Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

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S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

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FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

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March 14, 1883: Karl Marx Died - 14 marzo 1883: muore Karl Marx (english and Italian version)

On March 14, 1883 died Karl Marx, author, among others, of the Communist Manifesto and The Capital, and foster father of the world communist movement.
His most famous work next to the capital, was The Communist Manifesto. Written in January 1848 in Brussels, it cost to Marx the expulsion from Belgium. It is not a coincidence that the Manifesto was written in 1848, the year of social and political upheaval in Europe. The monarchies of Europe, from France to Austria had to face popular, nationalist and republican uprisings. In England the Chartists, considered by Engels the first organized workers movement, marched to Central London. They were stopped in Kennington Common by the troops of the Duke of Wellington.
As often happen for progressive thinkers, Marx's works have been appreciated more after his death than during his life. The workers' revolution theorized by Marx never took place (in marxist terms): they were quite a few enlightened leaders, mostly intellectuals, to complete the marxist design with a few faithful in their wake, imposing a marxist-closer vision to their policy.


Karl Marx - photo John Jabez Edwin Mayall - International Institute of Social History in Amsterdam, Netherlands



Manystates that have been or are considered socialists (North Korea, China, Democratic Kampuchea), have little marxist theories in them. Perhaps the marxist concept that ties these "dictatorships of the proletariat" is the strong sense of discipline, not in the sense to control the company, as an essential condition for social classes to be transformed into productive masses.
Paradoxically, marxist thought is more relevant today than in the nineteenth century: the anti-nationalism of proletarian internationalism, uniting the working class, not through national identities, but by needs and desires, it has been made complete by the globalization, despite the clear defeat of proletarian movement. Just as Marx theorized, capital is also revealed in its progressive function (Marx took the British colonization in India as example) as a destructive action (in this case, the Asian values) and regenerating (new enlightened values ​​of Western society).

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14 MARZO 1883: MUORE KARL MARX
Il 14 marzo 1883 moriva Karl Marx, autore, tra gli altri, del Manifesto del Partito Comunista e de Il Capitale, e padre putativo del movimento comunista mondiale.
La sua opera più famosa accanto a Il Capitale, fu, come già scritto, Il Manifesto del Partito Comunista. Scritto nel gennaio 1848 a Bruxelles, costò a Marx l’espulsione dal Belgio. Non è certo un caso che Il Manifesto venne scritto nel 1848, anno di sconvolgimenti sociali e politici in Europa (ricordate il detto: “è successo un quarantotto”?). Le monarchie di tutta Europa, dalla Francia all’Austria dovettero affrontare insurrezioni popolari, nazionaliste e repubblicane. In Inghilterra i Cartisti, considerato da Engels il primo movimento operario organizzato, marciarono in massa verso il centro di Londra. Vennero fermati a Kennington Common dalle truppe del Duca di Wellington.
Come spesso accade per i pensatori troppo progressisti, le opere di Marx sono state apprezzate più dopo la morte che durante la sua vita. La rivoluzione operaia teorizzata da Marx non ebbe mai luogo (almeno nei termini marxisti): furono piuttosto pochi leader illuminati, per lo più intellettuali, a portare a termine il disegno marxista con pochi fedeli al loro seguito, imponendo una visione marxisteggiante alla loro politica.


Marx, Engels e Lenin in un manifesto sovietico
Molti stati che sono stati o sono considerati socialisti (Corea del Nord, Cina Popolare, Kampuchea Democratica), hanno ben poche teorie marxiste nel loro interno. Forse il concetto più marxista che accomuna queste “dittature del proletariato” è il forte senso della disciplina, non tanto per controllare la società, quanto condizione essenziale affinché le classi sociali vengano trasformate in masse produttive.
Paradossalmente, il pensiero marxista è molto più attuale oggi che nel XIX secolo: l’antinazionalismo dell’internazionalismo proletario, che unisce la classe lavoratrice non attraverso identità nazionali, bensì attraverso bisogni e desideri, si è realizzato con la globalizzazione nonostante la chiara sconfitta del movimento proletario. Proprio come teorizzava Marx, il capitale si è rivelato anche nella sua funzione progressiva (Marx portava ad esempio la colonizzazione britannica in India) in quanto azione distruttrice (nella fattispecie, dei valori asiatici) e rigeneratrice (di nuovi valori illuminati della società occidentale).

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I muri dell'uomo

Il recente incontro tra i leaders delle comunità greco e turco cipriota, Nicos Anastasiades e Dervis Eroglu, non ha solo riproposto il problema della divisione di Cipro, tema particolarmente delicato all’interno dell’Unione Europea, ma ha presentato all’intera comunità internazionale la realtà di un mondo ben più frazionato e diviso politicamente di quanto si sia portati a pensare.
La caduta del Muro di Berlino, avvenuta nel 1989, fu festeggiata dal mondo Occidentale e dall’Est Europeo come uno dei passi più importanti per la conquista della pace nel mondo. Est ed Ovest, nazioni e popoli retti da sistemi politici ed economici antagonisti si ritrovarono improvvisamente accomunati in un’unica terra che correva da Lisbona a Mosca. La Cortina di Ferro, quella striscia fatta di fili spinati, torrette di avvistamento, fossati, steccati, muri di cemento era stata finalmente abbattuta ponendo fine all’eredità della Seconda Guerra Mondiale.
O, almeno, questo era quello che quasi la totalità dei media affermavano.
Ci volle, però, poco per accorgersi che la divisione tra capitalismo e socialismo, era solo una delle tante sezioni in cui era spezzettato il mondo; la punta di un iceberg ben più massiccio e duro da sciogliere.
Nel corso dei cinque decenni che trascorsero tra la caduta del Terzo Reich e la pacifica invasione di Berlino Ovest da parte dei berlinesi dell’Est, altre barriere furono costruite tra l’indifferenza di gran parte dell’opinione pubblica e della classe politica internazionale ed altre ancora ne sono state erette subito dopo.
Così, se all’atto della caduta del Muro di Berlino, nel mondo esistevano una quindicina di sbarramenti fisici, oggi ve ne sono più del triplo ed altri se ne stanno costruendo.
All’ultimo retaggio della Guerra Fredda ancora oggi esistente, il muro che divide le due Coree, se ne sono aggiunti altri, sicuramente più paradossali. Come definire, altrimenti, gli sbarramenti esistenti all’interno della Comunità Europea che impediscono ai suoi cittadini la libera circolazione nei loro stessi stati o addirittura nelle loro stesse città? La Linea Verde di Cipro e il Muro della Pace di Belfast sono i più celebrati dai media, ma ne esiste uno anche tra Spagna e Gibilterra.
E’ interessante notare che l’erezione di questi nuovi divisori sta seguendo la traslazione del fulcro economico mondiale dall’Europa all’Asia, E’ in questo continente che, attualmente, si concentrano la maggioranza delle barriere fisiche. Ai muri tra India e Pakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakhstan, Arabia Saudita e Iraq, a breve si aggiungeranno nuove palizzate che divideranno il Pakistan dall’Iran e dall’Afghanistan, mentre la Russia ha in progetto la costruzione di un muro con la Cecenia per fronteggiare l’impeto indipendentista e jihadista.
La guerra civile siriana ha visto nascere numerose palizzate che dividono città in piccole zone religiose. E’ il caso del muro che separa i quartieri di Bab Amr e al-Insha’at ad Homs.
Molti muri sono stati oggetto di reportage e di cronache da parte dei media o di proteste dei movimenti d'opinione (ad esempio il muro tra Israele e Palestina), altri, invece, sono passati inosservati. Come il cosiddetto Muro dei Rohingya che il Myanmar sta costruendo al confine con il Bangladesh per impedire ai musulmani Rohingya di "invadere" il paese e preservare lo spirito buddista o, per lo stesso motivo religioso, il progetto della costruzione di un muro che dividerà la Malesia musulmana dalla Tailandia buddista.
Più tristemente famosa è la barriera fatta di sassi, sabbia, reti metalliche costruita dal Marocco lungo i 2.700 chilometri di frontiera tra il Sahara Occidentale e gli stati della Mauritania ed Algeria per fronteggiare eventuali attacchi Sahawari. Dal 1975 l’esercito di Rabat occupa l’intero territorio (266.000 kmq) nonostante le Nazioni Unite continuino ad insistere affinché ai 500.000 abitanti venga concesso il diritto di scegliere quale possa essere il loro destino.
Col tempo, le recinzioni hanno cambiato anche la loro funzione. Se, fino alla fine del XX secolo, la maggioranza di esse aveva un carattere prettamente politico e antiterroristico, al passaggio del millennio si sono moltiplicati i muri antimmigrazione.
I primi sbarramenti costruiti a tale scopo sono stati piantati nel 1975 dal Sud Africa al confine con il Mozambico. Nel 1998 è stata la Spagna a erigere le ormai note palizzate che separano le enclavi di Ceuta e Melilla dal Marocco, mentre dal 2002 gli Stati Uniti continuano ad allungare la serie di sbarramenti al confine con il Messico, che oggi hanno raggiunto la lunghezza complessiva di 560 chilometri.
Anche la Cina, preoccupata per una sempre più massiccia immigrazione clandestina di nordcoreani, dal 2006 ha in fase di costruzione sbarramenti con la Corea del Nord. La maggiore facilità di movimento oggi esistente all’interno della Repubblica Democratica di Corea ha intensificato l’afflusso di coreani verso le regioni di confine creando non pochi problemi alle autorità di Pechino.
Il boom economico dei piccoli paesi del Golfo Persico ha indotto Emirati Arabi ed Oman a separare i loro confini per evitare la porosità degli stessi e impedire l’osmosi di immigrati asiatici tra le due nazioni. Così è stato tra Arabia Saudita e Yemen; Turkmenistan ed Uzbekistan; Brunei e Malesia; Botswana e Zimbabwe; Israele ed Egitto, Grecia e Turchia.
Ma il record assoluto spetta all’India, paese che, pur continuando a recitare il ruolo di patria del pacifismo gandhiano, sta circondando l’intero Bangladesh di una serie di sbarramenti formati da filo spinato e cemento che, una volta ultimati, raggiungeranno la lunghezza di 3.200 chilometri ed isoleranno i 155 milioni di abitanti della nazione musulmana dal resto del continente.
Una terza tipologia di pareti divisorie tra stati sono quelle che vengono costruite ufficialmente a puro scopo di difesa da catastrofi naturali o per rallentare una desertificazione in atto.
Ne sono un esempio i muri costruiti dall’Arabia Saudita al confine con l’Oman, gli Emirati Arabi, il Qatar e la Giordania, o quello tra Zimbabwe e Zambia e Sud Africa e Zimbabwe. Israele sta progettando di innalzare una palizzata lungo il confine meridionale con la Giordania che, se realizzata, autoisolerebbe completamente lo stato di Tel Aviv dalle nazioni confinanti.
Caratteristica comune di questi nuovi steccati costruiti “per difese naturali”, è che sono tutti prolungamenti di barriere già esistenti rendendo, di conseguenza, difficile separare l’effettiva utilità preventiva nei confronti di cataclismi, da quelle prettamente politiche o sociali.
I muri dovrebbero, nell’ottica di chi li costruisce, garantire un senso di sicurezza alla comunità tenendo lontani i pericoli (umani, naturali o di qualunque altro genere) contro cui sono stati eretti. Forse, per un breve lasso di tempo, è così, ma a lungo andare l’autoisolamento rende la comunità più debole e insicura perché un muro, per qualunque motivo venga costruito, impedisce di vedere al di là del proprio orticello.


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Storia (2002)

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le truppe dell’Armata Rossa e quelle statunitensi occuparono la penisola coreana incontrandosi all’altezza del 38° parallelo. Il 9 settembre 1948, Kim Il Sung proclamò nella zona settentrionale, la Repubblica Democratica Popolare di Corea e avviò una serie di riforme agrarie che lo resero popolare. Una guerra durata tre anni, dal 1950 al 1953, impedì ai coreani di portare a termine le elezioni che avrebbero determinato quale governo aavrebbe dovuto riunificare la Corea. L’armistizio, firmato a Panmunjom nel 1953, divise la regione in due stati: la Repubblica di Corea a sud (98.480 kmq), con un’economia a carattere capitalista e quella Democratica Popolare a nord (120.410 kmq), che seguì l’esempio collettivista. Fino alla fine degli anni 70, Kim Il Sung potè vantare buoni successi economici grazie anche all’integrazione al mercato socialista. Il crollo dell’URSS e del COMECON causò il tracollo dell’economia nordcoreana, ma non quello del Grande Leader. Alla sua morte, nel 1994, succedette il figlio, Kim Jong Il il quale, contrariamente a tutte le previsioni, ha dato prova di essere un buon politico, riuscendo ad imbarcarsi in una serie di caute riforme e a sostenere il dialogo con il collega sudcoreano. Anche se l’unificazione delle due repubbliche è ancora lontana, recentemente Seoul ha preso in considerazione la proposta di Pyongyang di creare una confederazione che mantenga inalterati i due regimi e le due economie, permettendo però la graduale reciproca integrazione. Si è calcolato che una riunificazione sul modello tedesco dei 21.700.000 nordcoreani con i 47.500.000 sudcoreani, costerebbe a Seoul tra i 200 e i 2.000 miliardi di dollari e visto che il PIL della Corea del Nord è, secondo i calcoli dell’FMI, 30 volte inferiore a quello del Sud, l’equilibrio economico verrebbe raggiunto nell’ordine di diversi decenni.

© Piergiorgio Pescali

Storia 1977-1997

Chi avesse la volontà e la costanza di andarsi a rileggere i vari programmi e le miriadi di giornalini pubblicati e divulgati dal nugolo di movimenti che costellavano il pianeta giovanile durante la contestazione degli anni Settanta, potrà rendersi conto che tutti, o quasi, questi punti di aggregazione avevano un personaggio, un politico, un guerrigliero a cui ispirare la loro lotta: Ho Chi Minh, Mao Zedong, Trotzky, Stalin, Hoxha, Pol Pot, Lumumba, Che Guevara erano i punti focali su cui si accentrava l’attenzione dell’universo politico di sinistra. Tra tanti ritratti, tante bandiere che venivano innalzati nei cortei e nelle assemblee, ne mancava , forse significativamente, uno: quello di Kim Il Sung e la bandiera della Corea del Nord. Ironia della sorte, tra tutti i Paesi, chiamamoli così, “guida” del Movimento, solo uno non ha ancora cambiato rotta: la Corea del Nord. Tutti gli altri, dalla Cina al Viet Nam e ancor più Cuba, pur continuando a mantenere l’appellativo “socialista” nella dizione ufficiale, hanno da tempo imboccato la via dell’economia mista, mentre altri come l’Albania o la Cambogia sono entrati in una fase precapitalistica che ha portato il caos tra la popolazione. E singolare sorge il parallelo tra questi Paesi e molti leader giovanili degli anni Settanta, i quali hanno occupato il posto (e non parlo solo dal punto di vista fisico) di chi un tempo contestavano duramente.
Unico, dicevo, resiste il Paese assente dalle bocche e dalle pagine del Movimento. E se oggi la Corea del Nord versa in grave crisi economica, occorre precisare che alle sue spalle non esiste più un sistema sociale a cui potersi appoggiare. L’intelaiatura economica che la globalizzazione è riuscita a tessere attorno al mondo è ormai talmente fitta e interdipendente, che è divenuto impossibile per un Paese dotarsi di un apparato economico e sociale autonomo. L’Italia, quinta potenza industriale mondiale, vede la propria ricchezza messa a repentaglio dall’arrivo di 15.000 (dico, quindicimila) albanesi; pensiamo a cosa potrebbe accadere se si trovasse in una situazione analoga a quella nordcoreana. E ancora, se oggi in Occidente e in Oriente il mito cubano ha monopolizzato il variegato mondo associazionistico ricevendo aiuti politici, morali e economici, nulla di tutto questo è accaduto per la Corea del Nord, la quale continua ad essere isolata (o isolarsi, come ci viene più volte ripetuto dai mass-media), da qualsiasi tipo di interesse.
Queste premesse, indispensabili per comprendere il “problema” nordcoreano, rappresentano gli epigoni delle ultime due decadi di storia della nazione asiatica; epigoni che mantengono una costante durante tutto questo arco di tempo: il completo disinteresse da parte dell’Occidente, verso il Paese che si riflette, in ultima istanza, in una mancanza di letteratura a riguardo. Risulta pertanto problematico recuperare fonti il più possibile obiettive (precisando che personalmente non confido nell’assoluta obiettività di qualsivoglia testo, articolo o opinione).
Fatte queste doverose premesse, è fuor di dubbio che l’economia nordcoreana, durante tutti gli anni Sessanta e Settanta ebbe sviluppi notevoli, tanto da dover importare manodopera dall’estero per poter far fronte ai ritmi di crescita. Verso la metà degli anni Settanta i primi sintomi di rallentamento, dovuti alla crisi petrolifera, vennero risolti con la rimozione di alcuni quadri di partito che favorirono l’ascesa di Kim Jong Il all’interno del Comitato Centrale del Partito. Sin dal 1975 Hwang Jong-yop, tutore e formatore ideologico di Kim Jong Il, stava preparando il terreno per favorire la scalata al potere del figlio di Kim Il Sung, creandogli, tra l’altro, il soprannome di “Caro Leader”. Per tutta la decade degli anni Ottanta, la Corea del Nord conobbe uno sviluppo urbanistico senza precedenti. A questi anni si debbono far risalire i principali monumenti del Paese, tra cui spicca la torre del Juche che dall’alto dei suoi 170 metri domina simbolicamente tutta la capitale (quindi, per transfer l’intera nazione) infondendo nel popolo nordcoreano l’idea antropocentrica dell’uomo artefice del proprio destino e della trasformazione del mondo. Lo sviluppo dell’edilizia popolare si esplica con la creazione di interi quartieri avveniristici, come quello di Kwangbok a Pyongyang, costato dieci miliardi di dollari e meta di studio di architetti da tutto il mondo. Fidando nelle proprie possibilità economiche, si inizia anche la costruzione di quell’hotel Rugyong che avrebbe dovuto diventare l’albergo più grande di tutto il mondo e che oggi svetta incompiuto nei cieli della capitale, quasi a simboleggiare il rallentamento subito dall’economia del Paese durante il VII Piano Quinquennale (1987-93). Chi oggi si recasse in Nord Corea potrebbe osservare gli edifici dell’architettura socialista creati in quegli anni e non ancora intaccati da quel degrado che caratterizza il panorama urbanistico di altre città come Hanoi, Pechino, Tirana.
Sul piano internazionale il confronto con la Corea del Sud raggiunge punti di tensione allarmanti lungo il 38° parallelo, tanto che in diverse occasioni i tre eserciti presenti nella penisola (quelli nord, sudcoreani e degli Stati Uniti), vengono posti in stato di massima allerta.
Il rifiuto di Seoul di dividere con Pyongyang l’organizzazione delle Olimpiadi del 1988, non fa altro che tendere la corda tra i due Paesi e il 40° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea viene festeggiato con una parata senza precedenti davanti a 300 delegazioni di 130 Paesi.
All’inizio degli anni Novanta, a causa degli avvenimenti di Tien An Men e dopo il monito del Premio Nobel assegnato al Dalai Lama, la Cina si vede costretta a riguadagnare la credibilità internazionale per non rimanere isolata politicamente e economicamente. In questo frangente la questione coreana rappresenta l’unica ancora di salvezza disponibile, il deus ex machina della situazione. Pechino rimane infatti l’unico interlocutore privilegiato della dirigenza di Pyongyang e ciò permette ai cinesi di mantenere l’indispensabile ruolo di mediatore tra Nord Corea e Stati Uniti, senza interrompere l’avvicinamento in atto con la Corea del Sud. La questione nucleare rappresenta la grande occasione che favorisce l’inserimento cinese negli affari della penisola. La caduta della superpotenza atomica sovietica e la politica di polizia internazionale inaugurata ufficialmente da Clinton con la Guerra del Golfo, aveva consacrato gli Stati Uniti supervisori dell’atomo nel mondo. Washington non poteva tollerare che una “scheggia impazzita” (cioè non controllata dalla Casa Bianca) potesse sviluppare una tecnologia nucleare assistendo e rifornendo Paesi a lui non graditi come Iran, Libia, Siria. L’inizio degli anni Novanta sono caratterizzati dal risolvimento della cosiddetta crisi nucleare, che aveva fatto balzare Pyongyang al primo posto nella classifica dei Paesi più pericolosi secondo Washington, a cui si sovrappongono i negoziati per la firma del trattato che trasformi l’armistizio del 1953 in una pace duratura, premessa necessaria per riunificare la penisola. E mentre i colloqui sulla centrale di Yonbyong proseguono a singhiozzo, sul fronte riunificazione si giunge ad un momento storico: i presidenti coreani si accordano per organizzare a Pyongyang il 25 luglio 1994 il primo incontro al vertice dei due Paesi. Siamo di fronte ad una svolta decisiva e sembra che si sia ad un passo anche dalla firma dei colloqui sul nucleare, ma l’8 luglio Kim Il Sung muore improvvisamente. E con il decesso del presidente nordcoreano, si cristallizza anche la situazione.
L’attenzione del mondo si sposta all’interno della nazione. Si ipotizzano successori diversi da Kim Jong Il, basandosi sul fatto che il “Caro Leader” non possiede il carisma del padre, l’appoggio incondizionato dei potenti militari e che, secondo fonti statunitensi, non sia neppure mentalmente stabile. Vengono riesumati nomi oramai dimenticati come Kim Yong Ju, fratello minore di Kim Il Sung o Kim Pyong Il, fratellastro di Kim Jong Il e figlio di Kim Song Ae, seconda moglie del “Grande Leader”. C’è chi giunge ad azzardare l’ipotesi di un colpo di stato guidato dal Ministro della Difesa O Jin U, ma alla fine la successione si rivela del tutto lineare, anche se la nomina ufficiale viene posticipata di tre anni (secondo alcuni osservatori Kim Jong Il dovrebbe assumere pieni poteri in settembre di quest’anno).
Con grande sorpresa di tutto il mondo la dirigenza del “Caro Leader” dimostra di essere assai più perspicace e abile di quanto abbiano pensato persino i più ottimisti osservatori esterni; anche i titoli dei giornali statunitensi e giapponesi cominciano a cambiare tono: Kim Jong Il improvvisamente cessa di essere il ragazzino viziato, capriccioso, playboy, inesperto e pazzo per trasformarsi in un genio della politica sotto la cui conduzione vengono siglati gli accordi nucleari. Per Pyongyang le trattative su quest’argomento sono state sempre condotte tenendo come punto di riferimento il mantenimento della propria integrità territoriale, politica ed economica. In questo senso la stesura del trattato, che prevede oltre alla costruzione a spese degli Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone di due nuovi reattori, il rifornimento di carburante per 6 miliardi di dollari, rappresenta il capolavoro della diplomazia nordcoreana sotto la guida di Kim Jong Il.
Ma se sul piano internazionale la Corea del Nord ha ottenuto importanti successi, entro i suoi confini l’economia sta subendo bruschi contraccolpi a causa dello sgretolarsi del COMECON e le persistenti alluvioni che riducono drasticamente i raccolti agricoli distruggendo numerose infrastrutture logistiche. Se i primi segnali d’allarme cominciavano a delinerasi già nell’estate 1994, l’anno seguente il deficit alimentare raggiunge livelli intollerabili per scoppiare in drammatica crisi nel 1996. Per la prima volta nella sua storia il governo della Repubblica Popolare si trova costretto a chiedere aiuto alla comunità internazionale, ma sono in pochi a rispondere. A complicare ulteriormente la situazione si somma l’incidente del sottomarino sconfinato il 18 settembre 1996 in acque sudcoreane, la defezione verso la Corea del Sud di Hwang Jong yop pochi mesi dopo e la morte del Ministro della Difesa Kim Choe Gwang.
I contraccolpi a Pyongyang non si fanno attendere e Kim Jong Il da una parte critica violentemente i quadri del partito, dall’altra destituisce i vertici del governo. Ma saranno i prossimi anni a determinare quale sarà l’indirizzo politico economico a cui si affiderà la Corea del Nord. Stanno infatti per affacciarsi nel gruppo dirigenziale le cosiddette “nuove leve” di comando, la generazione di quaranta-cinquantenni cresciuta dopo la guerra e che, a differenza dei loro padri politici, ha viaggiato e studiato in diversi paesi del mondo. E’ la generazione a cui appartiene Kang Sok-ju, il rappresentante del Ministero degli Esteri che nel 1994 ha negoziato l’accordo nucleare, o Kim Jong U, direttore del Comitato di Cooperazione Economica Esterna, che sta cercando di attrarre investitori nelle zone ad economia speciale, o ancora Kim Dal Hyon che è riuscito a impressionare i sudcoreani per le sue doti di abile economista. Saranno questi alcuni dei nomi che prenderanno le redini del Paese nel XXI secolo.

© Piergiorgio Pescali