Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Giappone - 2013. Mostra tutti i post
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Fukushima: Reportage IV - (Settembre 2013)



Mentre la situazione nella centrale di Fukushima peggiora sempre più rischiando di trasformare il sito in un generatore nucleare a cielo aperto, c’è gente che non si arrende e continua a mantenere viva la speranza di poter tornare a vivere nelle aree oggi contaminate. Come il contadino che ha chiesto l’aiuto del Centro di Volontariato per la Ricostruzione di Minamisoma per ripulire dalle sterpaglie il campo della sua casa, situata nella Zona ad Esclusione Parziale, dove è possibile entrare, ma non coltivare e risiedere permanentemente. «Tutti sappiamo che è un lavoro inutile: questa generazione difficilmente potrà rientrare in possesso delle loro abitazioni» ci confida un coordinatore del centro, che conclude: «Il nostro è principalmente un aiuto psicologico verso chi non si rassegna ad aver perso tutto ciò che aveva». Ancora oggi circa centocinquantamila persone evacuate dalla zona radioattiva vivono nelle cosiddette case temporanee, alloggi di fortuna ricavati da container dove, in pochi metri quadrati, risiedono più famiglie. «La temporaneità si protrarrà ancora per anni» spiega un abitante di uno di questi centri: «I più anziani si sono rassegnati a morire qui, i più giovani tentano di andarsene in altre province in cerca di nuove prospettive». Eppure, pur tra mille difficoltà, l’indomito spirito giapponese continua a prevalere: appositi comitati organizzano feste, incontri, dibattiti che riescono, almeno per qualche ora, ad allentare la tensione che, inevitabilmente, si viene a creare tra le varie famiglie. «La maggior parte della popolazione viveva in grandi fattorie ed i rapporti erano diluiti dalle distese di campi e prati; è inevitabile che, quando lo spazio attorno a te si restringe e sei obbligato a convivere a stretto contatto con altre famiglie, si creino degli attriti, a volte anche aspri». Percorrendo le anguste vallate che dalla costa si dirigono verso l’interno del paese, diviene chiaro come la topografia del terreno, assieme alle correnti atmosferiche, abbiano incanalato la radioattività che fuoriesce dai reattori danneggiati lungo una lingua che si protende per una trentina di chilometri verso nordovest.  Spesso, quindi, incontriamo centri che hanno passato indenni la prova del terremoto e dello tsunami, ma che sono stati investiti dall’ondata invisibile dei radionuclidi. Villaggi perfettamente intatti, ma desolatamente abbandonati dai loro abitanti. Iitate è divenuto uno dei paesi simbolo di questo abbandono: i terreni dove pascolavano mucche, la cui carne era considerata una prelibatezza, oggi ospitano mandrie di ruspe che raspano la superficie sino a venti centimetri di profondità con l’intento di eliminare il Cesio 137 rilasciato dal fallout nucleare. Tonnellate di metri cubi di suolo contaminato sono poi stoccati in sacchi neri numerati singolarmente, in attesa di trovare una soluzione per purificarlo. Nelle campagne attorno alla città di Fukushima, le autorità hanno optato per una soluzione differente, come spiega Sachiko Goto: «il basso livello di radioattività registrato ha consentito di raschiare “solo” i dieci centimetri superficiali delle aree antistanti i luoghi pubblici (scuole, ospedali, ndr). Il suolo è stato poi sotterrato e ricoperto con terreno non contaminato». Quanto efficace sia questa soluzione sono in molti a dubitarne: le radici delle piante e lo smottamento naturale del terreno rischiano di riportare in superficie la parte inquinata. Sachiko, però, rassicura sulla sicurezza dell’operazione. Lei gestisce un’azienda famigliare di frutta e le sue pesche, coltivate secondo rigorosi criteri biologici, sono tra le più apprezzate della zona. L’incidente di Fukushima, però, ha messo a repentaglio la sua attività così come quella di altri agricoltori. «Molti hanno registrato un calo di vendite anche del 40%» lamenta Sachiko, «Noi, avendo optato da sempre per la vendita diretta a privati, abbiamo subito una contrazione del 20%». Per rassicurare i consumatori, ad un campione di ogni raccolto viene controllato il Cesio; una prassi laboriosa, ma che è divenuta comune tra tutte le aziende colpite dalla nube della centrale.
La recente disposizione della prefettura di Fukushima, di compensare in parte le perdite dovute alla nube radioattiva, ha permesso ad alcune attività di risollevarsi, anche se per molte è già troppo tardi. «Alcuni se ne sono andati, altri hanno cercato un altro lavoro» afferma Yasuhiko Niida, presidente della Kinpou, dal 1711 una delle più antiche aziende produttrici di sake del Giappone.
Nonostante la società di Niida si trovi nella provincia di Koriyama, ad una sessantina di chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima, i venti che soffiano costantemente dal mare hanno trasportato fin qui notevoli quantità di isotopi radioattivi. Il 2011 era un anno importante per la Kinpou: «Per commemorare i trecento anni di vita avevamo organizzato una fitta serie di eventi. Doveva essere un trampolino di lancio per un nuovo sviluppo, invece l’incidente di Fukushima ci ha messi in ginocchio». La tenacia di Yasuhiko, assieme al senso del dovere verso i suoi antenati, lo hanno convinto ad affrontare le difficoltà. E le ha sconfitte. Non solo è riuscito a mantenere in vita l’impresa famigliare, ma non ha licenziato nessuno dei suoi venti dipendenti. «Ciò che ci ha permesso di sopravvivere è stata la qualità. Il nostro sake è uno dei pochi in Giappone ad essere prodotto al 100% con riso e, per di più, biologico». I premi vinti nei concorsi nazionali testimoniano le affermazioni di Niida, che ha un ultimo sogno da realizzare: «Convincere, entro il 2025, quando compirò sessant’anni, tutti i contadini della zona a coltivare riso biologico».
Meno ambizioso, ma altrettanto edificante, è il progetto di Shigeki Oota, un giovane agricoltore che, abbandonata una promettente carriera a Tokyo, si è trasferito nello sperduto villaggio di Hippo, nella prefettura di Miyagi. Nonostante non siamo nella provincia di Fukushima, gli ioni radioattivi hanno raggiunto anche questa vallata abitata da piccoli contadini che coltivano riso lungo le irte pendici dei monti. Un lavoro duro, fatto per lo più a mano, senza l’ausilio di  macchinari, che hanno temprato il carattere degli abitanti. E’ anche per questo che le divergenze che hanno diviso la comunità di Hippo, si sono trasformate in aperti conflitti. «Eravamo circa tremila persone, molte delle quali arrivate qui da pochi anni, attirate dalla tranquillità e dalla bellezza della zona. Ora ne sono rimaste settecento» ci spiega Miko Iwasa, moglie di Shigeki e figlia di un noto regista di documentari a sfondo sociale. L’arrivo della nube radioattiva ha portato con sé anche i dissapori tra una generazione di trentenni-quarantenni antinuclearisti ed una più anziana, composta essenzialmente da gente nata nel posto, che voleva evitare di sollevare il problema radioattività. «Avevano timore che ammettere di avere un problema nucleare, avrebbe compromesso la loro attività allontanando i consumatori» spiega Miko. I contrasti si sono aggravati a tal punto che hanno indotto molti dei nuovi arrivati ad andarsene. Ma gli Oota, assieme ai loro quattro figli, hanno deciso di restare continuando a produrre miso, la salsa agrodolce utilizzata per insaporire la verdura. Ed alla fine la loro tenacia è stata premiata: «Ci si è semplicemente resi conto che un monitoraggio continuo della radioattività non significa automaticamente che i nostri prodotti siano contaminati. E’ un’assicurazione che garantiamo ai consumatori ed a noi stessi» conclude Shigeki.
Cambiamo direzione e ci dirigiamo verso la costa restando nella prefettura di Miyagi fino a raggiungere Ishinomaki, il grosso centro peschereccio completamente distrutto dallo tsunami del 2011. Lo sversamento in mare di acqua radioattiva ha indotto i compratori di Tokyo a cambiare fornitori dirigendosi ad Hokkaido e mettendo in ginocchio l’intera industria marinara del porto. «Per due anni e mezzo i governi che si sono succeduti a Tokyo hanno rimandato ogni decisione riguardo la soluzione del problema di Fukushima. Siamo stanchi» dice un pescatore. Proprio questo immobilismo, che il governo di Shinzo Abe ha imputato alla divisione delle camere, una a maggioranza democratica e l’altra a maggioranza liberaldemocratica, ha indotto, nelle elezioni di luglio, gli elettori a votare in blocco per il Partito Liberaldemocratico, favorevole alla scelta energetica nucleare. Ora Shinzo Abe non ha più nessuna scusa per rimandare le sue decisioni.


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Fukushima: reportage III (settembre 2013)

Venendo da Fukushima, Minamisoma è l’ultima città abitata che si incontra prima di entrare nella zona contaminata dalle radiazioni che continuano a fuoriuscire dalla centrale nucleare Numero Uno. Immediatamente dopo le ultime abitazioni della cittadina, gli effetti devastanti dello tsunami cominciano a farsi evidenti: case sventrate, carcasse di macchine abbandonate, pile di elettrodomestici, ferraglie e calcinacci sono disseminati nei campi circostanti. Tra le strade semideserte i semafori funzionano ancora: ai residenti è proibito restare dopo il tramonto, ma durante il giorno possono visitare le loro proprietà. Gruppi di volontari si alternano per aiutare i contadini della zona a tenere puliti i giardini, altrimenti infestati dalle erbacce. Lavoro inutile dal punto di vista pratico, dato che, almeno a questa generazione, difficilmente sarà permesso di rientrare nelle proprie dimore. «Il nostro è più un lavoro di sostegno psicologico offerto soprattutto per i più anziani, quelli che sono più legati al territorio, affinché non si sentano abbandonati» spiega un coordinatore del Centro di Volontariato per la Ricostruzione di Minamisoma. Molti volontari raccontano che, entrando nelle case, trovano ancora i giornali di quel terribile 11 marzo 2011. Avvicinandosi alla centrale nucleare la rassegnazione della popolazione evacuata viene misurata proporzionalmente con l’evidente stato di abbandono della zona: linee ferroviarie ricoperte di vegetazione, semafori che non funzionano, asfalto degradato. Aumenta anche il silenzio, interrotto ogni tanto dal grugnito di qualche maiale inselvatichito o dal muggito di una mucca. «Nutrendosi di tuberi o di erba, il loro corpo si è contaminato di isotopi radioattivi; non potendo essere di alcuna utilità alimentare per l’uomo, vengono lasciati liberi di scorrazzare per la zona» dice un contadino di Minamisoma. A Tomioka, la cittadina a soli tre chilometri dalla centrale, tutto è rimasto esattamente come il giorno in cui lo tsunami ha travolto la vita dei suoi abitanti: bottiglie di birra aperte sui tavoli dei ristorantini, orologi fermi all’ora della tragedia, camere da letto con i materassi, abitazioni sventrate da auto in balìa dell’ondata di piena.
Ciò che più sconcerta, però, non è la distruzione perpetrata dagli elementi naturali, ma l’esatto contrario. Mano a mano ci si allontana dalla costa  i villaggi sono rimasti indenni sia dallo tsunami che dal terremoto. Una fortuna, si potrebbe pensare! Ed invece no: le correnti atmosferiche, incanalandosi nelle strette vallate, hanno trascinato per decine di chilometri verso l’interno la nube radioattiva sprigionatasi dai tre reattori della centrale di Fukushima contaminando intere regioni. Capita, quindi, di passare in villaggi come Iitate le cui case, perfettamente intatte, sono state abbandonate trasformando quella che era una meta turistica da cartolina, famosa per le mandrie di mucche al pascolo, in un paese fantasma. Per cercare di decontaminare la zona, le ruspe raschiano il suolo circostante per una profondità di venti centimetri portando la terra dragata in appositi siti sperando di trovare una soluzione per eliminare le scorie radioattive di Cesio 137 in essa contenute. Un lavoro immane che è già stato portato a termine nei cortili dei plessi scolastici attorno alla città di Fukushima. «Qui ci si è limitati a depositare il terreno superficiale in strati profondi del sottosuolo ricoprendolo poi con uno strato di terra incontaminata» afferma un abitante del luogo. Nel frattempo decine di migliaia di persone sono state trasferite nelle cosiddette case temporanee. Più che case sono dei container in cui ogni famiglia deve adattarsi a vivere in stanze di pochi metri quadrati a stretto contatto con i vicini. E, cosa più demoralizzante, tutti sanno che non saranno temporanee. Mentre gli anziani si sono rassegnati a passare gli ultimi anni della loro vita in questa precarietà, i giovani, sapendo che le aree off limits di Fukushima lo saranno per decenni, appena possono cercano di emigrare.
Ma anche chi è potuto rimanere nei propri villaggi ha problemi di sopravvivenza, in particolare i contadini. La paura (giustificata, ma anche spesso immotivata) nel consumare i prodotti della terra provenienti da Fukushima, ha portato l’agricoltura della provincia ad una crisi senza precedenti con perdite di fatturato tra il 20 ed il 50% rispetto agli anni precedenti il 2011.
Molti si sono arresi e se ne sono andati di propria volontà; chi si ostina a rimanere deve fare i conti anche con l’ostilità della comunità verso la protesta antinucleare. Sembra un paradosso, ma nonostante quello che è accaduto a Fukushima, il movimento antinucleare non ha molto seguito tra la società contadina locale timorosa che alzare la voce possa indurre l’opinione pubblica a pensare che il problema contaminazione sia più grave di quanto si dica, portando quindi ad un’ulteriore contrazione dei consumi. Ne sanno qualcosa Shigeki Oota e sua moglie Iwasa Miko, che nel villaggio di Hippo si dedicano alla produzione di miso, la salsa usata per condire le verdure. Nonostante Hippo si trovi nella provincia di Miyagi, il fall out radioattivo è giunto fin qui. «Dopo l’incidente la comunità si è divisa in due» spiega Iwasa Miko; «chi avrebbe voluto lottare contro il nucleare si è trovato a combattere contro la parte più conservatrice, rappresentata dai contadini del luogo, che preferivano evitare di sollevare il problema contaminazione». Alla fine molti hanno abbandonato la valle, ma non gli Oota che, con i loro quattro figli, hanno continuato a esprimere le loro idee sino ad incontrare una certa solidarietà anche tra i più esitanti. Oggi ad Hippo si è riusciti ad installare un contatore Geiger e, come in molte altre parti della provincia di Fukushima, ad ogni raccolto un campione di prodotto viene esaminata la quantità di cesio 137. La stessa diffidenza verso il movimento antinucleare l’ha trovata Sachiko Goto, che nella sua fattoria a pochi chilometri dalla città di Fukushima, coltiva pesche e mele con metodi biologici. Sachiko, fortemente impegnata nel movimento antinucleare sin dalla metà degli anni Ottanta, imputa l’indifferenza della popolazione al fatto che  «la centrale di Fukushima ha impiegato migliaia di persone durante la sua costruzione, durante il suo funzionamento e anche oggi, con la fase di contenimento, offre lavoro un numero elevato di locali». A differenza degli altri contadini del luogo, i Goto hanno limitato le perdite grazie alla loro scelta di mercato: vendendo principalmente a privati bypassando le grandi catene alimentari e le cooperative, sono riusciti a creare un legame di fiducia con i loro clienti. «Rispetto agli anni scorsi abbiamo perso il 30% dei clienti; molti di loro hanno diminuito i quantitativi richiesti perché hanno preferito non fare mangiare la nostra frutta ai loro bambini. Li capisco». La Tepco, la compagnia elettrica che gestisce la centrale di Fukushima, ha risarcito per il 50% le perdite dei contadini dell’area a differenza di quanto successo a Koryama, dove Yasuhiko Niida gestisce la Kimpou, una delle pochissime aziende in Giappone che fabbrica sake con metodi biologici utilizzando esclusivamente riso come materia prima. «Nel 2011 la nostra azienda famigliare ha compiuto 300 anni. Avevamo in progetto festeggiamenti e grandi progetti per il futuro: a causa dell’incidente di Fukushima abbiamo rischiato di chiudere» spiega Niida. Alla fine, però, la Kinpou è sopravvissuta alla crisi e, nonostante la flessione del 20% delle vendite, non ha licenziato nessuno dei venti dipendenti. Dopo aver traghettato la sua azienda al di fuori dalle acque torbide della crisi, Yasuhiko Niida si è posto un secondo obiettivo: «convincere, entro il 2025, anno del mio sessantesimo compleanno, tutti i contadini della zona a coltivare riso completamente biologico». Oota, Goto e Yasuhiko: tre famiglie che sono riuscite a sopravvivere all’insidia delle radiazioni. Come loro ve ne sono molte altre in Giappone. Rappresentano la speranza, il futuro ed il modello per le prossime generazioni.

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Fukushima : un Giappone senza nucleare è possibile? (settembre 2013)

Tetsunari Iida dopo un passato di ingegnere nucleare si è convertito allo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile fondando l’Institute for Sustainable Energy Policy (ISEP). Iida ha un obiettivo ambizioso: far sì che, entro il 2050, l’intero consumo energetico del Paese provenga da fonti rinnovabili: «Attualmente il Giappone produce solo l’8% di energia verde» spiega, aggiungendo che, secondo i calcoli dell’ISEP le 54 centrali nucleari disseminate sul territorio producono, a pieno regime, 48,96 GW mentre la sola installazione di turbine eoliche potrebbe generare un’energia pari a 150 GW. Ulteriori 69-100 GW potrebbero essere prodotti dagli impianti solari e altri 14 GW convogliando l’energia delle oltre 28.000 sorgenti termali che bucherellano la superficie dell’arcipelago. Più scettico si mostra il Breakthrough Institute, un centro di ricerca energetica ambientalista di ispirazione liberale, secondo cui la trasformazione delle fonti energetiche tradizionali a quelle rinnovabili sarebbe troppo costosa. «Per costruire impianti solari che producano 203 GW di energia servono mille miliardi di dollari contro i 375 miliardi necessari per avere 152 GW di energia eolica.» asserisce Michael Shellenberger, direttore dell’istituto americano. L’idea che le fonti di energia rinnovabile siano ancora antieconomiche, trova sostegno anche tra il noto giornalista ecologista inglese George Monbiot: «La domanda energetica continuerà ad essere sempre più elevata e dovremmo contare su fonti sicure, economiche e a basso impatto ambientale. Le centrali energetiche rinnovabili sono sicuramente ideologicamente attraenti, ma ancora troppo costose, non sufficientemente efficienti e hanno un impatto sia ambientale che visivo troppo elevato.»

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Fukushima: l'energia nucleare in Giappone (settembre 2013)

Il Giappone deve importare l’84% del suo fabbisogno energetico. Prima del 2011 il 30% dell’energia consumata nel paese proveniva dal nucleare. Subito dopo l’incidente di Fukushima questa percentuale è scesa al 10%. Nel settembre 2012 il piano energetico giapponese prevedeva una progressiva riduzione del nucleare fino al 2040, quando l’ultima centrale sarebbe stata definitivamente chiusa, ma dopo la vittoria del Partito Liberaldemocratico (PLD) nelle ultime elezioni (luglio 2013), il piano è stato revisionato e sono state riprese le costruzioni di due nuove centrali, la Shimane 3 e la Ohma 1. Nella prefettura di Fukushima, così come in quelle dove esiste almeno una centrale atomica, il PLD ha conquistato più del doppio dei voti del Partito Democratico. Il motivo di tale successo, più che un premio alla scelta nucleare, è dovuto al fatto che il sistema bicamerale giapponese, con una camera alta in mano ai democratici ed una camera bassa a maggioranza liberaldemocratica, si ostacolava a vicenda dando al governo di Shinzo Abe la giustificazione di non poter agire con più vigore nella politica ambientale, energetica e di supporto alle vittime del 2011. Con la netta prevalenza della coalizione del PLD ora il gabinetto non ha più scuse per rinviare decisioni.


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Fukushima: reportage II (settembre 2013)

La situazione della centrale nucleare di Fukushima sembra ormai fuori controllo. I comunicati emessi dalla Tepco sono sempre più confusionari confermando che la ditta responsabile dell’impianto non ha assolutamente idea di cosa stia accadendo all’interno del proprio sito. Il governo giapponese, che non ha certo brillato in trasparenza nell’informazione verso i propri cittadini, in un estremo tentativo di riguadagnare credibilità nazionale e internazionale ha deciso che sarà lui, e non più la Tepco, a gestire la crisi nucleare. I continui bollettini emessi dalle autorità spesso si contraddicono l’uno con l’altro, inducendo la stessa IAEA ad intervenire chiedendo di cessare di inviare «messaggi confusionari» sulla situazione attorno all’area coinvolta nella fusione dei tre reattori.

La dose di radioattività misurata in prossimità di 3 dei 1000 contenitori di acqua utilizzata per il raffreddamento dei reattori varia dai 70 ai 1.800 mSv/hr, quando la dose massima di radiazioni che un lavoratore in un plesso nucleare può assorbire è di 20 mSv nell’intero corpo e di 500 mSv sulla pelle. L’incompetenza dei tecnici della Tepco, sommata alla superficialità mostrata dal governo centrale nel trattare l’incidente ha fatto perdere due anni e mezzo di tempo e, forse, la possibilità di arginare le perdite di radioattività. Così, ora si comincia a prospettare lo scenario peggiore: una centrale nucleare pressoché perpetua che terminerà di funzionare solo quando si esaurirà il combustibile. Il totale di combustibile stoccato nei quattro reattori di Fukushima (incluse 1331 barre di combustibile spento, pari a 228,3 tonnellate di uranio, immerso nelle piscine) è di 732 tonnellate di uranio e plutonio che, se totalmente fuse, genererebbero in totale una quantità di radiazioni di 1019 Bq. Nel frattempo, la Fukushima Medical University, ha reso noto che nei due anni seguenti l’incidente della centrale, i casi di cancro alla tiroide in pazienti da 0 a 18 anni, sono stati 12, a cui se ne aggiungono altri 15 sospetti, su 178.000 persone monitorate, mentre nel 2005 l’incidenza nazionale tra la stessa fascia di età era 0,6 su 100.000 monitoraggi. Gli stessi ricercatori universitari hanno però escluso che i casi di cancro alla tiroide siano direttamente causati all’incidente nucleare. Da parte sua il governo di Abe Shinzo sembra più preoccupato a difendere i propri interessi che quelli dei suoi cittadini e dei 150.000 giapponesi sfollati dalle zone a più alta radioattività, costretti oggi a vivere in containers. In una delle sue proverbiali gaffe, Abe si è detto sicuro che il problema di Fukushima non pregiudicherà la candidatura di Tokyo alle Olimpiadi 2020 mostrandosi più inquieto dalla cancellazione del programma nucleare giapponese. Il piano di ripresa economica tracciato da Abe, infatti, passa attraverso la riapertura delle centrali nucleari. Questo spiega i 29 miliardi di euro (senza interessi) che Tokyo ha prestato alla Tepco. Ciò che il primo ministro vuole dimostrare è che il problema di Fukushima non è il nucleare in sé, ma la sua gestione: cambiamo la gestione, il nucleare ridiventa sicuro. Gli interessi sono enormi: la sola bonifica del terreno e lo smantellamento della centrale di Fukushima durerà almeno 40 anni con un costo complessivo di 75 miliardi di euro. Inoltre il Giappone ha già concluso contratti miliardari con Turchia (17 miliardi di euro) e Emirati Arabai, mentre sta siglando accordi con India, Brasile, Arabia Saudita, Vietnam per un totale di 200 miliardi di euro. La politica nucleare di Abe è appoggiata dalla Kaidanren (la confindustria giapponese), la quale ha recentemente bollato di irresponsabilità la proposta di chiusura definitiva delle centrali nucleari lanciata dall’Enecan, l’Energy & Environment Council giapponese. I grandi conglomerati nipponici sono pesantemente coinvolti nell’industria atomica (la Mitsubishi e l’Hitachi hanno partecipazioni nell’Areva e nella General Electric, mentre la Westinghouse è stata assorbita dalla Toshiba), anche se tutti stanno guardando con interesse alle energie rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico, geotermico). Con un giro di affari che si aggira, nel 2013, sui 20 miliardi di euro, l’industria dell’energia “verde” è appena agli inizi, ma sono sempre più a scommettere che sarà il motore dell’economia futura.

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Fukushima: Reportage I (agosto 2013)

La stazione di Tomioka è ancora devastata dallo tsunami che nel marzo 2011 ha colpito le coste settentrionali del Giappone. Una famiglia è tornata nella cittadina e una signora ricorda emozionata i nomi delle famiglie che abitavano le case ormai sventrate. Tre persone con il cartellino ufficiale di riconoscimento ispezionano la zona con il contatore Geiger: 0,04 milliSievert per ora, un valore che rende la zona inabitabile (la dose media di radiazioni assorbite da una persona è di 2-3 milliSievert all’anno). Siamo a tre chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima Uno i cui reattori fusi sprigionano ancora quantità considerevoli di radiazioni. Qui, come in altre aree attorno alla centrale, nessuno può oramai abitarci e nessuno ci abiterà per chissà quanti anni. Per chilometri tutto attorno nulla può essere coltivato e la regione è dominio degli animali che si sono inselvatichiti e moltiplicati senza controllo. Maiali, cani, mucche, gatti mangiano ciò che trovano nel terreno assorbendo nel loro corpo dosi massicce di ioni radioattivi che, poco a poco, mitraglieranno il loro DNA, deformandolo e condannandoli alla morte. Il fall-out della centrale di Fukushima è stato più devastante dello tsunami e del terremoto: a Iitate, una quarantina di chilometri all’interno, non vi sono segni delle devastazioni naturali, ma le tende che occludono le finestre delle case dimostrano che gli abitanti hanno orami abbandonato ogni speranza e se ne sono andati. Un tempo Iitate, come altri villaggi della zona, era famosa per l’ottima carne delle mucche che si allevavano e la valle era punteggiata di ristorantini e fattorie. Ma oggi, quegli stessi monti che facevano di questa regione un paesaggio idilliaco, convogliano i venti che portano i radionuclidi liberatisi dalla centrale nucleare: tutti gli animali sono stati uccisi e le ruspe stanno raschiando il terreno per cercare di decontaminarlo dal cesio 137.
Più all’interno, nelle campagne attorno alla città di Fukushima, un tempo considerate il serbatoio dell’agricoltura biologica del Giappone, Sachiko Goto continua a coltivare mele e pesche. Lei è da sempre attiva nel movimento antinucleare, ma nonostante l’incidente del 2011 ammette che sono pochissimi i contadini che condividono le sue opinioni: «La centrale di Fukushima ha dato e continua a dare lavoro a migliaia di persone: prima per il suo mantenimento, ora per la sua decontaminazione. Pochi, in Giappone, si schiererebbero con decisione contro il nucleare» mi dice offrendomi una delle sue pesche. Lei si considera fortunata: rispetto agli altri coltivatori che vendono a centri di distribuzione e a cooperative, ha sempre privilegiato la vendita diretta e questo le ha permesso di limitare i danni: «Abbiamo perso il 30% dei clienti; comprendo le loro preoccupazioni, ma ogni raccolto viene controllato accuratamente e non vi è traccia di elementi radioattivi nei nostri prodotti» afferma mostrandomi il certificato rilasciato dal locale ente di controllo comunale. La Tepco, nonostante non abbia mai mandato alcun tecnico a controllare il terreno, ha risarcito il 50% dei mancati guadagni.
L’alta qualità ha salvato anche la fabbrica di sake Kimpou di Yasuhiko Niida, la cui famiglia è tra le più antiche produttrici di sake in Giappone: «Il 2011 era una data importantissima per noi: la nostra fabbrica avrebbe compiuto trecento anni di attività; la nube di Fukushima ha offuscato non solo i nostri sogni, ma lo stesso nostro futuro» afferma Niida. Nonostante le difficoltà e la perdita secca del 20% di fatturato, Niida ha preferito non licenziare nessuno dei suoi venti dipendenti. Il segreto del successo della sua distilleria sta nell’uso di materie prime completamente biologiche, una rarità nel campo della produzione di sake giapponese. «Il 10% del riso che utilizziamo per produrre il sake lo coltiviamo noi stessi senza utilizzo di concimi artificiali e fertilizzanti, mentre il restante 90% è riso biologico che compriamo da produttori fidati. Inoltre a turno tutti i nostri dipendenti, compresi gli impiegati, devono andare in risaia per conoscere ogni passo della nostra produzione». Allontanate le nubi oscure della crisi, ora Niida ha un sogno: «convincere entro il 2025, quando compirò 60 anni, tutti i contadini di Tamura-machi a coltivare riso biologico».
Ma non basta allontanarsi dalla provincia di Fukushima per vedere svanire gli effetti della nube radioattiva: a Hippo, un minuscolo villaggio di settecento anime tra i monti della provincia di Miyagi, le correnti atmosferiche hanno fin qui trasportato gli atomi della centrale nucleare, distante una sessantina di chilometri. La famiglia Oota produce miso, la salsa utilizzata per insaporire la verdura. Il marito, laureato in scienze politiche a Tokyo, si è trasferito in questo luogo sperduto assieme alla moglie, anch’essa nata e cresciuta nella capitale e qui vivono con i loro quattro figli. «La fuoriuscita di isotopi radioattivi da Fukushima ha allarmato tutti nel villaggio, ma i contadini si sono rifiutati di riconoscere il problema per paura che i loro prodotti potessero essere rifiutati dal mercato» spiegano i coniugi Oota. E così la maggioranza dei nuovi residenti, accesi antinuclearisti ed isolati dal resto della comunità, se ne sono andati. Pochi sono rimasti e tra loro gli Oota. Dopo mesi di lotte e di litigi, però, la comunità di Hippo ha ritrovato una certa serenità: «accettando di riconoscere il problema della possibile radioattività ed i controlli sulla produzione, si è riusciti a rassicurare i consumatori che, dopo un periodo di titubanza, oggi stanno ridandoci fiducia» spiega il signor Oota. E così, come simbolo di questa ritrovata tranquillità e come segno di speranza per il futuro dei propri figli, quest’anno, dopo molti anni, Hippo ha celebrato il suo matsuri nel giorno dei morti. La rinascita passa anche attraverso la morte.


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Fukushima : perdite di acqua dalle cisterne (agosto 2013)

Il governo giapponese ha annunciato che la Tepco non sarà più la sola responsabile dell’impianto nucleare di Fukushima Dai-ichi. L’annuncio è stato dato dopo che la compagnia elettrica ha ammesso le proprie negligenze nello stoccaggio delle acque altamente radioattive utilizzate per il raffreddamento dei reattori nucleari fusi e nel loro controllo.
Sin dalle prime fasi dell’incidente di Fukushima i tecnici hanno pompato acqua per cercare di raffreddare i reattori; sarebbe, quindi, stato ovvio cercare di limitare le perdite di liquido di raffreddamento, il quale, invece, è colato lungo i canali scavati dal combustibile ad altissima temperatura lungo le pareti del reattore e del contenitore sino a perforare il terreno sottostante. Sino ad oggi i soli incidenti direttamente riconducibili alla radioattività, sono stati causati dal contatto con l’acqua di raffreddamento, che ha portato a bruciature da radiazioni ai piedi di diversi tecnici della Tepco.
Le perdite di acqua dai contenitori hanno aggravato il problema: centinaia di tonnellate di acqua (si parla di 300 tonnellate, 300.000 litri) si sarebbero riversate in mare e continuerebbero a farlo.  L’incidente, reso noto dalla Tepco il 19 agosto, sarebbe iniziato almeno sei settimane prima. Nonostante i lavoratori della compagnia elettrica avessero notato un aumento anomalo di radioattività sin dagli inizi di luglio, i dirigenti non avrebbero preso in seria considerazione i dati rilevati, continuando a impiegare solo due persone che, un paio di volte al giorno, facevano il giro di ispezione dei 1.000 contenitori di acqua sparsi per la centrale. La Tepco ha annunciato di aver aumentato da 8 a 50 i tecnici addetti al controllo dei tank di stoccaggio. Nonostante l’incidente sia stato classificato su scala tre (su un massimo di 7), la IAEA non ha registrato ufficialmente la gravità in quanto nessuno può sapere con esattezza la quantità di acqua (e di conseguenza la quantità di radioattività) fluita dai contenitori e dispersa in mare.
Il problema è che ogni tentativo di arginare le perdite e il deflusso verso il mare sarebbe solo temporaneo: l’acqua non farebbe altro che cercare un’altra via per defluire ed è solo questione di tempo perché la trovi.
Un’ipotesi lanciata per bloccare il deflusso sarebbe quella di congelare il terreno sottostante con azoto liquido. Il procedimento, oltre che costoso, avrebbe bisogno di continuo rabbocco di liquido criogenico ed inoltre, prima di intervenire, bisognerebbe creare una ragnatela di tubature sotto l’intera area dell’impianto: un lavoro impegnativo e pericoloso perché porrebbe gli operai ed i tecnici a diretto contatto con elementi altamente radioattivi.
La dose di radioattività misurata in prossimità dei contenitori di acqua utilizzata per il raffreddamento dei reattori, è di 100 mSv/hr, quando la dose massima di radiazioni che un lavoratore in un plesso nucleare può assorbire è di 20 mSv nell’intero corpo e di 500 mSv sulla pelle; questo significa che in sole 5 ore di permanenza si raggiungerebbe la soglia di sicurezza.
I primi sintomi di malessere dovuti alle radiazioni cominciano ad apparire dopo l’assorbimento di 1 Sv, mentre le prime bruciature sulla pelle dopo 3 Sv.
Le radiazioni emanate dall’acqua di raffreddamento di Fukushima sono di tipo beta, particelle che penetrano nella pelle per 1 cm prima di essere fermate dalla stessa epidermide. Sono, quindi, radiazioni relativamente poco pericolose se si ha la cura di lavare immediatamente le parti venute in contatto con l’acqua.
Occorre però precisare che numerose sostanze emesse dal reattore nucleare di Fukushima sono solubili in acqua: cesio 137 e 134, piombo 210, stronzio 89 e 90, bario 140, radio 226, rutenio, rodio, trizio. Gli stessi uranio e plutonio, generalmente insolubili, possono sciogliersi se combinati in sali cloruri o come nanoparticelle in sospensione gel.
Ma cosa accadrebbe se la radioattività rimanesse confinata attorno al terreno della centrale? Questa possibilità non è da escludersi, anzi, potrebbe essere la teoria più plausibile dato che i sedimenti marini di cui è formato il terreno attorno alla costa, sono degli ottimi isolanti. In questo caso solo una piccola parte di acqua radioattiva scivolerebbe verso il mare. C’è anche da dire che la diluizione degli ioni radioattivi sul suolo non è geometrica, ma esponenziale; questo significa che al raddoppio del raggio su cui si diluiscono i radioisotopi, la radioattività diminuisce di un fattore di 4 o più.
Infine la radioattività, una volta in contatto con l’acqua dell’oceano, viene dispersa abbastanza velocemente e le dosi di radionuclidi (cesio 137) trovate , ad esempio, nei tonni, sono sufficientemente basse da non causare danni all’uomo.
Il totale di combustibile stoccato nei quattro reattori di Fukushima (incluse 1331 barre di combustibile spento, pari a 228,3 tonnellate di uranio, immerso nelle piscine ), è di 732 tonnellate di uranio e plutonio che genererebbero in totale una quantità di radiazioni cesio 137 + cesio 134 e stronzio 90 di 3x1018 becquerels (Bq) ognuno, vale a dire un totale di 1019 Bq. Un totale dissolvimento di tali radiazioni nell’oceano provocherebbe una concentrazione di 33 Bq/m3, una concentrazione di radioattività alta, ma non letale. Nella realtà dei fatti la quantità di radioattività che potrebbero emettere potenzialmente i reattori di Fukushima è di 1017 Bq, il che diminuirebbe la concentrazione radioattiva nel mare a 1 Bq/m3.
Nel frattempo, la Fukushima Medical University, ha reso noto che nei due anni seguenti l’incidente della centrale, i casi di cancro alla tiroide in pazienti da 0 a 18 anni, sono stati 12 ed altri 15 sospetti su 178.000 persone monitorate, mentre nel 2005 l’incidenza nazionale tra la stessa fascia di età era 0,6 su 100.000 monitoraggi. Gli stessi ricercatori universitari, hanno però escluso che i casi di cancro alla tiroide siano direttamente dovuti all’incidente nucleare.

Il governo giapponese ha stimato che la bonifica del terreno e lo smantellamento della centrale nucleare durerà almeno 40 anni con un costo complessivo di 11 miliardi di dollari.

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Fukushima : un muro di contenimento di azoto liquido per le perdite d'acqua (Settembre 2013)

E’ l’ultima alternativa possibile: la costruzione di un muro di ghiaccio che congeli l’acqua prima che questa entri nell’oceano.
Se ne parlava da mesi, ma il costo enorme per la sua costruzione, a cui si aggiungeva il costante rifornimento di azoto liquido, aveva sempre convinto la Tepco ad aggirare l’impresa. Alla fine, però, è stato il governo di Shinzo Abe, pressato da più parti, a prendere la decisione. Il costo, stimato attorno ai 360 milioni di euro, sarà quasi certamente destinato a lievitare, dato che occorrerà insufflare liquido criogenico in modo costante per congelare il terreno ed evitare che l’acqua radioattiva. Una sorta di permafrost artificiale, quindi. La risolutezza e la determinazione con cui Abe ha preso il provvedimento non  lascia adito a dubbi: l’inaffidabilità della Tepco ha raggiunto i limiti, inducendo il governo centrale a sollevare la compagnia da ogni fase decisionale. Per far ripartire il Giappone, il governo di Tokyo ha bisogno di rinnovare la propria immagine di credibilità nucleare in modo che i 300 miliardi di dollari in accordi sulla vendita di tecnologie nucleari previsti entro il 2020 si concretizzino. Sempre per il 2020 Tokyo si è candidata ad ospitare i giochi olimpici, un altro affare miliardario che rivoluzionerà l’intero bacino economico che gravita attorno alla capitale (da Tokyo a Osaka) con i suoi 50 milioni di abitanti. Il Partito Liberaldemocratico, fortemente colluso con il Keidanren e le grandi industrie nazionali, per non perdere i preziosi finanziamenti che servono a garantirsi un appoggio economico da parte dei contadini, deve dar prova di saper gestire al meglio l’incidente nucleare. Il permesso dato dal governo Abe a 34.000 cittadini di tornare nelle loro case proprio nel momento peggiore della crisi, è una mossa per dimostrare che tutto procede per il meglio.


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