Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

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S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

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FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

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Visualizzazione post con etichetta Myanmar - Aung San Suu Kyi. Mostra tutti i post
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Myanmar: il futuro sarà una dittatura democratica?

Le elezioni Myanmar hanno decretato la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (LND), il partito fondato dal generale Tin Oo assieme ad Aung San Suu Kyi. Eppure, a leggere e a sentire i commenti degli organi di stampa internazionali, quasi nessuno applaude all’LND; tutti attribuiscono il successo elettorale alla sola Aung San Suu Kyi, la quale, seppur membro di spicco del partito, è pur sempre UNA delle tante figure del movimento.

Aung San Suu Kyi (photo Suzanne Plunkett / PA)

Attribuire la vittoria politica di un intero partito, formato da milioni di membri ed elettori, ad una sola persona è una pericolosa deriva verso un culto della personalità di cui Suu Kyi sicuramente trarrà vantaggio per la sua futura carriera politica. Non per nulla la Lady, come ancora oggi viene chiamata, non ha mai voluto diluire la propria notorietà, specie all’estero, al fine di favorire la collettività politica del suo partito.
Nonostante che fossero in molti allora a dubitarne, dal 2010 il Myanmar sta faticosamente, e con successo, cercando di uscire da una dittatura militare feroce ed oppressiva, ma rischia di scivolare verso una seconda “dittatura democratica”. Aung San Suu Kyi ha oramai perso gran parte di quell’immagine di eroina e difensore dei diritti umani di cui si era circondata durante il suo ventennale periodo di arresti domiciliari (1990-2010). Si è rifiutata, e continua a rifiutarsi, di riconoscere il dramma dei Rohingya, ha appoggiato, “per onore di patria” come ha lei stessa spiegato, la decisione del governo di allontanare a forza migliaia di contadini nelle regioni minerarie in concessione a compagnie cinesi, ha pubblicamente elogiato il tatmadaw (le forze armate birmane) per le loro azioni militari nel Kachin e, ultimamente, ha sibillinamente annunciato che, se non potrà essere eletta presidente del Myanmar, coprirà una posizione superiore a quella presidenziale, non specificando, però, a quale figura si riferisse, visto che la costituzione non prevede una carica simile.
Gli organi di stampa di tutto il mondo hanno sempre sottolineato l’ingiustizia di una costituzione che impedisce alla Lady di candidarsi alla presidenza perché i suoi figli hanno passaporto britannico; non hanno mai, però, precisato che l’articolo in questione non è stato introdotto dalla giunta militare, ma era già presente nella vecchia costituzione democratica del 1947, a cui spesso la stessa Suu Kyi fa appello per un ritorno alla democrazia nel Paese.
Nessuno, inoltre, ha mai spiegato (o voluto spiegare) che il tatmadaw è l’unica forza interetnica presente in Myanmar e, come tale, rappresenta ancora l’unico elemento di unione di un Paese altrimenti diviso in 135 nazionalità differenti e condannato al dissolvimento. Le diplomazie asiatiche e, in molti casi, anche quelle occidentali, se da una parte hanno sempre condannato la giunta militare, dall’altra l’hanno aiutata a restare al potere rafforzando le forze armate, al fine di non creare un nuovo Vietnam. Il crollo del Myanmar, infatti, darebbe vigore a spinte secessioniste che metterebbero a repentaglio l’esistenza della Thailandia, del Laos, del Vietnam, senza contare che le minoranze dello Yunnan cinese, a cui molti gruppi etnici dislocati nel Myanmar sono legati, non perderebbero l’occasione per far valere le loro richieste verso Pechino. L’intero Sud Est Asiatico si destabilizzerebbe con conseguenze devastanti non solo in Asia, ma su tutto il pianeta.
Aung San Suu Kyi, figlia, non dimentichiamolo, del generale Aung San, fondatore del tatmadaw ed egli stesso colpevole di crimini efferati nei confronti di diverse minoranze etniche, è ben consapevole del ruolo indispensabile dei militari per il futuro della nazione e per questo non ne ha mai chiesto il ritiro completo dalla vita politica (del resto il fondatore del partito di cui è presidente è un generale).
Lo stesso problema etnico, mai risolto in modo definitivo da nessun governo succedutosi dopo l’indipendenza, è un retaggio storico del colonialismo britannico. Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando l’eroe nazionale Aung San combatteva a fianco dell’esercito imperiale giapponese ed era Ministro della Guerra del governo fantoccio birmano, la maggioranza delle etnie si era schierata a fianco dei britannici. Un’onta mai perdonata da Aung San, che non ha mai voluto concedere ai gruppi etnici alcuna forma di autonomia, dando così inizio, ben prima dell’avvento dei militari al potere, alle guerre civili che ancora oggi devastano i territori di confine.
Inoltre l’India, in competizione con la Cina per lo sfruttamento delle risorse naturali del Myanmar e per i lucrosi appalti delle infrastrutture di cui il Paese ha estremo bisogno, ha sempre cercato di convincere il governo di Yangon (la vecchia capitale) e Nay Pyi Taw (la nuova capitale) a rafforzare il controllo alle frontiere occidentali per evitare che gli indipendentisti assamiti trovassero rifugio in territorio birmano.
Infine c’è il problema dei rohingya, 800.000 persone di fede musulmana, formalmente apolidi, il cui status di cittadinanza non è riconosciuto né dal Myanmar né dal Bangladesh. Aung San Suu Kyi ha essenzialmente abbracciato la linea politica del governo, dichiarando che i rohingya non sono cittadini birmani, ma immigrati illegali. I numerosi attacchi da parte dei rakhine buddisti verso i rohingya non hanno mai avuto alcun biasimo, né da parte di Nay Pyi Taw né da parte dell’LND che, anzi, ha rifiutato di sostenere la candidatura alla presidenza di un suo membro in quanto musulmano. Suu Kyi ha sostenuto la necessità per il Paese di conservare la cultura buddista, e questa presa di posizione ha giocato non poco nel giustificare le violenze interreligiose.
La Lega Nazionale per la Democrazia ha vinto le elezioni, ma ora il partito deve dimostrare di essere in grado di mantenere le pesanti promesse fatte durante gli anni della dittatura e sarà questa la vera grande sfida che Aung San Suu Kyi dovrà sostenere. Molti membri della Lega sono giovani pieni di ambizioni e sono entrati nel partito più per interesse personale che per il bene comune. Dal 2010 le fila dell’LND si sono ingrossate a dismisura ed è impossibile controllare in modo capillare la dedizione e la moralità di ogni membro. Sebbene la dirigenza del partito faccia di tutto per coprire le magagne, gli scandali dovuti a corruzione e nepotismo si stanno moltiplicando.
Da tempo, la nuova dirigenza dell’LND sta dando segni di insofferenza nei confronti dei leader storici e le critiche verso Aung San Suu Kyi, per il suo atteggiamento autocratico nel condurre il movimento e la remissività nei confronti del governo e dei militari, si elevano sempre più numerose.

Gli elettori si aspettano grandi cambiamenti sociali e economici, ma cosa accadrà quando si renderanno conto che ai grandi propositi non seguiranno, almeno a breve termine, i fatti?

Copyright © Piergiorgio Pescali

The Lady, il film su Aung San Suu Kyi

The Lady è il film di Luc Besson ispirato alla figura di Aung San Suu Kyi, fondatrice e leader della Lega Nazionale per la Democrazia e figlia del generale Aung San, eroe nazionale della Birmania.
II titolo trae origine dal soprannome che il popolo birmano, oppresso da una dittatura militare durata fino al 2010, aveva affibbiato alla stessa Aung San Suu Kyi perché il pronunciarne il solo nome avrebbe potuto destare sospetti e portare finanche all’arresto.
Il lungometraggio segue il filone iniziato dallo stesso Besson con Giovanna d’Arco; erroneamente descritti come film biografici, in realtà sia Giovanna d’Arco che The Lady sarebbero da annoverare come pellicole agiografiche, dove la realtà dei fatti lascia ampio spazio ad una verità manipolata in nome di una facile cattura emozionale del pubblico (e quindi guadagni sicuri al botteghino).
Nella pellicola di Besson la vita famigliare di Suu Kyi si dipana tra una dilaniante nostalgia per il marito ed i figli e la responsabilità politica sentita come eredità genetica lasciata dal padre, ucciso quando lei aveva solo due anni (il film si apre proprio con questo fatto storico, che sarà cruciale per la storia della futura nazione birmana).
Sullo sfondo scorrono le immagini di una Birmania dilaniata dalla repressione militare del 1988 che, sotto gli occhi indifferenti dell’Occidente (occupato ad osservare l’imminente crollo del blocco sovietico), schiaccia con violenza la rivolta studentesca e popolare. Lei, Aung San Suu Kyi, da anni vive in Inghilterra dove ha un marito (Michael Aris) e due figli ancora piccoli, Alexander, nato nel 1972 e con cui oggi ha rotto quasi ogni rapporto, e Kim, nato nel 1977. A Rangoon arriva non per volontà politica, ma per accudire la madre morente. Nel film, invece, viene mostrata una donna già pronta al confronto con la giunta, una donna già impegnata e decisa nell’aiutare il proprio popolo. In realtà l’impegno e la volontà di partecipare alla vita politica arrivano solo in seguito: ad Oxford, dove da anni vive insegnando, Suu Kyi non sente il bisogno di seguire le vicende del proprio paese (nel 1985 aveva scritto un libro dal titolo eloquente: Let’s visit Burma in cui non accenna in alcun modo alle torture e alle guerre contro le minoranze che descrive solo in termini esclusivamente turistici). In nessuna scena traspare l’intemperanza e l’impazienza di Suu Kyi, due qualità che sono costate care sia a lei sia al popolo birmano quando, nel 2003, la Lady rifiutò di dialogare con il moderato Khin Nyunt aprendo la strada allo sprezzante generale Than Shwe. Eppure sarebbe bastato interpellare amici di lunga data del marito di Aung San Suu Kyi, come i professori Peter Carey o Robert Taylor, per svelare un lato poco conosciuto, ma più umano, della Lady.
I limiti politici e umani di Aung San Suu Kyi, ignorati nell’opera di Besson,  si riscontrano oggi nelle reticenze nel condannare le violenze perpetrate ai danni dei musulmani o dei Kachin e che hanno attirato su di lei critiche sia all’interno che all’esterno del Myanmar.
Sviste grossolane mettono in dubbio anche la conoscenza della recente storia birmana da parte del regista: quando la Lady arriva, nel 1988, in Birmania, entra nell’allora capitale passando sotto un arco con la scritta Yangon. In realtà sarà solo nel 1989 che la giunta cambierà la toponomastica della nazione rispolverando i toponimi precoloniali sostituendo Birmania con Myanmar e Rangoon con Yangon.

Besson ha comunque avuto il merito (e, indubbiamente, la fortuna) di riproporre al pubblico le vicende di una nazione proprio nel momento in cui il cambio di governo ha avviato un processo di democratizzazione che ancora oggi continua.

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Aung San Suu Kyi - Intervista (Ottobre 2013)

Aung San Suu Kyi ha terminato il suo tour europeo che l’ha portata, come ultima tappa, anche in Italia. La sua figura ha affascinato migliaia di persone ed a Roma, Torino, Bologna e Parma, le città in cui è stata ospite, l’accoglienza è stata, a dir poco, calorosa. Prima che rientrasse in Myanmar l’abbiamo incontrata.

DOMANDA: Può fare un bilancio del suo ennesimo viaggio in Europa?
ASSK: Ogni viaggio porta con sé dei ricordi indelebili. Sono stata in paesi in cui non ero mai stata, come la Polonia, ed in altri, come il vostro, dove mancavo da decenni. Ho incontrato persone meravigliose, persone che per anni si sono prodigate affinché in Birmania tornasse la democrazia, e persone da profondi principi umani e spirituali.

DOMANDA: Quando parla di uomini dai profondi principi umani e spirituali pensa a qualcuno in particolare?
Aung San Suu Kyi e papa Francesco
ASSK: Sicuramente esistono persone che ti colpiscono per la gentilezza e la spiritualità che sprigionano con la loro voce, il loro sguardo, le loro parole. Il papa, ad esempio, mi ha colpito molto. Con lui mi sono trovata subito in sintonia, in  particolare sulla necessità di valorizzare sentimenti come amore e comprensione per fugare le paure che dividono i popoli. Purtroppo non abbiamo avuto molto tempo per approfondire la conversazione, ma gli argomenti toccati, il suo acume e la sua semplicità mi sono rimasti impressi. E’ una persona con cui mi sono sentita immediatamente in sintonia. Mi piacerebbe incontrarlo ancora.

DOMANDA: Lei ha ricevuto tantissime promesse durante la sua visita, specialmente dai parlamentari. Penso sappia che i politici italiani non hanno la fama di mantenere le promesse fatte e l’Italia ha brillato più per la sua assenza piuttosto che per la sua presenza nelle vicende asiatiche. Non vorrei essere pessimista, ma pensa che una volta tornata in Myanmar ci si ricorderà del suo paese nel parlamento italiano?
ASSK: Spero vivamente di sì. L’Italia ha appoggiato con forza il movimento democratico e numerose personalità del mondo dello spettacolo, della cultura, della politica si sono esposte in primo piano nella difesa dei diritti umani in Birmania.

DOMANDA: A proposito di diritti umani: a che punto siamo nel processo di pacificazione con le nazioni etniche?
ASSK: Ci sono alti e bassi: il governo insiste affinché sia il parlamento a discutere la questione etnica. In effetti ci sono diversi membri che rappresentano le etnie nel nostro parlamento ed è per questo che, in questa sede, il dialogo sta già avvenendo. Da parte loro, i gruppi etnici chiedono che la questione venga discussa al di fuori del parlamento e con terze parti che facciano da garanti. Ciò che è venuto a mancare durante gli anni della dittatura militari, è la capacità del dialogo e del compromesso. Nessuno vuole cedere sulle loro richieste e questo porta inevitabilmente ad uno stallo dei negoziati.

DOMANDA: E’ ciò che sta avvenendo anche nello stato Rakhine tra musulmani e buddisti?
ASSK: In un certo senso sì, anche se lì non direi che si tratti di un conflitto etnico. E’ un contrasto completamente differente da quello in atto nelle altre parti del paese, alimentato da un senso di terrore che serpeggia in entrambe le comunità.

DOMANDA: La paura è, quindi, secondo lei, una delle ragioni per cui nello stato Rakhine la comunità buddista e quella Rohingya musulmana si stanno fronteggiando violentemente. Nega, quindi, che vi siano ragioni più profonde nel conflitto etnico-religioso?
ASSK: Prima di tutto vorrei specificare che non siamo di fronte ad un conflitto etnico.

DOMANDA: Su questo, organizzazioni che si occupano di diritti umani e di sviluppo umanitario non sono assolutamente d’accordo con  lei e l’hanno anche duramente criticata.
ASSK: Ribadisco che è la paura la causa delle violenze in atto tra buddisiti e musulmani e non la differenza etnica. La comunità internazionale punta il dito accusatore solo verso i buddisti, ma anche loro hanno subito violenze. Ci sono migliaia di buddisti che sono dovuti fuggire durante il regime militare ed ancora oggi vivono in campi profughi.

DOMANDA: Associazioni e movimenti che si occupano della questione all’interno dello stato Rakhine l’hanno accusata di non voler difendere i diritti della comunità islamica per un puro calcolo elettorale in vista delle elezioni presidenziali del 2015.
ASSK: Posso rispondere dicendo anche io che le loro accuse sono un’assurdità. Io e il mio partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, abbiamo sempre sostenuto che il governo avrebbe dovuto controllare e far rispettare il confine tra Birmania e Bangladesh. Per anni nessuno se n’è occupato con il risultato che migliaia di immigrati clandestini oggi sono in territorio birmano. La radice del problema è tutta qui, oltre al fatto che in Birmania c’è la paura che elementi esterni possano destabilizzare il paese.

DOMANDA: E’, però, un dato di fatto che vi sono movimenti buddisti, come il Movimento 969, che istigano alla xenofobia, se non addirittura alla violenza.
ASSK: Io condanno ogni tipo di violenza, ma se vuole che condanni solo la violenza dei buddisti contro i musulmani, allora non lo farò. Condannare una sola comunità serve solo ad istigare altra violenza e se le mie parole fossero fraintese chi ne farebbe le spese sarebbe il popolo, non io che le ho pronunciate.

DOMANDA: Quale è, quindi, la soluzione che propone?
ASSK: Il primo punto del mio programma politico è far rispettare le regole. In Birmania, come in altri paesi del mondo, si ha la percezione e la paura che vi sia un potere musulmano globale che possa destabilizzare i paesi in cui questo potere si insinua. Ciò significa che il problema di cui stiamo discutendo non è solo un problema birmano, ma internazionale. Lei mi chiede quale soluzione propongo; è semplice: io la chiamo rispetto della legge e della giustizia. Io e il mio partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, abbiamo sempre sostenuto che il governo avrebbe dovuto controllare e far rispettare il confine tra Birmania e Bangladesh. Per decenni i regimi militari birmani non hanno mai controllato il confine con il Bangladesh lasciando che questo diventasse estremamente poroso e permettendo a migliaia di persone di entrare illegalmente in Birmania. Ora, io chiedo che si rispetti la legge di cittadinanza: chi ha la facoltà di diventare cittadino birmano, deve far valere questo diritto. Il governo, da parte sua, deve porre fine a questa immigrazione illegale e garantire l cittadinanza a chi ne ha diritto.

DOMANDA: Lei sa bene che è difficile dimostrare, per chi non ha documenti, che risiede in Birmania da più generazioni. Inoltre il governo non riconosce a priori i Rohingya come gruppo etnico, ma li considera bengalesi, quindi cittadini del Bangladesh. Come vede, è una strada a vicolo chiuso.
ASSK: E’ per questo che chiediamo che ci sia un confronto non solo all’interno della Birmania, ma anche con il Bangladesh.

DOMANDA: I discorsi enunciati in questo tour sono tutti focalizzati alla necessità di emendare la costituzione del 2008 che vieta a cittadini come lei, che ha parenti con passaporto straniero, di candidarsi alle presidenziali del 2015. Non pensa che ci siano punti ben più importanti da emendare, come il 25% dei seggi riservati ai militari nel parlamento o come la possibilità che il comandante delle Forze Armate possa, in caso di necessità, prendere il comando del governo?
ASSK: Sì e no. Per la percentuale dei seggi riservati ai militari non penso che sia un problema. Ho sempre detto che i militari devono essere inseriti nel contesto esecutivo e legislativo del paese. Nei limiti di una democrazia, naturalmente. Non mi preoccupa il 25% dei seggi riservati ai militari nel parlamento quanto, piuttosto, il pericolo che il comandante delle Forze Armate possa arrogarsi il diritto di amministrare l’intero governo; ebbene, quello, invece, è sicuramente un punto di pericolo che rischia di arrestare le riforme. Così come la mancanza di un potere giudiziario indipendente dal potere legislativo ed esecutivo. Capisco anche che la mia insistenza sull’emendamento per la candidatura presidenziale può essere intesa come una battaglia personale. Ma non sono io che l’ho iniziata: è stata la precedente giunta militare che ha disegnato una costituzione nazionale prendendo come misura la necessità di allontanare la mia persona da ogni forma di governo. Io mi batto non per la mia candidatura, ma perché il popolo abbia il diritto costituzionale di scegliere liberamente la persona che andrà a rappresentarlo.
Mi permetta anche di evidenziare che l’emendamento della costituzione è solo il terzo punto del mio programma dopo il rispetto delle leggi e la fine delle guerre civili. Sono una politica e come tale ho degli obiettivi. Uno di questi è dare al mio popolo la democrazia. Questo è il senso dell’emendamento da me richiesto: permettere al popolo di decidere chi lo rappresenta.


DOMANDA: Quale sarà il suo programma nel caso possa candidarsi?
ASSK: Non voglio fare promesse che non posso mantenere. Non voglio dire che, se diverrò presidente e il mio partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (LND) porterà pace e benessere per tutti. Abbiamo sempre detto che faremo del nostro meglio e ciò che prometto è esattamente il meglio che posso offrire. I tre punti principali del mio programma sono tre: far rispettare le leggi, porre fine alle guerre civili e emendare la costituzione.

DOMANDA: Il secondo punto sarà sicuramente il più impegnativo. Neppure il cosiddetto governo democratico che ha retto la Birmania tra il 1947 e il 1962 è riuscito a porre termine alle guerre etniche.
Aung San Suu Kyi (Photo Reuter/Lisa Aserut)
ASSK: Il grosso problema è che i regimi militari ci hanno fatto perdere la capacità di dialogare e di mediare. Sotto lo SLORC prima e l’SPDC dopo, non c’è mai stata libertà di parola o di scelta. Tutto veniva imposto dall’alto, anzi, direi da una ristretta cerchia di persone. Oggi, con le riforme in atto, dobbiamo riacquistare la capacità di dialogare. Ma questo significa anche sapere che non si potrà mai ottenere il 100% di ciò che si chiede.

DOMANDA: Le riforme in atto dal 2010 hanno già portato a notevoli cambiamenti in Myanmar. Oggi ci sono meno di 100 prigionieri politici nelle prigioni birmane, quando solo tre anni fa erano più di 2.000. Secondo lei c’è ancora la possibilità che i militari possano riprendere il potere e arrestare il processo democratico?
ASSK: Certamente. E’ per questo che ho chiesto anche all’Italia di appoggiarci nella strada verso la democrazia. Penso che vi siano frange all’interno del Tatmadaw (le Forze Armate, ndr) che si oppongono alle riforme.

DOMANDA: Chi potrebbe essere un partner fidato in questa transizione democratica? La Cina, gli Stati Uniti, l’India, l’ASEAN?
ASSK: La Birmania ha sempre avuto rapporti molto stretti ed amichevoli con la Cina e, personalmente, vedo gli investimenti cinesi come un’opportunità per il mio paese. Naturalmente, come ho sempre detto, bisogna che siano investimenti non finalizzati ad esclusivo vantaggio di un solo paese o di una classe sociale. Penso sia questa la sfida che andremo ad affrontare nel futuro.

DOMANDE: Lei, sin dal primo comizio tenuto alla Shwedagon nel 1988 ed a cui ero presente, ha sempre dichiarato di avere un immenso affetto per i militari, sostenendo che è indispensabile che il Tatmadaw entri a far parte della vita sociale della nazione. Queste sue dichiarazioni, ripetute oggi, sconvolgono non poche persone che l’hanno sostenuta. Sono loro che non hanno capito nulla delle sue idee o è lai che ha cambiato le idee?
ASSK: Direi che siamo più vicini alla prima risposta. Sono sempre stata convinta che i militari devono lavorare stretto contatto con la legislatura e l’esecutivo. Io ha sempre avuto un affetto particolare per i militari e chi si scandalizza quando mi sente dire questo, rispondo che non ha capito nulla del mio pensiero. Non ho mai cambiato idee nei confronti dei militari e anche io mi stupisco di come molta gente inorridisca quando affermo di avere grande affetto per i militari. Ma dico semplicemente ciò che ho sempre detto da 25 anni a questa parte. Lo ripeto, ho sempre avuto grande rispetto per chi indossa una divisa. Tranne, ovviamente, per alcune persone. Ma sono un’esigua minoranza.


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Myanmar: Intervista ad Aung San Suu Kyi ad Oslo (18 giugnoi 2012)


Ci sono voluti 21 anni, ma alla fine Aung San Suu Kyi ha potuto ritirare personalmente il premio Nobel per la pace assegnatole nel 1991 e mai consegnatole per la proibizione dei militari di rientrare in Myanmar, una volta abbandonato il paese.

L’abbiamo incontrata durante uno dei rari momenti di relax che la sua fitta agenda le consent

-Ventiquattro anni di assenza sono tanti. Come si è preparata ad incontrare l’Europa dopo aver vissuto per lungo tempi in Inghilterra?-
ASSK: -Durante il viaggio in aereo ero eccitatissima. Guardavo dal finestrino passare sotto di me, ad appena sette-otto chilometri, terre e paesi dalle culture, lingue, religioni diverse. Erano paesi senza frontiere, dall’aereo non le puoi vedere, e mi dicevo che se io ora sono libera di viaggiare da un Paese all’altro, altre persone non lo sono per diversi motivi. Dobbiamo lottare anche per loro. Ora sono in Europa, un continente che conosco bene perché ci sono vissuta per tanti anni. Per ora ho visitato solo la Svizzera e la Norvegia, poi andrò in Inghilterra, mia seconda patria. Non so cosa troverò. Amici che non vedevo da anni, città che forse sono cambiate, stili di vita. Sono davvero curiosa e elettrizzata!-

-Cosa ha provato quando ha stretto in mano il premio?
ASSK –Emozione, naturalmente, ma anche un senso di liberazione e di felicità. Liberazione perché il mio arrivo ad Oslo dopo 23 anni di restrizioni di movimento, è un segno che le cose in Birmania stanno cambiando. Felicità perché, oltre a conoscere direttamente persone che si sono sempre battute attivamente per la democratizzazione della Birmania, potrò finalmente portare il premio al mio popolo che ha sofferto e continua a soffrire per i 50 anni di dittatura militare.-

-Lei è ancora scettica sulla reale democratizzazione in atto in Myanmar, o Birmania come preferisce chiamarla. Eppure dal 2010 ad oggi ci sono stati chiari segni di buona volontà da parte del governo di Thein Sein-
ASSK –Thein Sein è una persona credibile e aperta alle riforme, ma all’interno del Tatmadaw esistono ancora elementi contrari alla democratizzazione. E’ per questo che ricordo sempre che non bisogna abbassare la guardia.-

-Lei si è sempre dichiarata favorevole all’embargo economico verso la Birmania dei generali. Ora sta cambiando opinione, chiedendo ai turisti di visitare il paese e alle compagnie internazionali di investire nella nazione. Come mai se, come lei stessa ha appena detto, esiste il pericolo di una controriforma democratica che potrebbe riportare la Birmania alla dittatura militare?-
ASSK: -E’ vero, esiste sempre questo pericolo, ma occorre anche dare una chance al processo di riforma e a chi questo processo lo sostiene. Penso che l’apertura del paese all’esterno, con l’arrivo di stranieri e di investitori dai paesi democratici, possa cementificare le fondamenta dello stato democratico che stiamo costruendo.-

-Le economie mondiali, USA e Europa in testa, cercheranno in tutti i modi di recuperare il terreno perduto negli investimenti in Birmania a causa del boicottaggio. Non pensa che una rincorsa al profitto possa portare allo sfruttamento incontrollato dei lavoratori e a rendere la Birmania un campo di battaglia tra USA, Cina e India?-

ASSK: -Già oggi c’è uno sfruttamento dei lavoratori. Solo da poco tempo i sindacati in Birmania sono liberalizzati ed in alcune fabbriche i lavoratori si stanno organizzando per chiedere maggiori diritti. Certamente l’aumento degli investimenti nel paese potrà portare allo sviluppo di una sorta di capitalismo selvaggio, ed è per questo che dobbiamo controllare attentamente ogni richiesta. Inoltre è anche vero che Cina, India e Stati Uniti potrebbero scontrarsi in Birmania come è successo altrove. Solo un governo veramente democratico e rappresentativo potrà evitare che questo accada. E’ anche per questo che sono venuta in Europa. Per chiedere aiuto a voi affinché il nostro Paese non venga immolato sull’altare del profitto.-

-Lei è entrata nel parlamento pur essendo contraria alla Costituzione del paese. Non è un controsenso?-
ASSK: -Continuiamo a non accettare la Costituzione e ci battiamo affinché possa essere cambiata in modo democratico. Non accettiamo, ad esempio, che il 25% dei seggi debba essere assegnato ai militari perché questo blocca ogni emendamento che non sia accettato da loro.-
-La parte più delicata della democratizzazione birmana è quella che interessa le minoranze etniche. Nessuno, nemmeno suo padre, è mai riuscito a porre fine ai conflitti periferici della nazione. Come pensa di riuscirci lei?-
ASSK: -Il segreto sta nell’ascoltare le richieste di queste componenti etniche che fanno parte integrante dello stato birmano. I generali della giunta birmana sino ad oggi hanno pensato solo a sfruttare le risorse economiche degli stati etnici per il loro tornaconto personale. Occorre cambiare prospettiva e permettere che siano le rappresentanze etniche stesse a gestire le loro risorse per il bene di tutta la nazione.-
-In alcuni stati della Birmania si cominciano a riscontrare i primi scontri a sfondo etnico e religioso, come quelli in atto nell’Arakan tra buddisti e musulmani. Forse avevano ragione coloro che avvisavano del pericolo di una democratizzazione troppo repentina?

ASSK: -Gli scontri nell’Arakan sono dovuti alla politica delle passate giunte militari che hanno negato alle popolazioni locali una giusta autodeterminazione. Gli scontri c’erano anche prima, non sono nati dopo l’avvio del processo democratico. Musulmani e buddisti hanno vissuto pacificamente assieme per secoli in quella regione; è stata la politica della giunta militare a rompere quell’equilibrio naturale che si era raggiunto. Ora dobbiamo ristabilirlo ma, come dimostrano i recenti avvenimenti, non è facile.


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Aung San Suu Kyi inizia il tour in Europa (14 giugno 2012)

Dal 13 giugno Aung San Suu Kyi visiterà l’Europa. Sarà la sua seconda volta dal 1989 che la Lady uscirà dal Myanmar, dopo la recente visita a Bangkok. Il lungo viaggio, che durerà ben due settimane, toccherà Svizzera, Norvegia, Gran Bretagna, Irlanda e Francia. Tra i numerosi appuntamenti ufficiali, Aung San Suu Kyi sarà ospite di istituti internazionali, tra cui l’ILO e la sala del comune di Oslo, dove le leader birmana riceverà il premio Nobel per la Pace assegnatole nel 1991 e che non ha mai potuto ritirare per il divieto imposto dai militari di rientrare in Myanmar nel caso ne fosse uscita. Da allora il paese asiatico ha subito radicali cambiamenti passando dagli anni della speranza di un’apertura al dialogo durante il governo del moderato Khin Nyunt, al periodo più buio e drammatico dello xenofobo Than Shwe, grazie al quale ogni tipo di opposizione venne vietata, i prigionieri politici si moltiplicarono, la popolazione si impoverì e nel 2007 le manifestazioni indette dai monaci furono represse dall’esercito. E’ stato il ritiro a vita privata di Than Shwe e del suo vice Maung Aye a ridare slancio alla democratizzazione del paese. Ad appena una settimana dalle elezioni generali del 7 novembre 2010, il regime mantenne la promessa di liberare Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari che si protraevano, a fasi alterne, dal 1989. Ed il Myanmar che si affaccia oggi sulla scena internazionale, di cui la Lady è rappresentante parlamentare, sta convincendo sempre più i governi occidentali delle positive intenzioni del gabinetto Thein Sein. Particolarmente ottimisti sono gli Stati Uniti, che in un recentissimo rapporto del Dipartimento di Stato sulla situazione dei diritti umani, hanno trovato parole di elogio per il Myanmar a causa dei miglioramenti sociali attuati. In effetti la lista dei prigionieri politici birmani stilata periodicamente dall’AAPPB (Assistance Association for Political Prisoners in  Burma), ha visto diminuire drasticamente il numero di detenuti: da 2.000 che erano nel 2010, sono oggi 471. Ancora tanti, sicuramente, ma non c’è nessuna nazione al mondo che, nel contempo, ha liberato così tanti oppositori. Tra questi, oltre naturalmente ad Aung San Suu Kyi troviamo nomi noti come il comico Zarganar e il monaco buddista U Gambira, organizzatore delle proteste del 2007. Anche in campo sindacale i lavoratori cominciano a godere di alcuni diritti. Le organizzazioni di rappresentanza sono ora riconosciute, così come il diritto di sciopero anche se, dopo 50 anni di proibizioni, la titubanza e la paura, assieme alla repressione ancora in atto, frenano  la partecipazione attiva dei lavoratori. Per rilanciare economicamente e socialmente la nazione, Thein Sein ha chiesto ai dissidenti birmani all’estero di rientrare in patria, offrendo loro l’amnistia. Nel suo ultimo viaggio in Thailandia, la stessa Aung San Suu Kyi ha promesso ai rifugiati birmani (circa 155.000) di riportarli nelle loro case. Bisognerà, però, vedere se questi profughi, la maggioranza dei quali è nata e vissuta in Thailandia, accetterà di varcare il confine. Molti di loro, infatti, preferirebbero continuare a vivere oltrefrontiera piuttosto che rifarsi una vita in una nazione ancora instabile e dove ogni forma di governo, sia locale che centrale, è dominata dall’etnia bamar, a cui la stessa Aung San Suuy Kyi appartiene.
Fino ad ora, infatti, la carta democratica si è giocata principalmente nella regione centrale della nazione asiatica, quella che gli inglesi, al tempo del colonialismo, chiamavano Birmania.  E’ in quest’area, che si estende lungo il bacino dell’Ayeyarwaddy fino a Mytkyina, che si è sempre decisa la politica dell’intero Myanmar. E sono sempre stati politici di etnia bamar, o birmana, a dettare le sorti di una nazione formata da 135 entità etniche differenti. I bamar, a cui appartiene anche Aung San Suu Kyi, e che rappresentano il 68% della popolazione del Myanmar, hanno sempre negato una rappresentanza significativa alle minoranze culturali e linguistiche. Neppure Aung San, eroe nazionale e padre della stessa Suu Kyi, si è mai mostrato accondiscendente con la periferia della nazione, trattando i gruppi etnici con il pugno di ferro e negando loro ogni autonomia. La fase di apertura democratica avvenuta nel paese, è stata quella più semplice, perché interessava un  solo gruppo etnico. Ora occorre estendere il pluralismo all’esterno della regione birmana. Ed è qui il passo più difficile che dovrà compiere Thein Sein. L’influenza di Aung San Suu Kyi potrà facilitare solo in parte il compito del gabinetto di Nay Pyi Taw. La Lady, infatti, nelle zone periferiche del Myanmar non è popolare come lo è nella regione etnica a cui appartiene. Shan, Chin, Kin, Wa, Rakhine, Mon, gelosi della propria autonomia, continuano a mantenere propri eserciti e diffidano anche della bamar Suu Kyi. Lo dimostrano gli scontri che qualche settimana sono scoppiati proprio nel Rakhine, la zona a maggioranza musulmana al confine con il Bangladesh dove, dal 10 giugno, è stata dichiarato lo stato di emergenza. L’indebolimento del potere centrale e l’allentamento della morsa dei militari, ha indotto la comunità musulmana a ribellarsi contro quella buddhista sostenuta dai generali birmani. Come molti altri gruppi etnici del Myanmar, ai Rakhine è negata la cittadinanza birmana e, spesso, anche la possibilità di pregare nelle moschee. La posizione di Thein Sein si fa sempre più delicata perché  accontentare le istanze di questi popoli significherebbe, coinvolgere anche la politica etnica dei paesi limitrofi come Cina, Thailandia, Laos, India e, in esteso, anche Vietnam. Tutte nazioni, queste, che hanno enormi problemi di convivenza e di diritti umani con le popolazioni montane. Ecco perché ora, dopo tanti slogans e promesse, anche la Lega Nazionale per la Democrazia si troverà costretta a ritirare certe prese di posizione “liberali” assunte nel passato. Spiace dirlo, ma l’unica organizzazione transnazionale capace di avere una rappresentanza su tutto il territorio è il Tatmadaw, l’esercito. Anche Aung San Suu Kyi sa che senza il Tatmadaw non può esistere il Myanmar, ed è per questo che, specialmente negli ultimi mesi, ha smorzato i toni contro i militari e la stessa Cina, accettando di entrare a far parte di un parlamento retto da una costituzione da lei stessa criticata perché garantisce che il 25% dei seggi venga assegnato ai militari. La strada verso la democrazia in Myanmar è sicuramente a buon punto, ma è giunta ad una svolta. Perché possa procedere, ora occorre inoltrarsi oltre i confini etnici. Ed è qui che il gioco si farà duro. Anche per Aung San Suu Kyi.

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Aung San Suu Kyi in Europa dopo 24 anni (14 giugno 2012)


Aung San Suu Kyi è atterrata in Svizzera ieri (13 giugno) inaugurando un tour europeo che la porterà anche in Norvegia, Gran Bretagna, Irlanda e Francia. A parte la recente visita in Thailandia, è la prima volta in 24 anni che la leader dell’opposizione birmana può uscire dal paese senza che i militari le possano impedire di rientrare. Dopo la Svizzera, dove tra oggi (14 giugno) e domani parteciperà alla conferenza dell’ILO (International Labour Organization) e visiterà il Parlamento elvetico a Berna, Suu Kyi andrà ad Oslo, luogo in cui si consumerà la parte più rilevante del viaggio. Sarà nella sala comunale della capitale scandinava che il 16 giugno le verrà consegnato, a 21 anni di distanza, il premio Nobel assegnatole nel 1991. Da Oslo, Aung San Suu Kyi volerà a Bergen, sede dell’associazione Rafto, l’organizzazione per i diritti umani che nel 1990 le aveva conferito l’omonimo premio. La successiva tappa britannica alternerà gli incontri politici presso le Camere del parlamento a momenti di ricongiungimento famigliare. I figli Alexander e Kim festeggeranno con la madre il suo sessantasettesimo compleanno il 19 giugno ad Oxford, città in cui ha vissuto a lungo con il marito, il tibetologo Michael Aris, morto nel 1999. A Dublino Aung San Suu Kyi riceverà da Bono il premio Amnesty International, per poi affrontare l’ultima tappa del viaggio: la Francia. Qui la premio Nobel per la pace incontrerà il neopresidente francese François Hollande. L’intenso programma è finalizzato in principal modo a rinsaldare i legami con la comunità birmana in Europa, ma anche a stringere alleanze politiche al massimo livello. Suu Kyi, infatti, ha bisogno di appoggi internazionali in questa delicata fase di transizione per sostenere il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, quando questo, partecipando all’attività politica della nazione, dovrà fare scelte impopolari. Dopo aver chiesto la fine dell’embargo economico e aver invitato gli imprenditori ad investire in Myanmar, ha avvertito le democrazie occidentali che il processo di democratizzazione in atto nel suo paese dal 2010, potrebbe essere deragliato dagli elementi più conservatori dell’apparato militare. Al tempo stesso non deve frustrare le ambizioni dei generali birmani, di cui ha bisogno per non lasciare che i violenti conflitti etnici dividano la nazione. L’indebolimento delle Forze Armate birmane rischia, infatti, di catalizzare le istanze di secessione di molte delle 135 etnie che compongono il mosaico demografico del Myanmar. Ultime, in ordine di tempo, sono le manifestazioni di protesta delle comunità musulmane contro i buddisti, che hanno costretto il governo di Thein Sein a decretare lo stato di emergenza nello stato del Rakhine, al confine con il Bangladesh. Se Aung San Suu Kyi sarà chiamata a pronunciarsi su queste rivolte, dovrà sfoderare tutta la sua diplomazia per non urtare la suscettibilità dei buddisti birmani, da una parte, o delle organizzazioni dei diritti umani, dall’altra.
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Oslo si prepara a ricevere Aung San Suu Kyi


La nebbia risale lungo Aker Brygge, il quartiere di Oslo che si affaccia sul porto cittadino. Addentrarsi in questa foschia che tutto avvolge, riporta alla mente la storia di questa città. La bruma del tempo offusca i natali di Oslo: nessuna data precisa puntella l’inizio della sua origine, nessuno studio etimologico fissa il significato del nome. Persino l’anno in cui divenne capitale della Norvegia, è motivo di dibattito: per alcuni è il “Syttende Mai”, il 17 maggio 1814, giorno in cui, dopo la secessione dalla Danimarca, venne emanata la costituzione. Ma lo scettro regale passò solo di mano senza fermarsi ad Oslo: dai danesi scivolò agli svedesi, per cui la capitale dell’impero continuò a restare fuori dai confini nazionali. Per altri, invece, la data dell’investitura di Oslo come capitale della Norvegia, è il 1905, anno in cui la nazione si staccò dalla Svezia per divenire uno stato finalmente indipendente. La nemesi definitiva avvenne nel 1925 quando la città abbandonò il nome di Christiania affibbiatole dal re danese Cristiano IV nel lontano 1624, per riprendere quello originario, Oslo. Quattro secoli di occupazione straniera non avevano certo favorito lo sviluppo della città, così all’indomani dell’indipendenza la capitale della Norvegia rischiava di sfigurare di fronte alla regalità di Stoccolma, alla bellezza trasgressiva di Copenhagen o all’elegante neoclassicità di Helsinki. La Oslo degli anni Sessanta, era ancora la città angosciante descritta da Munch sul finire del XIX secolo e dal cui sentimento nacque il celebre “Urlo”: “Camminavo con due amici; quando il sole cominciò a tramontare il cielo si tinse improvvisamente di rosso sangue. Mi fermai esausto, sporgendomi sulla balaustra. Sopra il fiordo blu scuro e la città, c’erano lingue di fuoco e di sangue mentre i miei amici continuavano a camminare; restai là, tremando di ansia e sentii un urlo infinito passare attraverso la natura”. Il lavoro di recupero architettonico voluto dall’amministrazione comunale a partire dagli anni Ottanta, ha però contribuito a cambiare completamente il volto della città. Sebbene Oslo non possa competere con le altri capitali scandinave sul piano dell’interesse storico, il genio degli architetti e degli urbanisti norvegesi qui si è espresso al meglio, ridando slancio al turismo. I contrasti storici, anziché disturbare, sono valorizzati così da formare una sorta di simbiosi. E’ il caso della fortezza Akershus, uno dei pochi lasciti medioevali di Oslo, che domina il modernissimo quartiere Aker Brygge, ricavato dalla parte industriale Ottocentesca della città. I coinvolgenti e variegati musei, primo fra tutti quello delle navi vichinghe, il parco delle sculture di Vigeland, e la magnifica Opera House garantiscono un livello culturale di tutto rispetto accompagnato da una delicata gradevolezza fotografica. Ma ciò di cui Oslo può andar veramente fiera, è il fatto di essere una città ospitale e multiculturale. Qui convivono una ventina di nazionalità differenti, qui hanno avuto luogo alcuni dei più importanti incontri internazionali che hanno contribuito a smussare attriti e conflitti. Una caratteristica che neppure Anders Breivik, l’attentatore che nel 2011 ha seminato morte e sgomento in tutta la Norvegia, è riuscito ad intaccare. E non è certo un caso che dal 1901 la capitale norvegese sia sede del più importante riconoscimento alla pace: il Premio Nobel. Non tutti i vincitori si sono dimostrati all’altezza dell’onore ricevuto, ma il 16 di giugno, Oslo attende con trepidazione una figura che questo premio lo ha veramente meritato e sofferto sulla propria pelle: Aung San Suu Kyi, libera, finalmente, di ricevere un premio che le era stato assegnato nel 1991, ma che il regime militare birmano non le aveva mai permesso di ritirare di persona.

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Myanmar: Aung San Suu Kyi liberata (14 novembre 2010)


La liberazione di Aung San Suu Kyi, salutata da migliaia di suoi sostenitori, apre un nuovo capitolo nella politica birmana. Nella sua prima conferenza stampa, Suu Kyi ha cercato di ribadire i suoi concetti ideologici che hanno creato le fondamenta del movimento democratico, ma ha anche mostrato segni di ammorbidimento su piu’ fronti che ad alcuni suoi sostenitori non sono piaciuti. Parlando di riconciliazione nazionale, la Lady ha espresso il desiderio di incontrare Than Shwe, il numero uno dei militari e burattinaio della politica dittatoriale birmana. Gia’ in passato (nel 1994 e nel 2002), Aung San Suu Kyi e Than Shwe avevano dialogato, ma in entrambe i casi il generale non era ancora l’indiscusso capo dei vertici militari. Occorrera’ inoltre attendere se, come alcuni analisti affermano, il nuovo gioveno prevedera’ un diverso assetto politico dei militari, assegnando a Than Shwe e Maung Aye posti puramente onorifici per terminare in tranquillita’ la loro vecchiaia. “Dialogare con Than Shwe? Come puo’ Aung San Suu Kyi solo pensare che si possa parlare seriamente con un uomo simile?” mi dice Htet Thaung, impiegata presso un centro linguistico privato.

Anche il commento nei confronti della Cina, di cui, secondo Suu Kyi  ”non c’e’ alcuna evidenza che stia derubando di risorse naturali il Paese”  ha deluso e sorpreso i suoi aficionados. La Cina e’ da sempre considerato il principale sostenitore dei generali birmani. Aung San Suu Kyi ha comunque voluto lanciare un intelligente segnale di riappacificazione verso Pechino. Sa benissimo che, piu’ che ai movimenti occidentali, il governo birmano e’ molto piu’ attento ai consigli della Cina e dell’India. La Signora ha quindi cominciato gia’ dalle prime ore dopo il suo rilascio a rilanciare il suo nuovo lifting politico. La sua intransigenza, infatti, aveva fatto perdere troppi pezzi al suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia e sempre da piu’ parti si erano levate voci di insofferenza verso una ledership che non lasciava alcuno sbocco al movimento. “Ho visto un’altra Aung San Suu Kyi”  spiega Kaung Myat Moung, ventenne militante dell’LND, “Il suo aspetto e’ invecchiato parecchio, ma anche il suo modo di parlare alla gente, e i suoi progetti politici sembrano mutati. L’Aung san Suu Kyi di oggi, sembra piu’ realistica, meno utopista. E’ questa la leader che vogliamo.”

Una delle prime mosse che deve fare Aung San Suu Kyi e’ quella di ricucire i vari rami politici fuoriusciti in questi anni dalla Lega Nazionale per la Democrazia. Il National Democratic Force, il partito presentatosi alle elezioni nonostante la dirigenza della Lega avesse deciso di non partecipare, ha guadagnato 16 seggi al parlamento. Bisognera’ vedere se le due forze democratiche, assieme agli altri movimenti antigiunta, coopereranno e fino a che punto. E’ sintomatico, comunque, che Aung San Suu Kyi non abbia ancora ribadito ufficialmente la volonta’ di investigare sui brogli elettorali perpetrati durante le recent elezioni dalla Commissione Elettorale filogovernativa. Infine, Suu Kyi ha espresso la volonta’ di indire una Conferenza Panglong II, seguendo quella fatta da suo padre nel 1947 per verificare le istanze etniche e cercare di raggiungere una soluzione pacifica di un conflitto che dura ormai da piu’ di sessant’anni. Le varie leadership etniche hanno accolto la proposta con freddezza: “Pagalong e’ stata un tragico disastro per noi. Non vogliamo ripeterla. Se questo e’ l’atteggiamento di Aung San Suu Kyi verso le nostre richieste, diciamo subito di no.” spiega per telefono un rappresentante dell’etnia Kachin, che ha pronto sul piede di guerra un esercito di 8.000 soldati armati.

 
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Myanmar e Aung San Suu Kyi: intervista a Bono (4 novembre 2007)


Paul Hewson, in arte Bono, sorride accanto alla fotografia di Aung San Suu Kyi. Lui, che nel 2000 ha dedicato all’eroina della lotta birmana la canzone Walk On, ha seguito con trepidazione tutte le fasi delle manifestazioni dei monaci buddisti svoltesi nel Paese asiatico. Lo abbiamo intervistato proprio mentre Beaudee Zawmin, esponente del governo birmano in esilio, riceveva il Premio per la Pace a Milano.

-Lei ha sempre seguito da vicino la vicenda birmana dedicando una canzone a Aung San Suu Kyi. Cosa l’ha indotta a seguire la vicenda birmana: il dramma di un popolo o il coraggio di una donna come Aung San Suu Kyi?-

-Nessuno mi ha mai posto questa domanda e devo ammettere che mi è difficile rispondere. Potrei dire: “entrambe le cose”, ma so che non mi crederesti. Indubbiamente la figura di Aung San Suu Kyi esprime un grande fascino per chi si batte per la giustizia. Forse la “Lady” è stata il tramite per farmi avvicinare ancor più al dramma del popolo birmano.-

-Non tutti i popoli possono avere una figura carismatica e rispettata internazionalmente come Aung San Suu Kyi; una personaggio che convogli l’attenzione del mondo sul dramma che stanno vivendo. Cosa fare affinché anche le altre masse oppresse possano godere dell’interesse della comunità mondiale?-

-E’ vero. I birmani hanno Aung San Suu Kyi, i tibetani il Dalai Lama, i sudafricani Mandela. E’ importante mantenere viva l’attenzione anche per le aree dimenticate, come il Sudan, l’Etiopia. In tutti i Paesi ci sono organizzazioni che possiamo aiutare. Penso ai missionari, ai volontari, ai ricercatori. Ogni singola persona può premere sul proprio governo affinché si adoperi per favorire politiche di vero sviluppo.-

-Cosa ha pensato quando ha visto i serpentoni arancioni sfilare lungo le vie di Yangon?-

-Mi sono commosso. Ho pregato, pregato tantissimo. Sono cristiano, ma di fronte alla fame di giustizia e alla sete di libertà, siamo tutti uniti. Sono questi i valori che uniscono l’umanità.-

-Pensa che il boicottaggio sia utile per la risoluzione del problema della Birmania?-

-Penso che possa contribuire alla risoluzione mostrando ai militari che il mondo non è con loro. Tu, a differenza di me, sei stato più volte in Birmania, hai incontrato Aung San Suu Kyi. E’ importante far sentire ai birmani e ai monaci che non sono dimenticati.

-“Avresti potuto andare via, un canarino in una gabbia aperta che volerà solo per la libertà”. Sono versi molto belli di Walk On, che lei ha scritto per Aung San Suu Kyi. Glieli ha mai fatti sentire?-

-Non personalmente. So che lei ha ascoltato la canzone e, a quanto mi è stato detto, le è piaciuta. Mi piacerebbe cantarla con lei presente. Ma fino a che il Birmania resterà un’enorme prigione per milioni di persone, sono sicuro che lei preferirà condividere il dolore del suo popolo restando in quella gabbia aperta.-
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Myanmar: chi libererà Aung San Suu Kyi (giugno 2007)


Chi libererà Aung San Suu Kyi? In Europa e nel mondo esistono diversi movimenti che si occupano di informare l’opinione pubblica della situazione birmana e di non far dimenticare ai governi ciò che sta accadendo nel paese asiatico. Ma, oltre a queste organizzazioni più o meno volontarie, che influenza hanno i politici su Pyinmana (la nuova capitale del Myanmar)? Neppure i cinquantanove Capi di Stato firmatari della lettera che chiedeva alla giunta di liberare Aung San Suu Kyi, sono riusciti a convincere Than Shwe ad aprire il cancello del numero 54 di University Avenue.

Non che le firme apposte in calce all’appello rappresentassero la purezza, l’onestà e l’incorruttibilità della politica mondiale. Kim Dae Jung, Junichiro Koizumi, Mahatir Mohammad, sono stati a capo di nazioni che con la giunta birmana hanno concluso e continuano a concludere lucrosi affari, alla faccia del boicottaggio totale invocato da Suu. Benazir Bhutto è stata campione di nepotismo e corruzione in Pakistan e chiaro è il suo tentativo di sillogismo nel farsi passare come la Aung San Suu Kyi pakistana e rientrare in politica. Infine, George Bush non si può certo definire un fulgido esempio di pace e democrazia.

Ma anche in casa nostra, la classe politica non si distingue per la percezione del problema Myanmar. Lo ha dimostrato ultimamente il buon Raffaele Bonanni, Segretario Generale della CISL, il quale, durante il comizio del Primo Maggio a Torino, ha inveito contro la brutale giunta militare birmana, presentando una Aung San Suu Kyi al maschile, sindacalista (sic!) e pronunciando il nome Kyi con la c dura (“chi” anziché “ci”). Difficile, di fronte ad una sfilza di errori così grossolani e racchiusi in poche frasi, pensare ad una deprecabile coincidenza. Del resto, nessuno in platea sembra essersene accorto (ma quanti sapevano esattamente di chi si stava parlando?). I militari sanno quanto difficile sia offrire al mondo una facciata accettabile del loro regime, ma sono anche a conoscenza del fatto che il frinio delle cicale sovrasta l’esemplare lavoro silenzioso delle formiche. Saranno loro, alla fine, e non la politica, a salvare Aung San Suu Kyi.


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Myanmar: ASSK forse verrà liberata oggi (13 novembre 2010) II


Archiviate le elezioni caratterizzate da un'astensionismo che sa tanto di protesta antivogernativa, tutto il Myanmar ora guarda all'annunciata liberazione di Aung San Suu Kyi. Se la promessa dei militari verra' mantenuta, la Lady birmana dovrebbe terminare la sua pena agli arresti domiciliari il 13 novembre. Il suo avvocato, Nyan Win, anche portavoce della Lega Nazionale per la Democrazia, ha gia' fatto sapere che la leader del movimento democratico rifiutera' ogni limitazione alla propria liberta' di movimento e di espressione. "Il rilascio deve essere incondizionato, perché lei non accetterebbe una libertà limitata. Non l'ha mai accettata in passato" ha detto Nyan Win. Difficile, a questo punto, prevedere cosa accadra': la giunta militare cerchera' di evitare che il Premio Nobel per la Pace se ne vada in giro per il Paese a incitare una popolazione in gran parte a lei favorevole, a ribellarsi al regime dispotico di Than Shwe e Company. Certo e' che la liberazione della Signora, potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella vita politica del Myanmar. La generazione piu' giovane ed aperta dei militari vede la partecipazione di Aung San Suu Kyi piu' come un'opportunita' piuttosto che come una minaccia, come sino ad oggi e' sempre stata considerata. "La via alla democrazia e' oramai avviata" mi conferma un militare aperto e moderato, che vede con simpatia il coinvolgimento di quadri democratici nel governo che verra' costituito dal Parlamento. Bisognera' pero' vedere se e quando Than Shwe si alzera' dal suo scranno dorato e chi lo occupera' al suo posto.  Del resto, il rilascio di Suu Kyi servirebbe alla giunta birmana per mostrare a tutto il mondo che la via della democrazia iniziata con la nuova Costituzione del 2008 e proseguita con le elezioni di settimana scorsa, continua senza inceppamenti. La liberazione di Aung San Suu Kyi sarebbe compresa nel "pacchetto" di riforme richiesto da Obama affinche' vengano tolte anche le ultime sanzioni rimaste ai danni del regime birmano. La Cina potrebbe a questo punto obiettare perche' un Myanmar isolato economicamente e emarginato politicamente avvicinerebbe una nazione ricchissima di fonti energetiche e di gas naturale, a Pechino. Il moloch economico cinese per continuare a crescere ai ritmi attuali ha assoluta necessita' di ingoiare energia che da solo non possiede. Ecco quindi il forte interesse per il Myanmar: miliardi di dollari delle compagnie petrolifere cinesi stanno confluendo nele casse del governo. Ma anche l'India sta cercando di accaparrarsi la propria fetta di torta. L'ambigua politica di Nuova Delhi, in bilico tra l'appoggio al regime militare e al movimento democratico di Aung San Suu Kyi, dovrebbe servire all'India a essere pronta verso qualunque situazione vada il futuro del Paese. Nel frattempo a Yangon e in tutta la regione abitata dai Bamar, la Birmania propriamente detta - da non confondersi con il Myanmar, che comprende tutte le 135 etnie che compongono la nazione - la liberazione di Suu Kyi predomina ormai in ogni conversazione privata. "Con Aung San Suu Kyi libera finalmente anche noi potremo avere una guida politica." afferma una studentessa universitaria che, pur votando Myanmar Democratic Force alle elezioni del 7 novembre, si dice pronta a seguire la sua icona ideologica. Se i Bamar guardano con interesse e ottimismo gli eventi dei prossimi giorni, differente e' la situazione negli stati etnici periferici, dove Aung San Suu Kyi e' vista solo un'altra alternativa al governo dispotico dei Bamar su ogni altra etnia. "Un governo con Aung San Suu Kyi al potere non sarebbe molto differente da quello che stiamo combattendo ora" ha detto per telefono un leader dell'etnia Mon, attualmente impegnata in combattimenti con l'esercito birmano. "Non concedera' molto piu' di quello che abbiamo ottenuto con Than Shwe" e' il commento di uno dei comandanti dell'esercito Wa, uno dei piu' agguerriti ed ideologizzati di tutto il Myanmar, un tempo base del Partito Comunista Birmano ed appoggiato dalla Cina Popolare. La liberazione di Aung San Suu Kyi potra' sicuramente essere salutata con un'ovazione da tutto il mondo, ma non risolvera' di certo i problemi dei 55 milioni di birmani. Per questo ci vorranno decenni di "riabilitazione" al senso della democrazia; una qualita' che non si ottiene solo a parole. Se, come tutti sperano ma pochi credono, il Premio Nobel per la Pace avra' la possibilita' di partecipare attivamente alla vita politica del paese, sicuramente un primo passo potra' dirsi completato. Ma un primo passo non porta mai al traguardo. Per raggiungerlo, occorre che ne seguano altri.

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Myanmar: Aung San Suu Kyi forse liberata oggi (13 novembre 2010)


A sette anni dalla sua ultima detenzione, Aung San Suu Kyi potrebbe venire liberata oggi. Le notizie che perforano con fatica il muro di censura costruito dalla giunta militare sono spesso contraddittorie. Da parte del governo, non c'e' nessuna conferma della liberazione, anzi: la Corte Suprema birmana ha negato il ricorso in appello presentato di legali della Lady, reiterando i suoi arresti domiciliari. E' molto probabile che se Than Shwe firmera' l'atto di rilascio, questo verra' pubblicato solo a liberazione avvenuta, per evitare assembramenti popolari e manifestazioni di giubilo imbarazzanti per la Giunta. Nyan Win, portavoce della Lega Nazionale per la Democrazia ed anche avvocato di Suu Kyi, ha recentemente fatto sapere che la sua assistita rifiutera' il rilascio se la sua questo dovesse essere condizionato a limitazioni politiche e di movimento all'interno della nazione. Nonostante questo, nella sede di Yangon dell'LND si e' riassettato l'ufficio che dovrebbe ospitare il Segretario Generale, rispolverandone le gigantografie, illegali in tutto il resto del Paese. Nel frattempo l'intera citta' di Yangon e' divenuta un fortino blindatissimo: le uniche zone in cui e' possibile passeggiare senza problemi sono quelle turistiche attorno alla Sule Pagoda, al mercato Bogyoke Aung San e alla Shwedagon. Le stazioni di treni e bus sono sorvegliate da militari in assetto antisomossa e a tutti i passeggeri vengono richiesti documenti che sono controllati con molta piu' minuzia e severita' rispetto al normale. La University Avenue, forse la strada piu' famosa della citta', dove sorge la villa in cui e' rinchiusa dal 2003 la leader del movimento democratico birmano, e' vietata al traffico e nessuno, se non munito di permesso speciale, puo' avvicinarsi.
L'ambasciata statunitense, un enorme edificio moderno da poco costruito a poche centinaia di metri dalla residenza di Aung San Suu Kyi, e' raggiungibile solo per gli stranieri. La militarizzazione di Yangon, rafforzata ancor piu' in questo frangente rispetto alle elezioni di una settimana fa, e' il segno tangibile di quanto Than Shwe tema la Signora, figlia dell'eroe  nazione Aung San, fondatore di quell'esercito birmano di cui Than Shwe  oggi e' a capo. Aung San Suu Kyi non si e' mai fatta imbavagliare, cosa piu' unica che rara in questo regime dove pronunciare solo le parole democrazia, pace, giustizia, e' considerato un grave affronto al governo.
Durante un'omelia in una chiesa cattolica, il sacerdote officiante la messa ha parlato di "Justice and Peace", giustizia e pace, il motto scelto dalla chiesa birmana per promuovere il suo impegno sociale: immediatamente dopo e' stato convocato presso l'ufficio locale di polizia per spiegare il motivo di quelle parole: "Forse che in Myanmar non vi sia giustizia?" gli e' stato chiesto. Immaginiamoci allora cosa succederebbe se una leader del calibro di Aung San Suu Kyi, rispettata a livello internazionale, dovesse iniziare a parlare dei temi a lei sempre cari. Lei, ha gia' comunque fatto sapere che, nel caso fosse liberata, l'impegno prioritario che si prenderebbe sarebbe quello di raccogliere prove per mostrare al mondo intero l'immane imbroglio elettorale orchestrato dalla giunta militare nelle ultime consultazioni.
Se le elezioni, come hanno fatto notare i membri dell'ASEAN, sono un passo concreto verso il ristabilimento della democrazia in Myanmar, le continue ritrattazioni della Commissione Elettorale sui candidati risultati prima vincitori e poi inspiegabilmente bocciati a favore dei colleghi del partito filo-militare, hanno mostrato quanto delicato sia ancora il senso di democrazia nella nazione. Aung San Suu Kyi ha anche fatto sapere ai militari di non avere alcuna intenzione di trasformarsi in una marionetta da offrire al mondo per dimostrare che il processo democratico proceda senza intoppi. "La sua liberta' di azione, di movimento e di parola deve essere totale" ha fatto sapere Nyan Win, "in caso contrario rifiutera' il rilascio". Liberta' di movimento significa che intere masse di birmani si mobiliteranno in quasi tutto il paese per ascoltare direttamente dalla sua voce, il programma che questa minuta donna di 65 anni ha in mente per il proprio popolo. Le migliaia di persone che si assiepavano attorno ai palchi improvvisati per ospitare Suu Kyi, erano uno schiaffo morale e politico per l'intera giunta birmana che rischia di ripetersi. "Non so se l'orgoglio di Than Shwe accettera' un'umiliazione cosi' profonda di fronte a tutto il mondo" afferma una giornalista indipendente birmana.
L'anonimato dietro cui vogliono celarsi la quasi totalita' delle persone che esprimono la propria opinione, la dice lunga sulla cappa di paura che opprime il Myanmar. Oltre ad Aung San Suu Kyi, infatti, vi sono piu' di duemila prigionieri politici che languono nelle prigioni statali e la Lady ha sempre affermato che i suoi arresti domiciliari sono in realta' una prigione dorata rispetto a cio' che devono sopportare altri suoi amici e colleghi incarcerati. Ma l'eventuale apertura dei cancelli del numero 54 di University Avenue, non sara' solo fonte di festa. Il lavoro politico cui sara' chiamata assolvere Aung San Suu Kyi, sara' improbo. Oltre al restauro della democrazia, bisognera' fare i conti con le divisioni all'interno della Lega, evidenti con le frange scissioniste che hanno  deciso di partecipare comunque alle elezioni trasgredendo i consigli del Comitato Centrale. Inoltre le nuove leve cominciano a chiedersi cosa abbia portato sino ad oggi il "muro contro muro". Molti ricordano ancora l'errore commesso da Aung San Suu Kyi nel 2003, quando venne interrotto il dialogo con l'unico militare aperto al dialogo, Khin Nyunt. Da quella rottura ebbero tutti a perdere: Khin Nyunt che venne arrestato da Than Shwe, Aung San Suu Kyi che torno' agli arresti domiciliari, il movimento democratico che comincio' a spaccarsi e il popolo birmano che torno' a vedersi governato da una triade ottusa e insofferente ai suoi bisogni. Infine, Aung San Suu Kyi sara' chiamata a ritessere i legami con le minoranze etniche, in gran parte insofferenti verso ogni leader birmano, Suu Kyi inclusa. I conflitti in atto in questi giorni lungo il confine thailnadense e quelli del Kokang nel 2009, hanno messo in evidenza che gli stati etnici, con i loro eserciti privati e le loro economie autonome, non accetteranno mai alcuna imposizione dal governo centrale. Il Myanmar, e questo il Premio Nobel per la Pace lo sa, non potra' mai fare a meno dei militari per continuare a sopravvivere.
Il compito di Aung San Suu Kyi sara' proprio quello di costruire un nuovo assetto in cui militari e civili possano cooperare assieme.
E questo non si sa quanto possa essere accettato dai 55 milioni di birmani.
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Myanmar: Aung San Suu Kyi e i militari (giugno 2007)


Il prolungamento degli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, confermato il 25 maggio scorso, non è stato certo una sorpresa e i militari sanno fin troppo bene che la ola di indignazione mondiale che ha seguito la notizia, scemerà altrettanto velocemente. Tutto è caduco, tutto muta e ciò che oggi è, domani non sarà. E’ una delle leggi del buddismo e questa regola, aggiunta alle altre del dharma, ha contribuito a modellare la politica di tutte le forze del Paese, sia militari che dell’opposizione. Bisogna partire da queste basi per poter comprendere il comportamento, per noi incomprensibile, del governo del Myanmar e del perché un popolo sottomesso e impoverito che, per il 60%, nel 1990 aveva votato per l’NLD di Suu, non si sia ribellato quando i militari hanno annullato le elezioni. Il dukkha, schematicamente tradotto in “dolore”, l’ingrediente principale che edifica la vita di questo mondo secondo la filosofia buddista, consente al birmano di accettare con rassegnazione e ineluttabilità tutto quanto gli viene imposto dall’alto. Sarà nella prossima rinascita che raccoglierà i frutti di questa sua passività non violenta. E’ per questo che le lotte per l’autodeterminazione e l’indipendenza che ancora oggi affliggono parti del Paese, sono per lo più condotte da popolazioni di fede animista, cristiana o islamica. Non è, inoltre, un caso che i movimenti di ribellione birmani siano stati fondati e coordinati da due personaggi la cui formazione intellettuale è stata influenzata da idee occidentali: Aung San e la figlia, Aung San Suu Kyi, appunto. E’ questo sincretismo culturale che noi occidentali non riusciamo a comprendere appieno. Per noi, Suu è soprattutto il Premio Nobel per la Pace, la donna che vuole portare la democrazia in Birmania. Qui, in questa parte d’Asia, invece, è conosciuta come la figlia dell’eroe nazionale Aung San, il generale stratega, intellettuale, che con la sua politica donò al Paese l’indipendenza. Ed è proprio quest’ultima pesante eredità storica che ha fatto di Aung San Suu Kyi una delle spine nel fianco del regime birmano. Le accuse che dal 1988, anno in cui l’allora quarantatreenne Suu rientrò da Oxford per accudire la madre morente, i militari le hanno lanciato, si sono focalizzate sulla presunta estraneità al tessuto sociale e culturale birmano.

«Aung San Suu Kyi ha vissuto all’estero dall’età di 15 anni, ha frequentato scuole delle elite occidentali, ha sposato un inglese. Cosa ne può sapere di ciò che è bene o male per il popolo?» mi ha detto alla fine degli anni 90, un alto ufficiale della giunta. Da allora la visione che il governo nutre di questa donna, non è mutata. Eppure, viaggiando in questo Paese che dal 1989, in nome di un ripescaggio culturale anticolonialista e antioccidentale, non si chiama più Birmania, ma Myanmar, la visione della politica sta mutando. Certo, per scoprirlo occorre scavare, grattare la patina di intonaco mentale che 45 anni di oppressione e dittatura hanno cementato e annichilito la volontà di lottare dei birmani. Ma loro, i birmani, hanno voglia di parlare, di esprimere le loro idee. E a microfoni spenti, a bassa voce, al chiuso di una stanza per essere sicuri di non essere spiati, si sfogano. Ahh, sì… e come si sfogano! Basta saperli ascoltare anche se non sempre ciò che dicono non è esattamente quello che ci aspetteremmo di sentire. No, come in Afghanistan, in Iran, in Iraq, anche in Myanmar i buoni non sempre sono buoni e i cattivi non sempre sono così cattivi. Il quadro è più complicato visto che molti, specie tra gli intellettuali e gli stranieri che lavorano nelle NGO, hanno parole per criticare tutti: militari, NLD, socialisti, comunisti…

«Conosco alcuni militanti locali dell’NLD e non mi sentirei di esultare se andassero al potere al posto dei militari» confida uno studente facente parte di un movimento militante di sinistra. «L’NLD? E’ la nostra unica speranza, ma senza l’aiuto dell’Occidente 55 milioni di birmani sono ostaggio della giunta» controbatte un altro studente apertamente a favore della Lega Nazionale per la Democrazia.

E in questo mitragliare tutto e tutti, solo Lei si salva: la Daw o la Lady, come è stata soprannominata per evitare di pronunciare un nome che potrebbe “incuriosire” qualcuna delle 30 o 50.000 spie prezzolate disseminate ovunque. «Aung San Suu Kyi è isolata, nella sua casa di Yangon non conosce la realtà della nazione e deve fidarsi di ciò che le viene riferito dai suoi compagni di partito- afferma un volontario straniero che lavora in Birmania da diversi anni, «Lei è la pura del partito, la faccia onesta che viene mostrata al mondo, ma il partito, i suoi dirigenti, non sono diversi dai militari e una volta conquistato il potere, Suu potrebbe far la fine che fece Sihanouk in Cambogia durante il regime dei Khmer Rossi». Quale futuro quindi per il Myanmar, o Birmania? La giunta militare sa che il Paese deve cambiare; lo status quo non può durare a lungo e l’anno di prolungamento degli arresti di Suu potrebbe anche essere un periodo transitorio in attesa del cambio al vertice. Cambio che, ormai sempre più analisti considerano inevitabile, ma che tutti sperano lento per evitare di far precipitare del Paese nell’anarchia etnica. Oggi il Myanmar è unito solo perché c’è un entità – il Tatmadaw – che con la forza e il terrore riesce a contrastare le forze centrifughe del nazionalismo etnico. Than Shwe, il numero uno dell’SPDC, è malato e mostra segni di squilibrio mentale, ma riesce ancora a mantenere i suoi uomini chiave nei tre centri strategici del potere: il Comando Militare di Yangon, il Responsabile della Sicurezza di Yangon e il Comando Generale del Tatmadaw, le Forze Armate. La sua morte potrebbe riaprire la via della democrazia che il suo predecessore, Khin Nyunt, aveva inaugurato invitando la Lady al dialogo. «Daw è stata troppo intransigente» ha detto U Than Tun, espulso dall’NLD nel 1997 per essersi mostrato favorevole al dialogo con i militari. Forse era profeta in patria, visto che Kin Nyunt oggi è agli arresti domiciliari proprio per la sua apertura all’opposizione mentre l’ala dura dei militari ha ripreso il potere epurando tutti i moderati. Nel frattempo Maung Aye, Vice Presidente dell’SPDC e probabile successore di Than Shwe, sta facendo le sue prime mosse: la nuova costituzione, riscritta in modo da garantire ai militari un ruolo preminente nel futuro del Paese comunque vadano le cose, procede lentamente. Per riavvicinare il popolo al Tatmadaw e assicurarsi un esito favorevole al referendum costituzionale, a metà febbraio circa mille ufficiali di medio livello hanno avuto l’ordine di dimettersi da incarichi pubblici, lasciando il posto a civili comunque compiacenti. Il cambio sarebbe di facciata, ma potrebbe essere una prima mossa per una nuova stagione politica con un posto anche per Aung San Suu Kyi. Solo lei potrebbe garantire la sicurezza dei militari in caso di un cambio al vertice. E’ per il loro futuro che Suu è ancora in vita.


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