Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire
Per ordinarne una copia: 3394551575 oppure yasuko@alice.it
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Visualizzazione post con etichetta Siria. Mostra tutti i post
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A mente fredda - Una riflessione su Parigi e oltre

Non ho voluto scrivere nulla a proposito di Parigi fino ad oggi. L’eco mediatico, i titoli dei giornali, i migliaia di commenti, le bandiere tricolori comparse all’improvviso su Facebook, l’emotività sociale scatenata da questi attentati annebbiano la lucidità d’analisi.
Come ogni avvenimento, anche questo, dopo lo tsunami di commozione che ha suscitato, passerà negli archivi della memoria. E’ successo con l’11 settembre, con Madrid, con Londra, con Utoya e succederà ancora. Le candele si consumeranno e si spegneranno senza che nessuno si ricordi di riaccenderle, i fiori appassiranno e verranno gettati nella spazzatura. Altre candele verranno accese, altri fiori deposti, altre parole retoriche e inutili verranno dette, ma in altri luoghi, in altri tempi che a noi non è dato ancora sapere.
Non conoscevo nessuno di coloro che sono stati uccisi. Non chiamerò nessuno di loro per nome, non considererò nessuno di loro eroe o “futuro dell’Europa” perché, almeno per me, erano perfetti sconosciuti. Non è cinismo. E’ umano. Al di là della cultura religiosa, tutti siamo fratelli compassionevoli e caritatevoli sino a quando qualcuno disturberà e turberà la nostra pace, il nostro angolo di mondo. Quando, però, ci sentiamo offesi, derubati, disturbati, tutti, nessuno escluso, scateniamo la violenza naturale che è in noi. E chiediamo, pretendiamo la guerra. Una guerra fatta non solo di armi, ma anche di parole, di falso buonismo.



Pochi, tra quelli che hanno sfilato nelle città di mezzo mondo, sarebbero scesi in piazza se le stesse stragi fossero state compiute in altri Paesi. Non lo hanno fatto per i 43 morti di Beirut (il giorno prima di Parigi), per i 100 e più morti ad Ankara in ottobre, per i 130 morti nella moschea sciita di Zayidi, nello Yemen in marzo e per tutti gli altri. Non lo faranno per gli altri morti che vi saranno fuori dai confini dell’Europa occidentale.
Il Global Terrorism Index uno dei più affidabili e attenti studi sul terrorismo, dell’Institute for Economics and Peace, ci dice che nel 2014 il 78% delle 32.658 vittime del terrorismo sono state uccise in soli cinque paesi: Afghanistan, Iraq, Nigeria, Pakistan e Siria e di questi 9.929 solo in Iraq. Nessuno si è mosso per loro. Comprensibilmente. Nessuno si interessa se muore un iracheno, un nigeriano, un afghano o un siriano. Sono lontani; la loro lingua, cultura, religione non ci appartengono. Sono gli “altri”, anzi, per molti sono loro stessi terroristi o, ben che vada, simpatizzanti. Sono “poveri, bravi ragazzi” solo quando se ne stanno nelle loro rispettive nazioni a subire le angherie e i bombardamenti. E nel caso, poi, le bombe cadono da aerei occidentali, si trasformano in “danni collaterali” o “vittime innocenti”, per poi convertirsi improvvisamente di nuovo in terroristi appena varcano le nostre frontiere. Insomma, sono uomini e donne multitask, buoni per ogni occasione.
Non voglio giudicare se sia giusto o meno entrare in guerra con l’ISIS (mi chiedo, però, se uno stato può dichiarare guerra a un non-stato; e in tal caso a chi si consegnerà la dichiarazione formale se non vi sono sedi diplomatiche); non voglio giudicare se sia giusto o meno bombardare città e villaggi sotto il controllo dell’ISIS. Mi chiedo solamente come mai, dopo aver tanto criticato la Russia, ora sono tutti unanimi nel condividere le azioni di guerra iniziate da Putin. Bastano davvero cento e poco più morti in Occidente per cambiare la politica di due interi continenti? (Europa e Stati Uniti).
Mi chiedo, inoltre, come mai, dopo ben due anni dalla nascita dell’ISIS, siano bastate meno di 24 ore per individuare esattamente dove fossero i centri strategici, logistici, i campi di addestramento dell’ISIS e colpirli più o meno chirurgicamente. Se davvero i governi dei Paesi occidentali fossero stati preoccupati dell’espansione dello Stato Islamico, perché aspettare così a lungo? Perché criticare Putin? Una vicenda che mi ricorda la ridicola scusante del governo Clinton quando i suoi aerei bombardarono l’ambasciata cinese a Belgrado. Per errore, naturalmente… non sia mai detto che lo fecero intenzionalmente. “Non avevamo una mappa che indicasse la dislocazione dell’ambasciata” fu la nota ufficiale di scusa. Sarebbe bastato andare in un qualunque ufficio turistico jugolsavo o comprare una guida della Lonely Planet...
Le radici dell’ISIS, così come quelle dei Taleban o di al-Qaeda, non sono né superficiali né recenti: affondano nel terreno della storia e degli errori compiuti dalla nostra stessa cultura e politica. Purtroppo la storia non viene mai ricordata e così continuiamo a ripetere gli stessi errori. Diabolicamente. E siamo noi stessi che creiamo, quindi, i nostri diavoli, che diventano i diavoli anche degli altri. Sì, perché la lotta che si sta consumando in questi anni non è tra islam e cristianesimo, ma tra un certo islam moderato e un islam integralista; tra sunniti e sciiti.
E’ uno scontro culturale, ma anche economico e sociale. Da una parte c’è un islam riconosciuto diplomaticamente dall’Occidente (ad esempio i governi dell’Arabia Saudita o del Qatar), che tradisce gli ideali sociali propri del Corano, che affama i propri popoli assoggettandosi acriticamente ai principi economici del capitalismo, dall’altra c’è un islam che sa offrire agli strati più emarginati della popolazione soluzioni alternative di sopravvivenza economica.
Avevamo già un’opzione, anzi, più opzioni all’ISIS e ai movimenti musulmani cresciuti dopo gli anni Novanta: erano i governi di linea socialista presenti in Libia, in Siria, in Iraq, o anche quello teocratico iraniano, oggi l’unico, assieme ad Assad, che riesce a contenere l’espansione del nuovo islam. Ad uno ad uno li abbiamo colpevolmente abbattuti o, nel caso dell’Iran, isolati. In nome della democrazia e di una primavera che, saltando l’estate e l’autunno, ha portato direttamente i popoli di quelle nazioni all’inverno. Abbiamo preferito appoggiare paesi come la Turchia (abbandonando a se stessi i curdi), l’Arabia Saudita, il Qatar, a cui, tra l’altro, si sono concessi anche i campionati mondiali di calcio del 2022, ed i cui governi hanno favorito la nascita dell’ISIS per contrastare lo sciismo iraniano e i loro alleati (Assad, Gheddafi). Ora ne paghiamo le conseguenze.
Il che sarebbe il meno. Purtroppo non sembra abbiamo imparato la lezione. Non accettiamo le nostre responsabilità. La costituzione tutela la libertà religiosa, ma chiediamo che non vengano costruite moschee, vogliamo chiudere quelle (poche) già esistenti e pretendiamo che i sermoni vengano declamati in italiano. Non capiamo che, così facendo, spingiamo direttamente nelle braccia dell’integralismo anche quei musulmani (la stragrande maggioranza) che sono moderati.
Combattiamo la guerra santa proclamando noi stessi una guerra santa. Alla fine ci sarà una santissima guerra.


Copyright ©Piergiorgio Pescali

Siria: intervista a padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terrasanta, sulla situazione siriana (dicembre 2013)

“Noi abbiamo fatto una scelta ben precisa: parlare il meno possibile. Quindi io, ora, davanti a lei, sto contravvenendo a questa stessa scelta.” Padre Pierbattista Pizzaballa sorride mentre si aggiusta il saio francescano. Lui, Custode di Terrasanta, è impegnato a mantenere viva l’attenzione verso la Siria.

Dopo l’accordo di Assad per la distruzione di armi chimiche si è arrivati a scongiurare il pericolo di un intervento militare internazionale diretto da parte dell’Europa e degli USA che forse non era neppure così voluto da entrambe.
Si è, però assistito anche ad un allontanamento della Siria dall’attenzione mediatica. Della Siria non si parla più e questo ha favorito da una parte l’incancrenirsi delle guerre nella nazione siriana e dall’altra ha permesso ai paesi che hanno terziarizzato la guerra di avere mano libera nelle loro politiche di intervento regionale. Parlo della Turchia, Arabia Saudita, Qatar..
Abbiamo poche notizie di prima mano: cosa sta accadendo in Siria?
In realtà in Siria non è cambiato molto rispetto ai tempi in cui se ne parlava. Cambiano, naturalmente, nel territorio, i livelli di forze dei vari movimenti a seconda dei periodi, ma la situazione è immutata. Parte del territorio è sotto controllo governativa, parte è sotto controllo dei ribelli. Ed i ribelli sono una galassia indefinita di movimenti e di sigle; a volte sono semplici bande criminali che utilizzano varie coperture per compiere le loro scorrerie e ruberie.
Ci sono, inoltre, milioni di profughi sia all’esterno, ma anche all’interno del paese.
Infine risulta sempre più evidente che tra questi ribelli ci sono frange chiaramente fondamentaliste, chiuse, che creano problemi a tutto ciò che si differenzia da loro.

Queste frange fondamentaliste sono formate da siriani o da stranieri?
Gran parte sono stranieri; provengono dalla Cecenia, Pakistan, Egitto, Libia, Afghanistan. Sono persone abbruttite dalla guerra, che hanno fatto tutte le guerre che si sono svolte in tutti questi ultimi anni. Sono persone abituate alla violenza, che è divenuta il loro pane quotidiano. Sono persone che devono vivere, quindi saccheggiano, devono fare sesso, quindi stuprano.
All’inizio la rivolta non era questa: era una rivolta più popolare, pacifica, politica. Poi, come spesso accade, è degenerata in violenza

Chi sostiene, finanzia, appoggia queste frange estremiste?
Non posso dire con sicurezza chi siano le organizzazione ed i governi che le appoggiano, ma possiamo sicuramente vedere da dove entrano: dal Libano, forse anche dalla Giordania, ma soprattutto dal  nord, Turchia ed Iraq.
Certamente godono dell’appoggio di Turchia, Arabia Saudita, Qatar, ma anche da alcuni paesi occidentali, in particolare quei paesi che hanno adottato la politica dell’anti Assad a tutti i costi.

Come sempre è il popolo che subisce le conseguenze di questi giochi politici. Come vivono i siriani?
Esatto, è il popolo la prima vittima di una guerra entro la quale saranno ridefiniti tutti gli equilibri non solo della Siria, ma di tutta la regione mediorientale. Esiste, certamente, una divisione anche tra il popolo: c’è chi sta da una parte, chi sta dall’altra, ma la maggioranza della popolazione vuole vivere tranquillamente la loro vita quotidiana. Spesso, però, a causa della guerra si trova a dover scegliere da che parte stare. Volente o nolente deve comunque fare una scelta. Questa è la violenza della guerra siriana.

La separazione tra alauiti pro Assad da una parte e salafiti-sunniti dall’altra rispecchia effettivamente l’attuale scacchiere della guerra civile siriana?
La realtà siriana, come tutte le realtà mediorientali, è una realtà complessa. Possiamo, anzi, affermare che la complessità è ciò che caratterizza la vita di tutti i mediorientali e, oggi in particolare, dei siriani.  Quindi, tutte le semplificazioni che vengono fatte per vari motivi hanno poco senso e contengono anche una forma di ingiustizia ed imprecisione.  E’ anche vero, però, che quando devi presentare la complessità sei anche costretto a semplificare, altrimenti non riesci più a farti capire. Diciamo, quindi, che grosso modo è così, anche se tra gli alauiti ci sono persone che contrastano il regime e, viceversa, tra i sunniti ci sono coloro che appoggiano Assad. Non è, come si può capire, facile distinguere nettamente chi è da una parte e chi dall’altra.

Un embargo contro la Siria esiste di già, ma Europa e Stati Uniti vorrebbero rafforzarlo. I francescani, così come la Chiesa cattolica, sono sempre stati contrari all’embargo e non solo della Siria. Quale altro tipo di pressione è possibile fare?
In genere l’embargo colpisce la popolazione povera, non certo chi ha i mezzi ed il potere. Siamo sicuramente favorevoli all’embargo delle armi: se c’è gente che spara è perché c’è qualcuno che produce le armi, le invia e le distribuisce. Siamo, invece, contrari all’embargo sugli alimentari, medicinali, energia. Cos’altro si può fare, onestamente, non lo so. Non vedo delle semplici soluzioni. La situazione è talmente degenerata, le ferite sono talmente profonde che attualmente non vedo alcuna possibilità di pacificazione. Spero, comunque, di sbagliare.

Israele in questo contesto dove sta, cosa fa, cosa spera di ottenere?
Credo che per Israele cambi poco. Chiunque andrà al potere in Siria sarà comunque anti israeliano.

Assad, comunque, al di là dei proclami, non ha mai dato problemi ad Israele; quindi potrebbe, alla fin fine, rappresentare il male minore.
Assad è, per Israele, una bestia conosciuta. Penso che qualcuno in Israele speri di rimanere con ciò che già conoscono, piuttosto che doversi riprogrammare con una  nuova realtà.

E i cristiani in tutto questo dove stanno e come vivono?
I cristiani non sono un popolo a parte. Lo dico sempre. I cristiani sono siriani come lo sono gli alauiti, i sunniti, i salafiti, gli sciiti. E, quindi, anche i cristiani sono coinvolti nella guerra con tutte le sue sfaccettature. Ci sono cristiani pro-Assad e cristiani contro Assad.

I cristiani sono comunque una minoranza all’interno della Siria e cono concentrati in regioni, quelle settentrionali, dove i gruppi estremisti di cui parlava in precedenza, sono più attivi. Sono, quindi, più esposti alla violenza.
Bisogna fare attenzione a non generalizzare. La guerra distrugge tutto: chiese come moschee.

E i francescani?
Noi abbiamo fatto una scelta ben precisa: parlare il meno possibile. Quindi io, ora, davanti a lei, sto contravvenendo a questa stessa scelta. Non perché abbiamo paura. Noi non abbiamo paura di niente e di nessuno, ma solo perché siamo di fronte ad una situazione talmente complessa che fare dichiarazioni, specie se di parte, serve a poco. Abbiamo fatto semplicemente la scelta di stare con la nostra gente ed aiutarla nei bisogni quotidiani. In questa guerra non c’è una parte giusta ed una sbagliata. Abbiamo, quindi, scelto di stare nel nostro ruolo: stare con la gente.
Non potremo forse portare la pace, ma potremo consolare qualcuno. 

Ci sono diversi religiosi nella mani dei ribelli, tra cui il vescovo ortodosso di Aleppo, Boulos al-Yazigi, il siriaco ortodosso Youhanna Ibrahim e padre Paolo Dall’Oglio. Si sa qualcosa di loro?
R: No, non sappiamo nulla di preciso. Quello dei ribelli non è un gruppo omogeneo, ma una galassia indefinita ed è molto probabile che si passino i prigionieri da un gruppo all’altro

Il vescovo siro cattolico di Damasco, Ignace II Younan, ancora prima del rapimento, aveva criticato Paolo Dall’Oglio per le sue dichiarazioni anti Assad, dicendo che senza il partito Ba’ath, Mar Musa non sarebbe mai potuto esistere.
Sono questioni complicate in cui è difficile entrare e giudicare. Credo che ciascuno debba fare la sua parte. I religiosi devono fare i religiosi. Il nostro compito non è quello di entrare in questioni politiche perché verrai trattato da politico. Il nostro ruolo è, l’ho già detto, stare con la gente: aiutarla, sostenerla. Naturalmente non puoi essere cieco rispetto a ciò che sta accadendo. Devi sempre parlare di rispetto, di giustizia… ma alla fine in momenti così gravi qualunque cosa tu dica è sbagliata.

Tra il 2011 e il 2013 le organizzazioni umanitarie cattoliche hanno raccolto 72 milioni di euro da mandare in  Siria. Come è possibile, in una situazione così caotica, gestire questi aiuti? Come possono i donatori essere sicuri che questi aiuti raggiungano effettivamente le popolazioni a cui sono diretti?
I bisogni sono tanti e in questo momento di guerra non puoi pensare al futuro, ma al presente, a come aiutare la gente a continuare ad esistere. Uno dei problemi principali è quello dei profughi sia all’interno del paese sia di quelli che sono accolti nei campi all’esterno, soprattutto in Giordania e Libano. Qui c’è bisogno di tutto. Occorre provvedere per l’assistenza immediata: medicinali, cure mediche, viveri, vestiti. All’interno della Siria i soldi vanno a tutte quelle famiglie che devono spostarsi a causa della guerra. Bisogna cercare loro il luogo in cui andare,  trovare nuove scuole, spesso i prezzi esplodono e c’è chi ne approfitta, Le chiese sono impegnate a dare un aiuto a queste famiglie nella maniera più coordinata possibile. Uno dei principali problemi è quello di unire e coordinare i vari gruppi che sono all’interno della Chiesa, ma anche tra le varie organizzazioni umanitarie, tra le ONG. Altro non si può fare. Io, come francescano, posso garantire che, per quanto riguarda noi, siamo abbastanza precisi e ferrei tenendo presente che, prima o poi, qualcuno ci chiederà di rendere conto di quello che è stato fatto.

I luoghi cristiani in Siria sono stati preservati?
Tutti i luoghi sono stati colpiti; non solo quelli cristiani, ma anche quelli musulmani. Al nord in maniera molto più pesante che al sud. Non possiamo dire se siano stati colpiti intenzionalmente o no; di conseguenza è molto difficile dare un’interpretazione.

Un possibile scenario geopolitico della Siria potrebbe creare la divisione del paese con un sud alauita pro Assad ed un nord sunnita-salafita filo turco. In questo contesto lo spazio geopolitico della regione sarà diviso nettamente in due: un sud filo iraniano che confina con Israele stesso e quindi possibile teatro di scontro con Teheran, ed un nord più radicale, ma più vicino all’Europa e filo turco.
R: Non posso prevedere come andrà ad evolvere la guerra. Si parla, effettivamente, di questa possibile divisione e della creazione della Grande Turchia che si espanderà, ma è ancora presto per dirlo. Anche i programmi più cinici devono fare i conti con il territorio, quindi in qualunque direzione si vada, non sarà mai una soluzione facile e pacifica.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

Siria: intervista a padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terrasanta, sulla situazione siriana (dicembre 2013)

“Noi abbiamo fatto una scelta ben precisa: parlare il meno possibile. Quindi io, ora, davanti a lei, sto contravvenendo a questa stessa scelta.” Padre Pierbattista Pizzaballa sorride mentre si aggiusta il saio francescano. Lui, Custode di Terrasanta, è impegnato a mantenere viva l’attenzione verso la Siria.

Dopo l’accordo di Assad per la distruzione di armi chimiche si è arrivati a scongiurare il pericolo di un intervento militare internazionale diretto da parte dell’Europa e degli USA che forse non era neppure così voluto da entrambe.
Si è, però assistito anche ad un allontanamento della Siria dall’attenzione mediatica. Della Siria non si parla più e questo ha favorito da una parte l’incancrenirsi delle guerre nella nazione siriana e dall’altra ha permesso ai paesi che hanno terziarizzato la guerra di avere mano libera nelle loro politiche di intervento regionale. Parlo della Turchia, Arabia Saudita, Qatar..
Abbiamo poche notizie di prima mano: cosa sta accadendo in Siria?
In realtà in Siria non è cambiato molto rispetto ai tempi in cui se ne parlava. Cambiano, naturalmente, nel territorio, i livelli di forze dei vari movimenti a seconda dei periodi, ma la situazione è immutata. Parte del territorio è sotto controllo governativa, parte è sotto controllo dei ribelli. Ed i ribelli sono una galassia indefinita di movimenti e di sigle; a volte sono semplici bande criminali che utilizzano varie coperture per compiere le loro scorrerie e ruberie.
Ci sono, inoltre, milioni di profughi sia all’esterno, ma anche all’interno del paese.
Infine risulta sempre più evidente che tra questi ribelli ci sono frange chiaramente fondamentaliste, chiuse, che creano problemi a tutto ciò che si differenzia da loro.

Queste frange fondamentaliste sono formate da siriani o da stranieri?
Gran parte sono stranieri; provengono dalla Cecenia, Pakistan, Egitto, Libia, Afghanistan. Sono persone abbruttite dalla guerra, che hanno fatto tutte le guerre che si sono svolte in tutti questi ultimi anni. Sono persone abituate alla violenza, che è divenuta il loro pane quotidiano. Sono persone che devono vivere, quindi saccheggiano, devono fare sesso, quindi stuprano.
All’inizio la rivolta non era questa: era una rivolta più popolare, pacifica, politica. Poi, come spesso accade, è degenerata in violenza

Chi sostiene, finanzia, appoggia queste frange estremiste?
Non posso dire con sicurezza chi siano le organizzazione ed i governi che le appoggiano, ma possiamo sicuramente vedere da dove entrano: dal Libano, forse anche dalla Giordania, ma soprattutto dal  nord, Turchia ed Iraq.
Certamente godono dell’appoggio di Turchia, Arabia Saudita, Qatar, ma anche da alcuni paesi occidentali, in particolare quei paesi che hanno adottato la politica dell’anti Assad a tutti i costi.

Come sempre è il popolo che subisce le conseguenze di questi giochi politici. Come vivono i siriani?
Esatto, è il popolo la prima vittima di una guerra entro la quale saranno ridefiniti tutti gli equilibri non solo della Siria, ma di tutta la regione mediorientale. Esiste, certamente, una divisione anche tra il popolo: c’è chi sta da una parte, chi sta dall’altra, ma la maggioranza della popolazione vuole vivere tranquillamente la loro vita quotidiana. Spesso, però, a causa della guerra si trova a dover scegliere da che parte stare. Volente o nolente deve comunque fare una scelta. Questa è la violenza della guerra siriana.

La separazione tra alauiti pro Assad da una parte e salafiti-sunniti dall’altra rispecchia effettivamente l’attuale scacchiere della guerra civile siriana?
La realtà siriana, come tutte le realtà mediorientali, è una realtà complessa. Possiamo, anzi, affermare che la complessità è ciò che caratterizza la vita di tutti i mediorientali e, oggi in particolare, dei siriani.  Quindi, tutte le semplificazioni che vengono fatte per vari motivi hanno poco senso e contengono anche una forma di ingiustizia ed imprecisione.  E’ anche vero, però, che quando devi presentare la complessità sei anche costretto a semplificare, altrimenti non riesci più a farti capire. Diciamo, quindi, che grosso modo è così, anche se tra gli alauiti ci sono persone che contrastano il regime e, viceversa, tra i sunniti ci sono coloro che appoggiano Assad. Non è, come si può capire, facile distinguere nettamente chi è da una parte e chi dall’altra.

Un embargo contro la Siria esiste di già, ma Europa e Stati Uniti vorrebbero rafforzarlo. I francescani, così come la Chiesa cattolica, sono sempre stati contrari all’embargo e non solo della Siria. Quale altro tipo di pressione è possibile fare?
In genere l’embargo colpisce la popolazione povera, non certo chi ha i mezzi ed il potere. Siamo sicuramente favorevoli all’embargo delle armi: se c’è gente che spara è perché c’è qualcuno che produce le armi, le invia e le distribuisce. Siamo, invece, contrari all’embargo sugli alimentari, medicinali, energia. Cos’altro si può fare, onestamente, non lo so. Non vedo delle semplici soluzioni. La situazione è talmente degenerata, le ferite sono talmente profonde che attualmente non vedo alcuna possibilità di pacificazione. Spero, comunque, di sbagliare.

Israele in questo contesto dove sta, cosa fa, cosa spera di ottenere?
Credo che per Israele cambi poco. Chiunque andrà al potere in Siria sarà comunque anti israeliano.

Assad, comunque, al di là dei proclami, non ha mai dato problemi ad Israele; quindi potrebbe, alla fin fine, rappresentare il male minore.
Assad è, per Israele, una bestia conosciuta. Penso che qualcuno in Israele speri di rimanere con ciò che già conoscono, piuttosto che doversi riprogrammare con una  nuova realtà.

E i cristiani in tutto questo dove stanno e come vivono?
I cristiani non sono un popolo a parte. Lo dico sempre. I cristiani sono siriani come lo sono gli alauiti, i sunniti, i salafiti, gli sciiti. E, quindi, anche i cristiani sono coinvolti nella guerra con tutte le sue sfaccettature. Ci sono cristiani pro-Assad e cristiani contro Assad.

I cristiani sono comunque una minoranza all’interno della Siria e cono concentrati in regioni, quelle settentrionali, dove i gruppi estremisti di cui parlava in precedenza, sono più attivi. Sono, quindi, più esposti alla violenza.
Bisogna fare attenzione a non generalizzare. La guerra distrugge tutto: chiese come moschee.

E i francescani?
Noi abbiamo fatto una scelta ben precisa: parlare il meno possibile. Quindi io, ora, davanti a lei, sto contravvenendo a questa stessa scelta. Non perché abbiamo paura. Noi non abbiamo paura di niente e di nessuno, ma solo perché siamo di fronte ad una situazione talmente complessa che fare dichiarazioni, specie se di parte, serve a poco. Abbiamo fatto semplicemente la scelta di stare con la nostra gente ed aiutarla nei bisogni quotidiani. In questa guerra non c’è una parte giusta ed una sbagliata. Abbiamo, quindi, scelto di stare nel nostro ruolo: stare con la gente.
Non potremo forse portare la pace, ma potremo consolare qualcuno.

Ci sono diversi religiosi nella mani dei ribelli, tra cui il vescovo ortodosso di Aleppo, Boulos al-Yazigi, il siriaco ortodosso Youhanna Ibrahim e padre Paolo Dall’Oglio. Si sa qualcosa di loro?
R: No, non sappiamo nulla di preciso. Quello dei ribelli non è un gruppo omogeneo, ma una galassia indefinita ed è molto probabile che si passino i prigionieri da un gruppo all’altro

Il vescovo siro cattolico di Damasco, Ignace II Younan, ancora prima del rapimento, aveva criticato Paolo Dall’Oglio per le sue dichiarazioni anti Assad, dicendo che senza il partito Ba’ath, Mar Musa non sarebbe mai potuto esistere.
Sono questioni complicate in cui è difficile entrare e giudicare. Credo che ciascuno debba fare la sua parte. I religiosi devono fare i religiosi. Il nostro compito non è quello di entrare in questioni politiche perché verrai trattato da politico. Il nostro ruolo è, l’ho già detto, stare con la gente: aiutarla, sostenerla. Naturalmente non puoi essere cieco rispetto a ciò che sta accadendo. Devi sempre parlare di rispetto, di giustizia… ma alla fine in momenti così gravi qualunque cosa tu dica è sbagliata.

Tra il 2011 e il 2013 le organizzazioni umanitarie cattoliche hanno raccolto 72 milioni di euro da mandare in  Siria. Come è possibile, in una situazione così caotica, gestire questi aiuti? Come possono i donatori essere sicuri che questi aiuti raggiungano effettivamente le popolazioni a cui sono diretti?
I bisogni sono tanti e in questo momento di guerra non puoi pensare al futuro, ma al presente, a come aiutare la gente a continuare ad esistere. Uno dei problemi principali è quello dei profughi sia all’interno del paese sia di quelli che sono accolti nei campi all’esterno, soprattutto in Giordania e Libano. Qui c’è bisogno di tutto. Occorre provvedere per l’assistenza immediata: medicinali, cure mediche, viveri, vestiti. All’interno della Siria i soldi vanno a tutte quelle famiglie che devono spostarsi a causa della guerra. Bisogna cercare loro il luogo in cui andare,  trovare nuove scuole, spesso i prezzi esplodono e c’è chi ne approfitta, Le chiese sono impegnate a dare un aiuto a queste famiglie nella maniera più coordinata possibile. Uno dei principali problemi è quello di unire e coordinare i vari gruppi che sono all’interno della Chiesa, ma anche tra le varie organizzazioni umanitarie, tra le ONG. Altro non si può fare. Io, come francescano, posso garantire che, per quanto riguarda noi, siamo abbastanza precisi e ferrei tenendo presente che, prima o poi, qualcuno ci chiederà di rendere conto di quello che è stato fatto.

I luoghi cristiani in Siria sono stati preservati?
Tutti i luoghi sono stati colpiti; non solo quelli cristiani, ma anche quelli musulmani. Al nord in maniera molto più pesante che al sud. Non possiamo dire se siano stati colpiti intenzionalmente o no; di conseguenza è molto difficile dare un’interpretazione.

Un possibile scenario geopolitico della Siria potrebbe creare la divisione del paese con un sud alauita pro Assad ed un nord sunnita-salafita filo turco. In questo contesto lo spazio geopolitico della regione sarà diviso nettamente in due: un sud filo iraniano che confina con Israele stesso e quindi possibile teatro di scontro con Teheran, ed un nord più radicale, ma più vicino all’Europa e filo turco.
R: Non posso prevedere come andrà ad evolvere la guerra. Si parla, effettivamente, di questa possibile divisione e della creazione della Grande Turchia che si espanderà, ma è ancora presto per dirlo. Anche i programmi più cinici devono fare i conti con il territorio, quindi in qualunque direzione si vada, non sarà mai una soluzione facile e pacifica.

Copyright ©Piergiorgio Pescali


Siria, l'incognita del futuro (agosto 2012)


La Siria, una delle nazioni più affascinanti e ricche di storia di tutto il Medio Oriente, sembra ormai al collasso. La dinastia attualmente al potere, inaugurata nel 1967 da Hafiz al-Assad, un dittatore tanto crudele quanto paternalista, ha visto passare lo scettro del comando  al figlio Bashar nel 2000. In verità Bashar non si era mai interessato di politica; fu la morte, avvenuta nel 1994, dell’erede designato, il fratello Basil, che proiettò il secondogenito di Hafiz, ai vertici del potere. Facile, quindi, per l’entourage di stato, manovrare il nuovo presidente, inesperto e relativamente poco incline alla politica. Come spesso accade nei regimi dittatoriali, le personalità più influenti del governo siriano sono legate da una stretta parentela con la famiglia al potere che sclerotizza l’intero apparato. Masher, fratello dell’attuale presidente, è il comandante della Guardia Presidenziale, mentre la sorella Bushra, la quale sarebbe il consigliere politico di Bashir, è sposata con il generale Assef Shawqat, capo dei servizi segreti. Infine, Adnan Makhluf, cugino della madre di Bashir, guida la Guardia Repubblicana.
La ragnatela di intrecci tra le varie cariche di potere e la secolarizzazione dello stato siriano voluta da Assad padre, ha mantenuto lontano dalla nazione la potente componente musulmana sunnita ed ogni forma di integralismo religioso, anche a costo di trasformare la Siria in uno stato oppressivo e dittatoriale. E’ anche per riconquistare la simpatia della componente islamica, seriamente compromessa dopo i massacri di Hama del 1980 e perpetrati contro la Fratellanza Musulmana insorta contro la famiglia Assad, che Damasco si imbarcò nella guerra del Libano appoggiando gli Hetzbollah e sostenendo Hamas contro Israele. La Siria sotto Assad, però, fiorì dal punto di vista culturale ed economico e, soprattutto, non conobbe mai gli eccessi del vicino Iraq. Terra fondamentale per la nascita del cristianesimo, è sempre stata meta di pellegrinaggi e di missioni archeologiche. Il cristiano o l’ateo che visita la meravigliosa moschea degli Omayyadi, all’interno della quale si conserva una delle innumerevoli teste di San Giovanni Battista e dove la leggenda narra che Gesù scenderà ad annunciare la fine del mondo, non sente alcuna percezione di estraneità o di sentirsi “fuori luogo”. Perdersi nel meraviglioso souk di Aleppo, sovrastato dalla stupenda cittadella che al tramonto si tinge di colori caldi, è uno dei piaceri del viaggio, così come scoprire le antiche rovine romane di Palmira o il teatro di Bosra. Svegliarsi all’alba trovandosi di fronte il Krak dei Cavalieri riporta ai tempi in cui queste terre erano teatro di scorribande dei crociati o dei saraceni. Oggi non vi sono più le spade dei Templari o gli archi dei soldati del Saladino a terrorizzare la popolazione, ma moderni carri armati, fucili mitragliatori, aerei, granate.
Travolta dalla cosiddetta Primavera Araba, la Siria rischia di rivelarsi l’ennesimo fallimento diplomatico e politico dell’Occidente che non  ha saputo, così come è stato per l’Iran di Khatami, cogliere l’occasione del cambiamento al vertice per dialogare con il nuovo governo che si dimostrava più aperto del precedente. Le legittime aspirazioni dei siriani di democrazia, di libertà, di rispetto dei diritti umani gravemente calpestati dal regime, difficilmente troveranno riscontro nelle innumerevoli fazioni di combattenti antigovernativi. Prive di una leadership unica e riconosciuta da tutti, spesso in lotta tra loro, fortemente infiltrate da elementi estranei alla vita politica e culturale del paese, queste frange rischiano di trasformare la Siria in una nuova Libia, rivoluzionando la geopolitica di tutta la regione. Con tutta probabilità il governo di Assad ha i giorni contati, ma ad oggi nessuno vede un successore che potrebbe governare il paese senza che questo rischi di cadere nell’instabilità.
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