Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

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Visualizzazione post con etichetta Cambogia - Khmer Rossi. Mostra tutti i post
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March 14, 1883: Karl Marx Died - 14 marzo 1883: muore Karl Marx (english and Italian version)

On March 14, 1883 died Karl Marx, author, among others, of the Communist Manifesto and The Capital, and foster father of the world communist movement.
His most famous work next to the capital, was The Communist Manifesto. Written in January 1848 in Brussels, it cost to Marx the expulsion from Belgium. It is not a coincidence that the Manifesto was written in 1848, the year of social and political upheaval in Europe. The monarchies of Europe, from France to Austria had to face popular, nationalist and republican uprisings. In England the Chartists, considered by Engels the first organized workers movement, marched to Central London. They were stopped in Kennington Common by the troops of the Duke of Wellington.
As often happen for progressive thinkers, Marx's works have been appreciated more after his death than during his life. The workers' revolution theorized by Marx never took place (in marxist terms): they were quite a few enlightened leaders, mostly intellectuals, to complete the marxist design with a few faithful in their wake, imposing a marxist-closer vision to their policy.


Karl Marx - photo John Jabez Edwin Mayall - International Institute of Social History in Amsterdam, Netherlands



Manystates that have been or are considered socialists (North Korea, China, Democratic Kampuchea), have little marxist theories in them. Perhaps the marxist concept that ties these "dictatorships of the proletariat" is the strong sense of discipline, not in the sense to control the company, as an essential condition for social classes to be transformed into productive masses.
Paradoxically, marxist thought is more relevant today than in the nineteenth century: the anti-nationalism of proletarian internationalism, uniting the working class, not through national identities, but by needs and desires, it has been made complete by the globalization, despite the clear defeat of proletarian movement. Just as Marx theorized, capital is also revealed in its progressive function (Marx took the British colonization in India as example) as a destructive action (in this case, the Asian values) and regenerating (new enlightened values ​​of Western society).

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14 MARZO 1883: MUORE KARL MARX
Il 14 marzo 1883 moriva Karl Marx, autore, tra gli altri, del Manifesto del Partito Comunista e de Il Capitale, e padre putativo del movimento comunista mondiale.
La sua opera più famosa accanto a Il Capitale, fu, come già scritto, Il Manifesto del Partito Comunista. Scritto nel gennaio 1848 a Bruxelles, costò a Marx l’espulsione dal Belgio. Non è certo un caso che Il Manifesto venne scritto nel 1848, anno di sconvolgimenti sociali e politici in Europa (ricordate il detto: “è successo un quarantotto”?). Le monarchie di tutta Europa, dalla Francia all’Austria dovettero affrontare insurrezioni popolari, nazionaliste e repubblicane. In Inghilterra i Cartisti, considerato da Engels il primo movimento operario organizzato, marciarono in massa verso il centro di Londra. Vennero fermati a Kennington Common dalle truppe del Duca di Wellington.
Come spesso accade per i pensatori troppo progressisti, le opere di Marx sono state apprezzate più dopo la morte che durante la sua vita. La rivoluzione operaia teorizzata da Marx non ebbe mai luogo (almeno nei termini marxisti): furono piuttosto pochi leader illuminati, per lo più intellettuali, a portare a termine il disegno marxista con pochi fedeli al loro seguito, imponendo una visione marxisteggiante alla loro politica.


Marx, Engels e Lenin in un manifesto sovietico
Molti stati che sono stati o sono considerati socialisti (Corea del Nord, Cina Popolare, Kampuchea Democratica), hanno ben poche teorie marxiste nel loro interno. Forse il concetto più marxista che accomuna queste “dittature del proletariato” è il forte senso della disciplina, non tanto per controllare la società, quanto condizione essenziale affinché le classi sociali vengano trasformate in masse produttive.
Paradossalmente, il pensiero marxista è molto più attuale oggi che nel XIX secolo: l’antinazionalismo dell’internazionalismo proletario, che unisce la classe lavoratrice non attraverso identità nazionali, bensì attraverso bisogni e desideri, si è realizzato con la globalizzazione nonostante la chiara sconfitta del movimento proletario. Proprio come teorizzava Marx, il capitale si è rivelato anche nella sua funzione progressiva (Marx portava ad esempio la colonizzazione britannica in India) in quanto azione distruttrice (nella fattispecie, dei valori asiatici) e rigeneratrice (di nuovi valori illuminati della società occidentale).

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Kampuchea Democratica: l'intervista a Pol Pot nel 1997

Questa è l’intervista fatta a Pol Pot nel dicembre 1997, quattro mesi prima che morisse. Ero già stato diverse volte nelle zone occupate dai Khmer Rossi e ad Anlong Veng, loro quartier generale; avevo avuto modo di conoscere Khieu Samphan e altri dirigenti del movimento, ma Pol Pot continuava a rimanere inavvicinabile. Poi, alla metà del 1997, successe qualcosa di decisivo. Nel maggio 1998 erano previste nuove elezioni generali in Cambogia ed i Khmer Rossi, oramai isolati politicamente e finanziariamente, sentivano la necessità di rientrare nella politica nazionale. La fazione ideologicamente più pura e dura, quella guidata da Pol Pot, era, però, contraria proponendo la continuazione della lotta armata per raggiungere il potere senza compromessi.

Pol Pot

Dalla parte opposta stava la fazione più pragmatica, guidata da Son Sen e Ta Mok, che aveva già avuto contatti con esponenti del Funcipec, il partito di Ranariddh, figlio di Sihanouk, che dal 1993 divideva il posto di primo Ministro con il suo rivale, Hun Sen, presidente del Partito del Popolo Cambogiano.
I contrasti tra le due linee di pensiero si fecero inconciliabili e i Khmer Rossi vicini a Pol Pot cercarono di prendere il sopravvento eliminando la figura avversaria più rappresentativa: Son Sen, ucciso assieme a tutta la sua famiglia.
Fu Ta Mok, però, ad essere avvantaggiato degli eventi: era lui che controllava l'esercito Khmer Rosso e fu lui che, con una sorta di colpo di stato interno, destituì Fratello Numero Uno dal potere.
In pochi giorni tutto quanto ad Anlong Veng venne rivoluzionato: Pol Pot venne posto agli arresti domiciliari e, in un ultimo disperato tentativo di sopravvivenza, Ta Mok aprì le porte del quartier generale ad alcuni giornalisti che per anni avevano seguito più da vicino il movimento dei Khmer Rossi. Il primo fu il corrispondente della Far Eastern Economic Review, Nate Thayer. Poche settimane dopo fu il mio turno, secondo giornalista occidentale ad avvicinare l'ex leader di Kampuchea Democratica dal 1979.

-Come preferisce essere chiamato, col suo nome di nascita, Saloth Sar, o col suo nome di battaglia, Pol Pot?-
-Dato che ho speso gli ultimi 45 anni della mia vita a combattere per il mio Paese e per il popolo, preferisco essere chiamato con il nome di battaglia, Pol Pot.-

-Questo significa che ha dimenticato la sua famiglia?-
-Affatto! Durante tutti questi anni ho sempre pensato alla mia famiglia.-

-Però da quando si è dato alla lotta armata, non ha mai voluto incontrare alcuno dei suoi parenti. Anzi, alcuni di loro, tra cui anche suoi fratelli e sorelle, sono morti proprio per le dure condizioni di lavoro a cui erano stati sottoposti.-
-Ci sono due condizioni storiche e politiche da tener conto: la prima è che subito dopo la liberazione del Paese, si era nel caos più completo. Dovevamo procurare il cibo per cinque milioni di cambogiani e due di questi erano ammassati a Phnom Penh. L’immediato trasferimento nelle campagne perché anche loro potessero lavorare nelle risaie, era una condizione necessaria per la sopravvivenza di tutti. Inoltre c’era sempre il pericolo di bombardamenti da parte americana. In secondo luogo, cosa avrebbe detto il popolo se avessi ordinato che i miei parenti ricevessero un trattamento di riguardo? Avrebbe pensato che erano cambiati gli uomini al potere, ma il modo di gestirlo era rimasto identico.-

-Analizzando il periodo di potere Khmer Rosso a ventidue anni di distanza, ammette finalmente di aver commesso degli errori?-
-Abbiamo commesso degli errori, dovuti soprattutto all’inesperienza. Del resto, chi non ne ha compiuti? Abbiamo costruito e idealizzato la nostra politica continuando a pensare ed operare secondo l’esperienza della lotta rivoluzionaria, senza passare alla fase post-rivoluzionaria, che ci avrebbe permesso di accelerare lo sviluppo della Cambogia. Ma considerando tutto, penso che il nostro governo sia stato positivo per il popolo. Penso che rispetto alla Cambogia di oggi, Kampuchea Democratica era molto più libera, democratica, indipendente e progredita.-

-Quindi non rigetta nulla di ciò che ha fatto.-
-No, tutto quello che ho fatto è stato per il bene della Kampuchea e del popolo khmer. Ripeto che abbiamo commesso degli errori, ma la maggior parte della dirigenza dei Khmer Rossi era in buona fede e gli errori sono stati commessi da chi aveva travisato le nostre parole o da chi voleva trarre beneficio personale dalla rivoluzione. Quelli non erano Khmer Rossi, ma traditori.-

-Però quei traditori, come li chiama lei, hanno commesso crimini contro il loro stesso popolo. E voi, dirigenti, avete permesso che questi crimini si compissero.-
-Non potevamo controllare uomo per uomo tutti i capi. Abbiamo dato delle direttive, alcuni hanno travisato quelle direttive commettendo degli errori.-

-Alcuni dei capi Khmer Rossi sono stati eliminati alla S-21. La S-21 era la macchina di eliminazione dei Khmer Rossi considerati traditori da altri Khmer Rossi. La maggior parte dei circa 20.000 prigionieri condotti alla S-21 e poi giustiziati, erano comunisti e rivoluzionari. Autentici. Perché li avete eliminati?-
-I traditori rischiavano di far deragliare la rivoluzione. Non so se siano stati, come dice lei, giustiziati. Non ne ho mai avuto notizia, così come non ho mai avuto notizia della S-21-

-La maggior parte dei suoi ex compagni, da Ieng Sary a Khieu Samphan, ha dichiarato di essere pentita per ciò che è stata Kampuchea Democratica.-
-Posso solo dire che la storia non può essere cancellata negando le scelte e le azioni compiute.-

-Lei però continua a negare la responsabilità della morte di centinaia di migliaia di cambogiani; continua a negare la stessa esistenza della S-21, dei “killing fields”...-
-Come ho detto prima non nego nulla di ciò di cui mi ritengo responsabile. Non nego che durante il periodo in cui siamo stati al governo abbia, anche personalmente, commesso degli errori, ma le cifre che ha appena citato sono decisamente esagerate. Della S-21 non ne ho mai avuto notizia, penso che sia stata una messa in scena della propaganda vietnamita per giustificare la loro invasione di Kampuchea Democratica, così come i fantomatici “killing fields”, una invenzione cinematografica di grande effetto.-

-Mi permetta però di ricordarle che gli stessi suoi ex compagni di governo oggi ammettono che tra il 17 aprile 1975 ed il 7 gennaio 1979 in Cambogia si era instaurato un clima di terrore di cui lei, in qualità di primo ministro e segretario di partito, è stato il solo responsabile. E i killing fields non sono un'invenzione cinematografica, ma una realtà visibile a chiunque e testimoniata da centinaia di migliaia di persone.-
-I miei compagni occupavano anche loro, assieme a me, posti di alta responsabilità. È comprensibile che dopo il cambiamento di rotta politica avvenuto all’interno del movimento, tentino di riproporsi in una nuova prospettiva. Ma vorrei evitare di continuare a parlare di questi argomenti. Io, lo ripeto, non ha mai sentito parlare di una S-21 né di uccisioni di massa, altrimenti sarei intervenuto di persona.-

-Quindi se lei potesse tornare al potere attuerebbe la stessa politica che aveva intrapreso durante il periodo tra il 1975 e il 1978?-
-Penso che la nostra linea era giusta allora e lo sarebbe anche oggi. Solo amplierei il controllo sui dirigenti affinché non si possa, in futuro, parlare di uccisioni e di ingiustizie. Ma anche noi nel 1978 stavamo gradualmente introducendo delle importanti riforme in Kampuchea Democratica.-

-Quali?-
-La reintroduzione del denaro, la possibilità di gestire mercati privati, l’apertura delle frontiere, il ritorno dei monaci nelle loro pagode. Ma il Viet Nam non voleva tutto questo, ed ha quindi deciso di invadere il nostro paese.-

-Come giustifica la sua avversione per il Viet Nam?-
-Non è una mia avversione, ma quella di tutto il popolo Khmer. Il Viet Nam si è annesso nei secoli precedenti la regione del Delta del Mekong, che apparteneva culturalmente, storicamente e etnicamente ai Khmer. Nel 1975 si preparava ad annettere il resto della Cambogia. Abbiamo le prove di questo. Non avevano però previsto la nostra vittoria, almeno non prima della loro, e si sono così trovati nell’impossibilità di compiere i loro piani di conquista.-

-Dice di avere le prove del piano di annessione della Cambogia al Viet Nam. Quali sarebbero?-
-Discorsi all’interno del Partito dei Lavoratori del Viet Nam, lettere, preparativi militari, attacchi e provocazioni alle frontiere, spostamenti massicci di popolazioni verso il confine cambogiano per occupare le terre che appartengono ai khmer e soprattutto infiltrazioni di elementi vietnamiti nel nostro Partito.-

-Le purghe effettuate durante il suo governo sono quindi da addebitarsi alla politica di purificazione dall’elemento vietnamita all’interno dell’amministrazione di Kampuchea Democratica al fine di assicurare l’integrità stessa della nazione?-
-Certamente. E la conferma è che oggi a Phnom Penh c’è una marionetta infiltrata dai vietnamiti nel nostro partito (Hun Sen, nda).-

-C’è oggi un paese che indicherebbe come esempio di modello sociale?-
-Ogni Paese ha una storia e una situazione politica, sociale, culturale propria. Ultimamente non ho viaggiato molto, (ride, nda) quindi non ho diretta esperienza di sistemi sociali in atto...-

-Che cosa era l'Angkar, l'Ufficio 870, il Partito Comunista di Kampuchea?-
-Erano tutte esperienze mutuate dalla storia, dall'idea e dalla pratica. L'Angkar era la nuova Kampuchea, il nuovo sistema che avrebbe portato il popolo khmer a rappresentare un nuovo modo di sviluppo e di società. L'Ufficio 870 eravamo noi, io, Nuon Chea, Khieu Samphan...

-Ma perché utilizzare nomi sconosciuti alla popolazione, come l'Angkar, o in codice, come “870”? Perché tenere segreto l'esistenza di un Partito Comunista in una nazione che comunista, in un certo senso, lo era?
-Eravamo circondati da nemici. Il segreto era tutto e la nostra sopravvivenza era legata al mantenimento di questi segreti. Noi eravamo comunisti, ma non nel senso che voi occidentali date a questo termine. Ho trovato nell’idea marxista degli spunti per condurre la lotta politica in Cambogia. Ma li ho trovati anche leggendo Rousseau, Gandhi, Voltaire.-

-Come si spiega che è più odiato all’estero che in Cambogia?.-
-Perché i cambogiani mi conoscono meglio che all’estero.-


-Come vorrebbe essere ricordato dai suoi connazionali?-

-Come un uomo giusto e onesto. Come un uomo che ha lottato sino all’ultimo per difendere la Cambogia dalla distruzione ad opera dei vietnamiti.-

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Kampuchea Democratica: intervista a Khieu Samphan ( Marzo 1999)

Magro, capelli bianchi, passo incespicante; Khieu Samphan è invecchiato parecchio dall’ultima volta che lo vidi, poco più di un anno fa. Allora sedeva accanto a Ta Mok in quello che sembrava un sodalizio difficile da accettare per entrambi. Ta Mok inveiva apertamente contro Pol Pot, allora prigioniero; Khieu, invece, cercava di lanciare messaggi in difesa dell’ex leader, a cui è rimasto sempre legato, avendo cura, al tempo stesso, di non suscitare l’ira del comandante Khmer Rosso.
E’ invecchiato, Khieu Samphan, certo, ma incontrandolo oggi, qui a Pailin, ritrovo nei suoi occhi la stessa vivacità e il medesimo sguardo che hanno tanto contribuito a renderlo una persona carismatica agli occhi di molti suoi seguaci e non.
-Khieu Samphan è l’unico leader Khmer Rosso in grado di suscitare l’entusiasmo e la fiducia anche tra coloro che odiano i Khmer Rossi.- mi aveva detto un giorno un generale dell’Esercito Reale Cambogiano.
Da buon orientale ora mi sorride quando ci incontriamo nella piccola saletta messaci a disposizione del comune di Pailin per rilasciare la prima intervista dopo la sua resa in dicembre. Unendo le mani in segno di saluto e chinando un poco la testa, ricorda il nostro ultimo incontro. Nel suo portafogli tiene ancora una foto, che un fotografo improvvisato ci aveva scattato ed una copia dell’articolo che gli avevo fatto pervenire dall’Italia.
-Le circostanze, ora, sono assai diverse.- replico.
-Già da allora sentivo che la nostra lotta era giunta al termine. Era oramai inutile continuare ad illuderci e ad illudere le persone attorno a noi.- risponde.
DOMANDA: -Quindi nessun rimorso?-
Khieu Samphan: - Assolutamente! Abbiamo lottato con le armi quando dovevamo difendere la nostra patria e il nostro popolo. Ora lotteremo politicamente perché il processo democratico, iniziato con le elezioni dello scorso luglio, non venga interrotto.-

DOMANDA: -E Hun Sen? Per anni avete continuato a dipingerlo come delfino del Vietnam. Assolto anche lui?-
Khieu Samphan: - No! Ma, ripeto, non esistevano le condizioni per condurre una lotta armata a livello nazionale. Il popolo vuole la pace. E noi gliela abbiamo data. Con questo non significa che siamo passati dalla parte di Hun Sen. Solo, lo combattiamo con altri metodi.-

DOMANDA: -Hun Sen ha detto che chiedere scusa al popolo cambogiano per ciò che i Khmer Rossi hanno compiuto durante Kampuchea Democratica, non basta ed ha ipotizzato la formazione di un tribunale nazionale che processi lei e Nuon Chea.-
Khieu Samphan: -Ma Hun Sen dove era durante gli anni di Kampuchea Democratica? Se non ricordo male era anche lui un Khmer Rosso, un alto dirigente. Almeno per la maggior parte del periodo in questione. Ma a parte questo, rivangare il passato non serve. Dobbiamo contribuire tutti per ricostruire un Paese distrutto da trent’anni di guerra e questo non si fa con processi sommari.

DOMANDA: -Avete combattuto per trent’anni; il popolo, o almeno una grossa parte di esso, ha sperato in voi, vi ha amato, prima. Poi il connubio si è perso. Ne eravate consci?-
Khieu Samphan: -Sì, l’abbiamo sempre saputo, ma vede, quando, ad esempio, nel 1975 abbiamo iniziato l’esperienza di Kampuchea Democratica, eravamo entusiasti, avevamo sconfitto la più grande potenza della terra, ci sentivamo veramente invincibili. E quando ci si sente invincibili, non si ascolta più nessuno, commettendo grossolani errori.
Sapevamo che parte del popolo era contro di noi, ma speravamo che al termine del nostro processo di ricambio sociale, saremmo stati compresi. Purtroppo così non è stato. Io non sapevo che si stavano conducendo tutte queste tappe forzate che tanta sofferenza hanno causato. Ma, ancora una volta, chiedo scusa a tutto il popolo cambogiano.-

DOMANDA: - Lei non sapeva, Nuon Chea non sapeva, Ta Mok non sapeva, Ieng Sary non sapeva... Tutta e solo colpa di Pol Pot? Come può un solo uomo causare tanto dolore?-
Khieu Samphan: - No, non solo colpa di Pol Pot. Pol Pot non sapeva tutto quanto accadeva. Non poteva saperlo. Erano i quadri, i dirigenti delle varie province a gestire il vero potere sul popolo. E a Pol Pot, a noi, giungevano le notizie da questi quadri. Notizie confortanti.-

DOMANDA: -Che non avete controllato...-
Khieu Sampahn: - Quando potevamo controllavamo. E rimediavamo.-

DOMANDA: -Nel 1996 avete tacciato come traditore Ieng Sary. Oggi lei è al suo fianco, mentre Ta Mok, unico tra tutti voi della dirigenza storica, si trova in prigione a Phnom Penh in attesa di un processo perché si è rifiutato di rinnegare l’idea di essere Khmer Rosso. Chi è il traditore e chi il tradito?-
Khieu Samphan: -Nessuno è traditore, nessuno il tradito. Dopo le elezioni e la formazione del governo di Hun Sen con l’appoggio di Norodom Ranariddh, che assieme hanno i tre quarti dei consensi dell’elettorato nazionale, sono completamente mutate le condizioni storiche e politiche del Paese. Noi ne abbiamo preso atto, decidendo di dare il nostro contributo e unirci al processo di democratizzazione che, per essere effettuato, ha bisogno prima di tutto di una nazione stabile e pacifica. Ta Mok è un militare ed è cresciuto con questa mentalità. Non avrebbe potuto inserirsi in un sistema più sofisticato, che ricercava la democrazia con il dialogo e non con la forza e la strategia bellica. Noi abbiamo scelto una via, lui ha imboccato quella opposta.-

DOMANDA: -Quando vi siete accorti che il movimento dei Khmer Rossi e gli ideali che propagandava erano finiti?-
Khieu Samphan: -Già nel 1993 ci sono state delle grosse divergenze all’interno del movimento, ma pensavamo di poterle risolvere. Invece nel 1996, Ieng Sary e i Khmer Rossi di Pailin, han deciso di dissentire apertamente alla linea della dirigenza per arrendersi al governo. E’ da quel momento che i Khmer Rossi hanno cominciato a disgregarsi. Infine, il crollo definitivo, è avvenuto nel giugno 1997, prima con l’uccisione di Son Sen, poi con la destituzione di Pol Pot. Allora ho capito che era la fine. Ta Mok non aveva il carisma e la capacità per divenire un leader.-

DOMANDA: - Ed ora Ta Mok è in attesa di essere processato. Su di lui verranno fatte ricadere tutte le responsabilità di ciò di cui si accusa il movimento, responsabilità che però dovrebbero essere condivise anche da voi...-
Khieu Samphan: -Rifiutando di arrendersi, Ta Mok ha raccolto tutta l’eredità del movimento Khmer Rosso. Da parte nostra, mia e Nuon Chea, abbiamo già chiesto al popolo le nostre scuse.-

DOMANDA: -Cosa farà ora?-

Khieu Samphan: -Il pensionato. Mi piacerebbe girare per il Paese, vedere com’è cambiato...-

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17 aprile 1975: i Khmer Rossi entrano a Phnom Penh

17 aprile 1975: i Khmer Rossi entrano a Phnom Penh. Termina la guerra in Cambogia. Tredici giorni prima della caduta di Saigon, i Khmer Rossi conquistano la capitale cambogiana. Pol Pot utilizzerà anche questo vantaggio cronologico per dimostrare, dopo il 1976, la superiorità della rivoluzione di Kampuchea Democratica nei confronti degli odiati Youn (i viet). La popolazione di Phnom Penh, durante i 5 anni di guerra, si era gonfiata a dismisura raggiungendo i 2 milioni di abitanti, la maggior parte dei quali contadini senza casa e senza lavoro, fuggiti dal conflitto che si combatteva nelle campagne. Mantenere una simile massa di persone (che non produceva e non lavorava) poteva essere sostenuto solo con l'aiuto di un complicato e costosissimo ponte aereo che, dalla capitale thailandese Bangkok, portava riso e generi di prima necessità a Phnom Penh. Venendo a mancare improvvisamente questa risorsa alimentare, il nuovo regime si trovò costretto a evacuare la popolazione dalle città per trasferirle in campagna. A differenza di quanto viene detto, non tutti gli abitanti di Phnom Penh vennero evacuati immediatamente nelle prime ore dopo la fine della guerra. Molti di loro restarono in città ancora per diverse settimane in attesa di poter essere trasferiti nei villaggi di campagna. La massa di persone trasferita dopo poche ore dall'entrata delle truppe Khmer Rosse abitavano nei quartieri controllati dalle truppe fedeli a Pol Pot, mentre negli altri quartieri le truppe, meglio organizzate e ordinate, fedeli a Khieu Samphan e Hu Nim e Hou Youn organizzarono un esodo meglio coordinato e meno violento.
Questa è la traduzione dell'inno che, a partire dal 1976, diverrà l'inno nazione di Kampuchea Democratica

Sangue scarlatto inonda le città
e le pianure della Kampuchea, la nostra Patria.
Sangue dei nostri tenaci lavoratori, dei contadini,
dei combattenti e delle combattenti rivoluzionarie.
Quel sangue produsse un'ira terribile e il coraggio
di lottare strenuamente.
Il 17 aprile, sotto la bandiera della Rivoluzione, quel sangue ci ha liberati
dalla schiavitù.
Hurrà! Hurrà! Glorioso 17 aprile!
Grandiosa vittoria ancor più maestosa
dell'era di Angkor!
Ci uniamo per costruire una Kampuchea con
una nuova società migliore, democratica, egualitaria
e giusta. Seguiamo la strada verso la definitiva
indipendenza. Giuriamo di difendere ad ogni costo
la nostra Madrepatria, la nostra bella terra, la nostra
grande Rivoluzione!
Hurrà per la nuova Kampuchea, la splendida
e democratica terra dell'abbondanza! Giuriamo di tenere alta
e sventolare la bandiera rossa della Rivoluzione.
Renderemo la nostra Nazione la più prospera,
grande e bella di tutte!


Copyright ©Piergiorgio Pescali

Intervista a Vann Nath - Uno dei nove sopravvissuti alla S-21

Vann Nath osserva un gruppo di giovani cambogiani soffermarsi di fronte ai suoi quadri appesi in una sala del ristorante Kith Eng a Phnom Penh. Gli sguardi attoniti mostrano una certa diffidenza riguardo il realismo delle scene impresse sulle tele: «Comprendo la loro incredulità, ma tutto ciò che ho dipinto è accaduto veramente» esclama Nath mentre mi accompagna nella stanza dove vive e lavora. Lui è uno dei 14.000 khmer imprigionati a Tuol Sleng, la famigerata S-21, il luogo in cui venivano interrogati i presunti oppositori al regime di Pol Pot tra il 1975 e il 1978. Di quelle migliaia di oppositori, solo nove sopravvissero. Da allora, Nath dedica la sua vita a testimoniare la sua esperienza.

D: «Quando e perché è stato arrestato?»
Vann Nath: «Sono stato arrestato alla fine del 1977, ufficialmente per aver offeso l’Angkar. Ricordo che per settimane intere ho cercato di ripercorrere ogni parola, ogni mio gesto cercando di risalire l’attimo in cui è stato deciso il mio arresto, senza però riuscire a individuarlo. Ero un artista e questo bastava per essere catalogato come nemico»

D: «Delle 196 prigioni esistenti in Kampuchea Democratica, la S-21 è stata la più “letale”. Chi vi entrava poteva uscirne solo morto. Che cosa l’ha salvata?»
Vann Nath: «Mi ha salvato Pol Pot!» dice ridendo; «Sì, è vero, Pol Pot mi ha salvato. Duch aveva notato la mia abilità artistica e Nuon Chea aveva commissionato un monumento plastico raffigurante Pol Pot in marcia davanti a un gruppo di rivoluzionari. Avrebbe dovuto essere costruito al posto del Wat Phnom. Nel frattempo dovevo dipingere ritratti di Pol Pot.»

D: «Ha mai incontrato Pol Pot?»
Vann Nath: «Mai. L’ho visto solo in fotografia.»
D: «Il regime di vita è sempre stato così brutale?»
Vann Nath: «No, verso la fine del 1978 il regime si fece improvvisamente più rilassato e non c’erano quasi più torture. Anche le guardie si mostravano più gentili. Penso che il regime avvertisse l’imminenza della guerra con il Vietnam e cercava appoggi all’estero.»

D: «Dopo la sua liberazione ha dipinto quadri che raffiguravano scene di vita quotidiana all’interno della prigione. E’ stato testimone diretto di tutto ciò che ha rappresentato?»
Vann Nath: «La maggior parte le ho viste direttamente: i prigionieri sdraiati e incatenati, quelli stremati e affamati, le unghie strappate durante gli interrogatori, i morsi dei serpenti o degli scorpioni, le scosse elettriche. Sentivo le urla di dolore, i pianti dei neonati e delle loro madri. Vedevo i prigionieri caricati sui camion e portati a Choeung Ek. I camion tornavano vuoti e tutti capivamo che fine avremmo fatto. Altre, invece, mi sono state raccontate da altri sopravvissuti, come il dipinto del khmer rosso che uccideva un neonato sbattendolo contro un albero.»

D: «Pensa di essere stato obiettivo nelle sue rappresentazioni o ha in qualche modo esagerato?»
Vann Nath: «E’ una domanda che continuo a farmi ed è un peccato che nessun giornalista, fino od oggi me lo abbia chiesto. Sono stato “onesto”? Non so. Per ciò che ho visto posso dire di sì.»

D: «Ha mai incontrato i suoi carcerieri?
Vann Nath: «Sì. Ho incontrato Him Huy. Ha detto che se non avesse fatto quello che gli era stato ordinato di fare, sarebbe lui stesso stato ucciso. Ma ricordo che nei suoi occhi non vedevo alcuna pietà per i prigionieri da lui torturati.»

D: «Recentemente è iniziato il processo ai dirigenti superstiti di Kampuchea Democratica. Che effetto le ha fatto vedere Duch, il direttore della S-21, alla sbarra?»
Vann Nath: «Non ho provato odio, voglia di rivalsa. Voglio solo capire quale sia stato il meccanismo che ha prodotto tale regime, tale fobia del nemico. Voglio capire. Non voglio vendetta. Penso di avere diritto ad una spiegazione. Non mi interessa neppure che vengano condannati. Fosse per me li lascerei liberi a patto che ci diano delle spiegazioni. Perché è stato fatto tutto questo? Solo così potremmo evitare il ripetersi di questi drammi. Voglio che le future generazioni siano immuni da questi pericoli. Ma servono risposte. Se il processo si limita solo a condannare, allora è stato tutto inutile.»

© Piergiorgio Pescali

Il processo ai Khmer Rossi

A Choeung Ek i turisti si aggirano tra le fosse comuni; i teschi dei cambogiani portati qui dalla S-21 ed uccisi, sono impilati in una torre di vetro. Alcuni hanno ben visibile i fori dei proiettili, altri hanno il cranio semplicemente spaccato. Nella S-21 c’è una foto in bianco e nero di Duch, il direttore della prigione. Pur essendo stata scattata più di trent’anni fa, non è molto diverso dal Duch che, pochi giorni fa, ha inaugurato il processo a ciò che rimane della dirigenza che, tra il 1975 e il 1978, governò la Cambogia. Duch, Ieng Thirith, Ieng Sary, Nuon Chea e Khieu Samphan sono i soli rimasti della nutrita schiera di Khmer Rossi che il 15 aprile 1975 entrarono trionfanti a Phnom Penh. In poco più di tre anni e mezzo, un quarto della popolazione cambogiana morì di stenti, malattie ed esecuzioni. All’appello, però, mancano diversi esponenti della vecchia guardia, tra cui il leader di Kampuchea Democratica, Pol Pot. Facile, quindi, per gli accusati, scaricare su di lui tutte le responsabilità. Il processo avviene in una Cambogia completamente differente da quella dei Khmer Rossi, ma non necessariamente migliore. Piaghe sociali che i comunisti, pur con i loro metodi sbrigativi, erano riusciti a debellare, oggi sono tornate a riempire la vita dei quattordici milioni di cambogiani: corruzione, prostituzione infantile, omicidi, furti di opere d’arte, droga, traffico d’armi hanno portato al potere una classe politica completamente screditata e inetta. «Parlano di moralità, di giustizia, di rinascimento khmer. Ma dove le vede lei tutte queste qualità quando abbiamo una delle più alte percentuali di HIV al mondo, dove la droga circola liberamente, dove bambine di sette anni vengono vendute a ricchi uomini d’affari e dove all’Assemblea Nazionale siede una cricca di filibustieri e pazzoidi che si spartiscono le fette di potere?» mi dice Chea Mony, Presidente del Libero Sindacato dei Lavoratori Cambogiano. E’ dal 1979 che la Cambogia è governata dallo stesso partito e dallo stesso uomo: l’ex khmer rosso Hun Sen, il quale, assieme all’ex re Norodom Sihanouk, alleato di Pol Pot sin dal 1970, si è sempre opposto al processo ai Khmer Rossi. La stessa ONU, garantendo il seggio alla coalizione comunista sino alla fine degli anni Ottanta, sarebbe per molti corresponsabile del genocidio, assieme a stati come USA, Gran Bretagna, Cina e alla Thailandia, che garantivano assistenza militare e finanziaria ai Khmer Rossi. Il degrado morale in cui è crollato il paese, la povertà e il miraggio delle mode occidentali, hanno indotto le giovani generazioni a disinteressarsi al processo in atto: «La scuola non è ancora preparata a insegnare il recente passato.» cerca di spiegare Kol Pheng, rettore della Pannasastra University di Phnom Penh. Da una ricerca commissionata dal Centro Documentazione della Cambogia, è emerso che la maggioranza dei ragazzi al di sotto dei 15 anni non sa neppure chi siano i Khmer Rossi. La spaccatura tra le generazioni è incolmabile e l’oblio della propria storia, allarma i cambogiani che hanno sperimentato l’esperienza di Kampuchea Democratica: «L’indifferenza con cui i ragazzi khmer seguono le fasi processuali, mi terrorizza. Se non si ricorda, non si impara e rischiamo di ricadere negli stessi errori» mi dice Seng Pich, un contadino cinquantenne di Battambang. «Oggi ho più paura delle nuove generazioni che di Duch» conferma Im Rangsey, sopravvissuto alla prigionia a Kratie ed oggi monaco buddista; «Lui si è scusato e la sua conversione al cristianesimo conferma che si è veramente pentito.»

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Processo ai Khmer Rossi (26 Febbraio 2009)

Duch è seduto tranquillo di fronte ai giudici internazionali. E’ lui il primo dei dirigenti superstiti di Kampuchea Democratica a dover sostenere il processo contro i crimini commessi durante il periodo in cui i Khmer Rossi erano al potere. Dopo di lui compariranno Ieng Thirith, Nuon Chea, Ieng Sary e Khieu Samphan. Nell’aula aleggia continuamente la impalpabile presenza di Pol Pot, Fratello Numero Uno, il leader del movimento che oggi tutti vogliono alla gogna, ma che tutti, direttamente o indirettamente, hanno aiutato a nascere, crescere e trionfare. E’ sulla sua memoria che si scaricano tutte le responsabilità. Duch, l’ex maestro di matematica divenuto direttore del carcere S-21, dove venivano imprigionati e uccisi tutti gli oppositori interni al regime, si difende dicendo che ha agito secondo gli ordini ricevuti. Ieng Sary, ex Ministro degli Esteri e ex cognato di Pol Pot, si discolpa affermando che la sua dissociazione dal gruppo dirigente avvenuta all’inizio degli anni Novanta, ha contribuito a disintegrare le ultime membra di un movimento già moribondo. Khieu Samphan, la faccia buona e onesta del regime, ancora rispettato da molti cambogiani, denuncia la sua estranietà agli eccidi, dicendo di aver occupato ruoli marginali. E infine, anche Nuon Chea, Fratello Numero Due e intimo amico di Pol Pot, accusa il suo ex dirigente supremo dicendo che non ha mai voluto ascoltare i suoi consigli di moderazione. Insomma, la morte di Pol Pot, avvenuta nel 1998, risulta ora più propizia che mai. E non solo per gli accusati oggi portati di fronte alla Corte Internazionale. Nella regione di Anlong Veng, ultimo quartier generale dei Khmer Rossi, si respira un chiaro senso di nostalgia verso il regime passato. «Il governo di Phnom Penh ci ha tolto tutto quello che i Khmer Rossi ci avevano dato: scuole, ospedali, riso. Come possiamo dirci felici di essere tornati sotto Phnom Penh?» si chiedono i contadini di Phumi Roessei, riuniti durante un sopralluogo della Croce Rossa Internazionale. Qui, come in molti altri distretti del nordovest cambogiano, il governo ha volutamente escluso la popolazione dal flusso degli aiuti internazionali punendola per la sua fedeltà al movimento rivoluzionario. La liberazione, tanto propagandata dal governo cambogiano, si è trasformata in un incubo per molti contadini. Uno smacco per Hun Sen, l’attuale Primo Ministro che ha sempre demonizzato la dirigenza comunista e che il processo l’ha sempre osteggiato. Il potere, per lui, è sempre stato il principale obiettivo sin da quando, alla fine del 1978, disertò le file dei Khmer Rossi di cui era quadro, per affiancarsi ai vietnamiti durante l’invasione avvenuta nelle settimane seguenti. Da allora, e parliamo di ben 30 anni, questo caparbio politico cambogiano è sempre stato al vertice del governo, trasformando l’intera nazione in un feudo personale. Un processo equo non farebbe piacere a nessuno: sarebbero in troppi a dover dare spiegazioni sui loro comportamenti prima, durante e dopo l’avvento dei Khmer Rossi al potere. L’Occidente e le stesse Nazioni Unite dovrebbero spiegare gli aiuti diplomatici, finanziari e militari dati ai Khmer Rossi dopo il 1979; Sihanouk dovrebbe convincere un’eventuale giuria obiettiva delle sue acrobatiche manovre politiche per restare aggrappato al trono regale, Hun Sen di come abbia aiutato Pol Pot a conquistare il potere per poi trasformarsi nel suo più violento accusatore. La scuola, inoltre, non è ancora pronta ad affrontare seriamente il periodo di Kampuchea Democratica. Trent’anni, se possono sembrare tanti per la nostra percezione del tempo immediato, sono un’inezia per la Storia e per poter confrontarsi con essa con obiettività.
La Cambogia post Khmer Rossi è corrotta nel suo interno, nell’animo e le speranze di ricostruire un Paese nuovo, libero e moralmente virtuoso, si sono infrante di fronte agli scogli del potere. Un potere impersonificato in primo luogo dai politici: oltre dal padre-padrone della nazione, il Primo Ministro Hun Sen, anche dall’inconcludente Sam Rainsy per terminare con l’inaffidabile Norodom Ranariddh, figlio dell’ex re Norodom Sihanouk che dal padre ha ereditato l’instabilità mentale e la follia, ma non il carisma.
Non sorprende, quindi, il disinteresse con cui i cambogiani stanno seguendo le fasi del processo; disinteresse che dimostra quanta sfiducia vi sia nella nuova classe dirigente. In un Paese dove il potere giudiziario è diretta emanazione di quello politico e dove le associazioni preposte al rispetto dei diritti umani sono bandite o, nel migliore dei casi, mal tollerate, nessuno si aspetta chiarezza. Persino Mea Sitha Sar, figlia di Pol Pot, oggi studentessa nell’università Pannasastra di Phnom Penh, in una intervista esclusiva mi dice di non essere assolutamente interessata al processo: «Non mi intendo di politica; sono nata nel 1985, quando tutto ciò che viene imputato ai Khmer Rossi era già successo. Io posso solo dire ciò che sento dalla gente che ha conosciuto mio padre: che è stato un ottimo leader. I cambogiani che oggi vivono nelle province un tempo controllate dai Khmer Rossi, si lamentano del calo del livello di vita subito dopo che mio padre è morto».
E Nuon Chea, in un’intervista rilasciata prima del suo arresto, denuncia che «si cercano dei capri espiatori per ripulire le coscienze. Se non ci fossero stati i Khmer Rossi, oggi la Cambogia sarebbe territorio vietnamita. Quando il Vietnam ha invaso la Cambogia, l’ONU, gli Stati Uniti e i governi occidentali hanno condannato l’aggressione garantendoci protezione e aiuti. Se siamo colpevoli anche chi ci ha aiutato deve essere condannato».

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Cambogia: reportage (Febbraio 2008)

Una distesa di sterpaglia fagocitata dalla giungla, che si è ripresa in pochi anni ciò che l’uomo le aveva rubato con sudore nel corso di generazioni. Pheakdei si dirige sicuro verso un punto ben preciso. Lo seguo non senza timore di incontrare qualche serpente sino a raggiungerlo mentre si accovaccia. «E’ qui» dice, «E’ qui che sono nato e dove ho vissuto con la mia famiglia fino al 15 gennaio 1999. Ricordo ancora quella mattina; ci eravamo alzati presto per andare in risaia, ma ancora prima di partire arrivarono due camion di soldati». Si alza e comincia a camminare immaginando di essere nel suo villaggio: «Un civile che era con loro ci disse con gentilezza che il governo di Phnom Penh voleva darci la possibilità di vivere in città. Ci avrebbero dato una casa, un campo da coltivare tutto per noi, il viaggio gratuito. In città, poi, avremmo trovato scuole per i nostri figli e ospedali pronti a curare i nostri malati. Pochi, tra cui io, accettarono, molti declinarono l’offerta dicendo che avevano già tutto quanto serviva loro per vivere. Ma non avevamo capito: quella non era un’offerta, era un’imposizione». I compaesani di Pheakdei che si erano rifiutati di partire volontariamente, vennero trasferiti a forza ed il villaggio venne abbandonato. A loro non venne neppure dato l’indennizzo che spettò, invece, a chi accolse il primo “invito” del governo. Storie come questa sono sempre più comuni nelle regioni di Odday Mean Chey e di Preah Vihear. Dopo il 1998 e la resa dei Khmer Rossi, migliaia di cambogiani, colpevoli di aver vissuto troppo a lungo sotto la loro autorità e per questo considerati potenziali guerriglieri dal governo centrale della Cambogia, sono stati trasferiti in zone più controllate e “sicure”. «Si sono mossi con astuzia» dice un membro di Human Rights Watch che è stato invitato a tornare a Phnom Penh dopo che la sua identità era stata scoperta mentre conduceva un indagine nei pressi di Kbal Spean; «Sono in pochi a conoscere questo dramma» La politica del governo è stata facilitata dall’isolamento a cui sono costrette le regioni interessate: nessun turista si avventura fin qui e per farlo occorre tempo e spirito di adattamento. Le uniche testimonianze raccolte provengono dalle famiglie che hanno subito la coercizione, ma rintracciarle non è facile. Solitamente le destinazioni sono mantenute segrete e gli abitanti che accolgono i nuovi arrivati, lo fanno con sospetto, essendo stati avvertiti che si tratta di famiglie sostenitrici dei Khmer Rossi. «Il che, naturalmente, non corrisponde a verità» afferma Van Phhoung, una volontaria che lavora con l’NGO Forum Cambodia. «La quasi totalità delle famiglie non ha avuto scelta: i Khmer Rossi hanno avuto il controllo del territorio nordoccidentale della nazione per quasi tre decenni, durante cui il Paese era de facto diviso in due senza che le popolazioni dell’una e dell’altra parte potessero attraversare la linea del fronte». E’ anche vero, però che negli ultimi anni la politica del movimento comunista era radicalmente cambiata dall’era di Kampuchea Democratica, quando un milione e settecentomila cambogiani morirono sotto il duro regime di Pol Pot. Lo dimostra il senso di smarrimento con cui molti affrontano il nuovo corso imposto dal governo centrale che sconfina in vere e proprie lodi nostalgiche ai vecchi amministratori. Ad Anlong Veng, ad esempio, il decimo anniversario della morte di Pol Pot verrà celebrato con solenni cerimonie e discorsi a cui è prevista la partecipazione di migliaia di cambogiani. «Troppo semplice stigmatizzare l’evento come una sorta di cinico rimpianto del passato.» spiega Kim Sovann Kiri, professore di sociologia all’Università di Phnom Penh; «Nessuno vuole il ritorno della Samai-a-Pot (L’era di Pol Pot, come è comunemente chiamato il periodo di Kampuchea Democratica dai cambogiani, nda), ma è vero che dopo l’invasione vietnamita, i Khmer Rossi sono stati visti come l’unico movimento in grado di contrastare gli invasori e di mantenere viva la tradizione Khmer». Per Gary Jahn, etmologo dell’IRRI (International Rice Research Institute), «le soluzioni innovative agricole introdotte dai Khmer Rossi nelle zone da loro controllate dopo gli anni Novanta, hanno prodotto un innalzamento dello stile di vita che ha surclassato quello dei loro connazionali sottoposti all’amministrazione centrale. Questo squilibrio portava naturalmente a garantire ampio consenso verso i leaders comunisti, nonostante la loro fama di crudeli assassini».
In questo contesto si sta avviando a Phnom Penh il processo a ciò che resta della storica dirigenza khmer rossa, accusata di genocidio. Morto Pol Pot e Ta Mok, rimangono gli ottuagenari Nuon Chea, Ieng Sary, Khieu Samphan e Duch. Nessuno, per la verità, nella capitale sembra interessato all’avvenimento. «Il passato non ci interessa, non conosciamo i Khmer Rossi. Dalla politica è meglio stare alla larga» mi confida la ventenne Meas Kolab. Non si può dar torto a questi ragazzi: la classe dirigente cambogiana ha fatto di tutto affinché la gioventù si allontanasse da essa. La corruzione è a livelli endemici ed ha raggiunto ogni ganglio del sistema, Hun Sen, il padre padrone della nazione, al potere ininterrottamente da più di vent’anni, ha eliminato uno ad uno tutti i suoi potenziali avversari con le buone o con le cattive. Del resto non ci voleva molto: con oppositori come l’inconcludente Sam Rainsy e come Norodom Ranariddh, che dal padre Sihanouk ha acquisito l’incoerenza e la irragionevolezza, anche un tiranno opportunista come Hun Sen ha buon gioco. Il processo sembra che interessi più gli osservatori internazionali che i cambogiani. La stessa figlia di Pol Pot, Saloth Sitha, che studia in incognito presso un’università della capitale per evitare eventuali ritorsioni, spiega di non volersene interessare. «Quando mio padre è morto avevo 14 anni e non sapevo nulla di politica. Per me quello che per voi era il leader dei Khmer Rossi, era solo mio padre. Un ottimo padre».
Il disinteresse che circonda il processo, va a tutto vantaggio dell’attuale governo cambogiano e dell’ex re Sihanouk, i quali si sono sempre opposti affinché il fascicolo a carico dei Khmer Rossi venisse aperto. Troppi scheletri nell’armadio verrebbero scaraventati nell’aula del tribunale contro le attuali autorità del Paese. Norodom Sihanouk, ad esempio dovrebbe spiegare il suo stretto rapporto con il movimento comunista e il suo ruolo di Capo di stato prima e di monarca, poi, durante Kampuchea Democratica. Hun Sen, invece, sarebbe chiamato a chiarire i troppi punti oscuri della sua carriera politica, iniziata proprio nelle file dei Khmer Rossi, di cui era quadro. Infine i due grandi vecchi della Cambogia dovranno anche rendere conto del decreto di amnistia confermato a Ieng Sary, garantendogli anche l’usofrutto dell’intera provincia di Pailin, al confine con la Thailandia, ricchissima di pietre preziose e rifugio di tutti i leaders Khmer Rossi oggi indiziati. Ma anche all’estero, la comunità internazionale non avrebbe di che star tranquilla: le Nazioni Unite, ad esempio, hanno continuato a garantire il seggio a Kampuchea Democratica fino al 1983 e alla coalizione antivietnamita guidata dai Khmer Rossi sino al 1993. «Con che diritto si potrebbero ergere a giudici di una entità giuridica a cui loro stessi hanno dato credito?» si chiede Rupert Skilbeck, capo della sezione della Difesa del Tribunale contro i Khmer Rossi. Poi continua: «Dovranno essere soppesati anche i bombardamenti illegali condotti dagli USA in Cambogia e quantificare quanti morti essi hanno causato. Noi della Difesa metteremo sul tavolo questi ed altri temi che causeranno non pochi imbarazzi a molti Paesi democratici».

© Piergiorgio Pescali

Cambogia: reportage (Gennaio 2008)

Al posto di confine di Poipet, il funzionario controlla perplesso ogni pagina del mio passaporto. «Non ha il visto cambogiano, deve farlo qui. Le costerà 30 dollari» mi dice. «Ho il visto fatto tramite internet. Ecco la ricevuta» ribatto mostrando la stampa dell’avvenuto rilascio dell’e-visa. Il poliziotto storce il naso, mugugna qualcosa, legge attentamente il foglio che gli porgo e dopo averlo timbrato, senza alcun sorriso me lo riconsegna, facendomi un cenno veloce con la mano di passare. Guardo il gruppo di turisti francesi che sono dietro e me: li sento protestare con il doganiere perché ufficialmente il visto di entrata costa solo 20 dollari; i dieci dollari di maggiorazione andranno direttamente nelle tasche del poliziotto di turno che li dividerà con i suoi colleghi. Un modo come un altro per arrotondare il magro stipendio che il governo offre ai suoi impiegati. E’ con queste premesse che rientro per l’ennesima volta in Cambogia. La corruzione, male ormai endemico del Paese che ha infestato ogni ganglio della pubblica amministrazione, sembra non riesca ad essere debellata, anche se l’avvento della tecnologia informatica ha iniziato a dare i suoi frutti. Il visto emesso in via elettronica, infatti, è stato introdotto dal Ministero degli Esteri dopo le innumerevoli lamentele di turisti costretti a pagare il visto rilasciato in entrata ai posti di frontiera, sino al 50% in più della tariffa ufficiale. La brama di denaro colpiva anche i diplomatici e i volontari delle ONG che nel paese lavorano. Accontentati i turisti, però, c’è ancora molto da fare in Cambogia per renderla una nazione pulita. E non parlo solo dal punto di vista della corruzione finanziaria. No, questo sarebbe il minimo. La Cambogia è corrotta nel suo interno, nell’animo. Dalla caduta dei Khmer Rossi, avvenuta nel 1979 dopo l’invasione vietnamita, le speranze di ricostruire un Paese nuovo, libero e moralmente virtuoso, si sono infrante di fronte agli scogli del potere. Un potere impersonificato in primo luogo dai politici, dal padre-padrone della nazione, il Primo Ministro Hun Sen, all’inconcludente Sam Rainsy per terminare con l’inaffidabile Norodom Ranariddh, figlio dell’ex re Norodom Sihanouk che dal padre ha ereditato l’instabilità e la follia, ma non il carisma. Nessuno, nei quasi trent’anni di decorso post-Khmer Rosso, è mai riuscito a defenestrare questa triade che tiranneggia i 14 milioni di cambogiani. «Non viviamo meglio oggi di quanto vivevamo sotto Pol Pot» mi dice Sok Bunroeun, un ottantenne di Siem Reap che ha vissuto l’odissea di Kampuchea Democratica tra il 1975 e il 1979. Nonostante abbia lavorato sino a cinque anni fa, Sok Bunroeun è costretto a fare affidamento sui suoi tre figli sopravvissuti ai Khmer Rossi per sopravvivere. «La pensione che mi passa lo stato basta appena a comprare riso sufficiente per un pasto al giorno. Mi può dire quale è la differenza tra la vita durante Kampuchea Democratica e quella a cui siamo costretti oggi?»
Faccio fatica a sentire Bunroeun:nella bolgia di Angkor; la sua sommessa voce viene sovrastata dai megafoni delle guide che accompagnano i turisti tra le rovine del sito archeologico più famoso del Sud Est Asiatico. Le bancarelle mostrano “autentici” finti reperti archeologici che vengono venduti ad un prezzo pari a due interi mesi di pensione di un cambogiano. Decido di uscire da questo supermercato archeologico e mi dirigo verso Anlong Veng. Un tempo la strada che da Siem Reap conduceva a questo minuscolo villaggio, era la più militarizzata di tutto il paese. A pochi chilometri dalla città correva l’invisibile frontiera che divideva la Cambogia di Hun Sen da quella dei Khmer Rossi ribelli di cui Anlong Veng era il quartier generale Nel 1995, dopo aver faticosamente ottenuto il lasciapassare da parte dei guerriglieri comunisti, avevo cercato di raggiungere il villaggio con una pattuglia. Il tragitto fu tanto breve quanto disastroso: la jeep sulla quale viaggiavamo incappò in una mina e subito dopo un conflitto a fuoco con l’esercito regolare cambogiano rischiò di farmi filare dritto in galera con l’accusa di spionaggio. Oggi, dopo la resa dei Khmer Rossi alla fine degli anni Novanta, le regioni un tempo controllate da Pol Pot non sono più proibite. Per la verità non sono molti gli stranieri che si sobbarcano il faticoso viaggio di sei ore per raggiungere questo avamposto sperduto nella foresta cambogiana. Del resto perché privarsi delle comodità degli alberghi di Siem Reap, dotati di ogni confort, per dormire negli alberghetti decrepiti di Anlong Veng? Dopo la disavventura del 1995, ero riuscito a tornare ad Anlong Veng, riuscendo anche ad intervistare Pol Pot. Un maldestro tentativo da parte del governo cambogiano di trasformare l’ex quartier generale dei Khmer Rossi, in un’attrazione turistica, è miseramente naufragato nel dimenticatoio. Complice la solita corruzione, che ha prosciugato i fondi stanziati per lo sviluppo del villaggio, prima ancora che si giungesse ad un accordo con la popolazione locale. Torno a visitare i luoghi dove avevo avuto le interviste con i massimi leaders Khmer Rossi: la casa di Ta Mok, quella dello stesso Pol Pot, di Nuon Chea, suo braccio destro… Case in muratura, ma assolutamente spoglie. Nulla a che vedere con i principeschi palazzi dei politici di Phnom Penh. E’ facile, allora, capire perché il progetto turistico si sia arenato: che avrebbero detto i cambogiani, gli stranieri, vedendo in che umili condizioni avevano vissuto i leaders Khmer Rossi? Il paragone con Hun Sen, Sam Rainsy e altri politici sarebbe stato disastroso per questi ultimi. E’ anche per questo che nel paese si respira un senso di disappunto per il presente a cui fa contrappunto un sentimento di “nostalgia” per il passato. La maggioranza dell’attuale popolazione cambogiana è nata dopo gli anni Ottanta e non conosce ciò che i loro genitori e nonni hanno dovuto sopportare. La scuola, inoltre, non è ancora pronta ad affrontare seriamente il periodo di Kampuchea Democratica. Trent’anni, se possono sembrare tanti per la nostra percezione del tempo immediato, sono un’inezia per la Storia e per poter confrontarsi con essa con obiettività. E così ecco che ad Anlong Veng incontro un gruppo di pellegrini che vanno a rendere omaggio alla tomba di Pol Pot e Ta Mok. Sì, proprio a loro, i principali responsabili del milione e settecentomila cambogiani morti durante i quaranta mesi in cui sono stati al governo. Quest’anno, infatti, ad Anlong Veng si celebrerà il decimo anniversario della morte di Pol Pot e migliaia di cambogiani arriveranno da tutto il paese per pregare sulle loro tombe. Seguo il gruppo di viaggiatori al luogo in cui è stato cremato l’ex leader; una semplice tomba in legno con inciso il suo nome. Recitano le loro litanie, depositano del cibo e dei regali. Con loro ci sono diversi bonzi. «Veniamo tutti da Khompong Thom. Abbiamo viaggiato tre giorni per arrivare fin qui» mi dice uno di loro, «L’esercito ci ha trasferiti da Phumi Romeas nel 2002. Fino ad allora abbiamo vissuto sotto il controllo dei Khmer Rossi. I trasferimenti forzati sono stati migliaia e il governo ha fatto in modo di emarginarci dal resto della società. Nessuno vuole avere a che fare con noi. Hanno paura che il governo si rivalga su di loro se ci aiutano».
Quello dei trasferimenti forzati è un problema che le organizzazioni che si occupano di controllare il rispetto dei diritti dell’uomo conoscono fin troppo bene. «Da quando abbiamo cercato di protestare per la politica del governo nei confronti dei cambogiani che hanno vissuto con i Khmer Rossi, non abbiamo più il permesso di entrare nelle aree che controllavano. Sappiamo che le evacuazioni continuano e che l’esercito tortura molti contadini del luogo» confida un membro di Human Rights Watch, l’organizzazione che, assieme ad Amnesty International, si occupa di diritti umani e che, per questo, è stata messa al bando dal governo di Hun Sen.
Per comprendere meglio come è cambiata la vita dei contadini dopo il cambio di potere avvenuto all’inizio del 2000, mi addentro nelle zone meno battute e visito diversi villaggi. Subito mi accorgo di come molte risaie siano state abbandonate; inoltre le infrastrutture idrauliche, non più mantenute in modo adeguato, sono praticamente inservibili.
«Ta Mok veniva spesso qui» spiega In Kong Kea, un contadino di trentacinque anni, «E’ lui che ha progettato i canali, il sistema di irrigazione ed era ancora lui che si occupava della manutenzione. Riuscivamo a mietere tre raccolti all’anno. Ora, invece, il governo ci ha negato ogni sovvenzionamento e tutto quanto sta andando in rovina. I nostri campi riescono a produrre due scarsi raccolti all’anno.»
In un altro villaggio, Vichea Kanleakhana, madre di sei figli, si lamenta per la chiusura della scuola e dell’ospedale. «Phnom Penh ci vuole punire per non esserci ribellati ai Khmer Rossi. Ma perché ci saremo dovuti rivoltare quando ci davano tutto quello di cui avevamo bisogno? Se vogliono veramente che appoggiamo l’attuale governo, che ci diano almeno cibo, scuole, ospedali come ce li davano i Khmer Rossi…».
Mi dirigo a Pailin, ultimo rifugio della dirigenza comunista prima che venisse arrestata, accusata di genocidio dal Tribunale patrocinato dall’ONU. Pailin è stata per lunghi anni il centro di una sorta di regione autonoma governata da Ieng Sary, ex Ministro degli Esteri di Kampuchea Democratica, ex cognato di Pol Pot, ex Khmer Rosso. Dal momento in cui Sary ha smesso i panni del guerrigliero comunista, il paesino al confine con la Thailandia è divenuto il rifugio più sicuro per tutti i leaders Khmer Rossi che, uno ad uno, abbandonavano le file del movimento. Mak Ben, Chounn Youran, Khieu Samphan e Nuon Chea, tutti si sono trasferiti qui, protetti dal potente esercito personale di Ieng Sary, finanziato da tycoon tailandesi. Gli interessi attorno alla regione sono enormi: a pochi metri dall’unico albergo della città, sorge il Cesar Palace, un casinò costruito per ospitare ricchi uomini d’affari thailandesi (il confine è a soli pochi chilometri) in cerca di ebbrezza e nuove esperienze. Oltre al casinò, però, vi sono altre ricchezze nel forziere di Pailin: le colline che si scorgono tutto intorno sono ricche di rubini e zaffiri. Sapendo di non poter fronteggiare militarmente Ieng Sary, Hun Sen ha sempre cercato di mediare con lui e dividere i proventi del commercio di pietre preziose, arrivando addirittura a concedergli l’amnistia, fino a garantirgli l’immunità in caso la comunità internazionale si fosse impuntata per avviare il processo per genocidio all’ex dirigenza di Kampuchea Democratica.
Ma Hun Sen non si può certo dire sia un esempio di coerenza. Il potere, per lui, è sempre stato il principale obiettivo sin da quando, alla fine del 1978, disertò le file dei Khmer Rossi, di cui era quadro, per affiancarsi ai vietnamiti durante l’invasione avvenuta nelle settimane seguenti. Da allora, e parliamo di ben 27 anni, questo caparbio politico cambogiano è sempre stato al vertice del governo cambogiano, trasformando l’intera nazione in un suo feudo personale.
Alla fine del mio viaggio mi trovo proprio a Phnom Penh, la bella capitale deturpata dalle piaghe sociali della droga e della prostituzione, caratteristiche di una società alla deriva e priva di valori. E’ qui che si sta svolgendo il processo ai dirigenti superstiti di Kampuchea Democratica: Nuon Chea, vice di Pol Pot, Khieu Samphan, Presidente di Kampuchea Democratica, Ieng Sary e Kang Kech Eav (Duch), direttore del carcere S-21 dove venivano imprigionati e uccisi tutti gli oppositori a Pol Pot.
Passeggiando per Phnom Penh, è chiaro quanto poco interessati siano i cambogiani a questo processo. “Preferiamo sentirci parte del mondo andando in discoteca, nei night club, vestendo abiti firmati. Cerchiamo di vivere il presente. Un processo che parla di fatti accaduti 30 anni fa non ci interessa” spiega Phuong, una ragazza ventenne incontrata a Tuol Sleng. In un’intervista in esclusiva, Ieng Sary ex Ministro degli Esteri dei Khmer Rossi e uno dei principale accusati al processo, denuncia anche il coinvolgimento di governi occidentali: “Se siamo incriminati, si dovranno cercare le cause di ciò che è successo più a fondo: nei bombardamenti illegali degli Stati Uniti in Cambogia durante la Guerra del Vietnam, l’appoggio dato al nostro governo dall’ONU dopo l’invasione vietnamita, l’invio di armi al nostro movimento da parte della Gran Bretagna”. E’ da queste parole che si capisce come mai, per ben trent’anni, nessuno ha voluto portare alla sbarra i Khmer Rossi, aspettando invece che la dirigenza storica venisse decimata.
A questo punto ci si potrebbe chiedere quanto possa essere equo e giusto un processo intentato in un Paese dove il potere giudiziario è diretta emanazione di quello politico. Infine, un processo equo e giusto, dovrebbe ricercare le responsabilità delle sofferenze del popolo cambogiano anche in chi, come Norodom Sihanouk, ha accettato di condividere il potere con Pol Pot, perorando la sua causa nelle sedi internazionali. O come Hun Sen, fino all’ultimo grande equilibrista e opportunista. O anche nell’ONU, ombrello politico di Kampuchea Democratica dal 1979 al 1982 e della coalizione antivietnamita di cui arano a capo i Khmer Rossi fino al 1993. Nuon Chea, in una delle sue rarissime interviste che mi ha concesso pochi giorni prima di essere arrestato si chiedeva: «se mi processeranno potrò dire tutto quello che penso? In tal caso la comunità internazionale dovrà interrogarsi sul fatto che noi abbiamo agito con il loro appoggio diplomatico. Ma non penso che mi lasceranno dire questo. Ciò che vogliono, è un processo che condanni chi non può difendersi, per assolvere le proprie coscienze».

© Piergiorgio Pescali

Il processo ai Khmer Rossi (17.1.2008)

Anlong Veng è una manciata di casupole sperduta nel mezzo della fitta giungla cambogiana. Per arrivare qui ho dovuto sobbalzare per sei ore su un pick-up lungo una strada sterrata e polverosa. Fra qualche giorno i monsoni trasformeranno questa stesso percorso in un fiume di fango, rendendo pressoché impraticabile ogni avvicinamento via terra e isolando il villaggio per quattro mesi dal resto del Paese. D’altronde, chi vorrebbe avventurarsi fin qui? Non vi è nulla, ad Anlong Veng degno di essere visto agli occhi di un turista; nella decrepita guest house dove alloggio sono il solo cliente a parte le zanzare e i gechi, la corrente va e viene senza preavviso, la benzina lungo le strade è venduta in bottiglie di birra “Angkor”, nei ristorantini l’unico piatto disponibile è riso misto a legumi. I turisti, quelli doc, preferiscono di certo restare nei comodi alberghi a quattro o cinque stelle di Siem Reap, godendosi, di giorno, le meraviglie del sito archeologico di Angkor e di sera una rinfrescante birra ghiacciata. Eppure, per almeno due decenni fino al 1998, questo puntino nella cartina è stato il luogo più blindato di tutto il globo, il posto dove tutti i reporter di guerra avrebbero voluto andare. Qui, infatti, si era trasferita la dirigenza dei Khmer Rossi sin dal 1979, anno in cui il loro governo era stato costretto ad evacuare la capitale Phnom Penh a seguito dell’invasione vietnamita. Anlong Veng, quindi, era divenuta la nuova sede del movimento comunista. Solo sette stranieri, tra cui il sottoscritto erano riusciti ad ottenere il permesso di visitare le zone controllate dalla guerriglia e intervistare i loro leaders, tra cui il “Fratello Numero Uno”, Pol Pot, il loro famigerato capo. Sono tornato ad Anlong Veng perché tra pochi giorni, il 15 aprile, migliaia di cambogiani si riverseranno qui per visitare la tomba di Pol Pot in occasione del decimo anniversario della sua morte. Un comportamento incomprensibile per noi occidentali: come può un popolo che ha subito indicibili sofferenze a causa di uno dei più dispotici regimi del dopoguerra, venerare il principale artefice delle sue afflizioni? Circa un milione e settecentomila cambogiani sarebbero morti di stenti, malattie e uccisioni nei tre anni e otto mesi in cui i Khmer Rossi sono rimasti al potere. “Oggi i turisti rimangono estasiati di fronte ad Angkor Wat. Ma quanti di loro si chiedono quante migliaia di vite sia costata la costruzione del tempio?” mi dice Ngin Vuth, professore di Storia dell’Università di Phnom Penh che, nonostante abbia perso quasi tutta la famiglia durante il regime Khmer Rosso, cerca di comprenderne la dinamica che ha portato tale assurdità al potere. “I Khmer Rossi hanno cercato di riportare la Cambogia ai fasti del XIV secolo, quando il suo impero era il più potente del Sud Est Asia. La sconfitta inflitta agli Stati Uniti aveva consacrato il movimento alla storia dando eccessiva fiducia ai quadri dirigenziali”.
Più pragmatica è la spiegazione data da Thong Sovann e Oung Sov, due contadini di un villaggio poco distante da Anlong Veng: “L’inesperienza ha condotto i Khmer Rossi a commettere degli errori, ma dopo l’invasione vietnamita, la loro politica è cambiata radicalmente. Sotto di loro avevamo raggiunto un benessere che oggi, dopo la morte di Pol Pot e l’arrivo degli amministratori da Phnom Penh, abbiamo perduto. Con i Khmer Rossi i nostri figli andavano a scuola, i malati avevano un ospedale, noi avevamo dei campi da coltivare. Oggi non abbiamo nulla di tutto questo. Ci è stato tolto tutto”. Il governo centrale, infatti, per punire questa parte di Cambogia ancora nostalgica del passato, ha dirottato tutti gli aiuti umanitari verso le province a lui più fedeli. “Abbiamo numerose testimonianze di uccisioni sommarie, torture e deportazioni di interi villaggi effettuate dall’esercito verso le pianure centrali del Paese. Il terrore continua a affliggere i cambogiani” afferma un rappresentante di Human Rights Watch, l’organizzazione per il rispetto ai diritti umani che, assieme ad Amnesty International è stata bandita dal paese per aver mostrato troppa “curiosità”. In tutto questo contesto si è aperto il tribunale per giudicare i crimini commessi dai Khmer Rossi durante il loro potere. Passeggiando per Phnom Penh, è chiaro quanto poco interessati siano i cambogiani a questo processo. Più della metà degli attuali 13 milioni di cambogiani è nata dopo gli anni Ottanta e la scuola non è ancora preparata a insegnare ciò che è accaduto ai loro genitori o nonni. “Preferiamo sentirci parte del mondo andando in discoteca, nei night club, vestendo abiti firmati. Cerchiamo di vivere il presente. Un processo che parla di fatti accaduti 30 anni fa non ci interessa” spiega Phuong, una ragazza ventenne incontrata a Tuol Sleng, la prigione utilizzata dai Khmer Rossi contro i “traditori” del regime ed oggi trasformata in Museo del genocidio. In un’intervista in esclusiva, Ieng Sary ex Ministro degli Esteri dei Khmer Rossi e uno dei principale accusati al processo, denuncia anche il coinvolgimento di governi occidentali: “Se siamo incriminati, si dovranno cercare le cause di ciò che è successo più a fondo: nei bombardamenti illegali degli Stati Uniti in Cambogia durante la Guerra del Vietnam, l’appoggio dato al nostro governo dall’ONU dopo l’invasione vietnamita, l’invio di armi al nostro movimento da parte della Gran Bretagna”. E’ da queste parole che si capisce come mai, per ben trent’anni, nessuno ha voluto portare alla sbarra i Khmer Rossi, aspettando invece che la dirigenza storica venisse decimata. Di decine di potenziali imputati, infatti, solo cinque (tutti ottantenni), sono ancora in vita. La giustizia non è un piatto che va gustato freddo.

© Piergiorgio Pescali

Il processo ai Khmer Rossi (13.1.2008)

Le grandiose rovine di Angkor Wat sono oramai un ricordo che sobbalzano assieme a me lungo la strada sterrata verso nord. Da sei ore il pick-up arranca faticosamente inoltrandosi nel fitto della giungla cambogiana per dirigersi verso quello che, fino a dieci anni fa, era considerato il luogo più inaccessibile del pianeta: Anlong Veng. Non è altro che un pugno di capanne, Anlong Veng, ma per due decenni, dagli anni Ottanta al 1997, questo villaggio ha accolto l’intera dirigenza dei Khmer Rossi, da Pol Pot a Ta Mok, da Nuon Chea a Khieu Samphan, divenendo la capitale de facto della guerriglia comunista. Durante tutto questo tempo, il villaggio è stato precluso agli stranieri ed organizzazioni internazionali; solo sette stranieri, tra cui il sottoscritto, erano riusciti ad ottenere dei permessi per accedervi e intervistare i loro leaders, incluso Pol Pot. Oggi, la sua tomba, un semplice simulacro in legno con inciso il nome, è meta di pellegrinaggio e quest’anno, decimo anniversario della sua morte, si prevede che migliaia di cambogiani, inclusi numerosi monaci buddisti, arriveranno a rendere omaggio a quello che in molti considerano uno dei peggiori tiranni del XX secolo. Ma nei villaggi un tempo controllati dai Khmer Rossi, si respira un chiaro senso di nostalgia verso il regime passato. «Il governo di Phnom Penh ci ha tolto tutto quello che i Khmer Rossi ci avevano dato: scuole, ospedali, riso. Come possiamo dirci felici di essere tornati sotto Phnom Penh?» si chiedono i contadini di Phumi Roessei, riuniti durante un sopralluogo della Croce Rossa Internazionale. Qui, come in molti altri distretti del nordovest cambogiano, il governo ha volutamente escluso la popolazione dal flusso degli aiuti internazionali punendola per la sua fedeltà al movimento rivoluzionario. La liberazione, tanto propagandata dal governo cambogiano, si è trasformata in un incubo per molti contadini. Anche l’australiano Ben Kiernan, direttore del Genocide Studies Program alla Yale University ricorda che «il sostegno che ricevono ancora oggi i Khmer Rossi, è dovuto principalmente ai progetti agricoli sviluppati nelle regioni da loro controllate dopo gli anni Ottanta, che hanno permesso alle popolazioni di raggiungere uno stile di vita molto più elevato dei connazionali rimasti nelle regioni controllate direttamente da Phnom Penh». Uno smacco per Hun Sen, l’attuale Primo Ministro che ha sempre demonizzato la dirigenza Khmer Rossa, ma anche per le Nazioni Unite, patrocinatori del processo in corso ai sopravvissuti dirigenti di Kampuchea Democratica, accusati di genocidio per aver causato la morte di più di un milione di cambogiani durante i tre anni e otto mesi di governo tra il 1975 e il 1979. Il disinteresse con cui i cambogiani stanno seguendo le fasi del processo dimostra quanta sfiducia vi sia nella nuova classe dirigente. In un Paese dove il potere giudiziario è diretta emanazione di quello politico e dove le associazioni preposte al rispetto dei diritti umani sono bandite o, nel migliore dei casi, mal tollerate, nessuno si aspetta chiarezza. Un processo equo non farebbe piacere a nessuno: sarebbero in troppi a dover dare spiegazioni sui loro comportamenti prima, durante e dopo l’avvento dei Khmer Rossi al potere. L’Occidente e le stesse Nazioni Unite dovrebbero spiegare gli aiuti diplomatici, finanziari e militari dati ai Khmer Rossi dopo il 1979; Sihanouk dovrebbe convincere un’eventuale giuria obiettiva delle sue acrobatiche manovre politiche per restare aggrappato al trono regale, Hun Sen di come abbia aiutato Pol Pot a conquistare il potere per poi trasformarsi nel suo più violento accusatore. «Il processo è un atto dovuto, ma questo rischia di trasformarsi in un farsa: i colpevoli sono già designati, ma le responsabilità non verranno mai a galla.» mi dice David Chandler, studioso della Cambogia e autore della prima biografia su Pol Pot. Nuon Chea, vice di Pol Pot e principale accusato, in un’intervista rilasciata in esclusiva, denuncia che «si cercano dei capri espiatori per ripulire le coscienze. Se non ci fossero stati i Khmer Rossi, oggi la Cambogia sarebbe territorio vietnamita. Quando il Vietnam ha invaso la Cambogia, l’ONU, gli Stati Uniti e i governi occidentali hanno condannato l’aggressione garantendoci protezione e aiuti. Se siamo colpevoli anche chi ci ha aiutato deve essere condannato».

© Piergiorgio Pescali

Decimo anniversario della morte di Pol Pot

Le grandiose rovine di Angkor Wat sono oramai un ricordo che sobbalzano assieme a me lungo la strada sterrata verso nord. Da sei ore il pick-up arranca faticosamente inoltrandosi nel fitto della giungla cambogiana per dirigersi verso quello che, fino a dieci anni fa, era considerato il luogo più inaccessibile del pianeta: Anlong Veng. Non è altro che un pugno di capanne, Anlong Veng, ma per due decenni, dagli anni Ottanta al 1997, questo villaggio ha accolto l’intera dirigenza dei Khmer Rossi, da Pol Pot a Ta Mok, da Nuon Chea a Khieu Samphan, divenendo la capitale de facto della guerriglia comunista. Durante tutto questo tempo, il villaggio è stato precluso agli stranieri ed organizzazioni internazionali; solo sette stranieri, tra cui il sottoscritto, erano riusciti ad ottenere dei permessi per accedervi e intervistare i loro leaders, incluso Pol Pot. Oggi, la sua tomba, un semplice simulacro in legno con inciso il nome, è meta di pellegrinaggio e quest’anno, decimo anniversario della sua morte, si prevede che migliaia di cambogiani, inclusi numerosi monaci buddisti, arriveranno a rendere omaggio a quello che in molti considerano uno dei peggiori tiranni del XX secolo. Ma nei villaggi un tempo controllati dai Khmer Rossi, si respira un chiaro senso di nostalgia verso il regime passato. «Il governo di Phnom Penh ci ha tolto tutto quello che i Khmer Rossi ci avevano dato: scuole, ospedali, riso. Come possiamo dirci felici di essere tornati sotto Phnom Penh?» si chiedono i contadini di Phumi Roessei, riuniti durante un sopralluogo della Croce Rossa Internazionale. Qui, come in molti altri distretti del nordovest cambogiano, il governo ha volutamente escluso la popolazione dal flusso degli aiuti internazionali punendola per la sua fedeltà al movimento rivoluzionario. La liberazione, tanto propagandata dal governo cambogiano, si è trasformata in un incubo per molti contadini. Anche l’australiano Ben Kiernan, direttore del Genocide Studies Program alla Yale University ricorda che «il sostegno che ricevono ancora oggi i Khmer Rossi, è dovuto principalmente ai progetti agricoli sviluppati nelle regioni da loro controllate dopo gli anni Ottanta, che hanno permesso alle popolazioni di raggiungere uno stile di vita molto più elevato dei connazionali rimasti nelle regioni controllate direttamente da Phnom Penh». Uno smacco per Hun Sen, l’attuale Primo Ministro che ha sempre demonizzato la dirigenza Khmer Rossa, ma anche per le Nazioni Unite, patrocinatori del processo in corso ai sopravvissuti dirigenti di Kampuchea Democratica, accusati di genocidio per aver causato la morte di più di un milione di cambogiani durante i tre anni e otto mesi di governo tra il 1975 e il 1979. Il disinteresse con cui i cambogiani stanno seguendo le fasi del processo dimostra quanta sfiducia vi sia nella nuova classe dirigente. In un Paese dove il potere giudiziario è diretta emanazione di quello politico e dove le associazioni preposte al rispetto dei diritti umani sono bandite o, nel migliore dei casi, mal tollerate, nessuno si aspetta chiarezza. Un processo equo non farebbe piacere a nessuno: sarebbero in troppi a dover dare spiegazioni sui loro comportamenti prima, durante e dopo l’avvento dei Khmer Rossi al potere. L’Occidente e le stesse Nazioni Unite dovrebbero spiegare gli aiuti diplomatici, finanziari e militari dati ai Khmer Rossi dopo il 1979; Sihanouk dovrebbe convincere un’eventuale giuria obiettiva delle sue acrobatiche manovre politiche per restare aggrappato al trono regale, Hun Sen di come abbia aiutato Pol Pot a conquistare il potere per poi trasformarsi nel suo più violento accusatore. «Il processo è un atto dovuto, ma questo rischia di trasformarsi in un farsa: i colpevoli sono già designati, ma le responsabilità non verranno mai a galla.» mi dice David Chandler, studioso della Cambogia e autore della prima biografia su Pol Pot. Nuon Chea, vice di Pol Pot e principale accusato, in un’intervista rilasciata in esclusiva, denuncia che «si cercano dei capri espiatori per ripulire le coscienze. Se non ci fossero stati i Khmer Rossi, oggi la Cambogia sarebbe territorio vietnamita. Quando il Vietnam ha invaso la Cambogia, l’ONU, gli Stati Uniti e i governi occidentali hanno condannato l’aggressione garantendoci protezione e aiuti. Se siamo colpevoli anche chi ci ha aiutato deve essere condannato».

© Piergiorgio Pescali