Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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March 14, 1883: Karl Marx Died - 14 marzo 1883: muore Karl Marx (english and Italian version)

On March 14, 1883 died Karl Marx, author, among others, of the Communist Manifesto and The Capital, and foster father of the world communist movement.
His most famous work next to the capital, was The Communist Manifesto. Written in January 1848 in Brussels, it cost to Marx the expulsion from Belgium. It is not a coincidence that the Manifesto was written in 1848, the year of social and political upheaval in Europe. The monarchies of Europe, from France to Austria had to face popular, nationalist and republican uprisings. In England the Chartists, considered by Engels the first organized workers movement, marched to Central London. They were stopped in Kennington Common by the troops of the Duke of Wellington.
As often happen for progressive thinkers, Marx's works have been appreciated more after his death than during his life. The workers' revolution theorized by Marx never took place (in marxist terms): they were quite a few enlightened leaders, mostly intellectuals, to complete the marxist design with a few faithful in their wake, imposing a marxist-closer vision to their policy.


Karl Marx - photo John Jabez Edwin Mayall - International Institute of Social History in Amsterdam, Netherlands



Manystates that have been or are considered socialists (North Korea, China, Democratic Kampuchea), have little marxist theories in them. Perhaps the marxist concept that ties these "dictatorships of the proletariat" is the strong sense of discipline, not in the sense to control the company, as an essential condition for social classes to be transformed into productive masses.
Paradoxically, marxist thought is more relevant today than in the nineteenth century: the anti-nationalism of proletarian internationalism, uniting the working class, not through national identities, but by needs and desires, it has been made complete by the globalization, despite the clear defeat of proletarian movement. Just as Marx theorized, capital is also revealed in its progressive function (Marx took the British colonization in India as example) as a destructive action (in this case, the Asian values) and regenerating (new enlightened values ​​of Western society).

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14 MARZO 1883: MUORE KARL MARX
Il 14 marzo 1883 moriva Karl Marx, autore, tra gli altri, del Manifesto del Partito Comunista e de Il Capitale, e padre putativo del movimento comunista mondiale.
La sua opera più famosa accanto a Il Capitale, fu, come già scritto, Il Manifesto del Partito Comunista. Scritto nel gennaio 1848 a Bruxelles, costò a Marx l’espulsione dal Belgio. Non è certo un caso che Il Manifesto venne scritto nel 1848, anno di sconvolgimenti sociali e politici in Europa (ricordate il detto: “è successo un quarantotto”?). Le monarchie di tutta Europa, dalla Francia all’Austria dovettero affrontare insurrezioni popolari, nazionaliste e repubblicane. In Inghilterra i Cartisti, considerato da Engels il primo movimento operario organizzato, marciarono in massa verso il centro di Londra. Vennero fermati a Kennington Common dalle truppe del Duca di Wellington.
Come spesso accade per i pensatori troppo progressisti, le opere di Marx sono state apprezzate più dopo la morte che durante la sua vita. La rivoluzione operaia teorizzata da Marx non ebbe mai luogo (almeno nei termini marxisti): furono piuttosto pochi leader illuminati, per lo più intellettuali, a portare a termine il disegno marxista con pochi fedeli al loro seguito, imponendo una visione marxisteggiante alla loro politica.


Marx, Engels e Lenin in un manifesto sovietico
Molti stati che sono stati o sono considerati socialisti (Corea del Nord, Cina Popolare, Kampuchea Democratica), hanno ben poche teorie marxiste nel loro interno. Forse il concetto più marxista che accomuna queste “dittature del proletariato” è il forte senso della disciplina, non tanto per controllare la società, quanto condizione essenziale affinché le classi sociali vengano trasformate in masse produttive.
Paradossalmente, il pensiero marxista è molto più attuale oggi che nel XIX secolo: l’antinazionalismo dell’internazionalismo proletario, che unisce la classe lavoratrice non attraverso identità nazionali, bensì attraverso bisogni e desideri, si è realizzato con la globalizzazione nonostante la chiara sconfitta del movimento proletario. Proprio come teorizzava Marx, il capitale si è rivelato anche nella sua funzione progressiva (Marx portava ad esempio la colonizzazione britannica in India) in quanto azione distruttrice (nella fattispecie, dei valori asiatici) e rigeneratrice (di nuovi valori illuminati della società occidentale).

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I bombardamenti statunitensi del 1969 - I testimoni raccontano

Il villaggio di Kompong Trach si trova a poche centinaia di metri dal confine vietnamita. Oggi è abitato da un centinaio di cambogiani, molti dei quali di etnia viet, che si dedicano per lo più ad un lucroso import-export. Introducono, più o meno clandestinamente, dal Vietnam elettrodomestici, TV, radio, Hi-Fi, pezzi di ricambio per auto ed esportano riso, granaglie, frutta, pesce, legname e, quando capita, oggetti d’arte trafugati da numerosi monumenti in stile khmer o proto-khmer esistenti in Cambogia. E’ un commercio a volte rischioso, ma l’estrema porosità del confine e la mancanza di una vera e propria linea di demarcazione, facilitano il lavoro.
Sitha ha 36 anni ed è nata qui, a Kompong Trach. Avrebbe voluto continuare a vivere in quella che era la capanna dei suoi genitori, coltivando riso nel piccolo appezzamento di loro proprietà, ma Sitha ricorda benissimo quei giorni della fine di marzo di trent’anni fa, quando le bombe iniziarono ad arrivare invisibili, precedute solo da un sibilo. Pochi secondi, uno, due, tre al massimo e poi il terreno si sollevava come una stuoia che sta per essere sbattuta al vento.
-Mia madre, nelle serate passate sotto il cielo stellato, mi aveva spesso descritto l’inferno secondo l’iconografia buddista, aggiungendo che nessuno era mai tornato per descriverlo realmente. Io posso dire di averlo visto e vissuto.-
La famiglia di Sitha è stata decimata: di sette fratelli ne sono sopravvissuti soltanto due; tre ammazzati dagli americani, due dai Khmer Rossi. I suoi genitori sono caduti nei campi di riso a una settimana di distanza l’uno dall’altro, uccisi dalle mine che gli elicotteri dei Marines lanciavano a pioggia. I contadini cambogiani non avevano scelta: morire di fame o uccisi dalle mine. Alla fine di ogni giorno, da qualche capanna del villaggio, si sentivano gemiti e singhiozzi strozzati: si piangeva qualche famigliare scomparso.
-Io non ho avuto il tempo di piangere.- dice Sitha -Senza i genitori, con i parenti lontani, ognuno della nostra famiglia doveva badare a sé stesso.-
E se le bombe, per un “deprecabile” errore, risparmiavano i villaggi e le capanne, ci pensavano i “valorosi” Marines a completare l’opera: arrivavano, radunavano gli abitanti in uno spiazzo e mettevano a soqquadro ogni cosa.
-Ci dicevano che i comunisti odiavano la proprietà privata e che, una volta arrivati al potere, non saremmo stati padroni di nulla, neppure dei nostri bambini. Ma i Viet Cong, quando giungevano, chiedevano il permesso di entrare nelle nostre umili capanne. Esigevano parte del raccolto di riso per la loro sopravvivenza. Noi, anche se controvoglia, davamo ciò che potevamo. I Marines, invece, non chiedevano permesso alcuno. Non sapevano neppure la lingua dei locali, ma pretendevano che noi sapessimo la loro. A differenza dei Viet Cong, loro, non prendevano nulla. Distruggevano.- conclude la ragazza. Dopo pochi mesi, tutto il villaggio è stato spostato verso l’interno. Erano zone più sicure, dicevano i soldati, ma poco a poco la guerra fagocitava tutto.
-Non ci si assuefa alla guerra. La si sopporta.- mormora Chek, 50 anni, una vita passata a combattere su tutti i fronti; a 20 anni arruolato nell’esercito di Lon Nol, a 22 disertore, a 23 Khmer Rosso. La barbaria della violenza assoluta, della distruzione totale, ha indurito i cuori di chi questa violenza la subiva in prima persona. Chek ha ucciso, -Una cosa normale per chi è abituato a dover lottare per la propria vita. A volte basta uno sguardo male interpretato perché scatti la molla della follia dell’istinto di sopravvivenza. E allora spari. Non importa a chi. L’importante è sparare per primo. E colpire.-Tutto questo, Sitha, Chek, i morti, i sorpavvissuti, è iniziato trent’anni fa...

© Piergiorgio Pescali

I bombardamenti statunitensi del 1969 (1999) (I)I

Il 18 marzo 1969, poche settimane dopo che Washington e Phnom Penh avevano allacciato relazioni diplomatiche, iniziavano i bombardamenti “segreti” degli Stati Uniti sulla Cambogia per stanare i Viet Cong dai loro santuari appostati lungo il confine. Per quattordici lunghi mesi, i B-52 appartenenti ad un Paese straniero, lasciarono cadere tonnellate di esplosivo e napalm su villaggi che, formalmente, non facevano parte di una nazione in guerra con chi li bombardava. In quattordici mesi, decine di migliaia di persone, la stragrande maggioranza dei quali innocenti e inermi contadini, furono vittime di uno dei più inutili, criminali e vigliacchi atti di distruzione a cui la Storia abbia mai assistito. Inutili, perché anziché distruggere le basi “Charlie” e costringere i guerriglieri ad uscire allo scoperto, questi si spinsero sempre più all’interno della Cambogia nella speranza di evitare le bombe. Criminali, perché niente può giustificare la morte di civili in una guerra (e più le armi si fanno sofisticate e “intelligenti”, maggiore è la sproporzione tra le vittime civili - la stragrande maggioranza- e militari). Vigliacchi, perché chi seminava morte e distruzione, non doveva avere neppure il coraggio di guardare gli occhi di chi moriva a causa loro. Le bombe che innaffiavano le ridenti risaie cambogiane, si trasformarono in sementi per il minuscolo e pressoché inerme movimento di guerriglia locale, i semisconosciuti (allora) Khmer Rossi.
Alla fine degli anni ’70, erano solo duemila, tutti sotto la direzione del Partito dei Lavoratori della Repubblica Democratica del Vietnam e tutti inseriti con mansioni di gregari. L’esercito dei Khmer Rossi, nel 1969, quando iniziarono i bombardamenti, contava si e no qualche decina di guerriglieri dotati di vecchi fucili, retaggio della Seconda Guerra Mondiale e totalmente inadeguati alla lotta armata. Un anno dopo il movimento, a cui nel frattempo aveva dato il suo appoggio re Sihanouk, spodestato il 19 marzo da Lon Nol con l’aiuto della Cia, aveva ancora tremila unità, salite a diecimila entro la fine del 1970.
I bombardamenti, la cui segretezza era stata svelata ad un attonito Congresso, erano stati sospesi, ma la miccia comunista era stata accesa e nessuno era in grado oramai di spegnerla. Nel marzo 1973, la guerra si era allargata in tutta la Cambogia e il Pentagono decise di dare avvio ad una seconda campagna per estirpare il “cancro rosso”. La cura venne di nuovo fermata dal Congresso cinque mesi più tardi, ma nel frattempo erano cadute al suolo 250.000 tonnellate di esplosivo. E, badate bene, sulla terra di un paese che non era in guerra con gli Stati Uniti.
Fu durante questa seconda fase che i Khmer Rossi riuscirono a far fruttare tutta la loro potenza ideologica e politica. In breve tempo collettivizzarono tutti i territori liberati e già nel 1974, l’esercito governativo controllava solo le città più importanti sino a quando, il 17 aprile 1975, tutta la nazione cadde nelle mani di Saloth Sar, più tardi conosciuto col nome di Pol Pot. Pochi giorni prima, i cittadini di Phnom Penh, stremati e impauriti da una guerra imposta da stranieri, videro un elicottero atterrare sul tetto dell’ambasciata statunitense. Assieme a pochi eletti, vi salì anche l’ambasciatore John Gunther Dean. Tra le mani stringeva un fagotto piegato alla bell’è meglio: la Stars and Stripes. Era sventolata per la prima volta in una Cambogia relativamente felice, prospera e pacifica. La lasciava devastata, miserabile e con un futuro incerto: nessun cambogiano, allora, rimpianse la sua mancanza.

© Piergiorgio Pescali

I bombardamenti statunitensi del 1969 (1999)

Sud Est Asiatico, trent’anni fa: il Vietnam è oramai entrato a pieno ritmo nel vortice della Seconda Guerra d’Indocina, trascinando con sé anche il Laos. Gli Stati Uniti, alleati del Sud, sono ancora ottimisti sull’esito del conflitto; il pensiero che il loro formidabile apparato militare possa essere sconfitto da alcuni rozzi contadinotti che preferiscono combattere più sul piano ideologico che su quello militare, fa sorridere i pragmatici generali del Pentagono.
Nell’ottica di Washington, per porre fine a questa guerra assurda (assurda, naturalmente, per gli statunitensi, non per i vietnamiti), basta interrompere quel cordone ombelicale che, dal Nord, alimenta di armi le basi dei guerriglieri al Sud. Nel contempo occorre stanare i Viet Cong dalle basi di retroguardia situate in Cambogia, da dove i ribelli lanciano indisturbati, i loro attacchi alle truppe governative del Sud Vietnam.
C’è un solo problema: la Cambogia dell’imprevedibile Sihanouk, non ha intenzione di lasciarsi coinvolgere nella guerra, vietando ai militari USA di varcare il confine. L’ostacolo viene però prontamente aggirato grazie alla diplomazia di Washington, che promette a Sihanouk ingenti aiuti militari e economici in cambio del ristabilimento delle relazioni diplomatiche. Il re cade nel trabocchetto e nel gennaio 1969, la Stars and Stripes inizia a sventolare nel cielo di Phnom Penh. Due mesi più tardi, il 18 marzo 1969, i bombardieri B-52 dell’US Air Force decollano, come al solito, dalle basi militari in Vietnam e in Thailandia per le missioni di routine. Una volta in volo, però, le rotte vengono cambiate, così come gli obiettivi: non più il Vietnam del Nord e le foreste il cui fogliame nasconde i “Charlie”, ma i villaggi civili cambogiani situati nei pressi del confine vietnamita, dove si ritiene i Viet Cong siano rifugiati. Forse, neppure Sihanouk era al corrente dei bombardamenti, almeno per i primi tempi. Fatto sta che per quattordici lunghi e interminabili mesi, migliaia di tonnellate di esplosivo hanno radicalmente mutato la morfologia del terreno, facendo tabula rasa di ogni villaggio, senza distinzione alcuna tra quelli che effettivamente ospitavano i guerriglieri e quelli che, per usare l’antipatico gergo militare, erano “puliti”.
E mentre il napalm bruciava decine di migliaia di innocenti vite umane, per il mondo esterno la Cambogia continuava a rimanere una nazione pacifica e felice, retta da un sovrano un poco playboy, un poco eccentrico e molto amato dal popolo.
La tattica distruttiva dei militari USA non sortì alcun effetto: i Viet Cong non fecero altro che mischiarsi alla popolazione civile, spostando le loro basi ancor più all’interno del Paese, mentre il sentimento antiamericano tra i contadini khmer, cominciava a convogliare flussi di nuove reclute nel movimento dei Khmer Rossi, sino ad allora incapace di creare grossi problemi al governo reale. A nulla valsero gli accorati appelli alla pace lanciati dai missionari e dai monaci buddisti presenti in Cambogia, che, con estrema lungimiranza, presagivano ciò che sarebbe accaduto. Il 18 marzo 1970, esattamente un anno dopo l’inizio dei bombardamenti, un colpo di stato organizzato dalla Cia, esautorò Sihanouk, ponendo a capo del nuovo gabinetto il corrotto e incapace Lon Nol. Iniziava l’ultimo, drammatico, atto della guerra in Cambogia, che nel giro di soli cinque anni avrebbe portato i Khmer Rossi al potere.
L’ultima immagine che mi torna in mente dei giorni immediatamente precedenti l’ingresso dei nuovi vincitori nella capitale, è quella di un ambasciatore americano, John Gunther Dean, che trafelato sale su un elicottero, mentre i Marines allontanavano brutalmente una folla di disperati cambogiani che premevano per partire.
Gli USA avevano fatto la loro parte creando l’inferno, ora ai cambogiani spettava spegnere le fiamme.

© Piergiorgio Pescali