettorale stipulato sotto l’egida dell’UNTAC nel 1993). Tea è membro del Partito del Popolo Cambogiano, mentre il suo collega Uch è il rappresnetante del Funcinpec. In teoria i due Ministri dovrebbero avere pari responsabilità e potere, ma in realtà è solo Tea Banh, uomo di fiducia di Hun Sen a decidere le sorti del suo ufficio. E’ stato Tea, ad esempio, a condurre i colloqui a Bangkok con Chan Youran e Mak Ben, due leaders storici dei Khmer Rossi recentemente passati tra le file governative. E’ sempre Tea, d’accordo con Hun Sen ad aver dato a numerosi ex generali Khmer Rossi posti di comando nelle file dell’esercito reale, assicurandosi così il loro appoggio in caso di necessità. Sembra che l’attacco a Anlong Veng abbia avuto successo proprio grazie a questi generali ex guerriglieri, che avrebbero indicato con esattezza i luoghi e le postazioni da bombardare.
Dopo il colpo di stato del 5 luglio 1997, numerosi generali fedeli a Ranariddh sono stati uccisi, tra cui Sambath e Ho Sok, Segretario di Stato al Ministero degli Interni. Il militare a più alto grado su cui può contare il Funcinpec è il generale Nyek Bun Chhay, oggi in semiclandestinità nelle foreste del nordovest del Paese, dove continua a condurre la sua battaglia personale contro le preponderanti forze di Phnom Penh. Le purghe seguite al 5 luglio hanno permesso a due fedelissimi di Hun Sen, il generale Hok Lundy, Capo della Polizia Nazionale e il generale Him Bun Heang, capo della sicurezza di Hun Sen, di raggiungere posti di elevata responsabilità tali da poter controllare quasi ogni mossa di ogni singolo battaglione. La punta di diamante del FAR è un piccolo drappello di uomini, una cinquantina in tutto, addestrati da militari taiwanesi durante il periodo di co-governo Hun Sen-Ranariddh. Nessuno di questi soldati faceva parte del Funcinpec. Ma l’esercito cambogiano ha un altro grande finanziatore: Theng Bunma, Presidente della Camera di Commercio della capitale e, secondo gli USA, grande trafficante di droga e di armi. Per diversi mesi Bunma si sarebbe sobbarcato le spese per il pagamento dei militari cambogiani.
Per la prima volta dal 1979, quando l’invasione del Viet Nam destituì il governo di Kampuchea Democratica, l’esercito della Cambogia non si trova più impegnato a combattere in modo sistematico contro le forze dei Khmer Rossi, permettendo ai suoi comandanti di dislocare i militari in tutte le parti più strategiche del Paese. In effetti questa azione ha avuto due effetti: una maggiore sicurezza nella circolazione all’interno del Paese (oggi è possible andare nelle maggiori città via terra) ed un maggiore controllo politico del territorio, cosa a cui Hun Sen, naturalmente, tiene in modo particolare.
© Piergiorgio Pescali
I trentamila uomini arruolati nei tre corpi del FAR sono guidati da Tea Banh e da Uch Kim An, entrambi Ministri della Difesa (tutti i posti governativi nel Paese sono sdoppiati a causa dell’accordo elettorale stipulato sotto l’egida dell’UNTAC nel 1993). Tea è membro del Partito del Popolo Cambogiano, mentre il suo collega Uch è il rappresnetante del Funcinpec. In teoria i due Ministri dovrebbero avere pari responsabilità e potere, ma in realtà è solo Tea Banh, uomo di fiducia di Hun Sen a decidere le sorti del suo ufficio. E’ stato Tea, ad esempio, a condurre i colloqui a Bangkok con Chan Youran e Mak Ben, due leaders storici dei Khmer Rossi recentemente passati tra le file governative. E’ sempre Tea, d’accordo con Hun Sen ad aver dato a numerosi ex generali Khmer Rossi posti di comando nelle file dell’esercito reale, assicurandosi così il loro appoggio in caso di necessità. Sembra che l’attacco a Anlong Veng abbia avuto successo proprio grazie a questi generali ex guerriglieri, che avrebbero indicato con esattezza i luoghi e le postazioni da bombardare.
Dopo il colpo di stato del 5 luglio 1997, numerosi generali fedeli a Ranariddh sono stati uccisi, tra cui Sambath e Ho Sok, Segretario di Stato al Ministero degli Interni. Il militare a più alto grado su cui può contare il Funcinpec è il generale Nyek Bun Chhay, oggi in semiclandestinità nelle foreste del nordovest del Paese, dove continua a condurre la sua battaglia personale contro le preponderanti forze di Phnom Penh. Le purghe seguite al 5 luglio hanno permesso a due fedelissimi di Hun Sen, il generale Hok Lundy, Capo della Polizia Nazionale e il generale Him Bun Heang, capo della sicurezza di Hun Sen, di raggiungere posti di elevata responsabilità tali da poter controllare quasi ogni mossa di ogni singolo battaglione. La punta di diamante del FAR è un piccolo drappello di uomini, una cinquantina in tutto, addestrati da militari taiwanesi durante il periodo di co-governo Hun Sen-Ranariddh. Nessuno di questi soldati faceva parte del Funcinpec. Ma l’esercito cambogiano ha un altro grande finanziatore: Theng Bunma, Presidente della Camera di Commercio della capitale e, secondo gli USA, grande trafficante di droga e di armi. Per diversi mesi Bunma si sarebbe sobbarcato le spese per il pagamento dei militari cambogiani.
Per la prima volta dal 1979, quando l’invasione del Viet Nam destituì il governo di Kampuchea Democratica, l’esercito della Cambogia non si trova più impegnato a combattere in modo sistematico contro le forze dei Khmer Rossi, permettendo ai suoi comandanti di dislocare i militari in tutte le parti più strategiche del Paese. In effetti questa azione ha avuto due effetti: una maggiore sicurezza nella circolazione all’interno del Paese (oggi è possible andare nelle maggiori città via terra) ed un maggiore controllo politico del territorio, cosa a cui Hun Sen, naturalmente, tiene in modo particolare.
© Piergiorgio Pescali
Cambogia - Intervista a Sam Rainsy
Sam Rainsy, leader dell’omonimo partito che, assieme a Norodom Ranariddh del Funcinpec, guida l’opposizione cambogiana, è giunto in Italia per incontrare la comunità khmer qui rifugiatisi. Rainsy, che è scappato dalla Cambogia alla fine di settembre dopo aver contestato i risultati delle elezioni del 26 luglio vinte dal Partito del Popolo Cambogiano di Hun Sen e Chea Sim, abita ora a Parigi, dove il suo movimento ha la sede europea. Ha accettato di rispondere alle nostre domande:
DOMANDA: -La Cambogia è stata l’ultima nazione ad essere coinvolta nella Seconda Guerra d’Indocina, ma è attualmente la sola in tutta la regione che non ha ancora trovato la pace, mentre Laos e Vietnam sono Paesi pacifici sulla via della democrazia. Quale è la ragione?-
SAM RAINSY: -Mentre Vietnam e Laos sono Paesi condotti da un regime comunista dove le forze di opposizione sono inesistenti, in Cambogia le forze democratiche, realisti e liberali, stanno combattendo un regime di stampo comunista installato dal Vietnam dopo il collasso del regime Khmer Rosso di Pol Pot nel 1979. L’attuale leadership cambogiana, Hun Sen e Chea Sim, è formata da ufficiali ex Khmer Rossi che continuano ad usare metodi Khmer Rossi per cercare di eliminare l’opposizione. Dopo gli Accordi di Parigi del 1991, la Cambogia è sotto sorveglianza della comunità internazionale, che segue da vicino la situazione dei diritti umani e il processo di democratizzazione. E’ proprio questa sorveglianza internazionale e la pesante dipendenza nell’assistenza esterna della Cambogia, che protegge l’opposizione del Paese, che continua a combattere per la democrazia, quando in Vietnam e Laos non c’è alcun tipo di opposizione agli attuali governi.
DOMANDA: -La sola Provincia dove il Partito di Sam Rainsy ha ottenuto la maggioranza dei seggi, è quella di Pailin, la roccaforte degli ex Khmer Rossi. Il giorno dopo le elezioni, Ieng Sary, in una intervista che ha accettato di rilasciarmi, si era detto sicuro che il processo democratico in Cambogia era una realtà che nessuno avrebbe potuto fermare. Non penso che lei sia d’accordo con la sua ottimistica visione…-
SAM RAINSY: -Le prospettive di democrazia sono molto tenui se dobbiamo contare su Ieng Sary, Numero Due del regime Khmer Rosso guidato da Pol Pot. Ieng Say è oggi un alleato di Hun Sen. Ciononostante la gente che vive nelle aree controllate dai Khmer Rossi come Pailin, ha votato ed eletto un candidato del Partito di Sam Rainsy. Penso che questo sia dovuto al fatto che anch’essi condividono le azioni contro la corruzione e a favore della pace intraprese dal Partito. Un’altra ragione della vittoria di Pailin, penso che sia da ricercarsi nel fatto che la gente della zona - abituata a combattere e a resistere- non può essere facilmente intimidita come nelle altre parti della Cambogia.
DOMANDA: -Anche se lei sapeva che le elezioni del 26 luglio 1998 avrebbero potuto non essere libere e democratiche, lei ha deciso di parteciparvi ugualmente. Facendo così ha implicitamente accettato tutte le regole e i rischi del gioco. Non può quindi lamentarsi se per l’opposizione, contrariamente a quanto affermato dalla Commissione Internazionale della Comunità Europea, le votazioni sono state una frode…-
SAM RAINSY: -Il popolo cambogiano voleva assolutamente queste elezioni perché sarebbero state l’unico mezzo pacifico per portare un cambiamento politico e porre fine ad un sistema ventennale di violenza, corruzione e miseria. Io mi trovavo di fronte ad un dilemma: o non partecipare alle elezioni e non cercare di cambiare il sistema, deludendo in questo modo la gente, o accettare che il popolo venisse deluso dai risultati di elezioni non libere, disoneste e antidemocratiche. Io ho sempre ammonito che ogni elezione organizzata dal PPC non avrebbe riflesso la volontà del popolo. E’ per questo che oggi mi sento in dovere di protestare contro le irregolarità. Io ho avvisato gli osservatori internazionali che giungevano solo per un breve periodo in Cambogia di chiedersi se ci poteva essere qualcosa che non avrebbero visto che avrebbe reso le elezioni non libere e non democratiche. La maggior parte degli osservatori hanno monitorato le consultazioni solo durante il giorno delle votazioni, il 26 luglio e il primo giorno degli spogli. Il 27 luglio avevano già dichiarato che le elezioni erano state libere e democratiche, nonostante le operazioni di scrutinio perdurassero ancora per più di un mese! Penso che molti osservatori non hanno compreso il clima di paura e di intimidazione che prevale in Cambogia.-
DOMANDA: -I suoi principali punti su cui focalizza la piattaforma politica, sono la lotta alla corruzione per raggiungere la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Per queste ragioni, nel 1994 è stato costretto ad abbandonare il Funcinpec e il posto di Ministro delle Finanze. Ma dopo le elezioni, lei si è avvicinato al Funcinpec e a Norodom Ranariddh, che non sono esempi di rettitudine, onestà e di integrità morale. Come spiega questa nuova alleanza?-
SAM RAINSY: -Oggi i partiti politici cambogiani debbono formare delle alleanze. Io dovevo scegliere tra il PPC e il Funcinpec, tra i comunisti ed i realisti, tra Hun Sen e Norodom Ranariddh. Ho scelto i realisti perché oggi sono più in linea con i principi democratici e perché Ranariddh, contrariamente a Hun Sen, non è un assassino.-
DOMANDA: -Lei è il politico cambogiano ideologicamente più orientato verso l’Occidente. Ma non pensa che il popolo cambogiano, con la sua cultura, religione, filosofia, difficilmente può essere collocato in una società occidentalizzata? Non bisogna dimenticare che la Cambogia ha iniziato ad affondare dopo il 1970, quando l’influenza dei Paesi Occidentali ha iniziato ad essere più forte ed il fallimento del processo di transizione democratica del 1993 è da imputarsi principalmente alla miopia dell’Untac.-
SAM RAINSY: -Diritti umani e democrazia sono valori universali. Io ho cercato di scegliere il meglio che ho potuto trovare nella cultura e nella civiltà Occidentale che possa aiutare la società cambogiana a progredire. Del resto rispetto e sostengo i valori cambogiani che sono parte della nostra identità, come il rispetto dei genitori e degli anziani, i principi buddisti di compassione e tolleranza.-
DOMANDA: -Dal punto di vista economico, lei promuove una nuova era di industrializzazione auspicando l’apertura delle frontiere agli investitori stranieri, ma al tempo stesso appoggia i Sindacati che lottano contro le condizioni di lavoro medioevali a cui sono sottoposti i lavoratori cambogiani da questi stessi investitori stranieri.
Come può conciliare i due temi?-
SAM RAINSY: -Lo sviluppo economico deve andare di pari passo alla giustizia sociale. E’ importante per la Cambogia, ma dobbiamo considerare anche i costi sociali e ambientali che dovremmo pagare. Dobbiamo proteggere le nostre risorse naturali e difendere i diritti dei poveri e dei deboli. La Cambogia ha bisogno di investitori stranieri, ma essi devono rispettare i diritti dei lavoratori. Sfortunatamente in mancanza di leggi, i lavoratori cambogiani sono trattati come schiavi, lavorando spesso 12 ore al giorno per 7 giorni alla settimana con una paga di 30 dollari al mese. Non hanno il diritto di protestare o di formare sindacati indipendenti; possono essere licenziati secondo il volere dei loro padroni senza preavviso e compenso. Dato che credo che la giustizia è il fondamento della pace, aiuto i lavoratori a lottare per i loro diritti.-
DOMANDA: -Nella sua propaganda lei usa spesso toni contro i vietnamiti che ricordano quelli usati dai Khmer Rossi. Le parole sono le stesse; le cito alcuni estratti della piattaforma del suo Partito: “il governop fantoccio del Vietnam”, “la strategia dei leaders vietnamiti nel vietnamizzare l’Indocina con l’intenzione di rendere la Cambogia uno stato satellite…”, “soldati vietnamiti che occupavano la Cambogia che reclamano la cittadinanza cambogiana…” Non pensa che tutto questo sia anch’esso una violazione dei diritti umani e un incitamento alla violenza razziale in Cambogia?-
SAM RAINSY: -Mentre gli attuali leaders cambogiani come Hun Sen e Chea Sim sono ex Khmer Rossi, io non ho mai avuto alcuna relazione con questo movimento. Ho vissuto 27 anni in Francia prima di tornare in Cambogia nel 1992. Come democratico e come buddista rispetto i diritti umani e credo che questi debbano essere applicati ad ogni essere umano senza distinzione sociale, culturale o di etnia. Ho affrontato i temi dell’indipendenza nazionale, dell’immigrazione illegale e delle dispute di confine con i nostri vicini affermando che potrebbero essere risolti pacificamente. Nei miei discorsi ho attaccato solo l’attuale leadership cambogiana perché è stata messa al potere da una potenza straniera, il Vietnam, e quindi non può adeguatamente difendere gli interessi nazionali. Ma non ha mai e poi mai, confuso i temi nazionali con quelli personali. Durante gli anni Sessanta e Settanta, Hanoi chiamava l’amministrazione del Sud Vietnam “fantoccio dell’America” senza essere accusata di razzismo. Io so che molti cambogiani odiano i vietnamiti, ma sono i problemi dell’indipendenza nazionale, dell’immigrazione illegale, dei confini che alimentano quest’odio, non viceversa. La situazione in Cambogia può essere paragonata a quella della Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e al risentimento dei francesi verso il governo di Vichy. Ora Francia e Germania sono buoni amici nell’Unione Europea.
© Piergiorgio Pescali
DOMANDA: -La Cambogia è stata l’ultima nazione ad essere coinvolta nella Seconda Guerra d’Indocina, ma è attualmente la sola in tutta la regione che non ha ancora trovato la pace, mentre Laos e Vietnam sono Paesi pacifici sulla via della democrazia. Quale è la ragione?-
SAM RAINSY: -Mentre Vietnam e Laos sono Paesi condotti da un regime comunista dove le forze di opposizione sono inesistenti, in Cambogia le forze democratiche, realisti e liberali, stanno combattendo un regime di stampo comunista installato dal Vietnam dopo il collasso del regime Khmer Rosso di Pol Pot nel 1979. L’attuale leadership cambogiana, Hun Sen e Chea Sim, è formata da ufficiali ex Khmer Rossi che continuano ad usare metodi Khmer Rossi per cercare di eliminare l’opposizione. Dopo gli Accordi di Parigi del 1991, la Cambogia è sotto sorveglianza della comunità internazionale, che segue da vicino la situazione dei diritti umani e il processo di democratizzazione. E’ proprio questa sorveglianza internazionale e la pesante dipendenza nell’assistenza esterna della Cambogia, che protegge l’opposizione del Paese, che continua a combattere per la democrazia, quando in Vietnam e Laos non c’è alcun tipo di opposizione agli attuali governi.
DOMANDA: -La sola Provincia dove il Partito di Sam Rainsy ha ottenuto la maggioranza dei seggi, è quella di Pailin, la roccaforte degli ex Khmer Rossi. Il giorno dopo le elezioni, Ieng Sary, in una intervista che ha accettato di rilasciarmi, si era detto sicuro che il processo democratico in Cambogia era una realtà che nessuno avrebbe potuto fermare. Non penso che lei sia d’accordo con la sua ottimistica visione…-
SAM RAINSY: -Le prospettive di democrazia sono molto tenui se dobbiamo contare su Ieng Sary, Numero Due del regime Khmer Rosso guidato da Pol Pot. Ieng Say è oggi un alleato di Hun Sen. Ciononostante la gente che vive nelle aree controllate dai Khmer Rossi come Pailin, ha votato ed eletto un candidato del Partito di Sam Rainsy. Penso che questo sia dovuto al fatto che anch’essi condividono le azioni contro la corruzione e a favore della pace intraprese dal Partito. Un’altra ragione della vittoria di Pailin, penso che sia da ricercarsi nel fatto che la gente della zona - abituata a combattere e a resistere- non può essere facilmente intimidita come nelle altre parti della Cambogia.
DOMANDA: -Anche se lei sapeva che le elezioni del 26 luglio 1998 avrebbero potuto non essere libere e democratiche, lei ha deciso di parteciparvi ugualmente. Facendo così ha implicitamente accettato tutte le regole e i rischi del gioco. Non può quindi lamentarsi se per l’opposizione, contrariamente a quanto affermato dalla Commissione Internazionale della Comunità Europea, le votazioni sono state una frode…-
SAM RAINSY: -Il popolo cambogiano voleva assolutamente queste elezioni perché sarebbero state l’unico mezzo pacifico per portare un cambiamento politico e porre fine ad un sistema ventennale di violenza, corruzione e miseria. Io mi trovavo di fronte ad un dilemma: o non partecipare alle elezioni e non cercare di cambiare il sistema, deludendo in questo modo la gente, o accettare che il popolo venisse deluso dai risultati di elezioni non libere, disoneste e antidemocratiche. Io ho sempre ammonito che ogni elezione organizzata dal PPC non avrebbe riflesso la volontà del popolo. E’ per questo che oggi mi sento in dovere di protestare contro le irregolarità. Io ho avvisato gli osservatori internazionali che giungevano solo per un breve periodo in Cambogia di chiedersi se ci poteva essere qualcosa che non avrebbero visto che avrebbe reso le elezioni non libere e non democratiche. La maggior parte degli osservatori hanno monitorato le consultazioni solo durante il giorno delle votazioni, il 26 luglio e il primo giorno degli spogli. Il 27 luglio avevano già dichiarato che le elezioni erano state libere e democratiche, nonostante le operazioni di scrutinio perdurassero ancora per più di un mese! Penso che molti osservatori non hanno compreso il clima di paura e di intimidazione che prevale in Cambogia.-
DOMANDA: -I suoi principali punti su cui focalizza la piattaforma politica, sono la lotta alla corruzione per raggiungere la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Per queste ragioni, nel 1994 è stato costretto ad abbandonare il Funcinpec e il posto di Ministro delle Finanze. Ma dopo le elezioni, lei si è avvicinato al Funcinpec e a Norodom Ranariddh, che non sono esempi di rettitudine, onestà e di integrità morale. Come spiega questa nuova alleanza?-
SAM RAINSY: -Oggi i partiti politici cambogiani debbono formare delle alleanze. Io dovevo scegliere tra il PPC e il Funcinpec, tra i comunisti ed i realisti, tra Hun Sen e Norodom Ranariddh. Ho scelto i realisti perché oggi sono più in linea con i principi democratici e perché Ranariddh, contrariamente a Hun Sen, non è un assassino.-
DOMANDA: -Lei è il politico cambogiano ideologicamente più orientato verso l’Occidente. Ma non pensa che il popolo cambogiano, con la sua cultura, religione, filosofia, difficilmente può essere collocato in una società occidentalizzata? Non bisogna dimenticare che la Cambogia ha iniziato ad affondare dopo il 1970, quando l’influenza dei Paesi Occidentali ha iniziato ad essere più forte ed il fallimento del processo di transizione democratica del 1993 è da imputarsi principalmente alla miopia dell’Untac.-
SAM RAINSY: -Diritti umani e democrazia sono valori universali. Io ho cercato di scegliere il meglio che ho potuto trovare nella cultura e nella civiltà Occidentale che possa aiutare la società cambogiana a progredire. Del resto rispetto e sostengo i valori cambogiani che sono parte della nostra identità, come il rispetto dei genitori e degli anziani, i principi buddisti di compassione e tolleranza.-
DOMANDA: -Dal punto di vista economico, lei promuove una nuova era di industrializzazione auspicando l’apertura delle frontiere agli investitori stranieri, ma al tempo stesso appoggia i Sindacati che lottano contro le condizioni di lavoro medioevali a cui sono sottoposti i lavoratori cambogiani da questi stessi investitori stranieri.
Come può conciliare i due temi?-
SAM RAINSY: -Lo sviluppo economico deve andare di pari passo alla giustizia sociale. E’ importante per la Cambogia, ma dobbiamo considerare anche i costi sociali e ambientali che dovremmo pagare. Dobbiamo proteggere le nostre risorse naturali e difendere i diritti dei poveri e dei deboli. La Cambogia ha bisogno di investitori stranieri, ma essi devono rispettare i diritti dei lavoratori. Sfortunatamente in mancanza di leggi, i lavoratori cambogiani sono trattati come schiavi, lavorando spesso 12 ore al giorno per 7 giorni alla settimana con una paga di 30 dollari al mese. Non hanno il diritto di protestare o di formare sindacati indipendenti; possono essere licenziati secondo il volere dei loro padroni senza preavviso e compenso. Dato che credo che la giustizia è il fondamento della pace, aiuto i lavoratori a lottare per i loro diritti.-
DOMANDA: -Nella sua propaganda lei usa spesso toni contro i vietnamiti che ricordano quelli usati dai Khmer Rossi. Le parole sono le stesse; le cito alcuni estratti della piattaforma del suo Partito: “il governop fantoccio del Vietnam”, “la strategia dei leaders vietnamiti nel vietnamizzare l’Indocina con l’intenzione di rendere la Cambogia uno stato satellite…”, “soldati vietnamiti che occupavano la Cambogia che reclamano la cittadinanza cambogiana…” Non pensa che tutto questo sia anch’esso una violazione dei diritti umani e un incitamento alla violenza razziale in Cambogia?-
SAM RAINSY: -Mentre gli attuali leaders cambogiani come Hun Sen e Chea Sim sono ex Khmer Rossi, io non ho mai avuto alcuna relazione con questo movimento. Ho vissuto 27 anni in Francia prima di tornare in Cambogia nel 1992. Come democratico e come buddista rispetto i diritti umani e credo che questi debbano essere applicati ad ogni essere umano senza distinzione sociale, culturale o di etnia. Ho affrontato i temi dell’indipendenza nazionale, dell’immigrazione illegale e delle dispute di confine con i nostri vicini affermando che potrebbero essere risolti pacificamente. Nei miei discorsi ho attaccato solo l’attuale leadership cambogiana perché è stata messa al potere da una potenza straniera, il Vietnam, e quindi non può adeguatamente difendere gli interessi nazionali. Ma non ha mai e poi mai, confuso i temi nazionali con quelli personali. Durante gli anni Sessanta e Settanta, Hanoi chiamava l’amministrazione del Sud Vietnam “fantoccio dell’America” senza essere accusata di razzismo. Io so che molti cambogiani odiano i vietnamiti, ma sono i problemi dell’indipendenza nazionale, dell’immigrazione illegale, dei confini che alimentano quest’odio, non viceversa. La situazione in Cambogia può essere paragonata a quella della Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e al risentimento dei francesi verso il governo di Vichy. Ora Francia e Germania sono buoni amici nell’Unione Europea.
© Piergiorgio Pescali
Cambogia - Intervista a Mons Destombes, Vescovo di Phnom Penh
Mons. Destombes é un "veterano" della Cambogia. Giunto nel 1964 come membro del MEP, vi rimane fino al 1975, quando i Khmer Rossi espellono dalla nazione tutti gli stranieri. Passa undici anni in Brasile, non pensando certo che nel 1989 sarebbe ritornato nella terra dei Khmer. Lo incontro nella sua residenza della capitale.
DOMANDA:-Cosa si ricorda degli ultimi giorni prima della sua espulsione con i Khmer Rossi?-
DESTOMBES:-I Khmer Rossi arrivarono a Phnom Penh salutati festosamente dalla popolazione, che vedeva finalmente terminata la guerra. Anche io era felice. Ognuno voleva un cambiamento radicale, un’epurazione del sistema. Inoltre ogni giorno Sihanouk tramite la radio, prometteva alla gente una nuova vita sotto un nuovo regime. Ma il giorno stesso che i Khmer Rossi arrivarono a Phnom Penh, espulsero tutta la popolazione cittadina. Noi, dall'Ambasciata Francese, dove eravamo rifugiati, vedevamo le colonne di gente uscire dalla cittá a piedi. Molte persone sono morte durante l'esodo. Quando i Khmer Rossi ci espulsero, ci fecero salire sui camions e ci portarono a Poipet, alla frontiera thailandese. Da quel giorno non avemmo piú alcuna notizia della Cambogia.-
DOMANDA:-Come vedevate, voi stranieri e lei in particolare, uomo di chiesa, i Khmer Rossi prima del 17 aprile 1975?-
DESTOMBES:-Sapevo delle crudeltá perpetrate dai Khmer Rossi, ma pensavo fosse solo una tattica usata durante la guerra. Pensavo che, essendo essi stessi dei contadini, avrebbero capito le esigenze del Paese, avrebbero cambiato la nazione.-
DOMANDA:-Da cosa pensa derivi questa radicalizzazione della societá e dell'ideale dei Khmer Rossi?-
DESTOMBES:-Da un preciso progetto politico e ideologico di Pol Pot.-
DOMANDA:-Solo di Pol Pot o di tutta la dirigenza?-
DESTOMBES:-Non solo di Pol Pot, naturalmente.-
DOMANDA:-Ma rivoluzionari come Hou Youn, Hu Nim, Khieu Samphan avevano idee diverse...-
DESTOMBES:-E gran parte di loro sono stati eliminati. Pol Pot era l'uomo forte, certo, ma anche altri hanno accettato la sua idea di costruire una nuova societá che troncasse tutte le ereditá culturali, religiose e sociali prerivoluzionarie. Ma é certamente troppo semplice dire che Pol Pot sia stato il solo e unico responsabile, come stanno facendo ora gran parte dei Khmer Rossi.-
DOMANDA:- E non solo i Khmer Rossi... A distanza di 20 anni, cosa pensa la Chiesa sulla Politica di Riconciliazione Nazionale?-
DESTOMBES:-É molto difficile una riconciliazione quando i khmer, gli stessi fratelli, si combattono tra loro. Ora si sta insinuando l'idea di lasciare sedimentare tutto dicendo che il passato é passato e che occorre guardare al futuro. Ma per me non é questa la soluzione: ci si deve riconciliare riconoscendo le proprie colpe. E non solo da parte dei Khmer Rossi, ma anche da parte dei loro avversari. E questo é molto difficile. Non si puó parlare liberamente in Cambogia
riguardo questo problema.-
DOMANDA:- Quindi cosa propone la Chiesa Cattolica cambogiana come soluzione al problema e per ritrovare una nazione piú pacifica e unita?-
DESTOMBES:-La Chiesa in Cambogia é piccolissima e non é assolutamente rappresentativa; non ha parola. Ma sta ugualmente cercando di proporre una riconciliazione all'interno della Chiesa stessa perché dobbiamo essere consapevoli che la guerra é all'interno stesso della Chiesa. Ogni famiglia ha avuto membri tra i Khmer Rossi, tra il partito di Hun Sen, tra quello di Sihanouk. Quindi riconciliazione nelle famiglie, nei villaggi, come prima cosa. La riconciliazione non puó venire dal Cielo o dalle autoritá, ma ogni uomo deve cambiare.-
DOMANDA:-In termini pratici cosa offre ai Khmer la Chiesa come vera alternativa?-
DESTOMBES: -Per ora cerchiamo di essere testimoni e dei servitori, specialmente per i poveri. Ma é un sentiero lungo e impervio.-
DOMANDA:- Come puó definire l'attuale situazione cambogiana oggi?-
DESTOMBES:-É arduo rispondere. Tutti stiamo aspettando e nessuno sa cosa accadrá domani: nessuno sembra avere un progetto per costruire una nuova societá.
DOMANDA:-Nella scorsa campagna elettorale tutti i partiti, tranne il Partito del Popolo Cambogiano, hanno puntato sul sentimento antivietnamita del popolo khmer per acquisire voti. Come si comporta la Chiesa Cattolica a questo riguardo? Non dimentichiamo che una grossa percentuale di cattolici in Cambogia sono vietnamiti.-
DESTOMBES:-É veramente un grosso problema per la Chiesa. É per questo che prima affermavo che occorre che anche la Chiesa si riconcili con sé stessa. E non é facile. Noi oggi, a differenza di prima del 1975, usiamo la lingua Khmer per le nostre funzioni. Se usassimo il vietnamita, sarebbero gli stessi cattolici khmer a non accettarlo. Ogni domenica visito la comunitá vietnamita e chiedo loro di continuare a vivere in Cambogia perché i Khmer hanno bisogno dei vietnamiti. Ma anche i vietnamiti debbono imparare a parlare khmer per andare incontro ai loro fratelli.
É un problema di non facile soluzione, dato che affonda le radici nei secoli della Storia.-
© Piergiorgio Pescali
DOMANDA:-Cosa si ricorda degli ultimi giorni prima della sua espulsione con i Khmer Rossi?-
DESTOMBES:-I Khmer Rossi arrivarono a Phnom Penh salutati festosamente dalla popolazione, che vedeva finalmente terminata la guerra. Anche io era felice. Ognuno voleva un cambiamento radicale, un’epurazione del sistema. Inoltre ogni giorno Sihanouk tramite la radio, prometteva alla gente una nuova vita sotto un nuovo regime. Ma il giorno stesso che i Khmer Rossi arrivarono a Phnom Penh, espulsero tutta la popolazione cittadina. Noi, dall'Ambasciata Francese, dove eravamo rifugiati, vedevamo le colonne di gente uscire dalla cittá a piedi. Molte persone sono morte durante l'esodo. Quando i Khmer Rossi ci espulsero, ci fecero salire sui camions e ci portarono a Poipet, alla frontiera thailandese. Da quel giorno non avemmo piú alcuna notizia della Cambogia.-
DOMANDA:-Come vedevate, voi stranieri e lei in particolare, uomo di chiesa, i Khmer Rossi prima del 17 aprile 1975?-
DESTOMBES:-Sapevo delle crudeltá perpetrate dai Khmer Rossi, ma pensavo fosse solo una tattica usata durante la guerra. Pensavo che, essendo essi stessi dei contadini, avrebbero capito le esigenze del Paese, avrebbero cambiato la nazione.-
DOMANDA:-Da cosa pensa derivi questa radicalizzazione della societá e dell'ideale dei Khmer Rossi?-
DESTOMBES:-Da un preciso progetto politico e ideologico di Pol Pot.-
DOMANDA:-Solo di Pol Pot o di tutta la dirigenza?-
DESTOMBES:-Non solo di Pol Pot, naturalmente.-
DOMANDA:-Ma rivoluzionari come Hou Youn, Hu Nim, Khieu Samphan avevano idee diverse...-
DESTOMBES:-E gran parte di loro sono stati eliminati. Pol Pot era l'uomo forte, certo, ma anche altri hanno accettato la sua idea di costruire una nuova societá che troncasse tutte le ereditá culturali, religiose e sociali prerivoluzionarie. Ma é certamente troppo semplice dire che Pol Pot sia stato il solo e unico responsabile, come stanno facendo ora gran parte dei Khmer Rossi.-
DOMANDA:- E non solo i Khmer Rossi... A distanza di 20 anni, cosa pensa la Chiesa sulla Politica di Riconciliazione Nazionale?-
DESTOMBES:-É molto difficile una riconciliazione quando i khmer, gli stessi fratelli, si combattono tra loro. Ora si sta insinuando l'idea di lasciare sedimentare tutto dicendo che il passato é passato e che occorre guardare al futuro. Ma per me non é questa la soluzione: ci si deve riconciliare riconoscendo le proprie colpe. E non solo da parte dei Khmer Rossi, ma anche da parte dei loro avversari. E questo é molto difficile. Non si puó parlare liberamente in Cambogia
riguardo questo problema.-
DOMANDA:- Quindi cosa propone la Chiesa Cattolica cambogiana come soluzione al problema e per ritrovare una nazione piú pacifica e unita?-
DESTOMBES:-La Chiesa in Cambogia é piccolissima e non é assolutamente rappresentativa; non ha parola. Ma sta ugualmente cercando di proporre una riconciliazione all'interno della Chiesa stessa perché dobbiamo essere consapevoli che la guerra é all'interno stesso della Chiesa. Ogni famiglia ha avuto membri tra i Khmer Rossi, tra il partito di Hun Sen, tra quello di Sihanouk. Quindi riconciliazione nelle famiglie, nei villaggi, come prima cosa. La riconciliazione non puó venire dal Cielo o dalle autoritá, ma ogni uomo deve cambiare.-
DOMANDA:-In termini pratici cosa offre ai Khmer la Chiesa come vera alternativa?-
DESTOMBES: -Per ora cerchiamo di essere testimoni e dei servitori, specialmente per i poveri. Ma é un sentiero lungo e impervio.-
DOMANDA:- Come puó definire l'attuale situazione cambogiana oggi?-
DESTOMBES:-É arduo rispondere. Tutti stiamo aspettando e nessuno sa cosa accadrá domani: nessuno sembra avere un progetto per costruire una nuova societá.
DOMANDA:-Nella scorsa campagna elettorale tutti i partiti, tranne il Partito del Popolo Cambogiano, hanno puntato sul sentimento antivietnamita del popolo khmer per acquisire voti. Come si comporta la Chiesa Cattolica a questo riguardo? Non dimentichiamo che una grossa percentuale di cattolici in Cambogia sono vietnamiti.-
DESTOMBES:-É veramente un grosso problema per la Chiesa. É per questo che prima affermavo che occorre che anche la Chiesa si riconcili con sé stessa. E non é facile. Noi oggi, a differenza di prima del 1975, usiamo la lingua Khmer per le nostre funzioni. Se usassimo il vietnamita, sarebbero gli stessi cattolici khmer a non accettarlo. Ogni domenica visito la comunitá vietnamita e chiedo loro di continuare a vivere in Cambogia perché i Khmer hanno bisogno dei vietnamiti. Ma anche i vietnamiti debbono imparare a parlare khmer per andare incontro ai loro fratelli.
É un problema di non facile soluzione, dato che affonda le radici nei secoli della Storia.-
© Piergiorgio Pescali
Cambogia - Intervista a Hun Sen
-Il Popolo cambogiano ha già espresso il suo parere il 26 luglio in modo libero e democratico. Non lo dico io, Hun Sen, ma gli osservatori internazionali neutrali inviati da Stati che hanno più esperienza di noi in fatto di democrazia; lo dicono i giornali, le ONG che lavorano nel Paese. Chi non accetta il verdetto del popolo è un mistificatore e un antidemocratico.-
Il secondo Primo Ministro cambogiano Hun Sen, giunto a Singapore per una visita privata di due giorni, non è affatto tenero con le opposizioni che, da tre mesi e mezzo, continuano a rifiutare il verdetto delle urne adducendo come motivazione i numerosi brogli, intimidazioni, uccisioni che hanno funestato i preparativi delle consultazioni.
Hun Sen, che ha rifiutato ogni contatto con la stampa (“sono qui per riposarmi con la mia famiglia” ha detto), ha accettato, in via del tutto eccezionale, di rilasciare l’unica intervista in esclusiva durante il suo breve soggiorno nella città.
DOMANDA: -Come prevede che evolverà la situazione cambogiana nei prossimi mesi dopo che re Sihanouk ha offerto a Norodom Ranariddh e a Sam Rainsy la personale protezione per continuare i colloqui a tre per formare un governo di coalizione?-
HUN SEN: -Mi sembra che la posizione di Norodom Ranariddh e Sam Rainsy sia chiara: entrambi hanno escluso qualsiasi forma di negoziato.-
DOMANDA: -Non se questo verrebbe condotto in un Paese straniero.-
HUN SEN: -Il futuro della Cambogia deve essere discusso entro i suoi confini. I cambogiani hanno diritto di sapere quel che avviene nel loro Paese. Un accordo stipulato tra cambogiani all’estero sarebbe giustamente inteso come un artefatto, un’imposizione proveniente dall’esterno.-
DOMANDA: -Secondo la Costituzione cambogiana un governo deve avere l’approvazione dei due terzi dei deputati dell’Assemblea Nazionale. Se l’opposizione continuerà a rifiutare la coalizione proposta dal Partito del Popolo Cambogiano, non vi sarà alcun modo per formare il gabinetto. Fin quando pensa perdurerà questa situazione di stallo e di attesa?-
HUN SEN: -Non molto. Penso che l’opposizione debba cedere, non può stare a lungo arroccata sulle sue posizioni d’intransigenza. Tutti in Cambogia riconoscono che prima o poi ci dovrà essere un governo guidato dal PCC. Se non sarà un governo di coalizione non si può escludere un cambiamento della Costituzione per dare finalmente stabilità e credibilità internazionale al Paese.
DOMANDA: -Cosa risponde alle accuse di brogli e intimidazioni lanciate da Sam Rainsy e Norodom Ranariddh al suo partito?-
HUN SEN: -Sono assolutamente infondate e si basano su prove o insostenibili o futili. Davvero pensano che si possano invalidare delle elezioni solo perché in alcuni seggi gli scrutatori nell’aiutare un elettore a mettere la scheda nell’urna l’ha toccata o perché nello spiegare ad un altro come votare si è soffermato più su un simbolo piuttosto che un altro? Avrà certo saputo che persino un ex Congressista americano critico verso il PCC e verso me come Stephen Solanz, ha definito queste consultazioni come “il miracolo del Mekong” per modo libero e democratico con cui si sono svolte.-
DOMANDA: -Quali sono i punti fermi su cui il PCC, in caso di negoziati con l’opposizione, non transigerà e quali sono le concessioni che siete pronti a fare?-
HUN SEN: -In caso di negoziato tutto è negoziabile. Ma come vincitori delle elezioni penso che abbiamo il diritto di avere i Ministeri delle Finanze, Giustizia, Esteri, Difesa e Interni. In cambio offriremo la vicepresidenza a Norodom Ranariddh e a Sam Rainsy.-
DOMANDA: -E riguardo la richiesta avanzata dal Funcinpec di amnistia per cinque ufficiali scampati al colpo di stato da lei perpetrato nel luglio 1997, tra cui i generali Nhiek Bun Chhay e Serial Kosal, oltre alla reintegrazione nell’esercito delle forze di opposizione, cosa mi può dire?-
HUN SEN: -Come prima cosa voglio precisare che quello del luglio 97 non è stato un colpo di stato, ma solo un rimpasto di governo dettato dalla necessità di evitare che la Cambogia cadesse nuovamente nelle mani dei Khmer Rossi. Per quanto riguarda l’amnistia, occorre dire che il generale Bun Chhay sta guidando una minuscola banda di banditi armati che si oppongono al processo di pacificazione del Paese. Se accetta di deporre le armi e arrendersi, lui e i suoi seguaci forse potranno essere reintegrati nell’apparato statale. In caso contrario si dovrà rassegnare a morire nella foresta odiato da tutti i cambogiani.-
DOMANDA: -Che ruolo avrà Sihanouk nel processo di negoziazione?-
HUN SEN: -Un ruolo senz’altro importante, ma dovrà stare ai margini delle trattative senza interferire in alcun modo con le parti in causa.-
DOMANDA: -Tra lei e Sihanouk non è mai corso buon sangue. In un suo recente comunicato, il re ha detto che uno scontro tra voi due porterebbe conseguenze catastrofiche per la Cambogia. Cosa intendeva dire?-
HUN SEN: -Lo chieda a lui. Per quanto mi riguarda, non ho alcuna difficoltà a confrontarmi con Samdech Sihanouk. Le porte della mia residenza o del mio ufficio sono sempre aperte per lui. Non se se siano ugualmente aperte le sue.-
© Piergiorgio Pescali
Il secondo Primo Ministro cambogiano Hun Sen, giunto a Singapore per una visita privata di due giorni, non è affatto tenero con le opposizioni che, da tre mesi e mezzo, continuano a rifiutare il verdetto delle urne adducendo come motivazione i numerosi brogli, intimidazioni, uccisioni che hanno funestato i preparativi delle consultazioni.
Hun Sen, che ha rifiutato ogni contatto con la stampa (“sono qui per riposarmi con la mia famiglia” ha detto), ha accettato, in via del tutto eccezionale, di rilasciare l’unica intervista in esclusiva durante il suo breve soggiorno nella città.
DOMANDA: -Come prevede che evolverà la situazione cambogiana nei prossimi mesi dopo che re Sihanouk ha offerto a Norodom Ranariddh e a Sam Rainsy la personale protezione per continuare i colloqui a tre per formare un governo di coalizione?-
HUN SEN: -Mi sembra che la posizione di Norodom Ranariddh e Sam Rainsy sia chiara: entrambi hanno escluso qualsiasi forma di negoziato.-
DOMANDA: -Non se questo verrebbe condotto in un Paese straniero.-
HUN SEN: -Il futuro della Cambogia deve essere discusso entro i suoi confini. I cambogiani hanno diritto di sapere quel che avviene nel loro Paese. Un accordo stipulato tra cambogiani all’estero sarebbe giustamente inteso come un artefatto, un’imposizione proveniente dall’esterno.-
DOMANDA: -Secondo la Costituzione cambogiana un governo deve avere l’approvazione dei due terzi dei deputati dell’Assemblea Nazionale. Se l’opposizione continuerà a rifiutare la coalizione proposta dal Partito del Popolo Cambogiano, non vi sarà alcun modo per formare il gabinetto. Fin quando pensa perdurerà questa situazione di stallo e di attesa?-
HUN SEN: -Non molto. Penso che l’opposizione debba cedere, non può stare a lungo arroccata sulle sue posizioni d’intransigenza. Tutti in Cambogia riconoscono che prima o poi ci dovrà essere un governo guidato dal PCC. Se non sarà un governo di coalizione non si può escludere un cambiamento della Costituzione per dare finalmente stabilità e credibilità internazionale al Paese.
DOMANDA: -Cosa risponde alle accuse di brogli e intimidazioni lanciate da Sam Rainsy e Norodom Ranariddh al suo partito?-
HUN SEN: -Sono assolutamente infondate e si basano su prove o insostenibili o futili. Davvero pensano che si possano invalidare delle elezioni solo perché in alcuni seggi gli scrutatori nell’aiutare un elettore a mettere la scheda nell’urna l’ha toccata o perché nello spiegare ad un altro come votare si è soffermato più su un simbolo piuttosto che un altro? Avrà certo saputo che persino un ex Congressista americano critico verso il PCC e verso me come Stephen Solanz, ha definito queste consultazioni come “il miracolo del Mekong” per modo libero e democratico con cui si sono svolte.-
DOMANDA: -Quali sono i punti fermi su cui il PCC, in caso di negoziati con l’opposizione, non transigerà e quali sono le concessioni che siete pronti a fare?-
HUN SEN: -In caso di negoziato tutto è negoziabile. Ma come vincitori delle elezioni penso che abbiamo il diritto di avere i Ministeri delle Finanze, Giustizia, Esteri, Difesa e Interni. In cambio offriremo la vicepresidenza a Norodom Ranariddh e a Sam Rainsy.-
DOMANDA: -E riguardo la richiesta avanzata dal Funcinpec di amnistia per cinque ufficiali scampati al colpo di stato da lei perpetrato nel luglio 1997, tra cui i generali Nhiek Bun Chhay e Serial Kosal, oltre alla reintegrazione nell’esercito delle forze di opposizione, cosa mi può dire?-
HUN SEN: -Come prima cosa voglio precisare che quello del luglio 97 non è stato un colpo di stato, ma solo un rimpasto di governo dettato dalla necessità di evitare che la Cambogia cadesse nuovamente nelle mani dei Khmer Rossi. Per quanto riguarda l’amnistia, occorre dire che il generale Bun Chhay sta guidando una minuscola banda di banditi armati che si oppongono al processo di pacificazione del Paese. Se accetta di deporre le armi e arrendersi, lui e i suoi seguaci forse potranno essere reintegrati nell’apparato statale. In caso contrario si dovrà rassegnare a morire nella foresta odiato da tutti i cambogiani.-
DOMANDA: -Che ruolo avrà Sihanouk nel processo di negoziazione?-
HUN SEN: -Un ruolo senz’altro importante, ma dovrà stare ai margini delle trattative senza interferire in alcun modo con le parti in causa.-
DOMANDA: -Tra lei e Sihanouk non è mai corso buon sangue. In un suo recente comunicato, il re ha detto che uno scontro tra voi due porterebbe conseguenze catastrofiche per la Cambogia. Cosa intendeva dire?-
HUN SEN: -Lo chieda a lui. Per quanto mi riguarda, non ho alcuna difficoltà a confrontarmi con Samdech Sihanouk. Le porte della mia residenza o del mio ufficio sono sempre aperte per lui. Non se se siano ugualmente aperte le sue.-
© Piergiorgio Pescali
Cambogia - L'ospedale di Emergency
Battambang è una sonnolenta e graziosa cittadina in stile coloniale adagiata tra risaie ed attraversata dal fiume Sangker in cui ogni giorno, al mattino ed al tramonto, i bambini si divertono a nuotare schiamazzando e inseguendo le piccole imbarcazioni dei commercianti vietnamiti che dal Tonle Sap giungono fin qui a rivendere il pesce.
Ma accanto a questo spaccato di tradizionale vita asiatica, assai apprezzato dai rarissimi turisti, se ne contrappone un altro meno rassicurante. La città si trova infatti al centro di una delle regioni più devastate dalla guerra civile che per quasi vent’anni ha visto contrapporre tra loro l’Esercito Reale Cambogiano di Hun Sen e i Khmer Rossi di Ieng Sary, arroccati a Pailin, un villaggio al confine con la Thailandia nei cui dintorni vi sono ricchi giacimenti di rubini e zaffiri. L’accordo siglato tra i due leaders nell’agosto 1996, ha sancito, almeno formalmente, la fine del conflitto, ma non ha impedito che gli strascichi della lunga guerra mietano ancora oggi numerose vittime a causa delle mine disseminate dall’una e dall’altra fazione per tutta la provincia. Dal cassone del pick-up che in poco più di due ore mi porta a Pailin, osservo i villaggi che si allineano lungo la strada, attorniati da campi che per chilometri e chilometri il CMAG (Cambodian Mines Advisory Group), il corpo speciale dell’esercito cambogiano preposto allo sminamento, ha recintato con nastri rossi per avvertire la popolazione della presenza dei minuscoli, ma pericolosi ordigni.
-Non è delle grandi cose di cui bisogna aver paura, ma delle piccole.- mi diceva un fotografo del National Geographic che avevo conosciuto l’anno scorso in Laos. Questa frase mi torna in mente ora che vedo bambini, uomini e donne menomati per sempre a causa delle mine. E ogni giorno, proprio qui, nella provincia di Battambang, qualche carica seminata nella fertile terra che per natura dovrebbe offrire cibo alla popolazione, miete altre vittime.
Al fine di aiutare queste persone, che la guerra la subiscono letteralmente sulla propria pelle, Emergency, l’organizzazione non governativa italiana fondata da Gino Strada, ha recentemente aperto un ospedale a Battambang nel quale lavorano centoventicinque cambogiani e dieci volontari europei guidati da uno dei chirurghi di guerra più famosi al mondo: il belga Gustavs Questiaux.
Il centro, dedicato ad Ilaria Alpi e inaugurato il 25 luglio, vigilia delle elezioni che si sperava potessero ridare al Paese la democrazia e la stabilità tanto cercata, ha riscontrato subito la fiducia dei locali, abituati a farsi curare e operare negli ospedali della città, dove non esiste igiene e personale specializzato.
-In tutta la nazione vi sono solo trentadue infermiere diplomate e a Battambang la chirurgia è affidata ad equipe mediche inesperte che, spesso, peggiorano la situazione degli assistiti.- lamenta Gino Strada, portando ad esempio un giovane a cui si è dovuto tagliare totalmente una gamba, curata in uno di questi ospedali, perché incancrenitasi.
In condizioni di tale emergenza i medici dell’NGO han deciso di dedicare parte del loro tempo all’insegnamento di tecniche chirurgiche ai colleghi cambogiani, in modo che questi siano pronti, nel giro di tre anni, a gestire da soli l’intero progetto.
Ma accanto alla pratica, per Emergency è altrettanto importante l’approccio con cui il personale si propone al paziente. In un Paese come la Cambogia, dove la società è oramai priva di fulcri ideologici e di valori, l’uomo viene valutato a seconda del prestigio che occupa nella complessa gerarchia sociale. La filosofia proposta da Emergency vuole invece far prevalere il paziente visto esclusivamente come essere umano -a prescindere dall’importanza che gli viene tributata nella società- con tutti i diritti di rispetto, di cura e di assistenza ad esso dovuti. Un bel salto di qualità, che costringerà i dipendenti ad un drastico cambio di mentalità.
-E’ questa la vera sfida a cui Emergency è chiamata a rispondere.- concorda Gino Strada. E’ anche questa riscoperta etica della medicina che ha richiamato volontari come Donaldo Ciresi, che dopo anni di lavoro in un famoso ospedale di Milano ha deciso di imbarcarsi nel volontariato:
-Ero stanco di vedere medici lavorare solo per guadagnare il più possibile. Ho studiato medicina per cercare di salvare vite, non per spremere portafogli. Qui, finalmente ho ritrovato l’etica imposta da Ippocrate e sul cui testamento ho giurato.- mi confida entusiasta.
Ma vi è un altra grossa scommessa da vincere: visitando la nazione non può sfuggire di notare l’alta percentuale di vittime a cui è stato dovuto amputare la gamba sino all’altezza dell’anca.
-E’ a causa della quantità di tritolo contenuto nelle mine, che in Cambogia supera spesso la soglia dei trenta grammi, ritenuta il limite oltre la quale il danno provocato dalle schegge è tale da costringere l’amputazione totale dell’arto o degli arti.- spiega Roberto Bottura. Questo significa che la preparazione dei chirurghi dovrà essere di qualità più elevata rispetto ad altri Paesi che soffrono del medesimo problema. Chiedo a Gino se, oltre alla riabilitazione fisica garantita dal centro, ne sia contemplata anche una psicologia per reinserire le vittime nella loro comunità.
-In questo Paese, dove in media una persona su duecentocinquanta ha subito il trauma dell’esplosione da mine, l’handicap fisico non è un tabù che esclude chi lo subisce. Non vi è quindi una necessità estrema di seguire il paziente nel campo psicologico.- mi risponde, peccando forse di ottimismo. Non sarà un tabù, ma di certo la presenza di persone menomate ripropone in modo costante ed evidente il problema delle mine che, a differenza degli scontri a fuoco tra eserciti, continua a ripercuotersi sulla società anche a distanza di decadi dopo la fine della guerra. Ed in questo campo sono di poco conforto le statistiche raccolte all’ufficio UNICEF di Phnom Penh, le quali notano una diminuzione delle persone che ogni anno incappano malauguratamente un una mina. Tutto questo, secondo l’organizzazione dell’ONU, grazie alla mappatura dei terreni effettuata dal CMAG.
Ma mentre il pick-up che si dirige verso Pailin sobbalza nelle pozzanghere della strada, osservo la popolazione dei villaggi che coltiva anche le risaie recintate dal fatidico nastro rosso, col rischio di far saltare qualche decagrammo di tritolo. Lo sminamento, che dovrebbe far seguito alla delimitazione dei terreni, al ritmo attuale durerà decenni ed i contadini, già provati dalla guerra, non possono permettersi il lusso di abbandonare le risaie e lasciare l’intera famiglia con lo spettro della fame.
Così rischiano. Quotidianamente.
© Piergiorgio Pescali
Ma accanto a questo spaccato di tradizionale vita asiatica, assai apprezzato dai rarissimi turisti, se ne contrappone un altro meno rassicurante. La città si trova infatti al centro di una delle regioni più devastate dalla guerra civile che per quasi vent’anni ha visto contrapporre tra loro l’Esercito Reale Cambogiano di Hun Sen e i Khmer Rossi di Ieng Sary, arroccati a Pailin, un villaggio al confine con la Thailandia nei cui dintorni vi sono ricchi giacimenti di rubini e zaffiri. L’accordo siglato tra i due leaders nell’agosto 1996, ha sancito, almeno formalmente, la fine del conflitto, ma non ha impedito che gli strascichi della lunga guerra mietano ancora oggi numerose vittime a causa delle mine disseminate dall’una e dall’altra fazione per tutta la provincia. Dal cassone del pick-up che in poco più di due ore mi porta a Pailin, osservo i villaggi che si allineano lungo la strada, attorniati da campi che per chilometri e chilometri il CMAG (Cambodian Mines Advisory Group), il corpo speciale dell’esercito cambogiano preposto allo sminamento, ha recintato con nastri rossi per avvertire la popolazione della presenza dei minuscoli, ma pericolosi ordigni.
-Non è delle grandi cose di cui bisogna aver paura, ma delle piccole.- mi diceva un fotografo del National Geographic che avevo conosciuto l’anno scorso in Laos. Questa frase mi torna in mente ora che vedo bambini, uomini e donne menomati per sempre a causa delle mine. E ogni giorno, proprio qui, nella provincia di Battambang, qualche carica seminata nella fertile terra che per natura dovrebbe offrire cibo alla popolazione, miete altre vittime.
Al fine di aiutare queste persone, che la guerra la subiscono letteralmente sulla propria pelle, Emergency, l’organizzazione non governativa italiana fondata da Gino Strada, ha recentemente aperto un ospedale a Battambang nel quale lavorano centoventicinque cambogiani e dieci volontari europei guidati da uno dei chirurghi di guerra più famosi al mondo: il belga Gustavs Questiaux.
Il centro, dedicato ad Ilaria Alpi e inaugurato il 25 luglio, vigilia delle elezioni che si sperava potessero ridare al Paese la democrazia e la stabilità tanto cercata, ha riscontrato subito la fiducia dei locali, abituati a farsi curare e operare negli ospedali della città, dove non esiste igiene e personale specializzato.
-In tutta la nazione vi sono solo trentadue infermiere diplomate e a Battambang la chirurgia è affidata ad equipe mediche inesperte che, spesso, peggiorano la situazione degli assistiti.- lamenta Gino Strada, portando ad esempio un giovane a cui si è dovuto tagliare totalmente una gamba, curata in uno di questi ospedali, perché incancrenitasi.
In condizioni di tale emergenza i medici dell’NGO han deciso di dedicare parte del loro tempo all’insegnamento di tecniche chirurgiche ai colleghi cambogiani, in modo che questi siano pronti, nel giro di tre anni, a gestire da soli l’intero progetto.
Ma accanto alla pratica, per Emergency è altrettanto importante l’approccio con cui il personale si propone al paziente. In un Paese come la Cambogia, dove la società è oramai priva di fulcri ideologici e di valori, l’uomo viene valutato a seconda del prestigio che occupa nella complessa gerarchia sociale. La filosofia proposta da Emergency vuole invece far prevalere il paziente visto esclusivamente come essere umano -a prescindere dall’importanza che gli viene tributata nella società- con tutti i diritti di rispetto, di cura e di assistenza ad esso dovuti. Un bel salto di qualità, che costringerà i dipendenti ad un drastico cambio di mentalità.
-E’ questa la vera sfida a cui Emergency è chiamata a rispondere.- concorda Gino Strada. E’ anche questa riscoperta etica della medicina che ha richiamato volontari come Donaldo Ciresi, che dopo anni di lavoro in un famoso ospedale di Milano ha deciso di imbarcarsi nel volontariato:
-Ero stanco di vedere medici lavorare solo per guadagnare il più possibile. Ho studiato medicina per cercare di salvare vite, non per spremere portafogli. Qui, finalmente ho ritrovato l’etica imposta da Ippocrate e sul cui testamento ho giurato.- mi confida entusiasta.
Ma vi è un altra grossa scommessa da vincere: visitando la nazione non può sfuggire di notare l’alta percentuale di vittime a cui è stato dovuto amputare la gamba sino all’altezza dell’anca.
-E’ a causa della quantità di tritolo contenuto nelle mine, che in Cambogia supera spesso la soglia dei trenta grammi, ritenuta il limite oltre la quale il danno provocato dalle schegge è tale da costringere l’amputazione totale dell’arto o degli arti.- spiega Roberto Bottura. Questo significa che la preparazione dei chirurghi dovrà essere di qualità più elevata rispetto ad altri Paesi che soffrono del medesimo problema. Chiedo a Gino se, oltre alla riabilitazione fisica garantita dal centro, ne sia contemplata anche una psicologia per reinserire le vittime nella loro comunità.
-In questo Paese, dove in media una persona su duecentocinquanta ha subito il trauma dell’esplosione da mine, l’handicap fisico non è un tabù che esclude chi lo subisce. Non vi è quindi una necessità estrema di seguire il paziente nel campo psicologico.- mi risponde, peccando forse di ottimismo. Non sarà un tabù, ma di certo la presenza di persone menomate ripropone in modo costante ed evidente il problema delle mine che, a differenza degli scontri a fuoco tra eserciti, continua a ripercuotersi sulla società anche a distanza di decadi dopo la fine della guerra. Ed in questo campo sono di poco conforto le statistiche raccolte all’ufficio UNICEF di Phnom Penh, le quali notano una diminuzione delle persone che ogni anno incappano malauguratamente un una mina. Tutto questo, secondo l’organizzazione dell’ONU, grazie alla mappatura dei terreni effettuata dal CMAG.
Ma mentre il pick-up che si dirige verso Pailin sobbalza nelle pozzanghere della strada, osservo la popolazione dei villaggi che coltiva anche le risaie recintate dal fatidico nastro rosso, col rischio di far saltare qualche decagrammo di tritolo. Lo sminamento, che dovrebbe far seguito alla delimitazione dei terreni, al ritmo attuale durerà decenni ed i contadini, già provati dalla guerra, non possono permettersi il lusso di abbandonare le risaie e lasciare l’intera famiglia con lo spettro della fame.
Così rischiano. Quotidianamente.
© Piergiorgio Pescali
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