Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire
Per ordinarne una copia: 3394551575 oppure yasuko@alice.it
© COPYRIGHT Piergiorgio Pescali - E' vietata la riproduzione anche parziale senza il consenso dell'autore

Visualizzazione post con etichetta Il giro del mondo in 80 righe. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il giro del mondo in 80 righe. Mostra tutti i post

Lipsia: cultura e libertà


Dalla mia camera d’albergo assaporo le note sprigionate dalle corde di un violino e un violoncello. Due ragazze, studentesse dell’Università di Musica e Teatro di Lipsia, suonano attorniate da una piccola folla eterogenea di curiosi, turisti e appassionati di musica. Il monumento a Johann Sebastian Bach che sovrasta la piccola piazza ed il Museo dedicato al grande musicista che si apre a pochi passi da lì, traggono in inganno molti di loro: il pezzo che le due musiciste stanno suonando è di Bach, certo, ma non del celebre Johann Sebastian, bensì del figlio, Carl Philipp Emanuel, «la cui fama, nel XVIII secolo sovrastava quella del padre», come mi conferma Clemens Buchenwald, del Bach Archiv di Lipsia. «Nel 1723, quando il consiglio comunale, dopo il rifiuto di altri due candidati, scelse in terza opzione Johann Sebastian Bach come direttore musicale della chiesa di San Tommaso, la delusione per aver ingaggiato un cantore “mediocre” fu cocente» afferma la mia guida Anna Maria Petrasch. Questa storia, nonostante sia confutata dagli storici musicali odierni, dimostra la vitalità culturale di una città come Lipsia. Qui è nato Wagner, Mendelsonn vi fondò il conservatorio, nella università cittadina hanno studiato Nietzsche e Goethe e, per giungere a tempi più recenti, due componenti della band Tokio Hotel sono lipsiani. «Anche durante il periodo comunista, quando la città era entro i confini della DDR, i suoi abitanti avevano un tenore di vita e di libertà ben superiore ad ogni altra città della Germania dell’Est» mi dice Anna Maria, spiegando questa particolarità con il fatto che la città è sede di una delle fiere più antiche e importanti di tutta l’Europa. Basta guardare il lungo elenco di gemellaggi tra Lipsia e le città di tutto il mondo, tra cui “la dotta” Bologna, stretto già nel 1962, per capire quanto rilevanti siano i rapporti che legano questa città di 530.000 abitanti alle culture dei cinque continenti. Per approfondire meglio come Lipsia sia riuscita a coltivare l’amore per la conoscenza, i professori Rudolf Hiller von Gaertingen, e Thomas Piesk, mi accompagnano all’interno dell’Augusteum, la nuova ala dell’Università di Lipsia, nata sulle ceneri della chiesa di san Paolo, distrutta nel 1968. L’edificio, in fase di ultimazione nonostante le proteste studentesche del 2011 che contestavano il forte impegno economico sostenuto per la sua costruzione, diventerà la nuova culla della conoscenza universitaria cittadina. «Abbiamo cercato di recuperare l’architettura della chiesa di san Paolo mediandola con la modernità» spiega il prof. von Gaertingen, che, come storico dell’arte, ha inoltre disposto il recupero di alcuni affreschi dell’ex convento dei domenicani. Questo slancio propulsivo verso il futuro senza dimenticare il passato è, forse, stato il carburante che ha permesso al popolo lipsiano di porsi a capofila nelle proteste del 1989 che hanno condotto al dissolvimento della DDR. Anna Maria mi porta nella chiesa più antica della città, quella di San Nicola. «E’ qui che è iniziato il tutto» mi dice, riferendosi alle famose prediche del pastore Christian Fuhrer, che con il suo coraggio e le sue parole, diede inizio alla Rivoluzione Pacifica. Il seme della libertà gettato in questa piccola chiesa attecchì in milioni di animi fino a spandersi senza limite in tutto l’Est Europa. E’ per questo motivo che è oggi possibile affermare che il muro di Berlino ha cominciato a sgretolarsi a… Lipsia.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

Siria, l'incognita del futuro (agosto 2012)


La Siria, una delle nazioni più affascinanti e ricche di storia di tutto il Medio Oriente, sembra ormai al collasso. La dinastia attualmente al potere, inaugurata nel 1967 da Hafiz al-Assad, un dittatore tanto crudele quanto paternalista, ha visto passare lo scettro del comando  al figlio Bashar nel 2000. In verità Bashar non si era mai interessato di politica; fu la morte, avvenuta nel 1994, dell’erede designato, il fratello Basil, che proiettò il secondogenito di Hafiz, ai vertici del potere. Facile, quindi, per l’entourage di stato, manovrare il nuovo presidente, inesperto e relativamente poco incline alla politica. Come spesso accade nei regimi dittatoriali, le personalità più influenti del governo siriano sono legate da una stretta parentela con la famiglia al potere che sclerotizza l’intero apparato. Masher, fratello dell’attuale presidente, è il comandante della Guardia Presidenziale, mentre la sorella Bushra, la quale sarebbe il consigliere politico di Bashir, è sposata con il generale Assef Shawqat, capo dei servizi segreti. Infine, Adnan Makhluf, cugino della madre di Bashir, guida la Guardia Repubblicana.
La ragnatela di intrecci tra le varie cariche di potere e la secolarizzazione dello stato siriano voluta da Assad padre, ha mantenuto lontano dalla nazione la potente componente musulmana sunnita ed ogni forma di integralismo religioso, anche a costo di trasformare la Siria in uno stato oppressivo e dittatoriale. E’ anche per riconquistare la simpatia della componente islamica, seriamente compromessa dopo i massacri di Hama del 1980 e perpetrati contro la Fratellanza Musulmana insorta contro la famiglia Assad, che Damasco si imbarcò nella guerra del Libano appoggiando gli Hetzbollah e sostenendo Hamas contro Israele. La Siria sotto Assad, però, fiorì dal punto di vista culturale ed economico e, soprattutto, non conobbe mai gli eccessi del vicino Iraq. Terra fondamentale per la nascita del cristianesimo, è sempre stata meta di pellegrinaggi e di missioni archeologiche. Il cristiano o l’ateo che visita la meravigliosa moschea degli Omayyadi, all’interno della quale si conserva una delle innumerevoli teste di San Giovanni Battista e dove la leggenda narra che Gesù scenderà ad annunciare la fine del mondo, non sente alcuna percezione di estraneità o di sentirsi “fuori luogo”. Perdersi nel meraviglioso souk di Aleppo, sovrastato dalla stupenda cittadella che al tramonto si tinge di colori caldi, è uno dei piaceri del viaggio, così come scoprire le antiche rovine romane di Palmira o il teatro di Bosra. Svegliarsi all’alba trovandosi di fronte il Krak dei Cavalieri riporta ai tempi in cui queste terre erano teatro di scorribande dei crociati o dei saraceni. Oggi non vi sono più le spade dei Templari o gli archi dei soldati del Saladino a terrorizzare la popolazione, ma moderni carri armati, fucili mitragliatori, aerei, granate.
Travolta dalla cosiddetta Primavera Araba, la Siria rischia di rivelarsi l’ennesimo fallimento diplomatico e politico dell’Occidente che non  ha saputo, così come è stato per l’Iran di Khatami, cogliere l’occasione del cambiamento al vertice per dialogare con il nuovo governo che si dimostrava più aperto del precedente. Le legittime aspirazioni dei siriani di democrazia, di libertà, di rispetto dei diritti umani gravemente calpestati dal regime, difficilmente troveranno riscontro nelle innumerevoli fazioni di combattenti antigovernativi. Prive di una leadership unica e riconosciuta da tutti, spesso in lotta tra loro, fortemente infiltrate da elementi estranei alla vita politica e culturale del paese, queste frange rischiano di trasformare la Siria in una nuova Libia, rivoluzionando la geopolitica di tutta la regione. Con tutta probabilità il governo di Assad ha i giorni contati, ma ad oggi nessuno vede un successore che potrebbe governare il paese senza che questo rischi di cadere nell’instabilità.
Copyright ©Piergiorgio Pescali

Bhutan, dove la felicità si sotituisce al profitto


Può il solo denaro trasformarsi in un indice in grado di valutare lo sviluppo umano raggiunto da una nazione o da un popolo? San Francesco (ma non solo lui) lo escludeva in modo assoluto. Per secoli, invece, è stata proprio la quantità di liquidità a disposizione del singolo o della comunità a gerarchizzare le classifiche di benessere economico e sociale stilate dagli economisti. Ancora oggi la ricchezza di una nazione la si valuta in riferimento al PIL (Prodotto Interno Lordo), sebbene questo parametro negli ultimi decenni sia stato rivisto e ridimensionato. La Rivoluzione Russa, con la sua forte impronta ideologica a sfondo sociale, fu la prima grande ondata di pensiero che cominciò a stravolgere in modo concreto questo modo di intendere l’economia: non più una società basata sul profitto e sui doveri, ma una comunità in cui il singolo cittadino aveva anche dei diritti ed in cui il talento e la conoscenza divenivano valori primari. Sull’ondata di questa nuova visione, nel dopoguerra nacque una nuova classe di economisti secondo cui la qualità della vita, intesa come accessibilità ai servizi primari di sviluppo culturale e umano, avrebbe dovuto prevalere sull’aumento del reddito. Uno di questi fu Amartya Sen, l’indiano Premio Nobel per l’economia nel 1998. Ma l’idea di una rivoluzione della classifica della ricchezza delle nazioni sulla base dello sviluppo umano rimase a lungo solo nella mente di alcuni illuminati studiosi, fino a quando, nel 1972, il monarca di un minuscolo e sconosciuto regno incastonato tra le cime dell’Himalaya, decise di inaugurare una nuova politica economica ed al Prodotto Interno Lordo subentrò la Felicità Interna Lorda. Quel re “illuminato” era Jigme Singye Wangchuck ed il paese che per primo al mondo si “ribellò” alla visione unicamente materialista del benessere era il Bhutan. Oggi, a quarant’anni di distanza, la scelta controcorrente di Jigme Wangchuck non sembra più così utopistica; molti istituti di ricerca economica hanno inserito voci difficilmente quantificabili materialmente tra il pacchetto che indica lo sviluppo di un paese. Tra i concetti che compongono il FIL rientrano aspetti psicologici, religiosi, sanitari, educativi, culturali, la possibilità di spendere il proprio tempo libero, la partecipazione alla vita sociale e politica del paese dagli ambiti più ristretti a quelli nazionali e, non ultimo, la sensibilità ecologica. Chi visita il Bhutan riesce sicuramente a farsi un’idea di cosa significhi basare la propria filosofia economica e politica sul concetto di Felicità Interna Lorda. Il piccolo regno, grande quanto la Svizzera, è un’oasi di pace e di serenità, se paragonato alle regioni turbolente dell’India e della Cina con cui confina. Sebbene le aree interne siano ancora difficilmente accessibili, la rete stradale permette il rapido movimento della popolazione e la pulizia che si incontra nei villaggi contrasta con l’abbandono di molte cittadine indiane e cinesi. Un ruolo importantissimo, se non basilare nella struttura sociale del Bhutan, viene data alla scuola Drukpa del buddismo, che, assieme alla lingua dzongkha è la base su cui si costruisce la cultura di stato. La storica ostilità che contrapponeva il buddismo bhutanese a quello tibetano, ha portato, nel passato, a conflitti militari tra i due stati. Oggi questa animosità si è affievolita, ribaltandosi, all’interno della nazione, sulla numerosa comunità Lotshampa, popolazione di origine nepalese e religione induista, che dalla fine del XIX secolo si stabilì nella parte meridionale del regno. I Lotshampa rappresentano il 40% dell’intera popolazione del Bhutan ed i Bhote, l’etnia principale di fede buddista e lingua dzongha, intimoriti dal repentino aumento demografico dei nepalesi, li hanno discriminati per anni cercando di sradicare la loro cultura emarginandoli socialmente e politicamente. Si capisce quindi il paradosso del Bhutan: un paese che fa della Felicità Interna Lorda il proprio motto è anche quello che ha la più alta percentuale di rifugiati politici al di fuori dei suoi confini: circa 100.000 su 800.000 abitanti.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

Oslo si prepara a ricevere Aung San Suu Kyi


La nebbia risale lungo Aker Brygge, il quartiere di Oslo che si affaccia sul porto cittadino. Addentrarsi in questa foschia che tutto avvolge, riporta alla mente la storia di questa città. La bruma del tempo offusca i natali di Oslo: nessuna data precisa puntella l’inizio della sua origine, nessuno studio etimologico fissa il significato del nome. Persino l’anno in cui divenne capitale della Norvegia, è motivo di dibattito: per alcuni è il “Syttende Mai”, il 17 maggio 1814, giorno in cui, dopo la secessione dalla Danimarca, venne emanata la costituzione. Ma lo scettro regale passò solo di mano senza fermarsi ad Oslo: dai danesi scivolò agli svedesi, per cui la capitale dell’impero continuò a restare fuori dai confini nazionali. Per altri, invece, la data dell’investitura di Oslo come capitale della Norvegia, è il 1905, anno in cui la nazione si staccò dalla Svezia per divenire uno stato finalmente indipendente. La nemesi definitiva avvenne nel 1925 quando la città abbandonò il nome di Christiania affibbiatole dal re danese Cristiano IV nel lontano 1624, per riprendere quello originario, Oslo. Quattro secoli di occupazione straniera non avevano certo favorito lo sviluppo della città, così all’indomani dell’indipendenza la capitale della Norvegia rischiava di sfigurare di fronte alla regalità di Stoccolma, alla bellezza trasgressiva di Copenhagen o all’elegante neoclassicità di Helsinki. La Oslo degli anni Sessanta, era ancora la città angosciante descritta da Munch sul finire del XIX secolo e dal cui sentimento nacque il celebre “Urlo”: “Camminavo con due amici; quando il sole cominciò a tramontare il cielo si tinse improvvisamente di rosso sangue. Mi fermai esausto, sporgendomi sulla balaustra. Sopra il fiordo blu scuro e la città, c’erano lingue di fuoco e di sangue mentre i miei amici continuavano a camminare; restai là, tremando di ansia e sentii un urlo infinito passare attraverso la natura”. Il lavoro di recupero architettonico voluto dall’amministrazione comunale a partire dagli anni Ottanta, ha però contribuito a cambiare completamente il volto della città. Sebbene Oslo non possa competere con le altri capitali scandinave sul piano dell’interesse storico, il genio degli architetti e degli urbanisti norvegesi qui si è espresso al meglio, ridando slancio al turismo. I contrasti storici, anziché disturbare, sono valorizzati così da formare una sorta di simbiosi. E’ il caso della fortezza Akershus, uno dei pochi lasciti medioevali di Oslo, che domina il modernissimo quartiere Aker Brygge, ricavato dalla parte industriale Ottocentesca della città. I coinvolgenti e variegati musei, primo fra tutti quello delle navi vichinghe, il parco delle sculture di Vigeland, e la magnifica Opera House garantiscono un livello culturale di tutto rispetto accompagnato da una delicata gradevolezza fotografica. Ma ciò di cui Oslo può andar veramente fiera, è il fatto di essere una città ospitale e multiculturale. Qui convivono una ventina di nazionalità differenti, qui hanno avuto luogo alcuni dei più importanti incontri internazionali che hanno contribuito a smussare attriti e conflitti. Una caratteristica che neppure Anders Breivik, l’attentatore che nel 2011 ha seminato morte e sgomento in tutta la Norvegia, è riuscito ad intaccare. E non è certo un caso che dal 1901 la capitale norvegese sia sede del più importante riconoscimento alla pace: il Premio Nobel. Non tutti i vincitori si sono dimostrati all’altezza dell’onore ricevuto, ma il 16 di giugno, Oslo attende con trepidazione una figura che questo premio lo ha veramente meritato e sofferto sulla propria pelle: Aung San Suu Kyi, libera, finalmente, di ricevere un premio che le era stato assegnato nel 1991, ma che il regime militare birmano non le aveva mai permesso di ritirare di persona.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

Santuario la Verna: intervista al custode in occasione della visita papale del 13 maggio 2012


La visita del papa del 13 maggio toccherà, oltre Arezzo e Sansepolcro, anche La Verna. Ma, mentre ad Arezzo e Sansepolcro, la visita permetterà ai fedeli di radunarsi attorno alla figura di Benedetto XVI; quella di La Verna assumerà un carattere esplicitamente spirituale, lasciando che il pontefice si raccolga accanto ai soli frati del santuario. Abbiamo chiesto a fra Massimo, custode del santuario della Verna, il motivo di questa visita del papa nel cuore del francescanesimo.

Domanda: Quella di Benedetto XVI sarà la seconda visita di un papa a La Verna in soli 20 anni. Cosa significa questa particolare attenzione verso san Francesco e verso l’ordine dei francescani?
Fra Massimo: Le due visite dei pontefici confermano il nostro desiderio di adesione a Cristo povero e crocifisso pietra angolare della Chiesa a cui il papa è posto alla guida. Sono sempre vere le parole che il Crocifisso rivolse a san Francesco in san Damiano e noi frati minori vorremmo fossero il nostro programma di vita. La visita di "Pietro" conferma nella fede e nell' operare ma sentiamo ci sprona ad aprirci sempre più nella comunicazione e testimonianza del mistero delle Stimmate di cui siamo custodi


Domanda: La Chiesa, dopo anni di crisi e di allontanamento da parte delle generazioni più giovani, sta ricercando una nuova via per comunicare con i giovani ed il papa sembra conscio che ci sia bisogno di ricercare nuove forme di sviluppo per la Chiesa odierna. Il Francesco del XIII secolo può ancora insegnare qualcosa alla Chiesa del XXI secolo per riavvicinare i giovani alla fede?
Fra Massimo: Francesco di Assisi è uomo evangelico, radicato nella sequela di Gesù, il suo esempio spinge alla emulazione perché può essere imitato da qualunque battezzato. Per i giovani è compagno di esperienza e condivisione, per gli adulti si pone come esempio di coerenza al suo ideale, malato nel corpo è di esempio a coloro che soffrono....ha una parola per tutti perché comunica il Vangelo.


Domanda: Che differenze ci sono tra la visita di Giovanni Paolo II nel 1993 e quella di Benedetto XVI nel 2012?
Fra Massimo: Difficile parlare di differenze tra le visite dei pontefici. La prima si può riscontrare nella durata della permanenza, altra potrebbe essere sul numero di persone incontrate e la relativa intimità delle celebrazioni.
Forse più che di differenze occorrerebbe parlare del comune impegno dei pontefici a confermare nella fede i credenti ed esortare i figli di san Francesco alla fedeltà al carisma.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

Sudafrica: apartheid economico


Victor si ferma in una baraccopoli di Soweto. Nel giro di qualche secondo, decine di abitanti escono a salutare entusiasticamente il loro maestro, quel Victor Matom affermato fotografo che ha avviato una scuola di fotografia in una delle estreme periferie del mondo. Amico personale di Mandela ed esponente di spicco dell’ANC, aveva una carriera politica aperta fino a quando, alla fine degli anni Ottanta, chiuse definitivamente con il movimento, uscendo di scena in silenzio, senza fare polemiche, perché non accettava la corruzione che stava insinuandosi nel partito. «Sono un uomo d’azione», dice, ma sotto questa rinuncia covano le braci di una disillusione per questo Paese che, dopo aver tolto il velo dell’apartheid, non è riuscito a permettere che la massa di neri liberati dalle catene del razzismo, fosse pienamente inserita nella vita economica e sociale della nuova nazione. «Nazione arcobaleno» l’aveva soprannominata il vescovo Desmond Tutu per sottolineare la ricchezza di culture, lingue e religioni che hanno contribuito a far nascere il Sudafrica. Ma, come per l’arcobaleno, anche qui i vari colori sono nettamente distinti e così, la segregazione, abolita per legge, continua ad essere una realtà quotidiana. Dopo decenni di lotte, la gente è stanca di combattere per degli ideali. Ora i nemici si chiamano disoccupazione, fame, povertà, tutti fattori che alimentano altrettante piaghe: omicidi, droga, furti. Una volta tanto, le cifre possono dare tangibile dimostrazione di quanto pesi, in questa nazione arcobaleno, nascere bianco o nero. Nella sola Soweto l’80-90% della popolazione attiva è senza lavoro, in tutto il Sudafrica il 27% delle famiglie nere vive al di sotto della soglia di povertà, contro il 3% di quelle bianche, mentre la quasi totalità dei nove milioni di baraccati (su una popolazione totale di 45 milioni), sono neri. In una situazione sociale così sbilanciata, è comprensibile che il crimine sia patrimonio della comunità più disagiata, quella nera. La riforma agraria auspicata dai governi democratici che promettevano la distribuzione ai contadini entro il 2014 del 30% della terra statale coltivata, è ormai un miraggio. La colpa non è solo dello stato: le banche, per la maggior parte di proprietà dei bianchi, rifiutano di concedere microcrediti a tassi agevolati, così le aziende famigliari o le cooperative hanno difficoltà a reperire liquidi per iniziare qualsiasi attività. La stessa mancanza di denaro impedisce ai genitori di sostenere i costi per educare i propri figli, molti dei quali, già a 10-12 anni, devono varcare le porte delle fabbriche. Questo, assieme al fatto che 80.000 insegnanti sono stati dichiarati dallo stesso governo non qualificati, impedisce la formazione in tempi brevi di una classe colta nera, che potrebbe cooperare con la dirigenza bianca nel controllare la ricchezza del Paese. I sindacati, tra i più forti di tutto il continente, cercano di proteggere i pochi diritti faticosamente conquistati. «Investire in Sudafrica non è più conveniente» afferma un uomo d’affari incontrato a Johannesburg. «I sindacati impongono salari troppo alti, rendono i licenziamenti più difficili e ci obbligano ad assumere personale a secondo delle “quote razziali”». Tutti, a parole, combattiamo lo sfruttamento dei Paesi del Terzo Mondo, ma appena questi alzano la testa, li abbandoniamo al loro destino. Forse, ora più che mai, il Sudafrica ha bisogno di cantare il Nkosi Sikelel’i Afrika il suo inno nazionale per ritrovare l’entusiasmo che ha permesso al suo popolo di sovvertire uno dei regimi moralmente più abietti che abbia mai avuto.
Nkosi Sikelel’i Africa, Dio benedici l’Africa.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

Cuba: l'isola che cambia (aprile 2012)


La visita del papa a Cuba, ha riproposto, così come era stato per il viaggio di Giovanni Paolo II, il tema dello sviluppo delle società socialiste e dei diritti umani in America Latina. Già nel 1998 si era notata una forte sintonia tra papa Wojtyla e Fidel Castro. Quest’anno si è assistito ad ulteriore passo: l’interesse del Grande Conducador verso la dottrina cristiana. Durante il colloquio con papa Ratzinger, Fidel ha voluto approfondire aspetti della vita religiosa, confessando un suo avvicinamento verso la fede. Già alunno presso un istituto scolastico gestito dai Gesuiti, Castro ha diretto per più di quattro decenni la nazione caraibica secondo uno stile più cooperativistico che socialista. La proprietà privata non è mai stata interamente abolita e, a differenza di quanto accaduto in Unione Sovietica, Cina, Vietnam e Corea del Nord, l’iniziativa individuale ha sempre avuto un peso importante nell’economia nazionale. La stessa Chiesa, pur limitata nelle sue libertà e nella predicazione, non ha mai subito le dure repressioni cui era oggetto nel blocco socialista europeo ed asiatico. Il sistema sanitario cubano, inoltre, si è sempre mostrato tra i più avanzati dell’America Latina, tanto che sono numerosi gli istituti di ricerca europei ed italiani che hanno mantenute strette collaborazioni con L’Avana.

Lo stesso confronto di Cuba con l’area geografica in cui è inserita (l’America Latina), dimostra che il regime è riuscito a garantire uno sviluppo economico e umano non eguagliato da altre nazioni: secondo le stesse Nazioni Unite, Cuba vanta il miglior (ISU) Indice di Sviluppo Umano di tutto il continente dopo l’Uruguay.

Del resto, una delle maggiori fonti di ricchezza del governo cubano, è data dal turismo. La rigogliosità della natura, la bellezza delle città (L’Avana, Cienfuegos, Camaguey e Trinidad sono iscritte al Patrimonio Mondiale dell’Unesco) e le spiagge della costa atlantica, fanno dell’isola una delle mete più richieste dei viaggi sia vacanzieri, culturali e socio-politici. Questa varietà di interessi, sommata al fatto che il turista può girare liberamente per l’intera nazione, porta inevitabilmente la popolazione cubana al contatto con lo straniero, non necessariamente a favore del regime, creando nel cubano un senso anche fortemente critico nei confronti del proprio governo. Gli oppositori al regime, infatti, crescono di giorno in giorno ed ora non debbono più necessariamente imbarcarsi in bagnarole verso la Florida, per esprimere la propria contrarietà alle scelte del successore di Fidel, il fratello Raul. La principale voce del dissenso cubano, è la famosa blogger Yoani Sanchez che, tra mille difficoltà e peripezie, continua ad aggiornare il suo blog raccontando le difficoltà quotidiane che incontra. Il bloqueo, l’embargo degli Stati Uniti contro Cuba, è la principale, anche se non l’unica, causa della difficoltà che gli isolani incontrano nel procurarsi generi di prima necessità. Il razionamento costringe molte famiglie a cercare rifugio nel mercato nero, dilapidando i propri risparmi. Papa Benedetto XVI ha condannato le sanzioni imposte da Washington che, come spesso accade, colpiscono più la gente comune che il governo a cui sono dirette. Al tempo stesso, ha però chiesto a Raul Castro di allentare la morsa sui diritti umani, nota dolente non solo dell’attuale regime, ma dei governi che si sono succeduti nella dirigenza dell’isola nei secoli passati. La massiccia partecipazione di fedeli alle messe di L’Avana e Santiago de Cuba in piazze occupate dalle manifestazioni di partito, e l’incontro con Fidel, dimostra che nel paese sta creandosi una nuova idea di collaborazione tra governo e Chiesa che potrebbe portare Cuba ad una nuova rinascita.


Copyright © Piergiorgio Pescali

Myanmar: la primavera del Myanmar


Il Myanmar, la nazione che fino al 1989 era ufficialmente chiamata Birmania, dopo cinquant’anni di dittatura militare, sta conoscendo un periodo di riforme politiche e sociali senza precedenti. Le elezioni del 7 novembre 2010, immediatamente seguite dal rilascio di Aung San Suu Kyi e dal ritiro dei due generali più intransigenti, Than Shwe e Maung Aye, hanno concesso spazi sempre maggiori alle riforme democratiche. Le perplessità di governi e associazioni che, almeno all’inizio, avevano accolto con riserva le aperture del neo primo ministro Thein Sein, sembrano meno incisive. La Lega Nazionale per la Democrazia, il partito fondato da Aung San Suu Kyi alla fine degli anni Ottanta, è stato legalizzato, riportando l’opposizione all’interno della vita politica birmana. La stessa Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel lontano 1991, è ora libera di viaggiare per l’intero paese e di partecipare alle elezioni suppletive che si terranno il prossimo aprile. Dopo anni di arresti domiciliari, avrà l’opportunità di entrare nel parlamento birmano e, come ha avuto modo di specificare lo stesso Thein Sein, di poter ricoprire una carica ufficiale all’interno del governo. A livello internazionale gli Stati Uniti hanno riallacciato i rapporti diplomatici con Nay Pyi Taw (la città che nel 2006 ha sostituito Yangon come capitale) e la stessa Hillary Clinton ha potuto abbracciare Aung San Suu Kyi e incontrare i vertici del governo. Al tempo stesso i legami con Pechino, strettissimi fino al 2010, si stanno allentando. Imprese giapponesi, sudcoreane, thailandesi, singaporeane, ma soprattutto indiane, stanno siglando appalti di milioni di dollari per la costruzione di infrastrutture e per sfruttare il ricchissimo sottosuolo birmano. Le ditte europee e statunitensi, tenute lontano dal paese da un embargo economico voluto per indebolire il regime militare, sono già pronte a inondare il Myanmar con i loro progetti. La francese Total, una delle pochissime aziende della Comunità Europea che, sfidando le sanzioni, ha sempre investito nella nazione asiatica, sta preparando un piano di ampliamento che sfrutti i ricchi giacimenti di idrocarburi offshore. La Chiesa cattolica, nella voce dell’arcivescovo di Yangon, mons. Charles Bo, si è sempre opposta all’isolamento economico e politico imposto dai governi occidentali al Myanmar in quanto non avrebbe fatto altro che spingere i militari nelle braccia della Cina. Alla luce dei fatti, la posizione dell’arcivescovo si è dimostrata lungimirante. Pechino ha trasformato il vicino in una sorta di serbatoio da cui prelevare pietre preziose, legname, energia per alimentare la propria crescita economica, dando ben poco in cambio. Alla primavera politica birmana, però, non è ancora seguita una rinascita sociale ed economica, anche se nelle principali città stanno sorgendo cantieri. Le strutture sociali pubbliche, quando ci sono, sono spesso fatiscenti e solo alcune organizzazioni umanitarie hanno il permesso di sopperire alla loro mancanza. Ci sono prove che, persino durante la fase di aiuti umanitari succeduta al tifone Nargis, le ONG per poter intervenire nelle regioni più colpite, dovevano pagare tangenti alle amministrazioni locali. Inoltre le nazionalità etniche non birmane (il 32% della popolazione) stanno faticosamente cercando una loro autonomia che possa preservare le tradizioni, lingue, culture, religioni. Ci si aspetta molto da questo nuovo corso sociale e politico e, se Aung San Suu Kyi verrà eletta, sarà chiamata a mantenere fede alle sue promesse di sviluppo, democrazia e di rispetto delle minoranze etniche fatte durante la sua prigionia. Nel frattempo le agenzie turistiche stanno promuovendo il Myanmar come nuova destinazione e si stanno costruendo mega strutture che ben poco si adattano all’ambiente e alla cultura locale. La devastazione del turismo di massa già operata in Thailandia, Cambogia e Vietnam rischia di stravolgere il delicato equilibrio birmano. I siti archeologici di Bagan e di Mrauk U, magnifici quanto delicati, non riuscirebbero a sopportare l’afflusso di bande di turisti interessati più alle comodità dell’albergo di lusso, piuttosto che alla storia delle pietre. Inoltre, se lo sviluppo economico non riuscirà a soddisfare i bisogni primari della popolazione, nel paese si rischierà di assistere alla decadenza civile e morale a cui sono piombate le nazioni vicine.


Copyright © Piergiorgio Pescali

Ebraismo: un pezzo di Israele a New York


La strada del quartiere ebreo ortodosso è affollata: gli uomini dalla lunga e folta barba, con i boccoli arricciati ai lati delle tempie che scendono sulle spalle, camminano spediti nei loro cappotti neri. Alcuni hanno in mano un cilindro che contiene la preziosa Torah, il testo sacro del popolo ebraico; altri passeggiano con le loro mogli delle cui facce avvolte nei foulard dai colori non troppo vivaci, intravedo solo in parte i delicati lineamenti.

Poi bambini; biondi, bruni, rossi, occhi azzurri come il cielo limpido del più freddo inverno, occhi neri come le notti senza luna... Corrono, si divertono, ridono, piangono come tutti i bambini di questo mondo.

E ai lati delle strade negozi dalle scritte ebraiche, ristoranti rigorosamente kosher, librerie con testi yiddish, rivendite di oggetti sacri che espongono in vetrina enormi menorah. Ogni luogo, ogni angolo è impregnato di cultura e tradizione ebraica come potrebbe essere un quartiere di Gerusalemme o di Tel Aviv.

Ma qui non mi trovo né a Gerusalemme, né a Tel Aviv; anzi, per la verità Israele stesso è lontano migliaia di chilometri. Questo piccolo spaccato di vita ebraica si consuma quotidianamente in una delle metropoli più cosmopolitane del mondo: New York, nel piccolo quartiere di Williamsburg, a Crown Heights, Brooklyn.

Qui, negli anni Trenta e Quaranta, migliaia di ebrei ashkenaziti giunsero dagli shtetl dell’Europa Orientale o dalle città della Germania, dall’Italia, dalla Francia, per sfuggire alle persecuzioni naziste e fasciste, portando con sé tutto il bagaglio culturale e religioso ad essi appartenente. A poco a poco Crown Heights si trasformò in una sorta di Little Israel. Poverissimi e sradicati dai loro paesi natali, gli ebrei di New York sono in breve tempo riusciti a divenire una delle maggiori potenze economiche e scientifiche non solo della città, ma del mondo intero. Merito soprattutto della loro coesione e della tradizione di esperti banchieri tempratisi nel corso dei secoli.

Anche se le comunità ebraiche a New York sono diverse e sparse per tutte le cinque municipalità della metropoli, solo il quartiere di Williamsburg è riuscito a mantenere un’identità propria ben precisa, grazie sia all’ubicazione geografica in cui viene ad essere situato, decentrato rispetto alla Downtown, sia al forte senso di appartenenza religiosa che lega tra loro i componenti della comunità e che impedisce ad estranei di interagire col loro delicato mondo. Tutto questo non ha impedito, però, che sorgessero gravi problemi di convivenza con altri gruppi etnici, specie caraibici, sfociati nel 1991 in veri e propri confronti violenti.

Oggi tra i trentacinquemila ebrei ortodossi e i novantamila caraibici, la situazione rimane tesa, ma le due comunità hanno imparato a rispettare reciprocamente i propri territori. A Crown Heights si vedono bambini ebrei giocare con bambini ebrei e bambini caraibici giocare con bambini caraibici a pochi metri gli uni dagli altri senza che i due gruppi vengano ad interagire in alcun modo.

Addentrarsi a Crown Heights è come effettuare un viaggio in Israele: qui è ancora possibile trovare, negli angusti anfratti dei negozietti religiosi, i “certosini” ebrei, che scrivono lo Shemah Israel, la professione di fede che viene poi incastonata nelle mezura, piccoli contenitori posti sugli stipiti delle porte d’entrata di ogni casa ebrea, e nei tefillim che i fedeli portano sempre con loro annodandoseli attorno al braccio e sulla fronte nell’ora della preghiera.

Ed è ancora qui, a Crown Heights, dove le feste ebraiche continuano a seguire il loro antico rituale e dove i ritmi di vita sono scanditi dall’alternarsi del sole e della luna, riuscendo a collimare gli impegni economici e sociali richiesti da una società sempre più frenetica come quella statunitense.

E mentre la maggior parte dei newyorkesi continua la loro vita mondana e dissipata anche dopo il tramonto, a Williamsburg tutto si ferma e tace.

Anche se il centro della vita degli ebrei ortodossi del quartiere rimane la sinagoga dove veniva a pregare il rabbino Lubavitch, ogni famiglia continua a testimoniare la propria fede anche al di fuori dei templi. Il pane viene ancora fatto in casa per evitare contaminazioni dovute a prodotti o lavorazioni non conformi ai principi espressi dalla Torah; ai bambini non vengono tagliati i capelli sino ai tre anni; viene praticato il pidion, il riscatto dei primogeniti maschi, lo shabbat è rispettato scrupolosamente ogni settimana seguendo gli appositi rituali, così come tutte le celebrazioni annuali, dalla Pesah (la Pasqua), al Rosh Ha Shanah (il capodanno); dal Kippur (l’espiazione) al Sukkot (la Festa delle Capanne).

E allora non sorprende che quando, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’ONU discuteva su quale territorio si dovesse assegnare agli ebrei per farne una loro patria, ci fu chi propose di ritagliare per loro una fetta degli Stati Uniti d’America.


Copyright © Piergiorgio Pescali

Natale a casa Santa Claus


Alla frontiera del “nulla”, su su, nell’Europa Settentrionale, oltre quella linea immaginaria che chiamiamo Circolo Polare Artico, si estende un’immensa regione fino al XVI secolo ignorata da tutti: la Lapponia. Poi, nel 1542, il re di Svezia Gustav Vasa, decise di sottometterle al suo potente impero con una decreto che cita testualmente “tutte le terre permanentemente inabitate appartengono a Dio e alla Corona Svedese e a nessun altro”. La condivisione delle terre tra re Gustav e Dio la dice lunga sulla personalità del monarca, ma il fatto era che quelle terre, “permanentemente inabitate” non lo erano affatto. Da migliaia di anni popolazioni autoctone, i Sami, in quelle lande ci vivevano, spostandosi liberamente tra il mar di Norvegia e il Mar Bianco, tra il Mar di Barents e le pianure popolate dai finni, svedesi e dai norvegesi. La colonizzazione della Lapponia portò alla costruzione di insediamenti stanziali, mentre la spartizione della regione tra i quattro stati su cui si estendeva il territorio (Russia, Norvegia, Finlandia e Svezia), avvenuta nel 1852, centralizzò l’autorità statale. Nella Lapponia Finlandese venne scelta come capoluogo lappone una piccola cittadina: Rovaniemi. Il villaggio avrebbe continuato ad essere un puntino insignificante sulla mappe geografiche se nel 1950, Eleanor Roosevelt, moglie del presidente degli Stati Uniti, non avesse voluto recarsi di persona a controllare i lavori di ricostruzione della cittadina finlandese, distrutta dalle forze armate tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Il prefetto e il sindaco pensarono di costruire un piccolo centro di accoglienza sulla linea del Circolo Polare Artico, a dieci chilometri a nord da Rovaniemi. La visita fece talmente tanto scalpore che i turisti cominciarono a piovere a frotte. Ma fu solo nel 1985 che l’intraprendente ufficio turistico di Rovaniemi ebbe l’ “idea del secolo”: trasformare la capanna di tronchi dove Eleanor Roosevelt era stata accolta nella casa di Santa Claus, il nostro Babbo Natale. Gli ingredienti c’erano tutti: neve assicurata per Natale, la curiosità geografica del Circolo Polare Artico, un ambiente naturale idilliaco e una cittadina come Rovaniemi la cui planimetria era stata ridisegnata nientepopodimeno che da uno degli architetti più famosi del mondo: Alvar Aalto. Come dire, appassionati di natura, di tradizioni, di cultura unitevi! Inoltre si era creata una meta turistica che metteva d’accordo grandi e piccini. Non era affatto poco! L’idea fu immediatamente vincente, tanto che Rovaniemi è una delle mete turistiche più visitate in Finlandia e di tutta la Scandinavia. Il Centro Culturale e Amministrativo della città, disegnato da Aalto negli anni Cinquanta è ancora oggi un esempio di capolavoro urbanistico. Se vi capita di fare un giro, visitate l’interno della biblioteca! Per i cultori della storia e delle tradizioni lapponi, il museo Arktikum è una tappa obbligata, con la sua stupenda galleria a vetri che si affaccia sulla pianura lappone, quasi come una navicella spaziale che atterra su un nuovo mondo incontaminato. Ma un’ultima considerazione: molti bambini si chiedono come Santa Claus possa consegnare i regali a milioni di loro coetanei in tutto il mondo in sole 24 ore. Come è possibile?  Ok, ok, sappiamo che Babbo Natale ha la slitta e le sue nove renne, ma la domanda ha raggiunto anche le alte sfere della scienza. Due accademici, Roger Highfield del Museo della Scienza di Londra e Larry Silverberg, professore di ingegneria al North Carolina State University di Raleigh, hanno raccolto la sfida e, in modo scientifico hanno cercato di darci una risposta. Secondo i due scienziati, viaggiando contro la direzione della rotazione terrestre, Santa Claus avrebbe quasi 48 ore di tempo per lasciare i suoi regali a 2,1 miliardi di bambini al di sotto dei 18 anni. Inoltre, l’esperienza secolare accumulata da Santa Claus nei suoi viaggi natalizi, avrebbe garantito una slitta aerodinamica capace di prestazioni strabilianti grazie alle ultime scoperte delle nanotecnologie. Insomma, il Santa Claus “moderno” ha ben poco del tradizionale omone grasso che nel suo ufficio di Rovaniemi ci accoglie con il tradizionale “Ho, ho, ho...”. Ma, a pensarci bene, forse è meglio questo che il Babbo Natale supertecnologico…

© Piergiorgio Pescali

Corea del Nord, un paese in cambiamento


In queste settimane si è parlato tanto della Corea del Nord, un paese asiatico sconosciuto e poco visitato. Dal 1948, quando il padre-fondatore della nazione nordcoreana, Kim Il Sung, ha iniziato a sviluppare un’economia di stampo socialista, la parte a nord del 38° parallelo si è trovata a condividere la politica del Comecon e del blocco sovietico. Lo sviluppo economico della Corea del Nord, almeno sino alla metà degli anni Settanta, è stato sbalorditivo: un paese raso al suolo dai bombardamenti statunitensi tra il 1950 e il 1953, (quando le due Coree furono in guerra), seppe rialzarsi e ricostruirsi con le proprie mani, sino a diventare una nazione-modello per tutto il mondo socialista. Mentre, infatti, Seoul arrancava economicamente e faticava a trovare una democrazia politica, nel nord sorgevano università di altissimo livello, ospedali all’avanguardia, un’industria che continuava a segnare ritmi di sviluppo vertiginosi. L’espansione e il relativo benessere sociale non durarono, però, a lungo: le difficoltà dell’URSS e la glasnost di Gorbaciov con il successivo dissolvimento del blocco sovietico, lasciarono Pyongyang senza linfa vitale. Bloccati i rifornimenti petroliferi e le derrate alimentari, per i nordcoreani cominciò un lungo e drammatico declino. La serie di carestie che si abbatterono sul paese contribuirono a far crollare il livello di vita dei 22 milioni di abitanti, mentre al sud si assisteva ad uno sfrenato sviluppo di stampo ipercapitalista, con i chaebol (i megaconglomerati industriali) che si ingigantivano di giorno in giorno, inglobando tutte le branche economiche del paese. Basti pensare alla Hyundai, alla Samsung, all’LG che, oltre a produrre prodotti per cui sono famosi in occidente (auto, telefonici, elettrodomestici), hanno anche cantieri navali, villaggi turistici, catene alimentari, imprese edili… Oggi, la successione al governo di Kim Jong Il alla morte del padre Kim Il Sung, ha permesso alla Corea del Nord di avviare un lento e faticoso cammino di riforme: meritocrazia nelle fabbriche, concessioni di piccoli terreni agricoli alle singole famiglie, mercatini dei contadini in cui si possono vendere e comprare prodotti che lo stato non riesce a garantire. Nel contempo le aperture verso la Corea del Sud, con l’incontro dei due rispettivi presidenti e le riunioni delle famiglie divise dalla guerra, lasciano sperare ad un nuovo dialogo tra Pyongyang e Seoul. La morte del Grande Leader, avvenuta il 17 dicembre scorso, ha di nuovo creato incertezza nella regione. Alla guida del paese è stato chiamato il figlio, Kim Jong Un che, a soli 30 anni, è troppo giovane per conquistarsi il rispetto della potente lobby militare nordcoreana. E’ per questo che, con tutta probabilità, a Kim Jong Un sarà affiancato un “reggente”, lo zio Jang Song-taek, già numero due del regime. La formazione scolastica di Kim Jong Un, che ha studiato all’International School di Berna, lascia intendere che il padre aveva già predisposto la continuità delle aperture economiche e internazionali da lui avviate. Oggi entrare in Corea del Nord non è più così difficile come un tempo: Ogni anno sono circa 3.000 i turisti occidentali che visitano il paese. Sebbene i tour sono tutti attentamente controllati e “sigillati” (non è ancora possibile aggirarsi individualmente per le città), un viaggio in Corea del Nord è, dal punto di vista sociale, tra i più interessanti  che si possano effettuare. La tipica architettura da realismo socialista, i manifesti di propaganda, le fattorie collettive e la bellissima capitale Pyongyang, con i suoi viali, i parchi e il fiume Taedong che la attraversa, rappresentano immagini di un mondo destinato a scomparire, ma che, nel bene e nel male, ha rappresentato un pezzo di storia importantissimo per l’intera umanità. Le violazioni dei diritti umani (si pensa che in Nord Corea vi siano circa 200.000 prigionieri politici) rappresentano la principale preoccupazione delle organizzazioni umanitarie, ma anche su questo campo si sta assistendo ad un graduale cambiamento assieme a riforme religiose. Recentemente una delegazione della Santa Sede è stata nel paese visitando comunità cattoliche e a Pyongyang i cristiani della città possono frequentare le tre chiese (protestante, ortodossa e cattolica). Si sta anche parlando di riaprire un centro sociale in un quartiere disagiato della capitale diretto da un prete sudcoreano, già presente nel paese da diversi anni a periodi alterni.

© Piergiorgio Pescali