E’ opinione diffusa che nei paesi ad indirizzo socialista le attività connesse con la religione siano del tutto proibite e, spesso, soppresse con la brutalità. Eppure, per quanto ortodosso sia il sistema, qualche spiraglio viene sempre concesso. La Costituzione nordcoreana, sebbene non aiuti e non incoraggi alcun tipo di culto, lascia al cittadino la libertà di scelta religiosa.
Lo stesso Kim Il Sung, già nel lontano 1936, affermò che “è irragionevole pretendere che (i credenti) abbandonino in un sol giorno il credo religioso radicatosi in loro nel corso di lunghi anni”. A Myohyangsan, nel nord del Paese, il monastero buddhista di Pohyon, risalente all’XI secolo, è retto da un monaco che segue i fedeli provenienti dai villaggi circostanti. Nella Taeung Hall, la principale sala del complesso, le statue dei Buddha nelle diverse posture, accolgono i visitatori tra il profumo emanato dai fili di fumo che si innalzano dai bastoncini d’incenso accesi dai credenti. La guida che ci accompagna, che porta una spilla con l’effigie di Kim Il Sung sul petto, dimostra di conoscere piuttosto bene le basi teologiche del buddhismo, anche se il suo dichiarato ateismo le impone di riscrivere il tutto in una chiave che, pur rispecchiando la realtà, esalta alcuni aspetti trascurandone altri altrettanto importanti.
Ad un attento osservatore non sfuggirà di certo, inoltrandosi per i sentieri montani di Myohyangsan o di Kumgansan, la presenza di numerosi monasteri, templi, eremi, oggi adibiti a case di ristoro o bivacchi. Queste costruzioni dimostrano quanto in passato fosse presente nel Paese la tradizione religiosa buddhista. Paradossalmente, a sradicare questa parte culturale del pathos nordcoreano, ha contribuito l’accanimento con cui i bombardieri statunitensi hanno raso al suolo le città ed i villaggi e con essi i luoghi di culto, durante la guerra di Corea.
La ricostruzione socialista che ne seguì, diede priorità alle esigenze primarie della popolazione: case, poli industriali, ospedali, scuole, cooperative agricole...
E il cristianesimo?
Prima del conflitto in Corea del Nord esistevano 1.500 chiese frequentate da 170.000 fedeli, di cui 57.000 cattolici. Oggi solo Pyongyang dispone di tre chiese aperte al culto.
Con Lee, la guida che ci accompagna durante il nostro viaggio nel Paese, visitiamo una delle due chiese protestanti, quella di Pongsu, la più grande della capitale, dove ci accoglie il pastore Li Son Bon. Pur non essendo Li un membro del Partito dei Lavoratori, noto che sul muro di una stanza del seminario a fianco la chiesa, sono appesi i ritratti di Kim Il Sung e Kim Jong Il. Ma qui, a differenza di quanto accaduto finora durante le visite alle istituzioni della nazione, i nomi dei due leaders vengono preceduti dall’appellativo “signore” anziché “compagno”, evidenziando il distacco che esiste tra Stato e religione.
Così “la chiesa di Pongsu - dice il pastore Li - ha potuto essere costruita grazie all’interessamento personale del signor Kim Jong Il, che ha concesso il terreno su cui erigere l’edificio” forse memore del fatto che sua nonna Pansok, la madre di Kim Il Sung, era cristiana. Questo, sommato all’impegno profuso da alcuni uomini particolarmente rappresentativi all’interno della Chiesa protestante sudcoreana, ha contribuito in maniera determinante al maggior sviluppo del protestantesimo rispetto al cattolicesimo. La figura più emblematica in questo contesto è il reverendo Moon Ik-hwan. Da sempre in prima linea nella lotta a favore della riunificazione della penisola, è stato arrestato sei volte dal governo di Seoul, trascorrendo complessivamente otto anni di carcere e meritandosi l’ammirazione non solo dei nordcoreani, ma anche dell’opposizione sudcoreana al regime di Kim Young Sam. Non è certamente cosa di poco conto che il leader del Partito Democratico, il cattolico Kim Dae Jung abbia definito il reverendo Moon “il simbolo della coscienza coreana”.
L’evoluzione della Chiesa cattolica in Nord Corea, invece, ha una storia più recente, ma il suo sviluppo sta seguendo ritmi sostenuti. Merito soprattutto del cardinale Kim Sou Hwan, una figura carismatica , estremamente critica nei confronti dei governi passati ed attuale di Seoul, tanto che dal 1985 le autorità di Pyongyang lanciano inviti affinché il cardinale visiti il Paese. Sotto la sua direzione la Chiesa coreana ha imboccato la via della promozione per la riunificazione della penisola, con una particolare attenzione al Nord. In seno alla Conferenza Episcopale locale sono sorti due organismi preposti in questo senso: il Comitato per l’Evangelizzazione della Corea del Nord e la Conferenza per le Missioni del Nord. Il primo, coordinato dall’abate benedettino Ri Dong-ho, promuove iniziative rivolte ad instaurare rapporti con la regione settentrionale e dal 1994 ha varato un programma per lo studio e la conoscenza del sistema socio-politico del Nord in vista di una futura confederazione coreana. Il secondo, invece, sorto il 28 settembre 1994, lavora a stretto contatto con l’Associazione Cattolica Nordcoreana, presieduta da Chang Jae Chol che, dopo aver inaugurato la prima chiesa nel 1988, ha proposto l’ordinazione di Chan Song-keun, 53 anni, il quale attualmente dirige le cerimonie religiose domenicali alla chiesa di Chang Chung, a cui partecipano in media 250-300 persone.
Se la consacrazione sacerdotale sarà accettata, Chang Song-keun diverrà il primo prete a lavorare in Nord Corea dal dopoguerra ad oggi. Nonostante nelle zone rurali la presenza cristiana sia pressoché nulla (Chang Jae Chol parla di 3.000-3.500 cattolici in tutti il Paese), il cardinale Kim ha espresso l’intenzione di intervenire con progetti di assistenza sociale (scuole, ospedali) cominciando dalle zone ad economia speciale. Il governo di Pyongyang, che sta lottando contro una delle più gravi crisi economiche dal dopoguerra ad oggi, ha già dimostrato una certa disponibilità, specie dopo gli aiuti ricevuti dalla Caritas per le recenti alluvioni. Inoltre le zone ad economia speciale, essendo le più esposte al contatto con gli stranieri, rappresentano una sorta di aree-pilota adatte all’analisi delle reazioni che potrebbero ripercuotersi sugli strati più ampi delle popolazioni situate nelle regioni interne.
Ma perchè la sfida che la Chiesa si appresta a raccogliere risulti utile anche per i nordcoreani occorre che ponga le proprie basi secondo le parole del card. Kim: “Perchè la Chiesa acquisti la fiducia della gente occorre che sia povera, perchè solo in una Chiesa povera ci sarà posto per i poveri. In una Chiesa ricca, nessun povero troverà posto”.
© Piergiorgio Pescali
S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.
IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
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Diario di viaggio (Luglio 1996)
Su invito del Partito del Lavoro Coreano, durante il mese di agosto 1996 ho potuto visitare la Repubblica Democratica Popolare di Corea (Corea del Nord). Questo è un breve diario del viaggio effettuato.
Primo giorno.-L’arrivo
La strada che dall’aeroporto giunge a Pyongyang è deserta e ben tenuta. Mentre alcuni ragazzi sul ciglio della carreggiata allungano la mano in cerca di un passaggio che li porti nella capitale, da dietro le colline si delinea l’inconfondibile sagoma piramidale dell’incompiuto hotel Ryugyong, che svetta come un’aguzza freccia per trecento metri verso il cielo. Ufficialmente la costruzione è stata sospesa per dirottare il bilancio che sarebbe servito alla sua ultimazione, verso la creazione di nuovi alloggi popolari, anche se voci non confermate parlano di calcoli progettuali sbagliati che ne comprometterebbero l’intera struttura.
L’Arco di Trionfo, inaugurato nell’aprile 1982 in occasione del settantesimo compleanno di Kim Il Sung per commemorare il ritorno vittorioso del “Grande Leader” dalla guerra di liberazione nazionale, segna l’ingresso nella città. Strade enormi, che il traffico limitato fa sembrare ancora più ampie, scorrono di fronte ai monumenti che si stagliano contro un cielo limpido e terso. Riconosco la grande statua in bronzo di Kim Il Sung sulla collina Mansudae e l’enorme biblioteca che, si dice, contenga trenta milioni di volumi. Di fronte ad essa la piazza Kim Il Sung si apre sul Taedong, il fiume che bagna Pyongyang, al di là del quale s’innalza la torre con la fiaccola del Juche, l’idea guida della Corea del Nord teorizzata per la prima volta da Kim Il Sung al Congresso di Khalun del giugno 1930 e secondo la quale ognuno è responsabile del proprio destino.
Prima di raggiungere il Koryo Hotel ci fermiamo al Mansudae Memorial, una tappa obbligata per chiunque giunga nel Paese. Ai piedi della statua sono deposti dei fiori, alcuni composti in sontuose decorazioni, altri semplicemente raccolti lungo i viali o nei prati circostanti e posati sui gradini. Cinque bambini in divisa scolastica (camicetta bianca e fazzoletto rosso attorno al collo) si inchinano con deferenza per poi andarsene in silenzio. Cerco di fotografarli, ma si defilano velocemente parlottando tra loro. - I coreani non amano farsi fotografare- spiega Lee, la guida che mi accompagna.
Secondo giorno - Mangyondae e Nampo
La mattina presto ci rechiamo a Mangyondae, alla periferia di Pyongyang, dove il 15 aprile 1912 nacque Kim Il Sung. Una ragazza calata nel suo chimachogori, elenca i fatti salienti della vita del Presidente, mentre altre famiglie di coreani in silenzio osservano l’otre dell’acqua usato dai Kim, la tazza con cui il futuro “Grande Leader” bevve il tè con la madre prima di partire per la Manciuria... Tutto è conservato con cura, come del resto lo sono tutti gli oggetti appartenuti a Kim Il Sung, cui il popolo tributa grande rispetto, non solo perché il non farlo li porrebbe in cattiva luce di fronte alla patria, ma perché, come i cinque bambini osservati al Mansudae, Kim Il Sung è la guida di quello che per loro è il mondo che si sono costruiti partendo da un cumulo di macerie quale era la Corea all’indomani dell’armistizio del 1953.
Tornati a Pyongyang gironzolo solitario per le vie del centro e del lungofiume, dove gruppi di volontari stanno pulendo i giardinetti e le strade. Solo allora riesco a scoprire uno dei motivi per cui, sin da quando ho calpestato il suo suolo, questo mondo mi è sembrato così diverso da tutti gli altri paesi asiatici visitati: pulizia e ordine qui raggiungono livelli tali da superare addirittura gli standard giapponesi. Ecco, se dovessi scegliere un popolo da porre come termine di paragone a quello nordcoreano, sceglierei il giapponese: entrambi difficili da fotografare (sia spiritualmente che fisicamente), caratterialmente poco inclini all’apertura allo straniero, ma estremamente disponibili e gentili. Esattamente come accade per i vicini d’oltremare, anche i coreani del nord interiorizzano le loro emozioni, cosicché risulta arduo per un forestiero comprendere lo stato d’animo e trovare la via giusta per accostarsi a loro.
Nel pomeriggio andiamo a Nampo. L’autostrada scorre deserta per 70 Km, una costante che ci accompagnerà lungo tutti i tragitti, lunghi o corti che siano. I pochi camion incrociati, alcuni dei quali fermi ai lati della strada, confermano la grave penuria di mezzi di trasporto cui soffre la Corea del Nord e di cui Lee stesso aveva accennato. In queste condizioni una visita senza guida nel Paese è impossibile a realizzarsi e, cosa ben più grave, il trasferimento di generi di prima necessità da una regione all’altra ne risulta gravemente penalizzato.
Lungo la strada colonne di militari trasportano riso donato dal WFP che verrà distribuito nei centri appositi, ed è confortante leggere un articolo di “Aera”, periodico del gruppo giapponese Asahi Shimbun, secondo il quale qui, a differenza di quanto avviene in molti altri Paesi, gli aiuti giungono nella loro totalità a chi realmente ne ha bisogno.
Attraversiamo velocemente Nampo per dirigerci verso la Grande Dida del Mare Occidentale, descritta come un capolavoro della tecnologia nordcoreana. Grazie a questo sbarramento, alla provincia sono state risparmiate le devastazioni delle piogge torrenziali degli ultimi tre anni, permettendo di contenere le perdite agricole.
Terzo giorno-Pyongyang
La mattinata è dedicata alla visita al Kumsusan, il palazzo presidenziale dove è deposta la salma imbalsamata di Kim Il Sung. La gente che aspetta di sfilare di fronte al leader si dipana tra le stanze della villa, ma agli stranieri è concesso di entrare direttamente nella camera dove, in una teca di cristallo, è deposto il “Grande Leader”. La scena che mi attende all’interno della sala semilluminata mi rimanda alle immagini di disperazione dei coreani all’annuncio della morte di Kim Il Sung e trasmesse alle televisioni di tutto il mondo. Uomini, donne, generali pluridecorati continuano ancor oggi a commuoversi inchinandosi di fronte a colui che li ha governati per quasi mezzo secolo.
Il tributo a Kim Il Sung continua durante l’incontro con Choe Zin, vicesegretario del Comitato Centrale del PLK che illustra la situazione del Paese, “aggravatasi- dice- sia per l’alluvione, sia per il disgregamento del COMECON”
Per il 1996 le previsioni di raccolta dei cereali sono inferiori del 20% rispetto a quelle, già magre, dell’anno precedente. Secondo questo quadro “la strategia adottata dal partito si concentra in tre punti che dovrebbero elevare il livello di vita della popolazione in modo considerevole: maggiore impulso all’agricoltura, all’industria leggera e al commercio con l’estero”
Kim Il Sung era solito dire che la Corea è un Paese dove comandano i bambini. Il pomeriggio è quindi dedicato alle future leve della nazione con la visita ad un asilo e alla Mangyondae Schoolchildren’s Palace, i centri di educazione più avanzati del Paese, al cui livello dovrebbero equipararsi in futuro anche gli altri istituti simili presenti nelle altre province. La scuola materna, oltre che ad attività ricreative, contempla anche infarinature di materie letterarie e scientifiche, nonchè lo studio dei primi anni di vita del “Grande Leader”, effettuato con l’ausilio di un plastico del suo luogo natio e presente in tutti gli asili nordcoreani. La Mangyondae Schoolchildren’s Palace, invece, è riservata ai più grandicelli che seguono corsi di specializzazione in arti figurative, informatica, giornalismo, musica, etc.
Quarto e quinto giorno-Myohyangsan
Per due giorni andiamo a Myohyang, luogo di amena bellezza, 160 Km a nord di Pyongyang. Lungo la strada si notano i danni causati dalle alluvioni: ponti distrutti, campi allagati, strade franate. A Myohyang il Pohyon Temple vale da solo la visita: costruito nel 1042 e ristrutturato in diverse riprese, è immerso in uno scenario naturale idilliaco. Qui i pochi fedeli della regione giungono a pregare assieme ai bonzi. La guida spiega che Kim Il Sung, durante una visita, ha istruito i giardinieri del luogo sul modo di salvare un albero centenario che stava morendo ed ha impartito istruzioni sugli accorgimenti da adottare per preservare i preziosi manoscritti del tempio dall’azione logoratrice del tempo. Questi continui richiami alle lezioni di Kim Il Sung o di Kim Jong Il si ripetono frequentemente durante le visite in Nord Corea ed è questo “illuminato eclettismo”, più che i pianti al Kumsusan ed i monumenti dedicati al “Grande e al Caro Leader”, che non sono riuscito ad accettare pienamente. Ad ogni modo Myohyang è nota anche per l’Esibizione Internazionale dell’Amicizia, un edificio di sei piani dislocati su 28.000 mq. in stile coreano, che contiene i regali ricevuti dai due Kim dai Capi di Stato di 150 Paesi. La raccolta è interessante se non altro perchè mette in mostra doni di statisti a capo di Paesi che non definirei esattamente “amici” di Pyongyang, come l’Indonesia di Suharto o lo Zaire di Mobutu, con cui Kim Il Sung è ritratto mentre scambia una calorosa stretta di mano.
Sesto giorno - Pyongyang
Torniamo a Pyongyang dove visitiamo i musei di Storia, della Rivoluzione Coreana e della Guerra Vittoriosa in previsione dell’escursione programmata a Panmunjon. Ho sempre pensato che i musei rappresentano una tappa fondamentale per comprendere la proiezione geopolitica e storica che una nazione dà degli avvenimenti di cui è stata protagonista. Entrare in un museo della Corea del Nord aiuta a comprendere le posizioni assunte in politica estera e interna, come ad esempio il fatto che, contrariamente a quanto accade al Sud, le cartine stampate al Nord riportino l’intera penisola, dovuto al fatto che Pyongyang ha firmato nel 1953 un armistizio con Washington e non con Seoul, non riconoscendo quindi alcuna legittimità popolare nel governo della Repubblica di Corea.
Settimo giorno - Panmunjon
Quando a casa osservavo le fotografie dei visi seri delle guardie di frontiera dislocate lungo il 38° Parallelo, non immaginavo quanto emozionante sarebbe stato visitare di persona Panmunjon. Qui due sistemi, due mondi totalmente differenti, ed in un certo senso opposti tra loro, si osservano, si scrutano, a volte si incontrano per pochi minuti, separati da una linea di cemento larga 40 cm e alta 7. “La Corea è una!” si legge appena fuori il corpo di guardia e pochi chilometri più in là, nel padiglione del MAC (Military Armistice Commission) c’è ancora il tavolo dove fu firmato l’armistizio con gli USA nel 1953, che sancì la divisione del popolo coreano
Torniamo a Kaesong e deviamo per 27 chilometri verso est per raggiungere un avamposto nordcoreano. Durante il tragitto piantagioni di ginseng si alternano a quelle di granoturco, ma noto che il terreno, a causa delle alluvioni, è sabbioso e inaridito, diminuendo così la sua fertilità. All’avamposto ci accoglie un Tenente Colonnello che ci porta sul balconcino di avvistamento e spiega:. “Da qui è possibile osservare il muro di cemento che i sudcoreani han costruito nel 1977 lungo i 248 km della DMZ”. Tra due postazioni sudcoreane vedo scorrere una striscia bianca che si perde all’orizzonte a est e ovest. “Questo muro è il simbolo della divisione della Corea” aggiunge il militare.
Ottavo giorno - Pyongyang
In mattinata si visita l’Accademia del Juche, alle porte di Pyongyang, un istituto dove si studia l’idea portante del socialismo coreano, mentre nel pomeriggio Lee ha organizzato un’incontro alla chiesa protestante di Pongsu, con il pastore Li Son Bon che, assieme ad altri due preti, coordina la comunità protestante della capitale, forte di un migliaio di fedeli, di cui circa 300 praticanti.
Durante la conversazione noto che, a differenza di quanto accaduto sino ad ora, Lee non aggiunge l’appellativo di “compagno” accanto al nome di Kim Il Sung, bensì quello di “signore”.
Nono e decimo giorno - Kumgansan
Partenza al mattino presto alla volta di Wonsan, il maggior porto nordcoreano che si affaccia sulla costa orientale. Qui è ormeggiata la “Pueblo”, la nave-spia statunitense catturata a poche miglia dalla costa nel 1961.
I due giorni trascorsi a Kumgansan sono davvero ristoratori: il paesaggio è degno del nome che porta la regione (Kumgansan significa “Montagna di Diamante”); inoltre le sorgenti termali che sorgono a pochi metri dall’albergo, ritemprano il corpo dopo le camminate montane.
Undicesimo giorno - Cooperativa agricola Chondong
Incontro con il Segretario del Comitato Centrale del PLK.
Nel pomeriggio andiamo alla cooperativa agricola di Chondong, a poca distanza dall’aeroporto ed una delle meglio attrezzate nel Paese. Il presidente, che è anche membro dell’Assemblea Nazionale, ci porta a visitare il villaggio e ne approfittiamo per entrare in un appartamento: una sala di cinque metri per quattro con un televisore, alcuni libri, gli immancabili ritratti di Kim Il Sung e Kim Jong Il appesi alla parete; una cucina; un bagno; una camera da letto; un disimpegno. Ogni famiglia ha un piccolo appezzamento di terra che coltiva a titolo privato, mentre un’infermeria e un asilo sono a disposizione dei bisogni primari delle famiglie.
Dodicesimo giorno - Pyongyang
Visitiamo la metropolitana assieme al direttore. Le scale mobili ci portano un centinaio di metri sottoterra, dato che le stazioni sono state progettate per difendere la popolazione da eventuali attacchi atomici. In caso di guerra porte stagne bloccherebbero gli ingressi per isolare l’ambiente dalle radiazioni esterne. Le stazioni sono decorate con scene di vita di Kim Il Sung ed i pavimenti sono rivestiti d’onice, “perché il popolo deve camminare su pietre preziose”.
Il pomeriggio è dedicato allo shopping in centri che vendono prodotti d’importazione, per lo più “Made in Japan”: televisori Sony, impianti stereo Hitachi, pellicole Kodak, macchine fotografiche Nikon, alimentari stranieri. I prezzi, leggermente inferiori a quelli italiani, sono decisamente troppo elevati per il reddito medio dei locali ed i frequentatori sono principalmente quei nordcoreani che ricevono valuta pregiata dai parenti residenti all’estero. Chi non può permettersi di utilizzare i won riservati agli stranieri (diversi da quelli usati dai nordcoreani) deve usufruire dei negozi che aprono le loro vetrine nei quartieri cittadini, che comunque hanno una discreta varietà di merce a prezzi popolari.
Tredicesimo giorno - Pyongyang
Ultime visite nella capitale. Alla sera andiamo al Festival Internazionale della Gioventù, in piazza Kim Il Sung. Lee è riuscito a trovare i posti migliori, di fronte alla Biblioteca Centrale, da dove si domina tutta l’immensa piazza. La scena che mi si presenta è strabiliante: decine di migliaia di persone ballano sulle note dell’orchestra e del coro posto su un palco al centro della piazza, illuminata a giorno dai riflettori dell’esercito. Molti stranieri, per lo più uomini d’affari e di Organizzazioni Internazionali, non resistono alla tentazione e si lanciano anche loro tra la folla cercando di imitare i balli dei coreani. La festa è iniziata alle 20 precise. Il mio orologio segna le 22.00 quando l’orchestra termina l’ultima nota dell’ultima canzone. Nel giro di 20 minuti la piazza è di nuovo deserta.
Quattrodicesimo giorno - Pyongyang
Al mattino presto, verso le sette ritorno da solo in piazza Kim Il Sung trovandola non solo deserta e liberata dal grande palco dove suonava l’orchestra, ma anche pulita come al solito. Non una carta rotola sull’asfalto trasportata dalla brezza mattutina; eppure solo nove ore prima migliaia di persone si assiepavano in quello stesso luogo; possibile che del loro passaggio non rimanga alcuna traccia? Il livello di civiltà sociale raggiunto dal sistema nordcoreano si esplica anche attraverso questi aspetti di rispetto comunitario, che a secondo da che prospettiva viene analizzata può anche essere adibita come prova di oppressione del sistema e di mancanza di libertà individuale.
© Piergiorgio Pescali
Primo giorno.-L’arrivo
La strada che dall’aeroporto giunge a Pyongyang è deserta e ben tenuta. Mentre alcuni ragazzi sul ciglio della carreggiata allungano la mano in cerca di un passaggio che li porti nella capitale, da dietro le colline si delinea l’inconfondibile sagoma piramidale dell’incompiuto hotel Ryugyong, che svetta come un’aguzza freccia per trecento metri verso il cielo. Ufficialmente la costruzione è stata sospesa per dirottare il bilancio che sarebbe servito alla sua ultimazione, verso la creazione di nuovi alloggi popolari, anche se voci non confermate parlano di calcoli progettuali sbagliati che ne comprometterebbero l’intera struttura.
L’Arco di Trionfo, inaugurato nell’aprile 1982 in occasione del settantesimo compleanno di Kim Il Sung per commemorare il ritorno vittorioso del “Grande Leader” dalla guerra di liberazione nazionale, segna l’ingresso nella città. Strade enormi, che il traffico limitato fa sembrare ancora più ampie, scorrono di fronte ai monumenti che si stagliano contro un cielo limpido e terso. Riconosco la grande statua in bronzo di Kim Il Sung sulla collina Mansudae e l’enorme biblioteca che, si dice, contenga trenta milioni di volumi. Di fronte ad essa la piazza Kim Il Sung si apre sul Taedong, il fiume che bagna Pyongyang, al di là del quale s’innalza la torre con la fiaccola del Juche, l’idea guida della Corea del Nord teorizzata per la prima volta da Kim Il Sung al Congresso di Khalun del giugno 1930 e secondo la quale ognuno è responsabile del proprio destino.
Prima di raggiungere il Koryo Hotel ci fermiamo al Mansudae Memorial, una tappa obbligata per chiunque giunga nel Paese. Ai piedi della statua sono deposti dei fiori, alcuni composti in sontuose decorazioni, altri semplicemente raccolti lungo i viali o nei prati circostanti e posati sui gradini. Cinque bambini in divisa scolastica (camicetta bianca e fazzoletto rosso attorno al collo) si inchinano con deferenza per poi andarsene in silenzio. Cerco di fotografarli, ma si defilano velocemente parlottando tra loro. - I coreani non amano farsi fotografare- spiega Lee, la guida che mi accompagna.
Secondo giorno - Mangyondae e Nampo
La mattina presto ci rechiamo a Mangyondae, alla periferia di Pyongyang, dove il 15 aprile 1912 nacque Kim Il Sung. Una ragazza calata nel suo chimachogori, elenca i fatti salienti della vita del Presidente, mentre altre famiglie di coreani in silenzio osservano l’otre dell’acqua usato dai Kim, la tazza con cui il futuro “Grande Leader” bevve il tè con la madre prima di partire per la Manciuria... Tutto è conservato con cura, come del resto lo sono tutti gli oggetti appartenuti a Kim Il Sung, cui il popolo tributa grande rispetto, non solo perché il non farlo li porrebbe in cattiva luce di fronte alla patria, ma perché, come i cinque bambini osservati al Mansudae, Kim Il Sung è la guida di quello che per loro è il mondo che si sono costruiti partendo da un cumulo di macerie quale era la Corea all’indomani dell’armistizio del 1953.
Tornati a Pyongyang gironzolo solitario per le vie del centro e del lungofiume, dove gruppi di volontari stanno pulendo i giardinetti e le strade. Solo allora riesco a scoprire uno dei motivi per cui, sin da quando ho calpestato il suo suolo, questo mondo mi è sembrato così diverso da tutti gli altri paesi asiatici visitati: pulizia e ordine qui raggiungono livelli tali da superare addirittura gli standard giapponesi. Ecco, se dovessi scegliere un popolo da porre come termine di paragone a quello nordcoreano, sceglierei il giapponese: entrambi difficili da fotografare (sia spiritualmente che fisicamente), caratterialmente poco inclini all’apertura allo straniero, ma estremamente disponibili e gentili. Esattamente come accade per i vicini d’oltremare, anche i coreani del nord interiorizzano le loro emozioni, cosicché risulta arduo per un forestiero comprendere lo stato d’animo e trovare la via giusta per accostarsi a loro.
Nel pomeriggio andiamo a Nampo. L’autostrada scorre deserta per 70 Km, una costante che ci accompagnerà lungo tutti i tragitti, lunghi o corti che siano. I pochi camion incrociati, alcuni dei quali fermi ai lati della strada, confermano la grave penuria di mezzi di trasporto cui soffre la Corea del Nord e di cui Lee stesso aveva accennato. In queste condizioni una visita senza guida nel Paese è impossibile a realizzarsi e, cosa ben più grave, il trasferimento di generi di prima necessità da una regione all’altra ne risulta gravemente penalizzato.
Lungo la strada colonne di militari trasportano riso donato dal WFP che verrà distribuito nei centri appositi, ed è confortante leggere un articolo di “Aera”, periodico del gruppo giapponese Asahi Shimbun, secondo il quale qui, a differenza di quanto avviene in molti altri Paesi, gli aiuti giungono nella loro totalità a chi realmente ne ha bisogno.
Attraversiamo velocemente Nampo per dirigerci verso la Grande Dida del Mare Occidentale, descritta come un capolavoro della tecnologia nordcoreana. Grazie a questo sbarramento, alla provincia sono state risparmiate le devastazioni delle piogge torrenziali degli ultimi tre anni, permettendo di contenere le perdite agricole.
Terzo giorno-Pyongyang
La mattinata è dedicata alla visita al Kumsusan, il palazzo presidenziale dove è deposta la salma imbalsamata di Kim Il Sung. La gente che aspetta di sfilare di fronte al leader si dipana tra le stanze della villa, ma agli stranieri è concesso di entrare direttamente nella camera dove, in una teca di cristallo, è deposto il “Grande Leader”. La scena che mi attende all’interno della sala semilluminata mi rimanda alle immagini di disperazione dei coreani all’annuncio della morte di Kim Il Sung e trasmesse alle televisioni di tutto il mondo. Uomini, donne, generali pluridecorati continuano ancor oggi a commuoversi inchinandosi di fronte a colui che li ha governati per quasi mezzo secolo.
Il tributo a Kim Il Sung continua durante l’incontro con Choe Zin, vicesegretario del Comitato Centrale del PLK che illustra la situazione del Paese, “aggravatasi- dice- sia per l’alluvione, sia per il disgregamento del COMECON”
Per il 1996 le previsioni di raccolta dei cereali sono inferiori del 20% rispetto a quelle, già magre, dell’anno precedente. Secondo questo quadro “la strategia adottata dal partito si concentra in tre punti che dovrebbero elevare il livello di vita della popolazione in modo considerevole: maggiore impulso all’agricoltura, all’industria leggera e al commercio con l’estero”
Kim Il Sung era solito dire che la Corea è un Paese dove comandano i bambini. Il pomeriggio è quindi dedicato alle future leve della nazione con la visita ad un asilo e alla Mangyondae Schoolchildren’s Palace, i centri di educazione più avanzati del Paese, al cui livello dovrebbero equipararsi in futuro anche gli altri istituti simili presenti nelle altre province. La scuola materna, oltre che ad attività ricreative, contempla anche infarinature di materie letterarie e scientifiche, nonchè lo studio dei primi anni di vita del “Grande Leader”, effettuato con l’ausilio di un plastico del suo luogo natio e presente in tutti gli asili nordcoreani. La Mangyondae Schoolchildren’s Palace, invece, è riservata ai più grandicelli che seguono corsi di specializzazione in arti figurative, informatica, giornalismo, musica, etc.
Quarto e quinto giorno-Myohyangsan
Per due giorni andiamo a Myohyang, luogo di amena bellezza, 160 Km a nord di Pyongyang. Lungo la strada si notano i danni causati dalle alluvioni: ponti distrutti, campi allagati, strade franate. A Myohyang il Pohyon Temple vale da solo la visita: costruito nel 1042 e ristrutturato in diverse riprese, è immerso in uno scenario naturale idilliaco. Qui i pochi fedeli della regione giungono a pregare assieme ai bonzi. La guida spiega che Kim Il Sung, durante una visita, ha istruito i giardinieri del luogo sul modo di salvare un albero centenario che stava morendo ed ha impartito istruzioni sugli accorgimenti da adottare per preservare i preziosi manoscritti del tempio dall’azione logoratrice del tempo. Questi continui richiami alle lezioni di Kim Il Sung o di Kim Jong Il si ripetono frequentemente durante le visite in Nord Corea ed è questo “illuminato eclettismo”, più che i pianti al Kumsusan ed i monumenti dedicati al “Grande e al Caro Leader”, che non sono riuscito ad accettare pienamente. Ad ogni modo Myohyang è nota anche per l’Esibizione Internazionale dell’Amicizia, un edificio di sei piani dislocati su 28.000 mq. in stile coreano, che contiene i regali ricevuti dai due Kim dai Capi di Stato di 150 Paesi. La raccolta è interessante se non altro perchè mette in mostra doni di statisti a capo di Paesi che non definirei esattamente “amici” di Pyongyang, come l’Indonesia di Suharto o lo Zaire di Mobutu, con cui Kim Il Sung è ritratto mentre scambia una calorosa stretta di mano.
Sesto giorno - Pyongyang
Torniamo a Pyongyang dove visitiamo i musei di Storia, della Rivoluzione Coreana e della Guerra Vittoriosa in previsione dell’escursione programmata a Panmunjon. Ho sempre pensato che i musei rappresentano una tappa fondamentale per comprendere la proiezione geopolitica e storica che una nazione dà degli avvenimenti di cui è stata protagonista. Entrare in un museo della Corea del Nord aiuta a comprendere le posizioni assunte in politica estera e interna, come ad esempio il fatto che, contrariamente a quanto accade al Sud, le cartine stampate al Nord riportino l’intera penisola, dovuto al fatto che Pyongyang ha firmato nel 1953 un armistizio con Washington e non con Seoul, non riconoscendo quindi alcuna legittimità popolare nel governo della Repubblica di Corea.
Settimo giorno - Panmunjon
Quando a casa osservavo le fotografie dei visi seri delle guardie di frontiera dislocate lungo il 38° Parallelo, non immaginavo quanto emozionante sarebbe stato visitare di persona Panmunjon. Qui due sistemi, due mondi totalmente differenti, ed in un certo senso opposti tra loro, si osservano, si scrutano, a volte si incontrano per pochi minuti, separati da una linea di cemento larga 40 cm e alta 7. “La Corea è una!” si legge appena fuori il corpo di guardia e pochi chilometri più in là, nel padiglione del MAC (Military Armistice Commission) c’è ancora il tavolo dove fu firmato l’armistizio con gli USA nel 1953, che sancì la divisione del popolo coreano
Torniamo a Kaesong e deviamo per 27 chilometri verso est per raggiungere un avamposto nordcoreano. Durante il tragitto piantagioni di ginseng si alternano a quelle di granoturco, ma noto che il terreno, a causa delle alluvioni, è sabbioso e inaridito, diminuendo così la sua fertilità. All’avamposto ci accoglie un Tenente Colonnello che ci porta sul balconcino di avvistamento e spiega:. “Da qui è possibile osservare il muro di cemento che i sudcoreani han costruito nel 1977 lungo i 248 km della DMZ”. Tra due postazioni sudcoreane vedo scorrere una striscia bianca che si perde all’orizzonte a est e ovest. “Questo muro è il simbolo della divisione della Corea” aggiunge il militare.
Ottavo giorno - Pyongyang
In mattinata si visita l’Accademia del Juche, alle porte di Pyongyang, un istituto dove si studia l’idea portante del socialismo coreano, mentre nel pomeriggio Lee ha organizzato un’incontro alla chiesa protestante di Pongsu, con il pastore Li Son Bon che, assieme ad altri due preti, coordina la comunità protestante della capitale, forte di un migliaio di fedeli, di cui circa 300 praticanti.
Durante la conversazione noto che, a differenza di quanto accaduto sino ad ora, Lee non aggiunge l’appellativo di “compagno” accanto al nome di Kim Il Sung, bensì quello di “signore”.
Nono e decimo giorno - Kumgansan
Partenza al mattino presto alla volta di Wonsan, il maggior porto nordcoreano che si affaccia sulla costa orientale. Qui è ormeggiata la “Pueblo”, la nave-spia statunitense catturata a poche miglia dalla costa nel 1961.
I due giorni trascorsi a Kumgansan sono davvero ristoratori: il paesaggio è degno del nome che porta la regione (Kumgansan significa “Montagna di Diamante”); inoltre le sorgenti termali che sorgono a pochi metri dall’albergo, ritemprano il corpo dopo le camminate montane.
Undicesimo giorno - Cooperativa agricola Chondong
Incontro con il Segretario del Comitato Centrale del PLK.
Nel pomeriggio andiamo alla cooperativa agricola di Chondong, a poca distanza dall’aeroporto ed una delle meglio attrezzate nel Paese. Il presidente, che è anche membro dell’Assemblea Nazionale, ci porta a visitare il villaggio e ne approfittiamo per entrare in un appartamento: una sala di cinque metri per quattro con un televisore, alcuni libri, gli immancabili ritratti di Kim Il Sung e Kim Jong Il appesi alla parete; una cucina; un bagno; una camera da letto; un disimpegno. Ogni famiglia ha un piccolo appezzamento di terra che coltiva a titolo privato, mentre un’infermeria e un asilo sono a disposizione dei bisogni primari delle famiglie.
Dodicesimo giorno - Pyongyang
Visitiamo la metropolitana assieme al direttore. Le scale mobili ci portano un centinaio di metri sottoterra, dato che le stazioni sono state progettate per difendere la popolazione da eventuali attacchi atomici. In caso di guerra porte stagne bloccherebbero gli ingressi per isolare l’ambiente dalle radiazioni esterne. Le stazioni sono decorate con scene di vita di Kim Il Sung ed i pavimenti sono rivestiti d’onice, “perché il popolo deve camminare su pietre preziose”.
Il pomeriggio è dedicato allo shopping in centri che vendono prodotti d’importazione, per lo più “Made in Japan”: televisori Sony, impianti stereo Hitachi, pellicole Kodak, macchine fotografiche Nikon, alimentari stranieri. I prezzi, leggermente inferiori a quelli italiani, sono decisamente troppo elevati per il reddito medio dei locali ed i frequentatori sono principalmente quei nordcoreani che ricevono valuta pregiata dai parenti residenti all’estero. Chi non può permettersi di utilizzare i won riservati agli stranieri (diversi da quelli usati dai nordcoreani) deve usufruire dei negozi che aprono le loro vetrine nei quartieri cittadini, che comunque hanno una discreta varietà di merce a prezzi popolari.
Tredicesimo giorno - Pyongyang
Ultime visite nella capitale. Alla sera andiamo al Festival Internazionale della Gioventù, in piazza Kim Il Sung. Lee è riuscito a trovare i posti migliori, di fronte alla Biblioteca Centrale, da dove si domina tutta l’immensa piazza. La scena che mi si presenta è strabiliante: decine di migliaia di persone ballano sulle note dell’orchestra e del coro posto su un palco al centro della piazza, illuminata a giorno dai riflettori dell’esercito. Molti stranieri, per lo più uomini d’affari e di Organizzazioni Internazionali, non resistono alla tentazione e si lanciano anche loro tra la folla cercando di imitare i balli dei coreani. La festa è iniziata alle 20 precise. Il mio orologio segna le 22.00 quando l’orchestra termina l’ultima nota dell’ultima canzone. Nel giro di 20 minuti la piazza è di nuovo deserta.
Quattrodicesimo giorno - Pyongyang
Al mattino presto, verso le sette ritorno da solo in piazza Kim Il Sung trovandola non solo deserta e liberata dal grande palco dove suonava l’orchestra, ma anche pulita come al solito. Non una carta rotola sull’asfalto trasportata dalla brezza mattutina; eppure solo nove ore prima migliaia di persone si assiepavano in quello stesso luogo; possibile che del loro passaggio non rimanga alcuna traccia? Il livello di civiltà sociale raggiunto dal sistema nordcoreano si esplica anche attraverso questi aspetti di rispetto comunitario, che a secondo da che prospettiva viene analizzata può anche essere adibita come prova di oppressione del sistema e di mancanza di libertà individuale.
© Piergiorgio Pescali
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