Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

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S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Afghanistan: l'incertezza del futuro




di © Piergiorgio Pescali

Il 2014 sarà l'anno decisivo per la storia afghana, o almeno è questa la sensazione che viene trasmessa dai principali attori politici e militari operanti nel Paese.
Allo stesso modo era stato definito decisivo il 1973, quando il re Zahir Shah fu detronizzato dal principe Mohammed Daud e la monarchia venne  trasformata in repubblica.
La corruzione dilagò e fu la volta del 1978 ad essere dichiarato anno della svolta, con un Partito Democratico del Popolo Afghano che diede avvio ad una riforma laica del Paese.
Ma il laicismo non piacque ai gruppi islamici che iniziarono a organizzare una resistenza armata. Allora il popolo afghano venne informato che il momento determinate sarebbe avvenuto nel 1979, quando le truppe sovietiche varcarono il confine da nord per guarire l'alleato dalla dipendenza dell'oppio religioso.
Ma, ancora una volta, l'anno risolutivo venne spostato al 1989, quando gli afghani osservarono le stesse truppe sovietiche ripercorrere a ritroso la strada che dieci anni prima avevano calpestato con maggiore spavalderia.
Quando anche il 1989 si rivelò un bluff, venne annunciato che la rinascita della nazione avrebbe avuto inizio nel 1992, allorché migliaia di afghani accolsero le truppe di Massud a Kabul nella speranza che portassero la pace.
La capitale, che era rimasta intatta durante la guerra contro i sovietici, fu pesantemente bombardata dagli stessi afghani, impazziti in una guerra fratricida. E allora l'anno della rinascita afghana fu posticipato al 1996 con l'arrivo dei Taliban.
La società ripiombò in una sorta di oscurantismo religioso, ma finalmente le armi, per la prima volta da più di due decenni, tacquero sull'85 per cento del territorio (il rimanente 15 per cento era controllato dall'Alleanza del Nord di Ahmed Shah Massud e Burhanuddin Rabbani) e la popolazione poteva guardare con più ottimismo al proprio futuro.
Una prospettiva che durò poco; arrivò nuovamente un anno decisivo a sconvolgere le vite degli afghani. Fu il 2001, con l'attentato al World Trade Center, al Pentagono, l'aereo diretto alla Casa Bianca, ma caduto a Shanksville. Sembrava dovesse veramente ribaltarsi il mondo. In pochi mesi i Taliban vennero scalzati dal potere e furono in molti a credere, questa volta con sincera emozione, che qualcosa stesse cambiando. E per il meglio.
Poi la delusione, anzi le delusioni.
La prima, quella più amara perché inaspettata, la fallimentare politica occidentale. Dopo la sconfitta del movimento Taliban tutti si aspettavano che sarebbe cominciata la ricostruzione economica del Paese cosa che, invece, è avvenuta al rallentatore o, addirittura, in alcune province, non è mai stata avviata.
La seconda, questa, invece, prevista perché più difficile da realizzare, la riedificazione di uno status politico e sociale. Le divisioni etniche si sono espresse in tutta la loro dissennata potenza disgregatrice sia nel parlamento nazionale che in quelli locali, influenzando l'intero processo di pace sociale e rimettendo in gioco i Taliban, unica forza apparentemente in grado di proporre un ideale nazionale univoco sotto la bandiera dell'islam.
A favorire il ritorno delle frange taliban ha contribuito notevolmente la propaganda antireligiosa condotta dai movimenti integralisti cristiani europei e statunitensi che ha indotto la popolazione afghana a reagire alle offese gratuite verso la propria fede rifugiandosi in quei gruppi che, secondo loro, più la difendevano.
Ed eccoci al 2014. L'ennesimo anno decisivo della storia afghana che, naturalmente, decisivo non sarà.
Lo si è visto nelle elezioni presidenziali, celebrate in pompa magna e, infine, risoltasi in una indecente baruffa tra i due candidati principali: il tagiko Abdullah Abdullah, ex ministro degli esteri di Karzai, fedelissimo di Massud e favorito alla vittoria finale, che non è arrivata, e il pashtun Ashraf Ghani, ex funzionario della Banca Mondiale il quale, pur di aggiudicarsi la maggioranza, non si è fatto scrupoli ad allearsi con un carismatico criminale di guerra, l'uzbeko Rashid Dostum.
La geografia del voto parla chiaro: gli afghani hanno scelto secondo appartenenza etnica più che sulla base dei programmi elettorali, peraltro molto simili tra loro (entrambe i contendenti sono filoccidentali e si sono pronunciati favorevolmente ad una continuazione della missione militare internazionale confidando in un forte appoggio statunitense).
Le province meridionali, a maggioranza pashtun, assieme alle quattro province settentrionali abitate in prevalenza dagli uzbeki (Kunduz, Jawzjan, Faryab e Sari Pul) si sono espresse a favore di Ghani. Abdullah, invece, ha ottenuto la vittoria nelle province tagike e in quelle sciite. Il risultato è una nazione divisa nettamente in due che dovrà cercare di ritrovare un'unità di programmi se non vuole far precipitare l'Afghanistan di nuovo nell'abisso della guerra civile.
Con la scadenza del mandato Isaf-Nato alle porte, la situazione sul campo militare si fa più pesante. Obama ha già annunciato che il 1° gennaio 2015 inizierà la Resolute Support Mission, in pratica l'appendice della precedente missione militare, che permetterà a 9.800 truppe statunitensi di permanere in Afghanistan fino al 2016.
Una delle prime mosse che i candidati presidenziali han detto di voler fare sarà quella di firmare il Bilateral Security Agreement che, oltre portare la nazione a diventare ufficialmente un alleato degli USA (e non più della Nato) consegnerà alle forze armate afghane la direzione delle basi militari.
Un passo decisivo per concludere l'inteqal, la transizione iniziata nel luglio 2010 e che, nei piani di Washington, prevedeva il controllo del territorio in mani afghane entro la fine del 2014.
La Resolute Support Mission, in qualsiasi modo la si voglia presentare, è la dimostrazione del fallimento di questa transizione.
L'Afghan National Security Forces (ANSF), il corpo militare di 345.000 uomini che comprende l'esercito, le forze di polizia e i servizi segreti, non ha dimostrato di essere in grado di subentrare all'Isaf/Nato, come dimostra il conto dei morti: 8.200 membri dell'ANSF sono stati uccisi nel corso del solo 2013 (contro un totale di 3.400 soldati dell'Isaf/Nato dal 2001 al luglio 2014).
Kabul dovrebbe spendere ogni anno tra i cinque e i sei miliardi di dollari per mantenere in vita il ciclopico apparato, ma le entrate annuali ammontano a soli 2,3 miliardi di dollari.
Questo metterebbe a repentaglio la sopravvivenza (non si parla di nuovi investimenti) dei pochi e mal gestiti progetti sociali sino ad oggi avviati. Lo stesso governo afghano ha ammesso che il 60% degli aiuti assistenziali provenienti dai Paesi donatori sono confluiti nel buco nero dell'ANSF.
Il pericolo maggiore, però, non proviene dalla mancanza di fondi, che potrebbero essere colmati con una migliore gestione degli aiuti. Le forze militari afghane sono un vero concentrato di inefficienza e corruzione. L'Afghan National Police (ANP) è considerato il sacco bucato dell'ANSF: nei suoi registri sarebbero iscritti 151.000 poliziotti, ma secondo l'US Combined Security Transition Command-Afghanistan almeno 54.000 nominativi sarebbero fasulli per permettere agli ufficiali di intascare stipendi e bonus. Sempre l'ANP sarebbe responsabile della maggioranza dei casi di corruzione e di violenze ai danni dei cittadini, mentre i vari comandi, oltre che a concludere patti di non belligeranza con i Taliban, venderebbero loro ingenti quantitativi d'armi.
L'International NGO Safety Organization (INSO) ha rilasciato un rapporto in cui si denunciano rapimenti e uccisioni di cooperanti (92 rapimenti e 14 uccisioni nei soli primi cinque mesi del 2014, contro i 117 rapimenti e le 30 uccisioni di tutto il 2013), mentre la quasi totalità di operatori umanitari si vede costretta a pagare veri e propri dazi alle autorità ed ai signorotti locali per poter entrare nelle zone in cui operano.
Le difficoltà in cui operano le agenzie addette allo sviluppo umano hanno relegato l'Afghanistan al 169° posto (su 187) nella classifica dell'UN Development Index nel 2013.
Non sorprende, dunque, che le forze antigovernative stiano riguadagnando terreno, anche se i contrasti all'interno della galassia Taliban (se ancora esiste un movimento che si possa definire tale) sono ormai evidenti.
Ai vecchi Taliban, a cui fa capo la Shura Suprema, o Shura di Quetta, dalla città pakistana in cui per lungo tempo hanno risieduto i leader, tra cui il Mullah Omar, oggi si sono aggiunti e in molti casi sostituiti, i cosiddetti “nuovi Taliban” che accolgono tra le loro file anche combattenti pashtun pakistani. L'Hizb-e-Islami di Gulbedin Hekmatyar, che ha sede a Bajaur, nella Federal Administration Tribal Area del Pakistan e il Network Haqqani, guidato da Sirajuddin e Jalaluddin Haqqani, che ha posto il suo quartier generale a Miramshah, nel Nord Waziristan si dividono le province afghane in cui operano (Laghman, Kunar, Nuristan, Nagarhar, Paktia, Khost, Lodar, Wardak e Paktika).
Le province di Uruzgan, Zabul, Kandahar e Helmand, che storicamente hanno visto la nascita e lo sviluppo del movimento degli studenti islamici, rimangono solide basi per  la Shura di Quetta.
Ma da questi tre tronconi principali si ramificano una miriade di movimenti che, se da una parte indeboliscono la guerriglia, dall'altra rendono problematico ogni possibile accordo tra i Taliban ed il governo di Kabul, il quale si trova a dover dialogare con più leader senza avere la sicurezza che gli eventuali accordi stipulati vengano rispettati.
Le rivalità tra i vari movimenti si sono evidenziate con l'apertura da parte della Shura Suprema, della sede dell'Emirato Islamico di Afghanistan (il nome del Paese sotto i Taliban) a Doha nel giugno 2013; contestata da numerosi gruppi, tra cui il Mahaz-e-Fedayeen del Mullah Najibullah, che ha tacciato di tradimento il gruppo del Mullah Omar.
Anche le alleanze con al-Qaida oggi sono quasi del tutto scomparse tra i vecchi Taliban, mentre vengono rinsaldate tra i nuovi gruppi, più disposti a stringere accordi interetnici su basi ideologici e religiosi.
Tutto questo ha prodotto un aumento degli attacchi Taliban, in particolare dal 2012 ad oggi. In previsione del ritiro delle truppe straniere e dell'indebolimento dell'apparato militare all'interno della nazione, anche le tattiche ideologiche sono cambiate: gli obiettivi non sono più gli infedeli, ma i munafiqeen, gli ipocriti religiosi.
Ecco, dunque, il fucile che cambia direzione mirando agli stessi musulmani. E con i nuovi Taliban il jihad diventa internazionale: nelle province settentrionali l'Islamic Movement of Uzbekistan, i cui mujahidin sino al 2013 erano stato sempre respinti oltre i confini afghani, stanno avanzando verso l'interno, prendendo posizione nei villaggi uzbeki.
Cambiano gli obiettivi, ma cambiano anche le fonti degli approvvigionamenti. Gli stessi finanziamenti, se prima derivavano principalmente dalla coltivazione dal traffico di droga, oggi provengono dal contrabbando di beni da Dubai e Pakistan, oltreché da estorsioni e dazi imposti al passaggio di merci e persone nei posti di blocco.
Secondo il rapporto dell'UNODC del 2012 (The Global Afghan Opium Trade: A Threat Assesssment), i Taliban guadagnerebbero “solo” 140-170 milioni di USD dalle tasse imposte ai coltivatori e ai trafficanti. Al contrario, l'aumento dei campi d'oppio, che nel solo 2013 sarebbero aumentati del 36 per cento nonostante i governi della coalizione abbiano speso più di 7 miliardi di dollari in operazioni antidroga, sarebbe dovuto alla compiacenza dei governatori e dei signori della guerra locali, in accordo con le forze militari afghane.
In tutto questo quadro il Pakistan giocherà un ruolo fondamentale per il ristabilimento degli equilibri politici e etnici. Il governo di Kabul, dopo anni di accuse verso Islamabad per il suo appoggio dato ai Taliban, sta oggi cambiando atteggiamento, cercando un dialogo che possa portare ad una collaborazione reciproca.
Il governo di Muhammad Nawaz Sharif, però, dovrà fare i conti con i potentissimi servizi segreti, una sorta di mina vagante nella storia politica pakistana. Sono loro, con l'appoggio decisivo di Benazir Bhutto, che negli anni Novanta hanno creato, finanziato ed addestrato i primi studenti delle madrase trasformandoli in quelli che oggi sono noti come Taliban (il cui nome, appunto, significa studenti). Sono loro che offrono protezione e aiuto ai vecchi e nuovi Taliban nella speranza di influenzare e guidare la politica del governo afghano.

Copyright © Piergiorgio Pescali




Afghanistan - Nel Waziristan con i Taleban

Le piogge incessanti dei mesi scorsi hanno distrutto tutti i ponti e le strade nel Nord Waziristan, la più indomita delle sette province che compongono la Federally Administered Tribal Area (FATA), la regione pakistana a ridosso del confine afghano. Qui, dove decine di etnie non hanno mai riconosciuto l’autorità centrale di Islamabad, i Taliban hanno creato un proprio stato praticamente autonomo. Per quasi due anni l’esercito pakistano, su pressione degli Stati Uniti, ha combattuto casa per casa, grotta per grotta per stanare i guerriglieri e privarli delle loro basi. Quando l’offensiva stava per dare i suoi frutti, le disastrose alluvioni hanno vanificato tutti i successi, permettendo ai Taliban di riconquistare il terreno perduto e la fiducia della popolazione, abbandonata a sé stessa da un governo inetto e corrotto. «Le piogge sono state una punizione che Allah ha voluto dare al Pakistan e una benedizione per chi, invece, ha continuato a seguire la fede nell’Islam» mi spiega Bilal, un contadino di Darga Mandi, un villaggio rimasto sempre fedele ai guerriglieri. E’ da qui che parto con una colonna talebana per visitare le zone da loro controllate. Piove ancora quando il canto del mohezzin chiama i fedeli alla prima preghiera del giorno. L’alba è ancora lontana, ma Rahman intona già il takbir: «Allah u Akbar!, Allah u Akbar!», Allah è grande. Accanto a lui scorgo l’Ak-47, inseparabile compagno di viaggio quanto il suo rosario e Corano. In pochi minuti ci lasciamo alle spalle Darga Mandi, o meglio, ciò che rimane del villaggio dopo che, all’inizio di settembre, alcuni droni USA hanno raso al suolo la metà delle case. A pochi chilometri corre l’indefinita linea Durand, il confine segnato nel 1893 e mai accettato dagli afghani. La frontiera è rimasta un tratto di matita segnata sulla cartina geografica; nessuno saprà mai dirmi con esattezza se stiamo calpestando suolo afghano o pakistano. «Siamo nel Pashtunistan» si limitano a dire. L’idea mai abbandonata del grande Afghanistan, che comprende tutte le aree pakistane abitate dai Pashtun, l’etnia a cui appartengono i Taliban, non è solo un miraggio. La perfetta conoscenza del terreno e l’appoggio della popolazione wazira permette ai Taliban di aggirare ogni avamposto pakistano. Ai guerriglieri non servono strade: si cammina a piedi, arrampicandosi sulle nude montagne per 10-15 ore al giorno; alcune pattuglie hanno le moto e con queste arrivano in aree che neppure i carri armati pakistani riescono a raggiungere. Neppure la mancanza di cibo (non mangiamo da tre giorni), rappresenta un deterrente per questi guerrieri di Dio. «La nostra fede in Allah ci nutre, l’odio per gli infedeli ci disseta» mi dice Noorullah, uno dei Taliban. Poi, sorridendo, guarda l’infedele occidentale che gli sta a fianco e corregge il tiro: «Non preoccuparti; ho bevuto a sufficienza per ora.» Secondo Amnesty International ci sono 4 milioni di pakistani che vivono sotto il codice talebano. La maggior parte vi è costretta dalle vicende belliche, ma la sfiducia verso il governo nazionale non lascia prospettive migliori a chi si trova sotto la legge di Islamabad. La corruzione è così radicata che, tra l’imbarazzo generale, l’Europa ha deciso di finanziare progetti di aiuto alle popolazioni colpite dalle inondazioni tramite organizzazioni non governative. «Il 26% del budget annuale è destinato alla difesa e il 28% per ripagare i debiti contratti con l’estero» lamenta Ijad Majid, professore di Economia all’Università di Peshawar, «Come può uno stato progredire lasciando le briciole alla sanità, all’educazione e ai servizi sociali?» conclude aggiungendo che su 170 milioni di pakistani, solo 2,3 milioni pagano le tasse. Nel Waziristan la situazione è peggiore che altrove: solo le organizzazioni accettate dai Taliban riescono a portare soccorso, rafforzando l’idea di abbandono che serpeggia tra la popolazione. Ma anche tra i mujaheddeen non regna la pace: come già accaduto durante l’invasione sovietica, le fazioni si fronteggiano tra loro ritagliandosi territori governati da signori della guerra. Così la colonna dei Taliban afghani che mi ha accolto fa capo a Jalauddin Haqqani, fedele al Mullah Omar e, pur rappresentando la parte più consistente della guerriglia afghana, deve rivaleggiare con i combattenti di Gulbuddin Hekmatyar, leader storico della resistenza antisovietica. Entrambe, poi, devono rispettare le aree controllate da Gul Bahadur, leader dei Taliban pakistani. E a complicare ulteriormente il puzzle waziro, ci sono colonne dei militanti punjabi, ceceni, uiguri, tagiki e gli arabi di al-Qaeda. Nessuno, neppure l’onnipotente ISI (i servizi segreti pakistani) tanto vicina ai Taliban, né la CIA, sa esattamente cosa sta accadendo nel Nord Waziristan. Il presidente pakistano Asif Ali Zardari, inetto e incompetente quanto la sua defunta moglie Benazir Bhutto, sta perdendo consensi rischiando di consegnare il Paese di nuovo nelle mani dei militari. Rinchiuso nella sua elegante villa a Islamabad sembra non accorgersi della violenza dilagante e del degrado sociale: nel 2009 ci sono stati più attacchi suicidi in Pakistan che in Afghanistan e 1400 donne sono state uccise dai propri famigliari, mentre altre 680 hanno preferito togliersi la vita per le umiliazioni subite. Nelle zone di estrema instabilità sociale, come nella FATA, la politica del governo nazionale è desolatamente infantile, limitandosi a conquistare e mantenere le posizioni. Le fasi più importanti, di ricostruzione sociale e delle infrastrutture e il passaggio dei poteri ai leaders locali, non sono mai state prese in considerazione, lasciando che fossero i Taliban a puntellare con la loro presenza le comunità tribali. E’ proprio uno di questi leaders, Hamid Khan, che, tra le nebbie che si diradano all’orizzonte, lascia intravedere una possibile soluzione del conflitto afghano: «Ormai è chiaro che nessuno può vincere questa guerra e a Kabul nessun governo potrà riportare la pace se non aprendo un dialogo con i Taliban.»

© Piergiorgio Pescali

Il Mullah Omar

L’11 settembre 2001 due aerei carichi di odii e risentimenti penetravano, come lame nel burro, le pareti d’acciaio del World Trade Center. In poco più di trenta minuti, assieme alle macerie di quelle che erano state il simbolo della finanza mondiale, giacevano al suolo i resti, ormai disintegrati, di un intero sistema ideologico e politico trionfalmente costruito solo dieci anni prima, su altre rovine: quelle del socialismo.
Giorni dopo ai colpevoli vennero associati due nomi ancora sconosciuti alla gran parte dell’opinione pubblica: Osama bin Laden e l’ancora più oscuro Mullah Omar, leader del movimento Talebano afghano che solo poche settimane prima avevo incontrato a Kandahar. Eroe della resistenza afghana contro l’Armata Rossa sovietica, proprio durante quella guerra aveva perso un occhio ed era stato ferito altre quattro volte. Nel 1994, cinque anni dopo il ritiro dei sovietici, il governo di Benazir Bhutto aveva finanziato alcuni gruppi di giovani studenti islamici afghani affinché conducessero una jihad contro il governo di Kabul dominato dal leggendario comandante Massud, la cui etnia tajika era ritenuta un ostacolo alla pacificazione del paese. A capo del movimento, che prese il nome di Taleban, cioè studenti, venne posto il mullah Omar. La sua origine pashtun, la scarsa intelligenza e intuizione politica avrebbero garantito, secondo il Primo Ministro di Islamabad, una sottomissione completa al Pakistan. Ciò che la disastrosa Bhutto non aveva previsto, era che i Taleban avrebbero anteposto agli interessi economici, la religione e la sharia, trasformando l’Afghanistan in un emirato islamico tra i più integralisti del mondo. «Voi occidentali ci considerate pazzi, lo sappiamo bene, ma noi seguiamo solo ciò che dice il Corano. Noi consideriamo decadente il vostro sistema di vita» aveva sentenziato il mullah Omar durante l’intervista, argomentando anche con soddisfacente dialettica, la condizione della donna: «Voi siete abituati ad utilizzare le donne come bei fronzoli che allietano la vostra vita. Per noi invece la donna deve essere parte integrante della società e cuore della famiglia». Insomma, meglio le donne velate che le veline. Nel 1996 il mullah Omar viene investito del titolo di "Amir-ul Momineen", "Comandante dei Fedeli", appellativo che le poche informazioni biografiche disponibili, saggiamente centellinate dalla propaganda Taleban, fanno risplendere di un’aurea profetica. Non è chiara, ad esempio, la sua data di nascita (alcune fonti indicano il 1950, altre il 1958, altre ancora il 1962) o se abbia o meno sposato la figlia di Osama bin Laden. La sua epica fuga in moto nell’ottobre 2001, beffando la più sofisticata tecnologia, capace di leggere la targa di un’auto da migliaia di metri sopra la terra e di seguire un uomo in base al calore emesso dal suo corpo, ha trasmesso tra i suoi accoliti un alone di santità a questo leader semianalfabeta. Chissà, forse un giorno questa fuga in moto potrebbe divenire un ottimo spunto per un film di Mihaileanu. Nel frattempo, però, il mullah Omar continua a restare un’icona per il movimento taleban e non solo: sono in molti i contadini pashtun in Afghanistan e in Pakistan a dirsi pronti a combattere per la jihad. La coalizione dell’ISAF, si è limitata ad occupare militarmente l’Afghanistan e gli aiuti economici che avrebbero permesso agli afghani di risollevarsi, sono stati dilapidati. «La popolazione afghana oramai non ha più fiducia nell’ISAF, e quindi nell’Occidente» mi dice Ahmed Rashid, il più influente commentatore dell’area pakistano-afghana; «Se nel 2001 i Taleban erano finiti e non avevano alcun appoggio, oggi la situazione si è capovolta: non ci sarà pace nell’area senza un governo che includa i Taleban.»
Alla fine, il vero vincitore della guerra è sempre lui, il mullah Omar.

© Piergiorgio Pescali

Storia dell'Afghanistan

Uno dei paesi più poveri al mondo: 652.000 chilometri quadrati di aridi deserti intervallati da aspre montagne che raggiungono i 7.500 metri, nessuno sbocco al mare. I suoi 26 milioni di abitanti rappresentano un mosaico di una decina di diverse etnie tra cui prevalgono i pashtun, (38% della popolazione), i tajiki (25%), gli hazara (19%) e gli uzbeki (6%). Quattro bambini su cento non raggiungono l’anno di vita e, se la fame, le malattie, la guerra, le mine antiuomo permetteranno loro di superare i 45 anni, si possono considerare fortunati, perché vuol dire che hanno già superato il limite medio di vita nel loro Paese (in Italia possiamo sperare di vivere fino a 78 anni). Questi semplici dati mostrano quanto l’Afghanistan sia marginale nella vita economica della regione centroasiatica. Eppure la sua posizione geografica, posta strategicamente al centro di una rete di passaggi obbligati che dall’Asia sudorientale si dirigono in Medio Oriente e poi in Europa, ha imposto il controllo di questo stato per garantire la stabilità di un’intera regione che, espandendosi dall’India, raggiunge le coste mediterranee dell’Asia occidentale passando per le regioni turcofone del Centro Asia, un tempo appartenenti all’Unione Sovietica ed ancora oggi considerate sotto l’influsso politico e economico di Mosca.
Gran Bretagna e Russia zarista combatterono per tutto il XIX secolo una guerra per il controllo del territorio afgano, conclusasi con il ritiro degli eserciti di entrambe le potenze, incapaci di fronteggiare le tribù che difendevano i loro territori. Nel gennaio 1842, il comandante delle truppe afgane, Akbar Khan, sterminò un intero battaglione di 28.500 soldati della Corona, lasciando in vita solo un soldato di Sua Maestà perché riferisse alla Regina la terribile sconfitta. Ma anche l’Afghanistan, da quel conflitto, ironicamente chiamato Grande Gioco, uscì menomato: dopo aver perso Peshawar nel 1834 ad opera dei Sikh, nel 1859 anche il Belucistan, l’unica regione che permetteva allo stato di avere uno sbocco al mare, passò sotto controllo britannico. L’indipendenza, avvenuta nel 1919 e la successiva ascesa al trono del re Zahir Shah nel 1933 permise al Paese di ritrovare una relativa stabilità, scoprendo una nuova fonte di guadagno economico: il turismo alternativo. Negli anni Sessanta, dall’Europa e dagli Stati Uniti giungevano a migliaia i “Figli dei Fiori”, attirati dal commercio semilegalizzato di oppiacei e di marijuana, comprati nei bazar di qualsiasi villaggio a prezzi irrisori. La situazione afgana, così come oggi la stiamo vivendo, comincia a delinearsi nel 1973, quando Daud, cugino del re, compie un colpo di stato e proclama la Repubblica. Il progressivo avvicinamento di Kabul a Teheran, allora filoamericana, convince Mosca che Daud deve essere sostituito e nel 1978 è il comunista Taraki a prendere il potere. I successivi mesi vedono il rapido deterioramento della situazione: le lotte interne tra le fazioni del Partito Comunista Afgano, l’uccisione di Taraki, la crescente espansione islamica che minacciava, anche dal suo interno, le Repubbliche centroasiatiche sovietiche, indussero l’Armata Rossa a varcare, il 27 dicembre 1979, il fiume Amur Dharya, portando una nazione, sino ad allora semisconosciuta all’opinione pubblica europea, al centro dell’attenzione mondiale. Il territorio afgano si trasformò, in breve tempo in un grande campo di azioni militari nel contesto della Guerra Fredda. I due giocatori, USA e URSS, manovravano le pedine (i mujahedeen ed il governo di Kabul) a seconda delle loro convenienze. E’ in questo periodo che Osama bin Laden, un miliardario saudita di origine yemenita, aderisce al movimento dei mujahedeen afgani contro l’Armata Rossa. Con la consulenza militare e l’appoggio finanziario degli Stati Uniti, della CIA e del Pakistan, costituisce una formazione militare composta esclusivamente da arabi che lottano in nome della jihad. Ad addestrare questi volontari, chiamati arabi afgani, sono i SAS britannici. E’ il primo nucleo di quello che, anni dopo, diventerà il gruppo noto come al-Qa’ida.
Il 15 febbraio 1989, a seguito degli accordi di pace, l’Armata Rossa abbandona l’Afghanistan, lasciandosi alle spalle 40-50.000 propri soldati morti, ma portando con sé il germe della dissoluzione dell’Unione Sovietica, che giungerà nel giro di un paio d’anni. Appare subito chiaro che la forte divisione all’interno della guerriglia afgana farà ripiombare la nazione in una nuova, sanguinosa, guerra civile. E così è. Sparito il nemico esterno, ora le fazioni si combattono tra loro e solo il 15 aprile 1992 i mujahedeen raggiungono Kabul, destituendo il governo comunista di Najibullah e innalzando a Presidente quel Burhannudin Rabbani, leader della Jamiat-i-Islami, che recentemente è tornato nella capitale, dopo la cacciata dei Taleban. Accanto a lui c’è Ahmed Shah Massud, il “Leone del Panshir”. I due sono legati da un rapporto di parentela, il miglior sigillo per rendere un’alleanza tra afgani indistruttibile: Rabbani, infatti, ha sposato la sorella di Massud. Il governo non ha l’appoggio dell’etnia maggioritaria afgana, quella dei pashtun, e neppure del Pakistan, che non ha mai accettato Massud e tantomeno degli USA, dove il Presidente Bush Sr. è particolarmente sensibile alle questioni petrolifere. L’anno prima aveva lanciato la guerra contro l’Iraq, camuffandola come conflitto morale e definendola più volte una “crociata”. Ed è proprio il petrolio la causa prima della nascita dei Taleban. I giacimenti del Mar Caspio, tra i più ricchi al mondo, fanno gola a molti, ma sono inutilizzabili se non si porta il greggio al mare, dove può essere stivato nelle superpetroliere. Non solo, ma gli oleodotti, passando in uno stato piuttosto che in un altro, possono determinare il peso geopolitico dei singoli governi. L’Iran degli Ayatollah rappresentava la soluzione più ovvia e meno costosa, ma la profonda avversione statunitense verso il governo di Teheran, faceva preferire l’opzione afgana. C’era un solo problema: il governo Rabbani-Massud, rifiutando ogni accordo con le fazioni dei mujahedeen, manteneva il Paese in uno stato di guerra permanente che impediva alle compagnie petrolifere di mettere in pratica i loro progetti. Kabul, che durante il periodo sovietico era stata risparmiata dai bombardamenti, nonostante fosse ora ridotta ad un ammasso di macerie dagli attacchi di Gulbuddin Hekmatyar, armato dal Pakistan e dagli USA, resisteva. Occorreva trovare un’altra soluzione, che non si fece attendere. Nel sud del Paese esisteva da tempo un movimento di studenti delle madrase islamiche, i cosiddetti taleban (da taleb, studente), di etnia pashtun, che avevano già dato prova di abilità militare conquistando la città di Kandahar alla fine del 1994. Per il Pakistan rappresentavano una valida alternativa all’impasse della lotta interna dei mujahedeen, mentre la Casa Bianca li allevava in funzione antiRabbani. Una delegazione Taleban giunse anche negli Stati Uniti per discutere sul futuro governo afgano e i loro rappresentanti ebbero colloqui con i dirigenti della UNOCAL, la compagnia petrolifera USA che aveva vinto l’appalto per l’oleodotto, sconfiggendo i concorrenti argentini della Bribas.
Dapprima il principale finanziatore dei Taleban fu il petroliere saudita Turki bin Faisal (tuttora in ottimi rapporti con Osama bin Laden), attratto dalla prospettiva dell’oleodotto, ma verso la metà del 1996, l’impasse militare cui Massud costrinse gli studenti islamici, convinse bin Faisal a chiudere i rubinetti verso l’Afghanistan. E nell’agosto 1996 a Faisal subentrò Osama bin Laden, che accettò di prendersi cura del movimento, il quale, da quel momento, non ebbe più l’appoggio della Casa Bianca. Il 27 settembre 1996, i tre milioni di dollari concessi da bin Laden ottennero i loro frutti: Kabul, oramai distrutta da quattro anni di guerra civile, cadde nelle mani degli studenti islamici. Massud e Rabbani si ritirarono al nord, dove vive la maggioranza dell’etnia tajika controllando il 15% del territorio. I Taleban, dal canto loro, ricostruirono la società modellandola su leggi coraniche. La vita degli afgani venne scandita dai proclami del Ministero della Promozione e della Virtù, il quale si assicurava che tutti gli aspetti del vivere quotidiano fossero coerenti con le affermazioni del Corano. Al tempo stesso questo stereotipo che dipingeva i Taleban come dei rozzi trogloditi invasati di Dio (o «drogati» di religione, riferendoci la famosa frase di Marx), veniva a cadere una volta che ci si allontanava dalla città. Come accade nei regimi assolutistici, la capitale rappresenta la vetrina dell’ideologia di regime che si vuole offrire al mondo e il dogmatismo teocratico dell’Emirato Islamico, a Kabul diviene legge assoluta. Eppure, almeno al sud, tra le popolazioni pashtun gli studenti trovavano ampi consensi, tanto è vero che l’avanzata travolgente dell’Alleanza Settentrionale in novembre, si è dovuta fermare appena raggiunti i limiti delle aree abitate dalle etnie che la rappresentavano: tajiki, uzbeki e hazara.
La conquista di Kabul da parte delle forze dell’Alleanza, non ha risolto le questioni aperte da anni: la profonda divisione etnica che divide le varie componenti del movimento, la facilità con cui i diversi comandanti militari cambiano campo da un giorno all’altro, il vivo ricordo delle violazioni dei diritti umani e degli stupri commessi dai militari di Rabbani e di Massud su donne e bambine, pende come una spada di Damocle sulla pax afgana. I media hanno mostrato una guerra i cui contendenti sono sempre stati divisi da una linea netta: da una parte i “buoni” (l’Alleanza Settentrionale), dall’altra i “cattivi” (i Taleban), conniventi col terrorismo, odiati dal popolo e dalle donne, barbari incivili che hanno riportato la società ai tempi del medioevo. La realtà è assai diversa; basterà guardare come evolverà la situazione sociale del Paese per rendersene conto. Non esistono “buoni”, non esistono “cattivi”. Ci sono solo afgani che devono fare i conti con la loro storia, la loro cultura, la loro tradizione. Ed è anche per questo che le donne, pur nella loro libertà, continueranno a portare il burqa.

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L'attacco alle Torri Gemelle

Gli Stati Uniti hanno deciso: Osama bin Laden è il colpevole degli attacchi suicidi di New York e Washington. Lui e chi lo ospita, i Taleban, dovranno pagare cara questa azione. Così la macchina militare incomincia a mettersi in moto. Faticosamente. Nella regione centro asiatica convergono gli interessi geopolitici delle quattro tra le più grandi e popolate potenze mondiali, tutte dotate di bomba atomica (Cina, Russia, Pakistan e India). Dalla parte opposta, un gigante del petrolio, l’Iran, sta aspettando l’occasione per tornare a rioccupare quel posto di protagonista che la Storia gli ha sempre assegnato, almeno sino a pochi anni fa. La frantumazione dell’Unione Sovietica, avvenuta proprio nell’estate-autunno 1991, ha ulteriormente complicato la situazione, aggiungendo ulteriori tasselli al mosaico di stati e staterelli strategicamente nevralgici per l’equilibrio regionale. Nazioni di lieve spessore in fatto di popolazione e di bilancio economico, come il Tajikistan, oggi assumono un ruolo determinante, specie dopo le ultime dichiarazioni di Colin Powell e, non dimentichiamolo, della morte del leader dell’opposizione interna ai Taleban, Ahmed Shah Massud.
Gli Stati Uniti, onnipresenti nel globo, nel Centro Asia sono completamente sguarniti e si trovano a dover chiedere la collaborazione di stati nemici, ex nemici o sino od ora per nulla considerati, per poter sferrare un attacco aereo all’Afghanistan. L’opzione migliore per l’aviazione statunitense e chi si unirà ad essa, sarebbe quella di far partire gli attacchi dal Pakistan, Paese sospettato di aver forti legami con Osama bin Laden e dai cui servizi segreti sono stati partoriti i Taleban. Islamabad, che da più di cinquant’anni è impegnata in un conflitto con l’India per il controllo del Kashmir, ha 10 basi operative, 11 basi di riserva, 9 aeroporti per atterraggi di emergenza e 23 altri aeroporti minori sparsi per il Paese. Dalle postazioni di confine, Kabul è raggiungibile con i missili terra-terra in pochi minuti. Nel caso il Pakistan neghi l’uso delle proprie basi all’aviazione USA, l’India, nemico storico di Washington sin dai tempi della Guerra Fredda, sarebbe disposta ad ospitare i cacciabombardieri nelle sue 20 basi dislocate lungo il confine con il Pakistan a cui si dovrebbe, comunque, chiedere il permesso per sorvolare il suo spazio aereo. Qui potrebbe entrare in gioco un’altra grande potenza regionale: la Cina, alleata e principale fornitrice di armi di Islamabad. Pechino deve contrastare il mai sopito spirito secessionista uiguro dello Xinkjang, i cui militanti sarebbero addestrati nei campi di Osama bin Laden. Al tempo stesso, però, il contenzioso ancora aperto con l’India per un’area al confine tra Ladakh e Tibet, costringe i dirigenti cinesi ad aver bisogno del Pakistan oggi più che mai.
Più o meno nella stessa situazione dei cinesi, si trovano i russi, a cui preme che il fondamentalismo islamico venga sradicato dalla regione, ma al tempo stesso non vogliono esasperare eventuali conflitti già presenti nel loro territorio (Cecenia e Daghestan). Il Cremlino ha quindi offerto un appoggio logistico senza voler impegnarsi attivamente negli eventuali raids. Il “protettorato russo” del Tajikistan, in questo caso, sarebbe la base ideale da cui far partire i bombardieri USA. Nel territorio è già presente la 201° Divisione russa, i suoi aeroporti e eliporti, dal 1996 sono utilizzati dagli elicotteri dell’Alleanza Settentrionale. E proprio la morte di Massud, che ha indebolito il fronte dell’opposizione armata ai Taleban, avrebbe indotto Mosca ad offrire il suo appoggio agli USA per evitare che Kabul occupi anche l’ultima fetta di territorio politicamente e militarmente legata a lei.
Infine l’Iran; una scelta comprensibilmente scartata fin dal principio, vista l’ostilità con cui i governi di Teheran e di Washington si guardano a vicenda. L’Iran potrebbe offrire il suo neutralismo che, in questo caso, in questa regione, cuore dell’Islam,, si potrebbe rivelare altrettanto importante quanto un appoggio militare.

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Imprigionati 24 membri di SNI (II)

La vicenda dell’ONG “Shelter Now”, ha riproposto il copione, tanto amato dall’Occidente, di un Afghanistan devastato umanamente e politicamente da un gruppo di islamici “fondamentalisti”, il cui passatempo principale sarebbe quello di distruggere statue, negare i più elementari diritti umani ai propri cittadini-specialmente donne- o imporre un contrassegno che identifichi coloro che considerano il Corano non Il Libro, ma un libro. Tutto vero e chiunque visiti Kabul potrebbe averne una conferma, in special modo per quanto riguarda la condizione della donna, relegata ai margini della società. Ma al tempo stesso questo stereotipo che dipinge i Taleban come dei rozzi trogloditi invasati di Dio (o “drogati” di religione, riferendoci alla famosa frase di Marx), viene a cadere una volta che ci si allontana dalla città. Come accade nei regimi assolutistici, la capitale rappresenta la vetrina dell’ideologia di regime che si vuole offrire al mondo, così come Mosca lo era per l’URSS o Pyongyang lo è per la Corea del Nord. Il dogmatismo teocratico dell’Emirato Islamico, a Kabul diviene legge assoluta. La vita degli abitanti è scandita non tanto dai proclami del Mullah Omar, quanto da quelli del Ministero della Promozione e della Virtù, il quale si assicura che tutti gli aspetti del vivere quotidiano siano coerenti con le affermazioni del Corano. Le prigioni della città sono piene di persone giudicate secondo la ferrea legge islamica, la sharia, dalla quale nessuno, neppure i bambini, possono esimersi di seguirla. Per le donne c’è un istituto di pena appositamente riservato del quale si sa poco o nulla e dove, fino ad ora, nessuno è mai riuscito ad entrare. In questo campo, più di Amnesty International e delle altre organizzazioni di diritti umani, che per le ovvie limitazioni di accesso nel Paese, non riescono neppure a quantificare esattamente il numero di prigionieri, sono attive le duemila donne del RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan). Dalle loro sedi pakistane hanno lanciato una campagna a favore dell’emancipazione della donna particolarmente osteggiata dal regime di Kabul, pubblicando anche una serie di resoconti sulle punizioni inflitte dai Taleban a chi cerca di ribellarsi ai loro diktact. Eppure, nonostante tutto questo, Kabul, che durante i quattro anni di governo Rabbani-Massud (1992-1996) è stata devastata da una sanguinosa guerra civile costata trentamila morti, con i Taleban è riuscita a raggiungere una relativa pace. “E’ vero, le donne, che in questa città amano particolarmente la vita mondana, sono oggi costrette in casa e ad indossare il burqa. Ma durante il governo dei mujahedeen (Rabbani, ndr) le violenze e gli abusi sessuali erano all’ordine del giorno.” afferma un esponente della ONG svedese SCA (Swedish Committee for Afghanistan). Nel frattempo, però, l’ospedale di Emergency a Kabul continua a rimanere chiuso perché le autorità taleban preferiscono veder morire i loro soldati feriti piuttosto che farli curare dalle donne. I carri armati oggi sparano lungo i fronti settentrionali, dove il governo deposto di Rabbani, alleatosi con l’antico nemico Dostum, ha fondato l’UNIFSA (United National Islamic Front for the Salvation of Afghanistan) ritagliandosi il suo pezzo di territorio, che si estende sul 10-15% della superficie dell’intero Afghanistan. Ma “la politica è guerra senza le armi” diceva Mao Zedong e il milione di abitanti di Kabul, è stato assoldato dal regime taleban per combattere su un altro fronte, altrettanto impegnativo: quello della difesa dell’ideologia islamica. Perché questa jihad possa avere successo, occorre possedere un esercito composto da combattenti su cui contare ciecamente. Ecco allora il motivo del principale cambiamento in atto a Kabul in questo periodo: un rimescolamento etnico dell’intera popolazione atto ad allontanare dalla città gli abitanti di etnia Tajika, Iraniana, Uzbeka e Hazara, sostituendoli da nuovi arrivi di etnia Pashtun. “I trasferimenti forzati sono iniziati qualche mese fa.” conferma un rappresentante di una ONG europea, “Noi ce ne siamo accorti perché alle famiglie veniva notificato l’avviso di trasferimento con una settimana di preavviso, con il pretesto di riunire i gruppi etnici afgani nelle loro zone di provenienza. Poco dopo al posto dei vecchi residenti trovavamo nuove famiglie Pashtun.”
I Taleban, in quanto nati e sviluppatisi nelle regioni meridionali del Paese abitate principalmente da Pashtun, sono considerati espressione sociale e politica di questa etnia, la più numerosa dell’Afghanistan. Grazie ai Taleban ed al Pakistan che li ha appoggiati, la classe commerciale Pashtun, che durante il governo di Rabbani e Massud, entrambi di etnia Tajika, aveva perso ogni influenza economica e politica, ha potuto rinascere. Un viaggio nelle campagne meridionali del Paese, mostra agli occhi dell’occidentale l’aspetto meno conosciuto e meno propagandato del governo Taleban: campi coltivati grazie al capillare sistema d’irrigazione costruito a suo tempo dai sovietici, forniscono cibo a sufficienza ai villaggi circostanti; scuole gestite dallo stato con la collaborazione dello SCA, frequentate anche da bambine; cooperative di donne impegnate a lavorare nascoste dal burqa che qui, a differenza di Kabul, non è l’abito imposto dai Taleban, ma l’abito tradizionale riconquistato grazie ai Taleban. “I sovietici ci avevano obbligato ad accettare la loro emancipazione: circolare a volto scoperto, lavorare nei kholkoz, ribellarci ai nostri mariti. Ma noi tutto questo non lo volevamo. I Taleban ci hanno ridato la nostra vita.” mi dice Mehmooda, una donna di circa 40 anni di cui posso solo scorgere gli occhi neri e vispi, illuminati dal sole dietro la mascherina. In cambio della pace, della relativa prosperità, del ritorno alle tradizioni (qui viste come sinonimo di dignità), Mehmooda assieme ad altri milioni di Pashtun, ha offerto fedeltà al regime del Mullah Omar, anche se oggi questo appoggio sta subendo delle defezioni. Tra i mujahedeen di Massud, ho incontrato un intero plotone composto solamente da Pashtun che hanno disertato dalle file Taleban. “ Ho combattuto i sovietici per il mio Paese, ma quando ci hanno costretto ad incendiare diversi villaggi solo perché abitati da gente di etnia uzbeka, mi sono rifiutato. E sono fuggito.” mi dice un miliziano impegnato sul fronte di Shamali. Attaccare villaggi di civili uzbeki ed incendiarli è il modo utilizzato dai Talebani per far capire al volubile generale Dostum, ex alleato dei Sovietici, ex alleato di Hekmatyar, ex alleato dei Taleban ed ora alleato di Massud, la loro ira d’ispirazione divina. “Inshah Allah”, se vorrà Allah, è la frase che viene più spesso ripetuta in Afghanistan. In nome di questo volere, sia i Taleban che i loro oppositori giustificano ogni azione, come la decisione dell’arresto dei 24 membri di Shelter Now International, ultimo atto di un contenzioso con l’Occidente e le Nazioni Unite, considerate la lunga mano degli Stati Uniti, iniziato nel 1997 dall’allora Sottosegretario al Dipartimento di Stato USA, Karl Inderfurth, che promise tre miliardi di dollari a Kabul nel caso le coltivazioni d’oppio fossero state convertite. Un rapporto dell’UN Drug Control Programme confermerebbe l’interruzione quasi totale di produzione d’oppiacei da parte Taleban, ma gli aiuti promessi per aiutare i contadini non sono mai giunti. Anzi, l’ONU ha recentemente appesantito le sanzioni. “I Taleban hanno mantenuto i loro impegni, ma non hanno mai visto un solo dollaro promesso, ricevendo in cambio un inasprimento delle sanzioni ONU.” dice un alto funzionario europeo dell’ONU a Kabul. E’ in questo contesto che si inserisce la vicenda dei Buddha di Bamiyan, distrutti solo dopo che una delegazione dell’UNESCO era giunta nella capitale afghana offrendo al governo milioni di dollari per evitare la distruzione delle statue. “I Taleban saranno criminali, ma quando qualcuno prima nega dei soldi promessi, che sarebbero serviti a scopi umanitari, poi offre quegli stessi soldi per salvare delle pietre, anche il governo più razionale di questa terra può perdere la pazienza.” spiega desolato un diplomatico di un Paese occidentale in visita a Kabul. Come si vede, in Afghanistan risposte apparentemente ovvie nascondono problemi ben più complicati. Le pressioni dell’Occidente sul regime di Kabul a cui si aggiungono i massicci aiuti militari e politici al governo dell’UNIFSA potrebbero far pensare che l’incriminazione dei volontari di SNI sia una mossa tattica per sbloccare la situazione di embargo politico e economico a cui l’Afghanistan è oggetto da diversi anni: l’estradizione degli otto cittadini occidentali e la grazia ai sedici afghani contro un allentamento dell’embargo imposto dalle Nazioni Unite.
Inshah Allah.

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Imprigionati 24 membri di SNI

I ventiquattro membri dell’organizzazione Shelter Now International, otto stranieri e sedici afgani, imprigionati domenica dai Talebani con l’accusa di proselitismo cristiano, sono ancora sotto arresto a Kabul. Germania, Australia e Stati Uniti continuano a premere presso l’ambasciata dell’Emirato afghano a Islamabad per il rilascio dei loro cittadini, ma per ora tutti i tentativi di contattare il Ministero della Promozione e della Virtù, sono risultati infruttuosi. Anche se nel territorio controllato dai Talebani il proselitismo religioso è vietato e punibile con la morte, l’incriminazione dei volontari di SNI potrebbe piuttosto essere una mossa tattica per sbloccare la situazione di embargo politico e economico a cui l’Afghanistan è oggetto da diversi anni. Gli otto cittadini occidentali si troverebbero così trasformati in merce di scambio per ottenere un allentamento dell’embargo imposto dalle Nazioni Unite e la risoluzione dell’attuale crisi potrebbe dipendere dalla disponibilità di mediazione dell’organismo internazionale.
Ben più preoccupante, invece, si presenta la situazione dei sedici afgani che lavoravano presso gli uffici della SNI, i quali, senza l’ombrello diplomatico che protegge i loro colleghi, rischiano seriamente la pena di morte. Oltre a loro, si teme per il trattamento a cui verranno sottoposti cinquantanove bambini spediti in un “centro di correzione” per “disintossicarsi” da eventuali insegnamenti cristiani assorbiti durante il loro contatto con l’organizzazione tedesca.
«Noi abbiamo i nostri principi e intendiamo rispettarli.» mi ha detto a Kandahar, il Mullah Mohammad Omar Akund, amir ul mumineen (Supremo Leader della Fede) e massima personalità Talebani. «Se questo e' un peccato agli occhi del mondo, ebbene, siamo pronti a subirne le conseguenze qui in Terra per raccogliere i frutti nel Paradiso di Allah. Voi occidentali ci considerate pazzi, lo sappiamo bene, ma noi seguiamo solo ciò che dice il Corano. Noi consideriamo decadente il vostro sistema di vita, eppure non interferiamo sulle vostre decisioni.»
Ma il Mullah Omar vive a Kandahar, nel sud del Paese, una regione a maggioranza Pashtun, la stessa etnia da cui provengono gli studenti islamici che oggi governano l’Afghanistan e dove effettivamente la popolazione ha ritrovato un certo benessere sociale ed economico, ricambiando i Talebani con un appoggio incondizionato.
Kabul, come altre città del nord ovest afghano, abitata da decine di diversi gruppi etnici, non risente affatto di questo benessere. La capitale, ancora semidistrutta dalla furiosa guerra civile terminata solo nel 1996, quando i Talebani conquistarono il potere al termine di una vertiginosa ascesa militare, vive di pura sussistenza. Le fabbriche costruite dai sovietici sono state rase al suolo e i pochi macchinari salvati dalla furia di Gulbuddin Hekmatyar, trasportati in Pakistan. Chi non ha un lavoro nella struttura pubblica, l’unica che offre una pur grama garanzia di sopravvivenza, deve arrangiarsi come può. I più fortunati posseggono una tessera per qualche forma nan, il pane locale, distribuito due volte alla settimana. Sono le stesse autorità a decidere chi ha il diritto di ricevere la razione ed è logico credere che chiunque non goda della loro fiducia difficilmente potrà presentarsi ai centri di distribuzione. I più disperati arrivano a trafugare beni barattabili al mercato nero, attività particolarmente pericolosa perché se la polizia religiosa scopre un ladro, la punizione spesso è l’amputazione della mano. L’oppressione delle leggi islamiche, dirette specialmente contro le donne, a Kabul è evidente più che altrove: in una città che negli anni Sessanta e Settanta era meta di un turismo alternativo, nessuna donna può circolare se non accompagnata da un parente e l’unico lavoro oggi possibile è quello nelle corsie femminili degli ospedali o in alcuni (pochi) uffici ministeriali. E in un Paese da vent’anni in guerra, il numero di vedove è altissimo. «Come fate?» chiedo ad una delle poche donne cui mi è concesso di parlare, una vedova con cinque figli dai 2 ai 7 anni. «Mangiamo una volta al giorno una fetta di nan imbevuta in un zuppa.» Mahir, il più piccolo ha smesso di piangere da pochi minuti per la fame; è spossato e dai suoi occhi, due perle nere incastonate in una faccia già vecchia ricoperta da una pelle incartapecorita, non scaturisce neppure una lacrima. Anche quelle sono preziose, qui a Kabul. «Colpa dell’embargo dell’ONU» spiega Hasam, la mia “guida”. «Non solo» mi lascio sfuggire, guadagnandomi uno sguardo torvo da parte del mio angelo custode. La maggiore preoccupazione da parte del governo Talebani è quella di rendere la capitale, una città simbolo della trasformazione in atto nel Paese. Per questo le leggi islamiche qui vengono rese operative senza alcuna deroga, a differenza di quanto accade nelle campagne. La fedeltà riposta nei Talebani da parte della popolazione di etnia Pashtun, la più numerosa del Paese, ha indotto questi ad iniziare un processo di ricambio etnico a Kabul. Gli indizi di questa nuova azione, appena iniziata e non ancora visibile su scala generale, si possono osservare nei quartieri residenziali: gli Hazara, i Tajiki, gli Uzbeki, gli Iraniani lasciano piano piano il posto a nuovi arrivati Pashtun provenienti dalle regioni meridionali. «I trasferimenti forzati sono iniziati qualche mese fa.» conferma un rappresentante di una NGO occidentale, «Noi ce ne siamo accorti perché alle famiglie veniva notificato l’avviso di trasferimento con una settimana di preavviso, con il pretesto di riunire i gruppi etnici afgani nelle loro zone di provenienza. Poco dopo al posto dei vecchi residenti trovavamo nuove famiglie Pashtun.»
Ufficialmente questa politica non ha trovato alcuna conferma da parte del governo, ma sono sempre più le voci che la avvalorano.
Se è vero che la situazione a Kabul è drammatica, non altrettanto si può dire nel sud del Paese dove i Talebani hanno riportato la pace e la tradizione. In queste lande sono stati i sovietici che hanno dovuto imporre con la forza alle donne l’emancipazione: lo scoprirsi il volto, il lavoro, il diritto all’educazione. Tutte conquiste che, appena crollato il sistema socialista, la popolazione, donne per prime, non hanno esitato a dimenticare, rifugiandosi di nuovo nei burqa e rintanandosi nelle loro case. Qui davvero i Talebani non hanno imposto nulla, anzi. Le scuole, sovvenzionate con un programma dello Swedish Commettee for Afghanistan, funzionano anche per la componente femminile della popolazione e il sistema agricolo, con i canali d’irrigazione creati dall’URSS, produce cibo in quantità sufficiente per sfamare la popolazione. Il mantenimento della struttura idraulica, garantito dall’assistenza tecnica pakistana e saudita, permette l’adeguata annaffiatura delle colture cerealicole. Il problema è che il sistema di canalizzazione, concepito sulla base di una produzione collettivistica secondo l’idea dei kolchoz, oggi deve sostenere un’ossatura privata che ha spezzettato in una miriade di fazzoletti di terra l’intera superficie coltivata, dilapidando forza lavoro, attrezzature agricole e la preziosissima acqua. Tutto questo impedisce uno sfruttamento più redditizio del territorio che potrebbe alleviare, almeno in parte, la fame oramai cronica che affligge la popolazione afghana.

© Piergiorgio Pescali