I suoi libri hanno commosso ed emozionato milioni di persone. Però, per molti di loro, questa commozione non si è trasformata verso in indignazione verso la politica che l’Occidente e le multinazionali attuano nei confronti del Terzo Mondo. Inoltre molti dei suoi lettori hanno sentimenti di intolleranza verso l’altro, verso il diverso. Come si può conciliare con Dominique Lapierre?
Io non ho nessun’altra pretesa che di raccontare una storia scaturita da una ricerca sul campo che può durare anche tre o quattro anni. Una storia veramente completa su un momento storico o su un avvenimento del nostro tempo come, ad esempio, la tragedia di Bhopal. Sta poi al lettore farsi l’opinione di quello che legge. Io credo che tutti i miei libri siano occasione di indignazione, ma non mi piace la gente che predica. Non sono un attivista, sono uno scrittore che apre il suo cuore sui grandi avvenimenti del suo tempo.
Il prossimo Social Forum si terrà in India. Quale problemi, prospettive, obiettivi può rappresentare questo Social Forum rispetto agli altri Social Forum che ci sono stati in precedenza?
Non lo sappiamo ora, ma è interessante che un grande Paese come l’India con un miliardo e cento milioni di uomini, la seconda nazione al mondo, può accogliere questo Forum. Nel subcontinente indiano ci sono molti problemi, ma l’India è un Paese che da alcuni anni sta conoscendo un progresso straordinario. Ma il mio problema, la mia inquietudine è che tutte le cose positive che possono arricchire una nazione, possono anche essere prodotte a scapito dei più poveri. L’India è un Paese dove ogni sera 400 milioni di abitanti si coricano per dormire con lo stomaco vuoto.
Essere poveri ed al tempo essere indipendenti è praticamente impossibile. Come fare per spezzare le catene della povertà, quindi rendere indipendente l’uomo e quale è la sfida che l’Occidente dovrà affrontare nel prossimo secolo?
Credo che la più grande sfida è quella di condividere maggiormente la sua ricchezza con i Paesi poveri senza che i più ricchi dei Paesi poveri diventino più ricchi e i più poveri sempre più poveri. Credo che abbiamo una generosità grande, ma il problema maggiore è di sapere come possiamo condividere, con quali strutture la distribuzione della nostra generosità. E per questo io ho una piccola organizzazione umanitaria dove lavoriamo in completa trasparenza e posso dire che riusciamo a condividere con i più poveri.
Cosa rappresenta il libro che lei ha appena pubblicato?
E’ stato per me un detonatore per tutta la mia vita. E’ un libro che racconta la scoperta magica del mondo di un ragazzo appena uscito dalla terribile guerra mondiale. In un’epoca in cui i giovani hanno la fortuna di beneficiare di tutti i vantaggi della globalizzazione, quando quasi tutti i ragazzi hanno nelle loro case una carta di credito o un cellulare per esplorare il mondo senza sforzo e senza pericolo, mi sembra sia stata una magnifica idea quella di presentare la mia scoperta del mondo all’età di 17 anni con una borsa di studio offerta dal Ministero della Pubblica Istruzione Francese. Trenta dollari, una somma misera. Un giorno del luglio del 1949 sono partito da Parigi per Nuova Orleans: solo, con trenta dollari per la conquista dell’America!
Lei afferma che questo viaggio è stato benedetto da Dio. Perché?
A New Orleans mi misi subito alla ricerca di un posto per guadagnare qualche dollaro per raggiungere la meta finale. Il Messico, dove volevo fare una ricerca sulla civiltà Atzeca. Trovai un convento di suore Dominicane che mi offrirono dei lavoretti. Fu in quel convento che bevvi per la prima volta una Coca Cola, ancora sconosciuta in Europa.
Quando ha scoperto di voler diventare scrittore?
La prima volta fu quando un gruppo di messicani mi presero sulla loro macchina mentre facevo autostop. Ritornavano da una festa notturna e quindi erano stanchi, mi offrirono il posto di guida e fu lì, lungo le strade sconfinate del Texas che, pensando ai miei compagni di classe che in quel preciso istante erano su qualche spiaggia del Sud della Francia con i loro genitori, che decisi di scoprire il mondo.
Dopo la pubblicazione del suo primo libro, Un dollaro mille chilometri, lei ha sposato Dominique. Chi era Dominique e chi è oggi?
Era una stilista di moda. Per il viaggio di nozze abbiamo fatto il giro del mondo senza un dollaro.
Fui il primo giornalista non comunista a poter attraversare l’URSS in macchina. Nel 1964 Larin Collins mi catapultò in un’avventura completamente nuova: quella di ricostruire grandi avvenimenti storici, come la liberazione di Parigi dall’occupazione nazista o la nascita dello stato di Israele. Alla fine della nostra inchiesta per raccontare la lotta del Mahatma Gandhi, ho avuto una rivelazione: ho capito che uno scrittore di grandi successi letterari non doveva essere solo un testimone, ma anche un attore, che poteva cambiare anche la vita degli eroi dei suoi libri. Un giorno del 1981 all’età di 50 anni sono andato con mia moglie a Calcutta per incontrare Madre Teresa e dare soldi per aiutare a salvare bambini lebbrosi. Madre Teresa ci presentò ad un inglese chiamato James Stevens, un uomo di 40 anni, ex imprenditore, che aveva cominciato a raccogliere bambini lebbrosi, affetti da TBC ossea e da altre malattie dovute alla malnutrizione e curarli. Bambini dalla pancia gonfia di vermi che raramente passavano l’età di 7-8 anni. Stevens aveva chiamato il suo rifugio “Resurrezione” e rappresentava un isola di felicità nel cuore della peggior miseria. Stevens trovava anche un lavoro a che, all’età di 16 anni usciva dal suo rifugio e in India per ogni lavoro trovato ci sono 20 persone salvate. Ma quando arrivammo a Calcutta Stevens aveva ormai terminato tutti i suoi soldi e “Resurrezione” minacciava di chiudere. Fummo tanto impressionati che non esitammo di dare a Stevens la somma che avevamo portato a Calcutta e gli facemmo anche una promessa stravagante: «Caro Stevens» gli dicemmo, «faremo in modo che lei non chiuderà mai il suo rifugio d’amore e di speranza». Questa promessa era solo l’inizio di una meravigliosa avventura umanitaria perché un giorno Stevens ci condusse in una bidonville dove aveva raccolto i suoi primi protetti. Questo quartiere portava il nome paradossale di Città della Gioia e più di 75.000 si ammassavano in questo luogo grande poco più di due campi di calcio e dove la speranza di vita media era meno di 40 anni, dove per 3.000 abitanti c’era solo una fontana d’acqua ed una latrina, dove i monsoni trasformavano in un lago di escrementi e pestilenza, infestato da topi e da scarafaggi. Insomma, era l’infermo sulla terra. Eppure in questo inferno vi trovai più gioia, più sorrisi, più feste che in molte metropoli del nostro ricco Occidente. Trovai gente che sapeva amare, gente che sapeva spartire con i più poveri di loro, gente che sapeva ringraziare Dio per il mio beneficio, insomma gente più grande della maledizione che li colpiva.
Dopo due anni di incontri straordinari scrissi un libro che intitolai con il nome del quartiere da cui avevo tratto il racconto: La Città della Gioia. Sin dall’inizio avevo deciso di offrire la metà dei miei diritti d’autore ai poveri di Calcutta. Volevo contribuire a cambiare anche molto modestamente le condizioni si vita al maggior numero possibile di questi esseri sfortunati.
© Piergiorgio Pescali
S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.
IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Bhopal: Intervista a Dominique Lapierre (Novembre 2004)
Dominique Lapierre, di recente in Italia per promuovere il suo libro Un dollaro mille chilometri, è uno degli scrittori più impegnati nell’aiuto agli emarginati dell’India. Amatissimo dal pubblico italiano (una delle navi dispensari in funzione nel delta del Gange si chiama Città di Lecco e Torino), le sue conferenze riscuotono sempre un grande successo di pubblico. Lapierre, rispondendo ad alcune nostre domande, ha espresso il suo parere sul futuro del paese che tanto ama: l’India.
I personaggi descritti nei suoi libri, hanno commosso ed emozionato milioni di persone. Però, per molti suoi lettori, questa commozione non si è trasformata in sdegno verso la politica che l’Occidente e le multinazionali attuano nei confronti del Terzo Mondo. Anche l’intolleranza verso il prossimo, portatore di diversi valori culturali e religiosi, sta aumentando. Come si può conciliare questa chiusura con la lettura appassionata e partecipata di Dominique Lapierre?
Io non ho altra pretesa che di raccontare una storia scaturita da una ricerca sul campo che può durare anche tre o quattro anni. I miei libri descrivono un racconto imperniato su un momento storico o su un avvenimento del nostro tempo come, ad esempio, è stata la tragedia di Bhopal. Sta poi al lettore farsi un’opinione di quello che legge. Io credo che tutti i miei libri siano occasione di indignazione, ma non sono un attivista, sono uno scrittore che apre il suo cuore sui grandi avvenimenti del suo tempo.
Il prossimo Social Forum si terrà in India. Quali nuovi problemi, prospettive, obiettivi potranno sorgere rispetto agli altri Social Forum che si sono svolti in precedenza?
E’ interessante che un grande Paese come l’India, popolato da un miliardo e cento milioni di uomini, la seconda nazione al mondo, accolga questo Forum. L’India è un Paese che da alcuni anni sta conoscendo un progresso straordinario, ma il mio problema, la mia inquietudine è che tutte le cose positive che possono arricchire una nazione, possono anche essere prodotte a scapito dei più poveri. L’India è un Paese dove, ancora oggi, ogni sera 400 milioni di abitanti si coricano per dormire con lo stomaco vuoto.
Essere poveri ed al tempo essere indipendenti è praticamente impossibile. Come fare per spezzare le catene della povertà, rendere indipendente l’uomo e quale è la sfida che l’Occidente dovrà affrontare nel prossimo secolo?
Credo che la più grande sfida sia quella di riuscire a condividere maggiormente la ricchezza accumulata in Occidente, con i Paesi poveri evitando che i più ricchi diventino sempre più ricchi e i più poveri sempre più poveri. Credo che noi occidentali abbiamo una grande generosità, ma il problema maggiore è creare strutture che riescano a distribuire equamente i prodotti di questa nostra generosità. La piccola organizzazione umanitaria che ho fondato, lavorando in completa trasparenza riesce a convogliare gli aiuti provenienti da Paesi ricchi, come l’Italia, verso i più poveri migliorando sensibilmente le loro condizioni di vita.
© Piergiorgio Pescali
I personaggi descritti nei suoi libri, hanno commosso ed emozionato milioni di persone. Però, per molti suoi lettori, questa commozione non si è trasformata in sdegno verso la politica che l’Occidente e le multinazionali attuano nei confronti del Terzo Mondo. Anche l’intolleranza verso il prossimo, portatore di diversi valori culturali e religiosi, sta aumentando. Come si può conciliare questa chiusura con la lettura appassionata e partecipata di Dominique Lapierre?
Io non ho altra pretesa che di raccontare una storia scaturita da una ricerca sul campo che può durare anche tre o quattro anni. I miei libri descrivono un racconto imperniato su un momento storico o su un avvenimento del nostro tempo come, ad esempio, è stata la tragedia di Bhopal. Sta poi al lettore farsi un’opinione di quello che legge. Io credo che tutti i miei libri siano occasione di indignazione, ma non sono un attivista, sono uno scrittore che apre il suo cuore sui grandi avvenimenti del suo tempo.
Il prossimo Social Forum si terrà in India. Quali nuovi problemi, prospettive, obiettivi potranno sorgere rispetto agli altri Social Forum che si sono svolti in precedenza?
E’ interessante che un grande Paese come l’India, popolato da un miliardo e cento milioni di uomini, la seconda nazione al mondo, accolga questo Forum. L’India è un Paese che da alcuni anni sta conoscendo un progresso straordinario, ma il mio problema, la mia inquietudine è che tutte le cose positive che possono arricchire una nazione, possono anche essere prodotte a scapito dei più poveri. L’India è un Paese dove, ancora oggi, ogni sera 400 milioni di abitanti si coricano per dormire con lo stomaco vuoto.
Essere poveri ed al tempo essere indipendenti è praticamente impossibile. Come fare per spezzare le catene della povertà, rendere indipendente l’uomo e quale è la sfida che l’Occidente dovrà affrontare nel prossimo secolo?
Credo che la più grande sfida sia quella di riuscire a condividere maggiormente la ricchezza accumulata in Occidente, con i Paesi poveri evitando che i più ricchi diventino sempre più ricchi e i più poveri sempre più poveri. Credo che noi occidentali abbiamo una grande generosità, ma il problema maggiore è creare strutture che riescano a distribuire equamente i prodotti di questa nostra generosità. La piccola organizzazione umanitaria che ho fondato, lavorando in completa trasparenza riesce a convogliare gli aiuti provenienti da Paesi ricchi, come l’Italia, verso i più poveri migliorando sensibilmente le loro condizioni di vita.
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Bhopal 20 anni dopo (3 Dicembre 2004) - 7
Dal 1984, ogni 3 dicembre, Fatimah si reca a trovare la sua famiglia e in particolare suo figlio Jabal. Per ore parla con loro, raccontando quanto è dura la vita a Mumbai, dove si è trasferita. Parla, parla Fatimah, ma non riceve risposte; Jabal, suo marito, i suoi genitori e i due fratelli da quel 3 dicembre di 18 anni fa riposano nel cimitero musulmano di Bophal. Ha gli occhi pieni di lacrime, Fatimah, quando mi racconta di come la nube di metilisocianato (MIC) sprigionatasi dai serbatoi di stoccaggio della fabbrica dell’Union Carbide avvolse silenziosa interi quartieri della città. Quella notte Jabal, come molti altri, si svegliò ansimante, il sangue che gli colava dal naso, le manine continuavano a sfregare gli occhi impregnati di MIC. Fatimah correva, correva, incurante dei suoi polmoni che ad ogni passo si svuotavano d’aria per riempirsi di un miscuglio di gas mortale, schivando le decine di corpi già distesi a terra o agonizzanti. Sperava di salvare il suo Jabal, ma alla fine l’aria le mancò del tutto; tracollò a terra alzando con le ultime forze il fagottino inerme sperando di aiutarlo a respirare aria pura. L’ultima cosa che si ricorda di quella terribile notte, è il capo ciondolante di suo figlio e una manina che le stringeva il sari. Ancora oggi, a 18 anni di distanza, Fatimah non si spiega come mai Allah non le abbia permesso di morire. Ma non se lo spiegano neppure Ibrahim, padre di tre figli, morti anche loro a distanza di tre giorni l’uno dall’altro, e Raju, fervente induista il quale forse quella notte credeva che quel gas non fosse opera umana, ma il divino soffio di Shiva, tornato sulla terra per compiere la distruzione del mondo. Migliaia di persone morirono tra atroci sofferenze e altrettante migliaia di persone continuano a soffrire nel corpo e nello spirito. L’ecatombe di Bhopal, nonostante i reiterati tentativi dell’Union Carbide di farla dimenticare, sino a giungere nel 1999 a fondersi con la Dow Chemical, fa discutere ancora oggi. Delle 521.262 persone “ufficialmente” dichiarate esposte al gas dal Consiglio Indiano per la Ricerca Medica, circa 120.000 soffrono ancora oggi dei postumi della tragedia. Per curarle sono sorti centri terapeutici, ospedali, dispensari; alcuni eseguono trattamenti a titolo gratuito, altri – e sono purtroppo la maggioranza – hanno sfruttato la tragedia e la disperazione dei poveracci per accumulare denaro senza troppa fatica. Sono, questi ultimi, principalmente piccoli ambulatori, spesso allestiti senza alcun criterio medico-scientifico e igienico, diretti, per lo più, da medici incompetenti se non addirittura da ciarlatani. La strategia che utilizzano è sempre la stessa: aprire il proprio studio al centro di zone più depresse colpite dal MIC, in modo che pazienti evitino il lungo e costoso tragitto verso le cliniche specializzate, come la Sambhavna Clinic o il Bhopal Hospital Trust. Chola Road, una strada a circa mezzo chilometro in linea d’aria dalla fabbrica dell’Union Carbide, pullula di questi ambulatori privati: ognuno ha a suo carico tra i dieci ed i centocinquanta pazienti giornalieri a si cui chiedono tariffe tra le 10 e le 25 rupie per ogni consulto (a questa somma si devono aggiungere le spese per i medicinali). Satinah Sarangi, responsabile del Centro Documentazione della Sambhavna Clinic, mi indica alcuni studi che, per lui, sono tra i più affidabili. I medici che incontro, esercitano regolarmente la loro professione da diversi decenni, come Kishan Lal, della New Veenu Clinic aperta nel lontano 1968. Kishan è uno dei dottori più conosciuti in questa zona di Bhopal e la sua lunga carriera professionale può essere utile per quantificare l’incidenza del MIC su alcune patologie: «In questi ultimi 19 anni ho notato un aumento delle malattie che interessano l’apparato respiratorio, in particolare tosse, bronchiolite e dispnea da sforzo». Diversa è l’opinione del dr. Anil Tilwani, direttore di una delle maggiori cliniche di Chola Road, il quale afferma di non ritenere che il MIC abbia causato effetti duraturi sulla salute dei sopravvissuti più giovani: «Tra i miei pazienti al di sotto dei cinquant’anni di età non ho nessun caso di malattie riconducibili al MIC; quello che molte organizzazioni affermano, è pura propaganda.» Il grosso problema della giusta valutazione dell’incidenza del MIC sui disturbi lamentati dagli abitanti delle zone colpite dalla fuga di gas è una delle controversie più spinose abbattutesi sulle vittime di Bhopal. «Le malattie causate dalla miseria si sono confuse con la cronicità delle patologie causate dal MIC» afferma il dr. Gianni Tognoni, ricercatore del Mario Negri e uno dei 15 componenti della Commissione Internazionale Medica di Bhopal (CIMB), un team di specialisti provenienti da 12 Paesi esperti in epidemiologia, malattie polmonari, neurotossicologia, malattie occupazionali, ingegneria ambientale, medicina legale, organizzazione di sistemi sanitari. «A Bhopal non è mai stato posto in atto un sistema di monitoraggio serio e continuativo come, ad esempio, si è fatto a Seveso.» Questo, assieme alle incredibili leggerezze legali che hanno ridotto gli indennizzi decretati dalla Corte Indiana a cifre irrisorie (circa 350-400 dollari a testa), ha portato la scrittrice indiana Arundhati Roy ad affermare che le 16.000 vittime di Bhopal contano «poco, molto poco. In un’economia rivolta essenzialmente al profitto, i poveri non hanno diritti. Si dice che gli USA sono una grande democrazia, ed è vero, almeno entro i suoi confini. Ma al di fuori di essi la libertà che dispensano è quella dell’umiliazione, del soggiogamento al servizio del libero mercato.» Le dure parole della Roy potrebbero indurre alla rassegnazione se a Bhopal non esistessero associazioni che, senza fine di lucro, si occupano di assistere i pazienti più gravi: la già citata Sambhavna Clinic è sicuramente la più famosa e prestigiosa tra queste. Fondata nel settembre 1996 dal dottor Bhargava, famoso nel collegio dei medici indiani per essere stato insignito della Legione d’Onore dal presidente francese nel 1988 a causa dei suoi contributi scientifici e sociali, in poco tempo è divenuta un faro per le vittime della Union Carbide resistendo al richiamo del facile guadagno. Nei suoi sei anni di attività, la clinica ha curato gratuitamente sino ad oggi undicimila pazienti, alternando medicina moderna e terapie tradizionali indiani come yoga, ayurveda, meditazione. «Dopo aver subito gli effetti del gas ho continuato ad avere problemi di deambulazione, encefalee e tosse» lamenta Narendra Chaubey; «Ho vistato moltissime cliniche private, spendendo tutta la somma ottenuta in risarcimento come vittima dell’incidente, ma non ricevendo mai alcun sollievo, fino a quando una mia parente mi ha parlato di questa clinica. Da un anno frequento un corso di terapia ayurvedica e fisioterapia. Ora sto decisamente meglio.» La Sambhavna riesce ad autosovvenzionarsi grazie ad una fitta rete di 5.000 sostenitori sparsi per i cinque continenti; dopo la pubblicazione del libro di Dominique Lapierre e Xavier Moro, mezzanotte e cinque a Bhopal, parte del cui ricavato va all’ospedale, le maggiori entrate hanno permesso l’apertura di un nuovo centro di ginecologia, la Dominique Lapierre City of Joy Sambhavna Gynaecology Clinic, colmando la mancanza di attenzione sanitaria verso le condizione femminile. «Neppure il tanto rinomato Bhopal Memorial Hospital Trust, con tutti i suoi budget miliardari ha mai pensato che le donne debbano avere attenzioni particolari; così non si è mai realizzato un centro ginecologico degno di questo nome tanto da non annoverare tra il suo staff neppure un ginecologo o una macchina per il PAP test» accusa Aziza Sultan, infermiera al reparto ginecologico della Sambhavna. «Questa deficienza, sommata alla mancanza di una ricerca sugli effetti a lunga scadenza del MIC, sono i principali punti di scontro tra le organizzazioni di volontariato operanti con le vittime di Bhopal e il Bhopal Memorial Hospital Trust» mi dice il dr. Dhara Ramana, direttore dell’Emory Eastside Occupational Health Center di Snellville, Georgia, USA e membro della CIMB. Già, il Bhopal Memorial Hospital Trust, la più grande istituzione esistente nella città indiana fondata con i soldi ricavati dalle vendita delle azioni dell’Union Carbide India (e per questo particolarmente criticato dalle associazioni che dicono di difendere gli interessi delle vittime). Il suo costo, 90 milioni di dollari, ha permesso la costruzione di una struttura dotata di strumenti modernissimi e di altri cinque minicliniche in diversi punti della città. Una cooperazione del BMHT con le più affidabili e serie cliniche e dispensari sparsi a Bhopal, avrebbe permesso di migliorare i servizi offerti alle vittime del MIC ed invece le polemiche divampano. Il dottor Atanu Sarkar, del Catholic Health Association od India (CHAI) e coordinatore del Medical Care and Medical Research of Bhopal Gas Victims, ha recentemente pubblicato un accurato rapporto sul BMHT che ha provocato scandalo negli ambienti scientifici e ha minato la fama di serietà professionale del personale impiegato nell’ospedale. Secondo questa ricerca, effettuata su un campione di 380 pazienti, solo il 17,1% dei sintomi sarebbero stati diagnosticati correttamente, il 16,6% avrebbero avuto una diagnosi parzialmente corretta, mentre per ben il 66,3% dei casi la diagnosi si sarebbe mostrata completamente errata. Conseguenze logiche di questa incomprensione professionale sono le prescrizioni errate delle medicine, che per il 26,3% sono risultate essere addirittura dannose per i pazienti e il 48,5% inutili. Infine, del 17,6% dei farmaci ordinati appropriatamente per i sintomi descritti dai pazienti, il 45,3% aveva un dosaggio sbagliato. «Il Bhopal Medical Hospital Trust e le sue cinque cliniche costruite con esso, avrebbero dovuto fornire alle vittime di Bhopal un trattamento medico di alta qualità; la pubblicità creata dall’Union Carbide attorno a questa struttura ha creato speranze che si sono presto dissolte nell’incompetenza dei medici» accusa il dr. Sarkar.
Ma l’ospedale non è la sola fonte di delusione per chi il MIC lo ha respirato ed è sopravvissuto. Circa il 70% delle vittime di Bhopal erano lavoratori precari, senza diritti sindacali; molti di loro erano rikshoala, meccanici improvvisati, scaricatori, muratori, tutti lavori che richiedono notevole sforzo fisico che dopo il disastro non sono stati più in grado di svolgere. Questo ha generato una catena di impoverimento senza fine, costringendo i disoccupati a chiedere prestiti ad usurai che applicano tassi del 200% annuo. Le donne che hanno subito problemi all’apparato riproduttivo non trovano marito venendo relegate ai margini della società e solo un centinaio di loro è riuscita a trovare lavoro presso cooperative e ONG. Secondo gli ambiziosi programmi del governo, il 50% dei mille posti di lavoro presso la Railway Coach Repair Factory avrebbe dovuto essere riservata alle vittime dell’Union Carbide e nel 1987, appena tre anni dopo l’incidente, si inaugurò un progetto di reinserimento lavorativo per 10.000 sopravvissuti costruendo 152 fabbriche artigianali. «Oggi solo 250 vittime lavorano alla Railway Coach Repair Factory, mentre le famose 152 fabbriche destinate a darci lavoro, le vediamo solo dall’esterno: alla fine si è preferito assumere chi non aveva problemi di salute.» mi dice Shiva Ganguly, che nel 1984 aveva 23 anni e che, da allora, non ha mai trovato un posto di lavoro fisso. Di fronte a questi drammi umani e all’atteggiamento tenuto all’indomani della tragedia della maggioranza della stampa specializzata, che ha fatto quadrato attorno alla UCAR, scagliandosi contro gli ambientalisti ed arrivando a dipingere Anderson come un eroe, Bhopal potrebbe sembrare una sconfitta su tutti i fronti per chi lotta per il rispetto dei diritti umani. Anche l’UCAR, diretta responsabile della tragedia, dopo aver sostenuto la tesi del sabotaggio, ha cercato di correre ai ripari mostrando al mondo una presunta buona fede e filantropia, ma è apparso subito chiaro che la sua politica era in primo luogo rivolta a ricapitalizzare il patrimonio. E c’è riuscita. Ma Bhopal, alla fine, ha aperto anche un fronte importante: ha contribuito a porsi la domanda sul come conciliare l’etica con il progresso, il rispetto dei diritti umani con il profitto. Da quel maledetto giorno del 1984 non c’è industria, piccola o grande che sia, che, almeno a parole, non abbia introdotto l’etica tra i suoi programmi di sviluppo: protezione dell’ambiente, salvaguardia della vita umana, armonia tra i dipendenti sono le parole d’ordine che accompagnano ogni programma aziendale.
© Piergiorgio Pescali
Ma l’ospedale non è la sola fonte di delusione per chi il MIC lo ha respirato ed è sopravvissuto. Circa il 70% delle vittime di Bhopal erano lavoratori precari, senza diritti sindacali; molti di loro erano rikshoala, meccanici improvvisati, scaricatori, muratori, tutti lavori che richiedono notevole sforzo fisico che dopo il disastro non sono stati più in grado di svolgere. Questo ha generato una catena di impoverimento senza fine, costringendo i disoccupati a chiedere prestiti ad usurai che applicano tassi del 200% annuo. Le donne che hanno subito problemi all’apparato riproduttivo non trovano marito venendo relegate ai margini della società e solo un centinaio di loro è riuscita a trovare lavoro presso cooperative e ONG. Secondo gli ambiziosi programmi del governo, il 50% dei mille posti di lavoro presso la Railway Coach Repair Factory avrebbe dovuto essere riservata alle vittime dell’Union Carbide e nel 1987, appena tre anni dopo l’incidente, si inaugurò un progetto di reinserimento lavorativo per 10.000 sopravvissuti costruendo 152 fabbriche artigianali. «Oggi solo 250 vittime lavorano alla Railway Coach Repair Factory, mentre le famose 152 fabbriche destinate a darci lavoro, le vediamo solo dall’esterno: alla fine si è preferito assumere chi non aveva problemi di salute.» mi dice Shiva Ganguly, che nel 1984 aveva 23 anni e che, da allora, non ha mai trovato un posto di lavoro fisso. Di fronte a questi drammi umani e all’atteggiamento tenuto all’indomani della tragedia della maggioranza della stampa specializzata, che ha fatto quadrato attorno alla UCAR, scagliandosi contro gli ambientalisti ed arrivando a dipingere Anderson come un eroe, Bhopal potrebbe sembrare una sconfitta su tutti i fronti per chi lotta per il rispetto dei diritti umani. Anche l’UCAR, diretta responsabile della tragedia, dopo aver sostenuto la tesi del sabotaggio, ha cercato di correre ai ripari mostrando al mondo una presunta buona fede e filantropia, ma è apparso subito chiaro che la sua politica era in primo luogo rivolta a ricapitalizzare il patrimonio. E c’è riuscita. Ma Bhopal, alla fine, ha aperto anche un fronte importante: ha contribuito a porsi la domanda sul come conciliare l’etica con il progresso, il rispetto dei diritti umani con il profitto. Da quel maledetto giorno del 1984 non c’è industria, piccola o grande che sia, che, almeno a parole, non abbia introdotto l’etica tra i suoi programmi di sviluppo: protezione dell’ambiente, salvaguardia della vita umana, armonia tra i dipendenti sono le parole d’ordine che accompagnano ogni programma aziendale.
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Bhopal
Zamira mi accompagna per le stradine sporche e melmose del quartiere di Qazi Camp, a Bhopal; a prima vista sembra un’area come molte altre in India, bambini che si rincorrono per la strada, vecchi cenciosi che chiedono l’elemosina, casupole buie, sbilenche, stipate l’una addosso all’altra. L’afa rende l’aria pesante e gravida di odori posticci. Ad un tratto Zamira si ferma di fronte ad una capanna di compensato e lamiera, mi guarda e poi con voce emozionata dice: «Ecco, è qui». E’ qui che la notte del 3 dicembre di 22 anni fa, Zamira e la sua famiglia si erano addormentate dopo aver recitato le rituali preghiere ad Allah. Il padre, la madre e una delle sue tre sorelle non si sarebbero mai più svegliate, uccise da un gas di cui neppure sapevano l’esistenza, l’isocianato di metile (MIC) rilasciato dai serbatoi di stoccaggio della vicina fabbrica dell’Union Carbide. Zamira si è salvata grazie alla sua giovane età e dall’essere stata raccolta da Rahman, il loro vicino di casa, attirato dal pianto della bambina. «E’ stata una notte terribile» racconta l’oramai ottantenne Rahman: «Era tutto tranquillo e silenzioso. La temperatura di notte scendeva di parecchi gradi e chi aveva il fisico debilitato veniva colto facilmente da tubercolosi o da bronchiti. Perciò non mi allarmai più di tanto quando cominciai a sentire colpi di tosse più forti del solito. Poi, ad un tratto, udii delle urla, dei rantoli, gente che si lamentava ed anche io ebbi i primi spasmi di vomito e bruciore agli occhi. Fu allora che capii. Qualcosa era accaduto. Non sapevo cosa, ma qualcosa di inaudito doveva essere accaduto. L’istinto mi suggerì di scappare e così feci». Ma prima di fuggire, Rahman ebbe il coraggio e il tempo di passare dalla casa di Zamira per constatare, con orrore, l’ecatombe che stava accadendo. Raccolse il corpicino della bambina e corse disperatamente. Non sapeva nemmeno lui dove. Corse, corse solamente fino a che le sue gambe glielo permisero. Poi si accasciò. Si risvegliò in una corsia di ospedale. Gli occhi bendati, i polmoni bruciati dal cianuro. Non si rimise mai più.
Le immagini di decine di corpi allineati lungo le strade di Bhopal sono ancora vivide nella memoria di chi, come Rahman, è sopravvissuto alla più grande catastrofe industriale della storia, il 3 dicembre 1984. Quella notte, dalla vicina fabbrica dell’Union Carbide (UCAR), 27 tonnellate di isocianato di metile (MIC) a cui si aggiunsero altre 13 tonnellate di composti intermedi usati per la produzione di un fertilizzante, il SEVIN, fuoriuscirono dai serbatoi di stoccaggio disperdendosi tra gli slums che circondavano la fabbrica. Circa 2.000 persone morirono prima del sorgere del sole, ma altre migliaia continuarono ad aggiungersene nel corso degli anni. Nell’ottobre del 1995, anno dell’ultimo dato ufficiale emesso dal governo indiano erano 7.575; oggi, dopo più accurate ricerche sul campo, si stima che almeno 16.000 persone siano state vittime del MIC. «16.000 morti che in Occidente contano assai poco» mi dice la scrittrice indiana Arundathi Roy; «perché l’India è vista come un enorme serbatoio di manodopera e 16.000 persone sono solo un’infima, trascurabile percentuale, per di più senza alcun diritto e voce». E’ vero, Bhopal è stato “solo” un “deprecabile incidente” dello sviluppo tecnologico portato dalle multinazionali. «Cosa sarebbe accaduto se il MIC avesse ucciso a Detroit, Manchester, Colonia o a Torino?» si chiede Thara Gandhi, nipote del Mahatma che si batte affinché alle vittime di Bhopal sia riconosciuto il diritto di avere giustizia. La domanda di Gandhi apre un altro spazio di discussione: sarebbe stato possibile per una Union Carbide aprire una fabbrica la cui gestione poco attenta alla sicurezza era stata più volte denunciata, in un paese dell’Europa Occidentale o negli Stati Uniti? Sicuramente no. Non sarebbe stato possibile, ad esempio, stoccare 40 tonnellate di MIC, prodotto altamente tossico ed il cui trattamento esigeva particolari precauzioni; non sarebbe stato possibile lasciare che attorno alla fabbrica sorgessero cittadelle di sottoproletari, non sarebbe stato possibile far funzionare una fabbrica tanto complessa con manovalanza poco istruita e deficitaria in numero. Eppure, paradossalmente, nessuno è stato ritenuto responsabile di queste ed altre mancanze. Arjung Singh, il Primo Ministro del Madhya Pradesh che, in cambio di voti per la sua rielezione aveva permesso l’occupazione del terreno attorno alla UCAR, non è mai stato accusato. Gli speculatori di borsa, che si sono allegramente precipitati a comprare le azioni dell’UCAR, crollate subito dopo l’incidente per poi rivenderle appena sono risalite, hanno incassato parole di elogio per la loro sagacia e prontezza. Warren Anderson, il Presidente dell’UCAR al tempo del disastro, ha avuto tutto il tempo di raggiungere felicemente la pensione, di ritirarsi in Florida e di scomparire nel nulla fino all’estate del 2002, quando Greenpeace è riuscita a rintracciarlo nella sua nuova tenuta di Hamptons, a Long Island. Ora il governo indiano non ha più scuse per non richiederne l’estradizione, ma Dominique Lapierre, autore del libro Mezzanotte e cinque a Bhopal, afferma sconsolato di essere «sfortunatamente convinto che Anderson potrà godersi la sua ricca pensione, anche se i muri di Bhopal sono coperti di scritte che dicono: “Impiccate Anderson!”». L’India ha bisogno del sostegno degli Stati Uniti e dell’Occidente per fronteggiare i suoi nemici pakistani e cinesi e per garantirsi l’entrata nel mercato libero; non può rischiare di creare tensioni per dei derelitti ed emarginati. Recentemente si è riusciti ad evitare per un soffio che l’accusa di omicidio colposo diretta verso Anderson, fosse tramutata in innocua negligenza. Infine la maggioranza della stampa specializzata in industria chimica (e quella italiana si è particolarmente distinta in questo) ha fatto quadrato attorno alla UCAR, scagliandosi contro gli ambientalisti ed arrivando a dipingere Anderson come un eroe. In tutto questo quadro sembrano stonare le parole del Premio Nobel per l’Economia, Amartya Sen, che mi dice: «Senza etica il progresso non ha futuro. Affinché un Paese progredisca occorre che il povero abbia il diritto di istruirsi, di curarsi, di saziarsi, di esprimersi, di viaggiare». Tutto questo può convivere con un’economia rivolta verso il consumo sfrenato e il profitto? John Musser, capo Ufficio Stampa della Dow Chemical, la compagnia che nel 1999 ha assorbito ciò che rimaneva dell’UCAR, risponde affermativamente: «Il motto della Dow è chiaro: prima l’etica, poi il profitto». Eppure sembra contraddirsi quando afferma che «anche se la Dow Chemical ha acquisito la totalità delle azioni dell’Union Carbide, non intendiamo assimilare alcuna loro vertenza legale». Bhopal fa paura all’industria? Certamente non se ne parla volentieri. Nella filiale italiana della Praxair, la costola fuoriuscita dalla UCAR nel 1992 nel tentativo di evitare ogni coinvolgimento con Bhopal, non è mai esistita alcuna forma di informazione su ciò che è accaduto in India. La conseguenza è che ben pochi dipendenti delle consociate, la Rivoira di Torino e la Siad di Bergamo, sono a conoscenza di ciò che è successo quella tragica notte di 18 anni fa. Del resto, a differenza dell’incidente di Seveso, da cui è scaturita una legge che si riconduce al fatto specifico, non è mai stata emessa una Legge Bhopal.
© Piergiorgio Pescali
Le immagini di decine di corpi allineati lungo le strade di Bhopal sono ancora vivide nella memoria di chi, come Rahman, è sopravvissuto alla più grande catastrofe industriale della storia, il 3 dicembre 1984. Quella notte, dalla vicina fabbrica dell’Union Carbide (UCAR), 27 tonnellate di isocianato di metile (MIC) a cui si aggiunsero altre 13 tonnellate di composti intermedi usati per la produzione di un fertilizzante, il SEVIN, fuoriuscirono dai serbatoi di stoccaggio disperdendosi tra gli slums che circondavano la fabbrica. Circa 2.000 persone morirono prima del sorgere del sole, ma altre migliaia continuarono ad aggiungersene nel corso degli anni. Nell’ottobre del 1995, anno dell’ultimo dato ufficiale emesso dal governo indiano erano 7.575; oggi, dopo più accurate ricerche sul campo, si stima che almeno 16.000 persone siano state vittime del MIC. «16.000 morti che in Occidente contano assai poco» mi dice la scrittrice indiana Arundathi Roy; «perché l’India è vista come un enorme serbatoio di manodopera e 16.000 persone sono solo un’infima, trascurabile percentuale, per di più senza alcun diritto e voce». E’ vero, Bhopal è stato “solo” un “deprecabile incidente” dello sviluppo tecnologico portato dalle multinazionali. «Cosa sarebbe accaduto se il MIC avesse ucciso a Detroit, Manchester, Colonia o a Torino?» si chiede Thara Gandhi, nipote del Mahatma che si batte affinché alle vittime di Bhopal sia riconosciuto il diritto di avere giustizia. La domanda di Gandhi apre un altro spazio di discussione: sarebbe stato possibile per una Union Carbide aprire una fabbrica la cui gestione poco attenta alla sicurezza era stata più volte denunciata, in un paese dell’Europa Occidentale o negli Stati Uniti? Sicuramente no. Non sarebbe stato possibile, ad esempio, stoccare 40 tonnellate di MIC, prodotto altamente tossico ed il cui trattamento esigeva particolari precauzioni; non sarebbe stato possibile lasciare che attorno alla fabbrica sorgessero cittadelle di sottoproletari, non sarebbe stato possibile far funzionare una fabbrica tanto complessa con manovalanza poco istruita e deficitaria in numero. Eppure, paradossalmente, nessuno è stato ritenuto responsabile di queste ed altre mancanze. Arjung Singh, il Primo Ministro del Madhya Pradesh che, in cambio di voti per la sua rielezione aveva permesso l’occupazione del terreno attorno alla UCAR, non è mai stato accusato. Gli speculatori di borsa, che si sono allegramente precipitati a comprare le azioni dell’UCAR, crollate subito dopo l’incidente per poi rivenderle appena sono risalite, hanno incassato parole di elogio per la loro sagacia e prontezza. Warren Anderson, il Presidente dell’UCAR al tempo del disastro, ha avuto tutto il tempo di raggiungere felicemente la pensione, di ritirarsi in Florida e di scomparire nel nulla fino all’estate del 2002, quando Greenpeace è riuscita a rintracciarlo nella sua nuova tenuta di Hamptons, a Long Island. Ora il governo indiano non ha più scuse per non richiederne l’estradizione, ma Dominique Lapierre, autore del libro Mezzanotte e cinque a Bhopal, afferma sconsolato di essere «sfortunatamente convinto che Anderson potrà godersi la sua ricca pensione, anche se i muri di Bhopal sono coperti di scritte che dicono: “Impiccate Anderson!”». L’India ha bisogno del sostegno degli Stati Uniti e dell’Occidente per fronteggiare i suoi nemici pakistani e cinesi e per garantirsi l’entrata nel mercato libero; non può rischiare di creare tensioni per dei derelitti ed emarginati. Recentemente si è riusciti ad evitare per un soffio che l’accusa di omicidio colposo diretta verso Anderson, fosse tramutata in innocua negligenza. Infine la maggioranza della stampa specializzata in industria chimica (e quella italiana si è particolarmente distinta in questo) ha fatto quadrato attorno alla UCAR, scagliandosi contro gli ambientalisti ed arrivando a dipingere Anderson come un eroe. In tutto questo quadro sembrano stonare le parole del Premio Nobel per l’Economia, Amartya Sen, che mi dice: «Senza etica il progresso non ha futuro. Affinché un Paese progredisca occorre che il povero abbia il diritto di istruirsi, di curarsi, di saziarsi, di esprimersi, di viaggiare». Tutto questo può convivere con un’economia rivolta verso il consumo sfrenato e il profitto? John Musser, capo Ufficio Stampa della Dow Chemical, la compagnia che nel 1999 ha assorbito ciò che rimaneva dell’UCAR, risponde affermativamente: «Il motto della Dow è chiaro: prima l’etica, poi il profitto». Eppure sembra contraddirsi quando afferma che «anche se la Dow Chemical ha acquisito la totalità delle azioni dell’Union Carbide, non intendiamo assimilare alcuna loro vertenza legale». Bhopal fa paura all’industria? Certamente non se ne parla volentieri. Nella filiale italiana della Praxair, la costola fuoriuscita dalla UCAR nel 1992 nel tentativo di evitare ogni coinvolgimento con Bhopal, non è mai esistita alcuna forma di informazione su ciò che è accaduto in India. La conseguenza è che ben pochi dipendenti delle consociate, la Rivoira di Torino e la Siad di Bergamo, sono a conoscenza di ciò che è successo quella tragica notte di 18 anni fa. Del resto, a differenza dell’incidente di Seveso, da cui è scaturita una legge che si riconduce al fatto specifico, non è mai stata emessa una Legge Bhopal.
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Bhopal (3 Dicembre 2001)
Il mantra recitato ogni sera da Ramesha si perde tra i chiaroscuri della lampada a petrolio. In un angolo della sua casa di Bhopal, un vecchio manifesto scolorito mostra ancora il logo blu della Union Carbide (UCAR), la fabbrica da cui, il 3 dicembre 1984, si sprigionarono 27 tonnellate di isocianato di metile e altre 13 tonnellate di gas micidiali usati come intermedi per la produzione del SEVIN, un fertilizzante che avrebbe dovuto permettere all’India di concludere vittoriosamente la sua Rivoluzione Verde. Il SEVIN non servì a far raggiungere l’autosufficienza alimentare al Paese, in compenso falciò le vite di 16.000 indiani di Bhopal, tra cui il padre e 3 dei 5 fratelli di Ramesha. «Lo tengo per non dimenticare» afferma, riferendosi al poster, il ventitreenne asmatico, che ancora oggi risente dei postumi del gas inalato. Ogni mese Ramesha, come centinaia di altri connazionali colpiti dal MIC, si reca alla Sambhavna Clinic, dove viene curato con terapie derivate dall’antica tradizione indiana combinate con somministrazioni di farmaci. Bhopal è stata la strage più immane della storia industriale, eppure nessuno ha pagato per le proprie responsabilità, piccole o grandi che siano. Non ha pagato Arjun Singh, il Primo Ministro del Madhya Pradesh che, in cambio di voti per la sua rielezione, ha permesso a migliaia di miserabili di stanziarsi nelle aree limitrofe alla fabbrica nonostante la sua pericolosità era stata più volte evidenziata; non ha pagato Warren Anderson che nel 1984 era il Presidente dell’UCAR, il quale si è vigliaccamente reso latitante sino a pochi mesi fa, quando Greenpeace è riuscita a rintracciarlo nel suo esilio dorato di Long Island. Il ritrovamento di Anderson è stato salutato con soddisfazione da molti di coloro che da anni si occupano delle vittime di Bhopal, tra cui anche Dominque Lapierre, autore del libro Mezzanotte e cinque a Bhopal. Lapierre, comunque non si fa illusioni e mi dice di essere: «sfortunatamente convinto che Anderson potrà godersi la sua ricca pensione, anche se i muri di Bhopal sono coperti di scritte che dicono: “Impiccate Anderson!”». Del resto, l’incidente di Bhopal è stato anche il motivo di cinici e abominevoli sfruttamenti finanziari: quando i prezzi delle azioni dell’Union Carbide crollarono da 48 a 32 dollari, lo yuppi texano Sid Bass si affrettò a comprarne il 5%. Nessuno in Borsa ebbe a che ridire: fu solo un ottimo e acuto investimento. Alla faccia dei diritti umani spaparanzati da Washington! «Si dice che gli USA sono una grande democrazia, ed è vero, almeno entro i suoi confini. Ma al di fuori di essi la libertà che dispensano è quella dell’umiliazione, del soggiogamento al servizio del libero mercato» mi spiega la scrittrice indiana Arundhati Roy. Me lo conferma indirettamente anche Gianni Tognoni, ricercatore del Mario Negri e membro della Commissione Internazionale Medica su Bhopal: «La multinazionale Hoffman-La Roche ha trattato la popolazione di Seveso con ben altra attenzione di quella dedicata dalla Union Carbide a Bhopal». Le leggi del mercato sono spietate: chi rende profitto ha diritto ad una maggiore considerazione. Mi chiedo che valore abbiano le parole di John Musser, capo dell’Ufficio Stampa della Dow Chemical, la ditta che nel 1999 ha assorbito ciò che restava dell’UCAR: «La nostra filosofia non ci impedisce di lavorare eticamente ed al tempo stesso guadagnare profitti. In tutti gli stabilimenti Dow sparsi nel mondo la nostra etica ci impone di anteporre la sicurezza al profitto». Nonostante l’UCAR sia ufficialmente scomparsa dal mercato, la sua losanga (colorata in verde anziché in blu) continua a sventolare in centinaia di fabbriche della Praxair, separatasi dall’Union Carbide nel 1992. In Italia, dove la stampa del settore ha reagito all’incidente di Bhopal difendendo Warren Anderson, l’Union Carbide e la tesi del sabotaggio dell’impianto indiano, la Praxair è presente con due delle principali compagnie produttrici di gas industriali: la Rivoira di Torino a la Siad di Bergamo. La direzione della Rivoira, a differenza della Dow Chemical, mostra tutta la sua reticenza nell’affrontare l’argomento; la mancanza di informazione all’interno del gruppo ha opportunamente cancellato ogni riferimento con l’UCAR, mentre alcuni dirigenti della consociata Siad imputano al sabotaggio la causa dell’incidente. «E’ logico che l’Union Carbide cerchi di divincolarsi dalle sue responsabilità» mi dice la nipote del Mahatma Gandhi, Thara Gandhi; «il vero problema è che i poveri non hanno mai avuto possibilità di difendere il loro stato di vittime.». E mentre il treno mi porta via dall’inferno di Bhopal, mi tornano in mente quanto mi ha detto recentemente Amartya Sen, l’economista indiano Premio Nobel per l’Economia: «Un povero è povero quando non ha possibilità di scegliere».
© Piergiorgio Pescali
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Bhopal 20 anni dopo (3 Dicembre 2004) - 6
Le immagini di decine di corpi allineati lungo le strade di Bhopal sono ancora vivide nella memoria di chi, come Mohan, è sopravvissuto alla più grande catastrofe industriale della storia, il 3 dicembre 1984. Quella notte, dalla vicina fabbrica dell’Union Carbide (UCAR), 27 tonnellate di isocianato di metile (MIC) a cui si aggiunsero altre 13 tonnellate di composti intermedi usati per la produzione di un fertilizzante, il SEVIN, fuoriuscirono dai serbatoi di stoccaggio disperdendosi tra gli slums che circondavano la fabbrica. Circa 2.000 persone morirono prima del sorgere del sole, ma altre migliaia continuarono ad aggiungersene nel corso degli anni. Nell’ottobre del 1995, anno dell’ultimo dato ufficiale emesso dal governo indiano erano 7.575; oggi, dopo più accurate ricerche sul campo, si stima che almeno 16.000 persone siano state vittime del MIC. «16.000 morti che in Occidente contano assai poco» mi dice la scrittrice indiana Arundathi Roy; «perché l’India è vista come un enorme serbatoio di manodopera e 16.000 persone sono solo un’infima, trascurabile percentuale, per di più senza alcun diritto e voce». E’ vero, Bhopal è stato “solo” un “deprecabile incidente” dello sviluppo tecnologico portato dalle multinazionali. «Cosa sarebbe accaduto se il MIC avesse ucciso a Detroit, Manchester, Colonia o a Torino?» si chiede Thara Gandhi, nipote del Mahatma che si batte affinché alle vittime di Bhopal sia riconosciuto il diritto di avere giustizia. La domanda di Gandhi apre un altro spazio di discussione: sarebbe stato possibile per una Union Carbide aprire una fabbrica la cui gestione poco attenta alla sicurezza era stata più volte denunciata, in un paese dell’Europa Occidentale o negli Stati Uniti? Sicuramente no. Non sarebbe stato possibile, ad esempio, stoccare 40 tonnellate di MIC, prodotto altamente tossico ed il cui trattamento esigeva particolari precauzioni; non sarebbe stato possibile lasciare che attorno alla fabbrica sorgessero cittadelle di sottoproletari, non sarebbe stato possibile far funzionare una fabbrica tanto complessa con manovalanza poco istruita e deficitaria in numero. Eppure, paradossalmente, nessuno è stato ritenuto responsabile di queste ed altre mancanze. Arjung Singh, il Primo Ministro del Madhya Pradesh che, in cambio di voti per la sua rielezione aveva permesso l’occupazione del terreno attorno alla UCAR, non è mai stato accusato. Gli speculatori di borsa, che si sono allegramente precipitati a comprare le azioni dell’UCAR, crollate subito dopo l’incidente per poi rivenderle appena sono risalite, hanno incassato parole di elogio per la loro sagacia e prontezza. Warren Anderson, il Presidente dell’UCAR al tempo del disastro, ha avuto tutto il tempo di raggiungere felicemente la pensione, di ritirarsi in Florida e di scomparire nel nulla fino all’estate del 2002, quando Greenpeace è riuscita a rintracciarlo nella sua nuova tenuta di Hamptons, a Long Island. Ora il governo indiano non ha più scuse per non richiederne l’estradizione, ma Dominique Lapierre, autore del libro Mezzanotte e cinque a Bhopal, afferma sconsolato di essere «sfortunatamente convinto che Anderson potrà godersi la sua ricca pensione, anche se i muri di Bhopal sono coperti di scritte che dicono: “Impiccate Anderson!”». L’India ha bisogno del sostegno degli Stati Uniti e dell’Occidente per fronteggiare i suoi nemici pakistani e cinesi e per garantirsi l’entrata nel mercato libero; non può rischiare di creare tensioni per dei derelitti ed emarginati. Recentemente si è riusciti ad evitare per un soffio che l’accusa di omicidio colposo diretta verso Anderson, fosse tramutata in innocua negligenza. Infine la maggioranza della stampa specializzata in industria chimica (e quella italiana si è particolarmente distinta in questo) ha fatto quadrato attorno alla UCAR, scagliandosi contro gli ambientalisti ed arrivando a dipingere Anderson come un eroe. In tutto questo quadro sembrano stonare le parole del Premio Nobel per l’Economia, Amartya Sen, che mi dice: «Senza etica il progresso non ha futuro. Affinché un Paese progredisca occorre che il povero abbia il diritto di istruirsi, di curarsi, di saziarsi, di esprimersi, di viaggiare». Tutto questo può convivere con un’economia rivolta verso il consumo sfrenato e il profitto? John Musser, capo Ufficio Stampa della Dow Chemical, la compagnia che nel 1999 ha assorbito ciò che rimaneva dell’UCAR, risponde affermativamente: «Il motto della Dow è chiaro: prima l’etica, poi il profitto». Eppure sembra contraddirsi quando afferma che «anche se la Dow Chemical ha acquisito la totalità delle azioni dell’Union Carbide, non intendiamo assimilare alcuna loro vertenza legale». Bhopal fa paura all’industria? Certamente non se ne parla volentieri. Nella filiale italiana della Praxair, la costola fuoriuscita dalla UCAR nel 1992 nel tentativo di evitare ogni coinvolgimento con Bhopal, non è mai esistita alcuna forma di informazione su ciò che è accaduto in India. La conseguenza è che ben pochi dipendenti delle consociate, la Rivoira di Torino e la Siad di Bergamo, sono a conoscenza di ciò che è successo quella tragica notte di 18 anni fa. Del resto, a differenza dell’incidente di Seveso, da cui è scaturita una legge che si riconduce al fatto specifico, non è mai stata emessa una Legge Bhopal.
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Bhopal 20 anni dopo (3 Dicembre 2004) - 5
Bhopal mi accoglie sotto un cielo coperto di nuvole gravide di pioggia. Le gocce che si rincorrono sulla superficie del finestrino dello scompartimento del treno, lasciano intravedere una città brulicante di esseri umani che vivono una contraddittoria quotidianità, apparentemente identica a quella di una qualunque città indiana. Eppure è bastata una notte di 18 anni fa per far assurgere Bhopal a simbolo della più immane ecatombe industriale della storia. Ed ora mi trovo dinanzi al Leviatano, il cui fiato ha fagocitato in poche ore migliaia di vittime innocenti. Il riscioala si ferma, poi si volta accennandomi ad un sorriso: “Union Carbide. The killer”, dice. Mi guardo attorno: tutto sembra rimasto come 18 anni fa: l’isocianato di metile uccide, ma non distrugge. La vecchia fabbrica dismessa, con i suoi impianti arrugginiti, sbeffeggia ancora gli slums che la attorniano. La quasi totalità delle vittime della catastrofe erano impoveriti, che nel corso degli anni avevano occupato le terre attorno alla UCAR perché poco appetibili per una speculazione edilizia. Nonostante i ripetuti avvertimenti sulla pericolosità delle attività svolte all’interno del complesso, il Primo Ministro del Madhya Pradesh, Arjun Singh, aveva concesso ai derelitti di occupare questa terra di nessuno, garantendosi la rielezione. Potenza della politica! Naturalmente, a fatti avvenuti, nessuno è andato a scomodare Mr. Singh per chiedergli chiarimenti in proposito. Così come nessuno ha avuto il coraggio di richiedere l’estradizione di Warren Anderson, il Presidente dell’UCAR, che dopo aver fatto perdere le sue tracce, è stato oggi individuato da Greenpeace, che ne ha pubblicato anche l’indirizzo: Hamptons, Long Island, New York State, USA. «Il mandato d’arresto per Anderson rilasciato dall’Interpol nel 1992 ora può essere attuato ma anche sono convinto che Anderson potrà godersi la sua ricca pensione, anche se i muri di Bhopal sono coperti di scritte che dicono: “Impiccate Anderson!» mi dice Dominique Lapierre, autore del best seller Mezzanotte e cinque a Bhopal. Recentemente si è riusciti per un soffio ad evitare che l’accusa di omicidio colposo che grava su Anderson fosse trasformata in innocua negligenza. “Sarebbe stato uno scandalo! Una “negligenza” costata 16.000 vittime!” mi confida Thara Gandhi, nipote del Mahatma, anche lei scesa in campo per evitare questo ennesimo stupro alle vittime. Potenza dell’economia! Il governo indiano non vuole che il suo inserimento nel mercato venga intralciato per dare giustizia a quattro straccioni; del resto son decenni che Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale continuano a ripetere che lo sviluppo ricadrà anche sugli impoveriti. Stanno ancora aspettando. Il 70% delle vittime di Bhopal erano lavoratori precari, privi di diritti e senza protezione sindacale; sottoproletari, insomma. I programmi di aiuto avviati dal governo sono stati un fiasco sia dal punto di vista sociale sia sanitario “tanto più ora che la salute è dichiarata ufficialmente una variabile solo marginalmente medica perché di fatto appartiene all’ordine dell’economia, della politica, delle grandi scelte sociali e culturali” afferma Gianni Tognoni, ricercatore presso il prestigioso Istituto Mario Negri e membro della Commissione Internazionale Medica su Bhopal, un organismo indipendente formato da 15 ricercatori europei, asiatici e nordamericani Mi accorgo di pensare al passato, quando invece dovrei trasferire tutto al presente, perché a Bhopal si continua ancora a morire e soffrire. Alla Sambhavna Clinic ogni giorno bussano una settantina di persone che presentano enfisemi, bronchioliti, convulsioni, cateratte. Tutte patologie riconducibili al MIC? “Non possiamo esserne certi” risponde ancora Gianni Tognoni “Non è mai stato posto in atto un sistema di monitoraggio come, ad esempio, si è fatto a Seveso”. Già, Seveso, la ricca Europa… Come ha reagito il mondo industriale italiano di fronte a Bhopal? Male, anzi malissimo. La maggioranza della stampa specializzata ha fatto quadrato attorno alla UCAR, scagliandosi contro gli ambientalisti ed arrivando a dipingere Anderson come un eroe. Da parte sua l’UCAR, dopo aver sostenuto la tesi del sabotaggio, ha cercato di correre ai ripari mostrando al mondo una presunta buona fede e filantropia, ma è apparso subito chiaro che la sua politica era in primo luogo rivolta a ricapitalizzare il patrimonio. E c’è riuscita. Per una riabilitazione etica e morale occorreva compiere dei passi indispensabili: la consegna di Anderson e l’assenza di operazioni di speculazione in borsa. Entrambe le cose non sono state rispettate. Nel 1999 ciò che restava dell’UCAR è stato assorbito dalla Dow Chemical che si rifiuta di ereditare ogni pendenza, morale e penale del disastro: “Anche se la Dow Chemical ha acquisito la totalità delle azioni dell’Union Carbide, non intendiamo assimilare alcuna loro vertenza legale. Se si pretende che la Dow si accolli la responsabilità della tragedia di Bhopal, ogni discussione è chiusa in partenza” mi conferma John Musser, capo ufficio stampa della Dow. Lo stesso Musser, poi, afferma che la compagnia “non ha alcuna ragione di dubitare della tesi di sabotaggio dell’impianto di Bhopal patrocinata dall’UCAR.”. La stessa posizione l’ho riscontrata nella Praxair Italia, costola dell’UCAR. Nonostante la direzione della Rivoira (la principale compagnia italiana convogliata nella Praxair assieme alla SIAD di Bergamo) affermi che la sicurezza sia un valore prioritario nella filosofia del gruppo, sono ben pochi i dipendenti che si sono interessati a Bhopal; del resto, in Praxair non c’è mai stata la volontà di informare il personale sull’evento col risultato che, tra le maestranze e la dirigenza, c’è chi avvalora la tesi del sabotaggio. Sarebbe bello credere quindi a John Musser, quando mi assicura che la politica della Dow, dopo Bhopal è “prima l’etica, poi il profitto”. Sarebbe bello, ma è difficile crederlo.
© Piergiorgio Pescali
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Bhopal 20 anni dopo (3 Dicembre 2004) - 4
Bhopal è la capitale del Madhya Pradesh, stato situato al centro dell’Unione Indiana che nel 1984 contava 850.000 abitanti. La fabbrica dell’UCAR, inaugurata il 19 gennaio 1976, serviva a produrre un fertilizzante, il SEVIN (Experimental Insecticide Seven Seven) tramite la reazione dell’alfa naftolo con l’isocianato di metile (MIC). Questo era a sua volta un prodotto di sintesi tra il fosgene e la monometilammina. Il 3 dicembre 1984 la fuga di 27 tonnellate di MIC e di 13 tonnellate di altri composti tossici, causò “ufficialmente” la morte immediata di 1.754 persone e l’intossicazione di 521.262. L’ultima cifra ufficiale fornita dal governo indiano risale al 1995: 7.702 morti. Fonti indipendenti ritengono che ad oggi la nube tossica abbia ucciso almeno 16.000 persone (Greenpeace parla di 20.000).
All’inizio il governo indiano aveva chiesto all’UCAR un indennizzo di 3 miliardi di dollari, ma nel gennaio 1989 la Corte Suprema Indiana chiuse il caso obbligando l’UCAR a versare 470 milioni di dollari (circa 300 dollari per ogni vittima riconosciuta). Warren Anderson, Presidente dell’UCAR all’epoca del disastro, si è reso latitante e solo pochi mesi fa Greenpeace ha annunciato di averlo rintracciato. Nessuna richiesta di estradizione, però è stata avanzata da Nuova Delhi.
© Piergiorgio Pescali
All’inizio il governo indiano aveva chiesto all’UCAR un indennizzo di 3 miliardi di dollari, ma nel gennaio 1989 la Corte Suprema Indiana chiuse il caso obbligando l’UCAR a versare 470 milioni di dollari (circa 300 dollari per ogni vittima riconosciuta). Warren Anderson, Presidente dell’UCAR all’epoca del disastro, si è reso latitante e solo pochi mesi fa Greenpeace ha annunciato di averlo rintracciato. Nessuna richiesta di estradizione, però è stata avanzata da Nuova Delhi.
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Bhopal: Intervista a John Musser - Dow Chemical (Novembre 2004)
Non è facile avvicinare un portavoce di una industria chimica quando questa rappresenta il legame diretto che esiste con un disastro umano e ambientale come quello di Bhopal. John Musser, capo dell’ufficio stampa della Dow Chiemical, la compagnia che ha assorbito la Union Carbide, ha invece accettato la sfida. Ecco quindi una rarissima intervista rilasciata ufficialmente da un dirigente della ditta statunitense, in esclusiva per Missioni Consolata
La Dow Chemical ha acquistito la UCC (Union Carbide Company) sapendo che sia il governo indiano sia le vittime di Bhopal chiedono un compenso più elevato e l’estradizione di Warren Anderson, il Presidente dell’UCAR all’epoca del disastro. Non pensa che con l’acquisizione dell’UCAR la Dow Chemical abbia anche ereditato tutti i debiti morali, etici e materiali lasciati irrisolti dall’UCAR a Bhopal?
Come sa, immediatamente dopo la tragedia di Bhopal, la Union Carbide ha accettato tutte le responsabilità morali per il rilascio del gas. Nel 1989 il governo dell’India e la Union Carbide hanno raggiunto un accordo in base al quale l’Ucar si impegnava a pagare al governo 470 milioni di dollari come risarcimento per tutte le richieste associate al disastro. L’accordo venne ratificato dalla Suprema Corte Indiana che lo trovò “giusto, equo e ragionevole” dichiarando chiusa la questione. L’Union Carbide, quindi pagò i 470 milioni di dollari al governo indiano, contribuendo tra l’altro con altri 90 milioni di dollari ricavati dalla vendita delle sue proprietà a Bhopal alla costruzione e all’operatività di un ospedale per il trattamento delle vittime del disastro. Infine la prego di prendere nota che l’Union Carbide Corporation NON è da identificarsi con la The Dow Chemical Company. La Union Carbide è un’entità legale separata. Con tutto il rispetto della tragedia di Bhopal, noi crediamo che la Union Carbide ha assolto a tutte le proprie responsabilità. Anche se la Dow Chemical ha acquisito tutte le azioni dell’Union Carbide, noi non abbiamo comunque ereditato tutte le pendenze, ammesso che ce ne siano ancora. La Dow Chemical, quindi, non accetta alcuna responsabilità del disastro e dei suoi affetti. Questo a prescindere dal fatto che noi siamo assolutamente d’accordo col fatto che nessuno dovrà mai scordare la terribile tragedia umana di Bhopal.
Quando una multinazionale, o anche solo una compagnia localizzata in poche aree ristrette, deve produrre profitto per sopravvivere nell’economia di mercato, la protezione dell’ambiente, i diritti dei lavoratori e la sicurezza degli stessi e delle persone che vivono attorno alle fabbriche, non vengono mai visti come priorità assoluta. Se questo è vero in Paesi avanzati, in quelli del Terzo Mondo la situazione è tragica. Qui le compagnie occidentali possono produrre prodotti pericolosi a costi contenuti. Tutti questi fattori – prodotti pericolosi, bassa protezione ambientale, bassa considerazione etica e umana – se mischiati assieme, possono reagire tra loro trasformando ogni fabbrica in un’altra potenziale Bhopal. Cosa si sta facendo per fermare questa spirale?
La nostra filosofia afferma che noi dobbiamo prima di tutto lavorare in modo etico e certamente, guadagnare profitto al tempo stesso, altrimenti nessuna fabbrica potrebbe sopravvivere. Questa è la nostra filosofia, a prescindere dal luogo dove le nostre fabbriche sono situate. Inoltre la nostra politica ambientalista, della sicurezza e della salute, è identica in qualsiasi parte del mondo.
La direzione della Dow Chemical sarebbe pronta a parlare con le organizzazioni che rappresentano le vittime di Bhopal per risolvere i problemi ancora aperti?
Ci sono già stati numerosi colloqui con le organizzazioni da lei citate, ma non hanno portato a nessun cambiamento nelle posizioni delle due parti. Non ci sono altri motivi, quindi, per allungare altre discussioni se l’oggetto della contesa è la richiesta delle organizzazioni delle vittime di una nostra responsabilità per la tragedia di Bhopal.
L’ex fabbrica dell’Union Carbide a Bhopal è ancora fonte di inquinamento, specialmente acquifero, che colpisce migliaia di persone. Sareste disposti a ripulire, o almeno a contribuire, alle operazioni di risanamento del sito?
Il terreno dove sorgeva la fabbrica dell’Union Carbide India Ltd. è sempre stato di proprietà del governo del Madhya Pradesh. Questo è un fatto importante da tenere a mente per continuare la nostra discussione. Nel 1988 il Madhya Pradesh Pollution Control Board (Ufficio per il Controllo dell’Inquinamento del Madhya Pradesh), ha rilasciato un comunicato stampa indicando di aver prelevato e analizzato campioni di acqua sia dalle tubature che dalle fonti potabili nelle aree attorno allo stabilimento. Le analisi non hanno dato alcuna traccia di composti chimici nocivi che avrebbero in qualche modo essere stati rilasciati dalle operazioni in corso nella fabbrica della Union Carbide India Limited. L’ufficio per il Controllo, inoltre, aggiungeva nel comunicato che l’inquinamento delle fonti d’acqua potabile è causato da un improprio drenaggio dell’acqua e da altri fattori d’inquinamento che nulla hanno a che fare con le attività dello stabilimento.
Nel 1997, il National Environmental Engineering Research Institute (NEERI), un’organizzazione parzialmente governativa di esperti ambientalisti indiani, ha analizzato 14 pozzi situati entro 500 metri dal sito della fabbrica. La conclusione è stata che i pozzi non sono stati inquinati a causa dalle passate attività del sito.
I lavoratori della Dow Chemical negli Stati Uniti e in Europa, come hanno visto l’acquisizione dell’Union Carbide?
Non c’è stato alcun sondaggio ufficiale per verificare le reazioni degli impiegati sull’acquisizione. Al tenpo stesso non ci sono state manifestazioni contro l’acquisizione.
L’Union Carbide ha sempre sostenuto la teoria del sabotaggio per spiegare l’incidente di Bhopal. La Dow appoggia anche lei questa tesi?
La Dow non ha mai condotto proprie investigazioni. Sappiamo che le squadre della Union Carbide, così come studi specialistici come la Arthur D. Little & Co., hanno speso anni per risalire alle cause del rilascio del gas. Tutti, comunque, in modo indipendente, ma univoco, hanno concluso che il disastro è stato causato da un’aggiunta deliberata e intenzionale di acqua al tank di stoccaggio del metilisocianato. Quando tutta la verità è stata appurata, la maggior parte di quello che era stato detto fino ad allora si è dimostrato essere sbagliato. E’ un tema molto complicato quello di Bhopal, ma la Union Carbide è convinta che la causa del disastro sia stato il sabotaggio da parte di un impiegato della stessa fabbrica e non un’errata valutazione progettuale o un’operazione sbagliata-
E noi non abbiamo alcuna ragione per dubitarlo.
© Piergiorgio Pescali
La Dow Chemical ha acquistito la UCC (Union Carbide Company) sapendo che sia il governo indiano sia le vittime di Bhopal chiedono un compenso più elevato e l’estradizione di Warren Anderson, il Presidente dell’UCAR all’epoca del disastro. Non pensa che con l’acquisizione dell’UCAR la Dow Chemical abbia anche ereditato tutti i debiti morali, etici e materiali lasciati irrisolti dall’UCAR a Bhopal?
Come sa, immediatamente dopo la tragedia di Bhopal, la Union Carbide ha accettato tutte le responsabilità morali per il rilascio del gas. Nel 1989 il governo dell’India e la Union Carbide hanno raggiunto un accordo in base al quale l’Ucar si impegnava a pagare al governo 470 milioni di dollari come risarcimento per tutte le richieste associate al disastro. L’accordo venne ratificato dalla Suprema Corte Indiana che lo trovò “giusto, equo e ragionevole” dichiarando chiusa la questione. L’Union Carbide, quindi pagò i 470 milioni di dollari al governo indiano, contribuendo tra l’altro con altri 90 milioni di dollari ricavati dalla vendita delle sue proprietà a Bhopal alla costruzione e all’operatività di un ospedale per il trattamento delle vittime del disastro. Infine la prego di prendere nota che l’Union Carbide Corporation NON è da identificarsi con la The Dow Chemical Company. La Union Carbide è un’entità legale separata. Con tutto il rispetto della tragedia di Bhopal, noi crediamo che la Union Carbide ha assolto a tutte le proprie responsabilità. Anche se la Dow Chemical ha acquisito tutte le azioni dell’Union Carbide, noi non abbiamo comunque ereditato tutte le pendenze, ammesso che ce ne siano ancora. La Dow Chemical, quindi, non accetta alcuna responsabilità del disastro e dei suoi affetti. Questo a prescindere dal fatto che noi siamo assolutamente d’accordo col fatto che nessuno dovrà mai scordare la terribile tragedia umana di Bhopal.
Quando una multinazionale, o anche solo una compagnia localizzata in poche aree ristrette, deve produrre profitto per sopravvivere nell’economia di mercato, la protezione dell’ambiente, i diritti dei lavoratori e la sicurezza degli stessi e delle persone che vivono attorno alle fabbriche, non vengono mai visti come priorità assoluta. Se questo è vero in Paesi avanzati, in quelli del Terzo Mondo la situazione è tragica. Qui le compagnie occidentali possono produrre prodotti pericolosi a costi contenuti. Tutti questi fattori – prodotti pericolosi, bassa protezione ambientale, bassa considerazione etica e umana – se mischiati assieme, possono reagire tra loro trasformando ogni fabbrica in un’altra potenziale Bhopal. Cosa si sta facendo per fermare questa spirale?
La nostra filosofia afferma che noi dobbiamo prima di tutto lavorare in modo etico e certamente, guadagnare profitto al tempo stesso, altrimenti nessuna fabbrica potrebbe sopravvivere. Questa è la nostra filosofia, a prescindere dal luogo dove le nostre fabbriche sono situate. Inoltre la nostra politica ambientalista, della sicurezza e della salute, è identica in qualsiasi parte del mondo.
La direzione della Dow Chemical sarebbe pronta a parlare con le organizzazioni che rappresentano le vittime di Bhopal per risolvere i problemi ancora aperti?
Ci sono già stati numerosi colloqui con le organizzazioni da lei citate, ma non hanno portato a nessun cambiamento nelle posizioni delle due parti. Non ci sono altri motivi, quindi, per allungare altre discussioni se l’oggetto della contesa è la richiesta delle organizzazioni delle vittime di una nostra responsabilità per la tragedia di Bhopal.
L’ex fabbrica dell’Union Carbide a Bhopal è ancora fonte di inquinamento, specialmente acquifero, che colpisce migliaia di persone. Sareste disposti a ripulire, o almeno a contribuire, alle operazioni di risanamento del sito?
Il terreno dove sorgeva la fabbrica dell’Union Carbide India Ltd. è sempre stato di proprietà del governo del Madhya Pradesh. Questo è un fatto importante da tenere a mente per continuare la nostra discussione. Nel 1988 il Madhya Pradesh Pollution Control Board (Ufficio per il Controllo dell’Inquinamento del Madhya Pradesh), ha rilasciato un comunicato stampa indicando di aver prelevato e analizzato campioni di acqua sia dalle tubature che dalle fonti potabili nelle aree attorno allo stabilimento. Le analisi non hanno dato alcuna traccia di composti chimici nocivi che avrebbero in qualche modo essere stati rilasciati dalle operazioni in corso nella fabbrica della Union Carbide India Limited. L’ufficio per il Controllo, inoltre, aggiungeva nel comunicato che l’inquinamento delle fonti d’acqua potabile è causato da un improprio drenaggio dell’acqua e da altri fattori d’inquinamento che nulla hanno a che fare con le attività dello stabilimento.
Nel 1997, il National Environmental Engineering Research Institute (NEERI), un’organizzazione parzialmente governativa di esperti ambientalisti indiani, ha analizzato 14 pozzi situati entro 500 metri dal sito della fabbrica. La conclusione è stata che i pozzi non sono stati inquinati a causa dalle passate attività del sito.
I lavoratori della Dow Chemical negli Stati Uniti e in Europa, come hanno visto l’acquisizione dell’Union Carbide?
Non c’è stato alcun sondaggio ufficiale per verificare le reazioni degli impiegati sull’acquisizione. Al tenpo stesso non ci sono state manifestazioni contro l’acquisizione.
L’Union Carbide ha sempre sostenuto la teoria del sabotaggio per spiegare l’incidente di Bhopal. La Dow appoggia anche lei questa tesi?
La Dow non ha mai condotto proprie investigazioni. Sappiamo che le squadre della Union Carbide, così come studi specialistici come la Arthur D. Little & Co., hanno speso anni per risalire alle cause del rilascio del gas. Tutti, comunque, in modo indipendente, ma univoco, hanno concluso che il disastro è stato causato da un’aggiunta deliberata e intenzionale di acqua al tank di stoccaggio del metilisocianato. Quando tutta la verità è stata appurata, la maggior parte di quello che era stato detto fino ad allora si è dimostrato essere sbagliato. E’ un tema molto complicato quello di Bhopal, ma la Union Carbide è convinta che la causa del disastro sia stato il sabotaggio da parte di un impiegato della stessa fabbrica e non un’errata valutazione progettuale o un’operazione sbagliata-
E noi non abbiamo alcuna ragione per dubitarlo.
© Piergiorgio Pescali
Bhopal: Intervista a Giovanni Natile (Novembre 2004)
Giovanni Natile è una figura di spicco nel panorama della chimica italiana e europea. Fino al 2005 ha occupato la presidenza della Società Chimica Italiana ed oggi è Presidente dell’Associazione Europea delle Sostanze Chimiche e Molecolari (EuChems). Ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande inerenti all’incidente di Bhopal.
Prof. Natile, cosa pensa personalmente dell’incidente occorso a Bhopal il 3 dicembre 1984?
Credo che prima di rispondere a delle domande riguardanti l’incidente di Bhopal sia opportuno fare delle considerazioni di carattere generale.
Quando succede un incidente in un impianto chimico si sente da parte dell’opinione pubblica, con la mediazione, o forse si potrebbe dire anche sotto la spinta, dei mezzi di comunicazione di massa, un’ostilità profonda nei confronti dell’industria chimica in generale e ancor più nei confronti della chimica come scienza. La chimica è sentita come sinonimo d’inquinamento, di degrado della qualità della vita e così via. Ogni incidente, diciamo pure ogni catastrofe, è una miscela di colpe e di fatalità e la componente casuale è spesso aggravata da leggerezza e superficialità; però, mentre nel caso di un disastro aereo o ferroviario a nessuno verrebbe in mente di abolire il trasporto aereo o quello su rotaia, davanti ad un incidente di tipo chimico si avverte per contro un sentimento di rifiuto della chimica in toto. Sarebbe possibile un mondo senza chimica? La risposta può essere affermativa a patto che siamo disposti a farne veramente senza: un mondo senza chimica sarebbe un mondo senza mezzi di trasporto (a meno di usare esclusivamente il trasporto animale), senza farmaci, senza indagini cliniche, etc. etc. visto che tutto o quasi tutto ha alla base un processo chimico. Quindi detto questo penso di poter rispondere alle sue domande.
Si sarebbe potuta evitare la tragedia di Bhopal?
Davanti ad una tragedia che ha avuto costi enormi in termini di vite umane distrutte o danneggiate è doveroso porsi delle domande affinché quanto accaduto non debba ripetersi. Si impone quindi un’accurata anamnesi dell’accaduto per valutare al meglio le origini e le cause possibili dell’incidente; cause che possono dipendere da colpevoli disattenzioni, dall’aver agito secondo modalità ad alto rischio, o anche da altri fattori sino a quel momento non documentabili come fattori di rischio. Da ogni tragedia dovremmo poter imparare qualche cosa, e di sicuro possiamo imparare. Faccio un esempio attuale: il triste episodio dell’11 settembre 2001: a parte tutte le considerazioni che si possono fare, ha sicuramente posto in discussione la costruzione, per insediamenti umani, di megastrutture metalliche difficilmente governabili. È vero che la costruzione di edifici molto sviluppati in altezza può stimolare la ricerca e la messa a punto di materiali non convenzionali, contribuendo così al progresso scientifico, ma alla fine qual è la necessità di levarsi così in alto? (anche la sfida della torre di Babele non ebbe molto successo …). Una risposta onesta e chiara a quanto lei mi chiede è comunque difficile. Spero che l’incidente di Bhopal sia stato oggetto di uno studio accurato e abbia contribuito alla messa in atto di adeguati provvedimenti di sicurezza degli impianti che escludano negli anni a venire incidenti simili.
Si parla tanto di etica, ma nessuno mette in dubbio che l’etica della sicurezza nelle fabbriche nel Terzo Mondo è meno seguita che da noi. Numerose multinazionali esportano capitali nel Terzo Mondo perché, oltre ad essere il costo del lavoro inferiore, anche le misure di sicurezza e ambientali possono essere oggetto di compromessi.
Il conflitto tra cultura dell’essere e quella dell’avere è vecchio quanto il mondo, e vincere la corsa a profitti sempre maggiori opponendo esclusivamente ragioni etiche credo sia pura utopia. Non penso di essere un cinico e non voglio togliere valore a chi s’impegna su basi etiche per un mondo migliore, tento di essere pratico e di suggerire, forse, una via possibile per mitigare la spregiudicatezza del nostro sistema economico. Sarebbe opportuno che tutte le parti in causa facessero uno sforzo comune per far comprendere che i risparmi in certi settori (sicurezza, ambiente, salute) sono nel medio termine penalizzanti anche in termini economici. Il timore di forti penalizzazioni economiche, derivanti da dover risarcire i danni prodotti, potrebbe essere l’unico deterrente in grado di convincere le imprese a produrre in termini di maggior sicurezza.
I responsabili del disastro di Bhopal sono rimasti impuniti. Anderson non è mai stato portato di fronte ad un tribunale e così neppure Arjun Singh. Non crede che questa impunità porti nell’opinione pubblica una sorta di sfiducia nei confronti delle multinazionali, specie quelle operanti in settori delicati come quello chimico?
Non so se l’assenza di una punizione per eventuali responsabili, o la mancata individuazione dei responsabili, sia la causa prima della paura e dello scetticismo dell’opinione pubblica. Dal mio punto di vista la paura può derivare sia da mancanza di conoscenza come anche dalla consapevolezza che qualche cosa stia avvenendo senza il rispetto delle regole (e quindi con rischi gravi). Per quanto riguarda la mancanza di conoscenza posso affermare, con rammarico, che la cultura chimica è scarsa anche tra persone con grado di istruzione medio alto. Basta scorrere gli articoli, a tema scientifico, dei più diffusi quotidiani per rendersi conto che sono infestati di autentiche sciocchezze che non aiutano a migliorare le cose. Bisognerebbe cominciare dalla scuola, ma come si fa se nei nostri Licei, dove pure è previsto l’insegnamento di chimica, i laureati in chimica non vi hanno accesso come docenti? Questa però è solo una parte del problema, veniamo a quello del produrre entro limiti più che ragionevoli di rischio. Nel campo della sicurezza si assiste all’intreccio perverso con la necessità di mercato di abbattere i costi di produzione quanto più possibile. Anche qui le risposte e gli interventi sono complessi e di non facile attuazione. Il miglioramento dei processi parte dalla ricerca, finanziamenti per ricerche di base sono limitati; da noi sono costituzionalmente bassi, ma anche altrove la situazione non è così facile. Investire nello studio di nuovi processi per produzioni per le quali è già presente una via a costi bassi non rappresenta un investimento remunerativo, a meno di non prendere in seria considerazioni gli aspetti della sicurezza e dell’impatto ambientale, ma queste cose vanno incoraggiate dai governi. A livello europeo c’è sicuramente una sensibilità maggiore rispetto agli stati ricchi dell’America, ma manca ancora una seria politica della ricerca. Infine i controlli: piuttosto scarsi e talvolta con un livello di competenza piuttosto limitato. Chi esce dalle nostre università con una buona laurea in discipline scientifiche, conseguita nel tempo legale di studio, ha di sicuro una preparazione eccellente, ma si scontra con una realtà lavorativa precaria e poco retribuita. Ne segue una forte demotivazione con conseguente emorragia verso altri percorsi di studio meno impegnativi e più remunerativi. In altri termini il controllo reale necessita anche di un substrato culturale i cui presupposti vengono da lontano, con responsabilità molto diffuse.
Ma cosa può fare l’opinione pubblica di fronte alle lobby che governano l’industria chimica mondiale?
Se le lobby esistono, non sono esclusivo appannaggio dell’industria chimica. Anche in questo senso un’opinione pubblica non solo attenta ma anche preparata può, attraverso quesiti precisi, e non con condanne generiche, chiedere ragione di comportamenti e pretendere risposte. Istituzioni ed enti locali devono essere in grado di interloquire in modo utile con il mondo industriale, settore chimico compreso.
Tara Gandhi, nipote del mahatma, si chiede cosa sarebbe accaduto se anziché a Bhopal l’incidente fosse accaduto in un paese dell’Europa o dell’America. Greenpeace afferma che l’ex fabbrica UCAR continua a inquinare le falde acquifere e la nuova proprietaria, la Dow Chemical rifiuta di porvi rimedio. Infine le organizzazioni che si occupano dei malati cronici di Bhopal denunciano il disinteresse delle autorità. Come si può avere fiducia in un settore così poco attento alle problematiche umane?
Il lavoro delle associazioni che Lei ha nominato penso sia non solo utile ma anche prezioso per diffondere cultura e sensibilità. Forse alcune necessitano di essere più propositive per poter essere più incisive.
© Piergiorgio Pescali
Prof. Natile, cosa pensa personalmente dell’incidente occorso a Bhopal il 3 dicembre 1984?
Credo che prima di rispondere a delle domande riguardanti l’incidente di Bhopal sia opportuno fare delle considerazioni di carattere generale.
Quando succede un incidente in un impianto chimico si sente da parte dell’opinione pubblica, con la mediazione, o forse si potrebbe dire anche sotto la spinta, dei mezzi di comunicazione di massa, un’ostilità profonda nei confronti dell’industria chimica in generale e ancor più nei confronti della chimica come scienza. La chimica è sentita come sinonimo d’inquinamento, di degrado della qualità della vita e così via. Ogni incidente, diciamo pure ogni catastrofe, è una miscela di colpe e di fatalità e la componente casuale è spesso aggravata da leggerezza e superficialità; però, mentre nel caso di un disastro aereo o ferroviario a nessuno verrebbe in mente di abolire il trasporto aereo o quello su rotaia, davanti ad un incidente di tipo chimico si avverte per contro un sentimento di rifiuto della chimica in toto. Sarebbe possibile un mondo senza chimica? La risposta può essere affermativa a patto che siamo disposti a farne veramente senza: un mondo senza chimica sarebbe un mondo senza mezzi di trasporto (a meno di usare esclusivamente il trasporto animale), senza farmaci, senza indagini cliniche, etc. etc. visto che tutto o quasi tutto ha alla base un processo chimico. Quindi detto questo penso di poter rispondere alle sue domande.
Si sarebbe potuta evitare la tragedia di Bhopal?
Davanti ad una tragedia che ha avuto costi enormi in termini di vite umane distrutte o danneggiate è doveroso porsi delle domande affinché quanto accaduto non debba ripetersi. Si impone quindi un’accurata anamnesi dell’accaduto per valutare al meglio le origini e le cause possibili dell’incidente; cause che possono dipendere da colpevoli disattenzioni, dall’aver agito secondo modalità ad alto rischio, o anche da altri fattori sino a quel momento non documentabili come fattori di rischio. Da ogni tragedia dovremmo poter imparare qualche cosa, e di sicuro possiamo imparare. Faccio un esempio attuale: il triste episodio dell’11 settembre 2001: a parte tutte le considerazioni che si possono fare, ha sicuramente posto in discussione la costruzione, per insediamenti umani, di megastrutture metalliche difficilmente governabili. È vero che la costruzione di edifici molto sviluppati in altezza può stimolare la ricerca e la messa a punto di materiali non convenzionali, contribuendo così al progresso scientifico, ma alla fine qual è la necessità di levarsi così in alto? (anche la sfida della torre di Babele non ebbe molto successo …). Una risposta onesta e chiara a quanto lei mi chiede è comunque difficile. Spero che l’incidente di Bhopal sia stato oggetto di uno studio accurato e abbia contribuito alla messa in atto di adeguati provvedimenti di sicurezza degli impianti che escludano negli anni a venire incidenti simili.
Si parla tanto di etica, ma nessuno mette in dubbio che l’etica della sicurezza nelle fabbriche nel Terzo Mondo è meno seguita che da noi. Numerose multinazionali esportano capitali nel Terzo Mondo perché, oltre ad essere il costo del lavoro inferiore, anche le misure di sicurezza e ambientali possono essere oggetto di compromessi.
Il conflitto tra cultura dell’essere e quella dell’avere è vecchio quanto il mondo, e vincere la corsa a profitti sempre maggiori opponendo esclusivamente ragioni etiche credo sia pura utopia. Non penso di essere un cinico e non voglio togliere valore a chi s’impegna su basi etiche per un mondo migliore, tento di essere pratico e di suggerire, forse, una via possibile per mitigare la spregiudicatezza del nostro sistema economico. Sarebbe opportuno che tutte le parti in causa facessero uno sforzo comune per far comprendere che i risparmi in certi settori (sicurezza, ambiente, salute) sono nel medio termine penalizzanti anche in termini economici. Il timore di forti penalizzazioni economiche, derivanti da dover risarcire i danni prodotti, potrebbe essere l’unico deterrente in grado di convincere le imprese a produrre in termini di maggior sicurezza.
I responsabili del disastro di Bhopal sono rimasti impuniti. Anderson non è mai stato portato di fronte ad un tribunale e così neppure Arjun Singh. Non crede che questa impunità porti nell’opinione pubblica una sorta di sfiducia nei confronti delle multinazionali, specie quelle operanti in settori delicati come quello chimico?
Non so se l’assenza di una punizione per eventuali responsabili, o la mancata individuazione dei responsabili, sia la causa prima della paura e dello scetticismo dell’opinione pubblica. Dal mio punto di vista la paura può derivare sia da mancanza di conoscenza come anche dalla consapevolezza che qualche cosa stia avvenendo senza il rispetto delle regole (e quindi con rischi gravi). Per quanto riguarda la mancanza di conoscenza posso affermare, con rammarico, che la cultura chimica è scarsa anche tra persone con grado di istruzione medio alto. Basta scorrere gli articoli, a tema scientifico, dei più diffusi quotidiani per rendersi conto che sono infestati di autentiche sciocchezze che non aiutano a migliorare le cose. Bisognerebbe cominciare dalla scuola, ma come si fa se nei nostri Licei, dove pure è previsto l’insegnamento di chimica, i laureati in chimica non vi hanno accesso come docenti? Questa però è solo una parte del problema, veniamo a quello del produrre entro limiti più che ragionevoli di rischio. Nel campo della sicurezza si assiste all’intreccio perverso con la necessità di mercato di abbattere i costi di produzione quanto più possibile. Anche qui le risposte e gli interventi sono complessi e di non facile attuazione. Il miglioramento dei processi parte dalla ricerca, finanziamenti per ricerche di base sono limitati; da noi sono costituzionalmente bassi, ma anche altrove la situazione non è così facile. Investire nello studio di nuovi processi per produzioni per le quali è già presente una via a costi bassi non rappresenta un investimento remunerativo, a meno di non prendere in seria considerazioni gli aspetti della sicurezza e dell’impatto ambientale, ma queste cose vanno incoraggiate dai governi. A livello europeo c’è sicuramente una sensibilità maggiore rispetto agli stati ricchi dell’America, ma manca ancora una seria politica della ricerca. Infine i controlli: piuttosto scarsi e talvolta con un livello di competenza piuttosto limitato. Chi esce dalle nostre università con una buona laurea in discipline scientifiche, conseguita nel tempo legale di studio, ha di sicuro una preparazione eccellente, ma si scontra con una realtà lavorativa precaria e poco retribuita. Ne segue una forte demotivazione con conseguente emorragia verso altri percorsi di studio meno impegnativi e più remunerativi. In altri termini il controllo reale necessita anche di un substrato culturale i cui presupposti vengono da lontano, con responsabilità molto diffuse.
Ma cosa può fare l’opinione pubblica di fronte alle lobby che governano l’industria chimica mondiale?
Se le lobby esistono, non sono esclusivo appannaggio dell’industria chimica. Anche in questo senso un’opinione pubblica non solo attenta ma anche preparata può, attraverso quesiti precisi, e non con condanne generiche, chiedere ragione di comportamenti e pretendere risposte. Istituzioni ed enti locali devono essere in grado di interloquire in modo utile con il mondo industriale, settore chimico compreso.
Tara Gandhi, nipote del mahatma, si chiede cosa sarebbe accaduto se anziché a Bhopal l’incidente fosse accaduto in un paese dell’Europa o dell’America. Greenpeace afferma che l’ex fabbrica UCAR continua a inquinare le falde acquifere e la nuova proprietaria, la Dow Chemical rifiuta di porvi rimedio. Infine le organizzazioni che si occupano dei malati cronici di Bhopal denunciano il disinteresse delle autorità. Come si può avere fiducia in un settore così poco attento alle problematiche umane?
Il lavoro delle associazioni che Lei ha nominato penso sia non solo utile ma anche prezioso per diffondere cultura e sensibilità. Forse alcune necessitano di essere più propositive per poter essere più incisive.
© Piergiorgio Pescali
Bhopal: Intervista a Arundhati Roi (Novembre 2004)
Arundhati Roy, autrice de Il Dio delle piccole cose, è la scrittrice indiana più famosa in Italia. Il suo impegno politico e sociale l’ha portata a sfidare coraggiosamente ogni tipo di ingiustizia, facendole “visitare” (nel senso di essere stata arrestata) anche le prigioni indiane. L’abbiamo incontrata nella sua casa di Nuova Delhi.
Al disastro di Bhopal viene spesso accostato il caso Seveso. Eppure, mentre esiste una Legge Seveso, non esiste una Legge Bhopal. Che valore hanno i 16.000 morti indiani?
Poco, molto poco. In un’economia rivolta essenzialmente al profitto, i poveri non hanno diritti. Si dice che gli USA sono una grande democrazia, ed è vero, almeno entro i suoi confini. Ma al di fuori di essi la libertà che dispensano è quella dell’umiliazione, del soggiogamento al servizio del libero mercato.
Il colonialismo di ieri è stato oggi sostituito dalla globalizzazione?
Certamente; la globalizzazione è una varietà mutante del vecchio concetto colonialista, le fabbriche multinazionali sono i nuovi mezzi di colonizzazione, mentre i loro Presidenti sono i nuovi colonizzatori, con la sola differenza che oggi non debbono rischiare malattie o insurrezioni. Non vedendo, la loro coscienza è meno stressata.
Bush. Bin Laden, Saddam Hussein e Warren Anderson. C’è un comune denominatore tra questi uomini così differenti tra loro?
Tutti hanno ucciso persone. Non direttamente, ma le loro decisioni hanno permesso che questo accadesse. Niente può giustificare un atto di terrorismo. A Bhopal si è creato terrore tra la gente ed ogni persona uccisa in quella città deve essere aggiunta al conto.
© Piergiorgio Pescali
Al disastro di Bhopal viene spesso accostato il caso Seveso. Eppure, mentre esiste una Legge Seveso, non esiste una Legge Bhopal. Che valore hanno i 16.000 morti indiani?
Poco, molto poco. In un’economia rivolta essenzialmente al profitto, i poveri non hanno diritti. Si dice che gli USA sono una grande democrazia, ed è vero, almeno entro i suoi confini. Ma al di fuori di essi la libertà che dispensano è quella dell’umiliazione, del soggiogamento al servizio del libero mercato.
Il colonialismo di ieri è stato oggi sostituito dalla globalizzazione?
Certamente; la globalizzazione è una varietà mutante del vecchio concetto colonialista, le fabbriche multinazionali sono i nuovi mezzi di colonizzazione, mentre i loro Presidenti sono i nuovi colonizzatori, con la sola differenza che oggi non debbono rischiare malattie o insurrezioni. Non vedendo, la loro coscienza è meno stressata.
Bush. Bin Laden, Saddam Hussein e Warren Anderson. C’è un comune denominatore tra questi uomini così differenti tra loro?
Tutti hanno ucciso persone. Non direttamente, ma le loro decisioni hanno permesso che questo accadesse. Niente può giustificare un atto di terrorismo. A Bhopal si è creato terrore tra la gente ed ogni persona uccisa in quella città deve essere aggiunta al conto.
© Piergiorgio Pescali
Bhopal: Intervista a Amartya Sen (Novembre 2004)
Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia nel 1998, è l’economista indiano che più ha studiato i rapporti tra etica e profitto nel mercato globale. L’essere nato e aver vissuto la sua infanzia in un villaggio del Bengala lo ha certo aiutato a immedesimarsi negli strati più emarginati della popolazione, raccogliendo e sviluppando le istanze che potrebbero aiutare gli impoveriti ad inserirsi nella complessità dei motori economici.
Prof. Sen, come creare i meccanismi sociali e culturali per rendere partecipi anche gli impoveriti allo sviluppo economico?
Purtroppo in un mondo sempre più globalizzato, per i poveri è arduo entrare nel processo di sviluppo. Occorrono basi che non tutti gli stati possono o vogliono garantire: l’istruzione in primo luogo, ma anche la sanità, il cibo, un’informazione esauriente e corretta, la possibilità di viaggiare, non dico all’estero, ma nella città più vicina. E’ difficile per chi non sa scrivere o leggere, per chi è malato o per chi non sa nulla del mondo esterno, sentirsi parte di un meccanismo economico che vada al di là dei limiti del proprio villaggio.
Se tutte queste variabili entrano a far parte dello sviluppo, come mai si continua a pensare alla ricchezza sotto forma di PIL, di produzione industriale o di consumo?
Purtroppo sono in pochi a comprendere che lo sviluppo non dipende solo dal PIL. Ho conosciuto sostenitori del libero mercato che rimangono impassibili di fronte a bambini che muoiono per mancanza di una semplicissima medicina o che crescono analfabeti.
In ultima analisi, come definire lo sviluppo?
E’ la libertà di scegliere e poter scegliere compatibilmente con le proprie responsabilità. Quando ognuno di noi potrà sentirsi libero di portare a termine una cosa che ritiene essenziale per la sua vita, allora avremo fatto un grosso passo verso lo sviluppo.
© Piergiorgio Pescali
Prof. Sen, come creare i meccanismi sociali e culturali per rendere partecipi anche gli impoveriti allo sviluppo economico?
Purtroppo in un mondo sempre più globalizzato, per i poveri è arduo entrare nel processo di sviluppo. Occorrono basi che non tutti gli stati possono o vogliono garantire: l’istruzione in primo luogo, ma anche la sanità, il cibo, un’informazione esauriente e corretta, la possibilità di viaggiare, non dico all’estero, ma nella città più vicina. E’ difficile per chi non sa scrivere o leggere, per chi è malato o per chi non sa nulla del mondo esterno, sentirsi parte di un meccanismo economico che vada al di là dei limiti del proprio villaggio.
Se tutte queste variabili entrano a far parte dello sviluppo, come mai si continua a pensare alla ricchezza sotto forma di PIL, di produzione industriale o di consumo?
Purtroppo sono in pochi a comprendere che lo sviluppo non dipende solo dal PIL. Ho conosciuto sostenitori del libero mercato che rimangono impassibili di fronte a bambini che muoiono per mancanza di una semplicissima medicina o che crescono analfabeti.
In ultima analisi, come definire lo sviluppo?
E’ la libertà di scegliere e poter scegliere compatibilmente con le proprie responsabilità. Quando ognuno di noi potrà sentirsi libero di portare a termine una cosa che ritiene essenziale per la sua vita, allora avremo fatto un grosso passo verso lo sviluppo.
© Piergiorgio Pescali
Bhopal 20 anni dopo (3 Dicembre 2004) - 3
Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, nella città di Bhopal, nel Madhya Pradesh, si consumava la più raccapricciante catastrofe nella storia industriale chimica. Raccapricciante non solo per l’entità delle vite umane straziate, quanto per la cinica opera di sfruttamento operata dalla grande finanza, dalle multinazionali e dalle istituzioni che, speculando sul dramma e sul dolore altrui, hanno trovato il modo per arricchirsi ulteriormente.
Quel drammatico giorno di vent’anni fa, dagli impianti della fabbrica UCAR, una infiltrazione d’acqua in uno dei due serbatoi contenente metilisocianato (MIC), causava una sovrapressione che lo fece esplodere, permettendo al gas mortale di infiltrarsi, invisibile serpente, tra le baracche degli slums della periferia settentrionale della città. Le 27 tonnellate di MIC, a cui si aggiunsero 13 tonnellate di fosgene, causarono la morte tra atroci sofferenze di duemila persone. Ma il MIC e il fosgene hanno continuato a uccidere per tutti questi decenni: tra i sedici e i trentamila indiani, secondo le stime di varie organizzazioni indipendenti, sarebbero morti a causa dell’inalazione dei due gas. Il Consiglio Indiano per la Ricerca Medica stima che 521.262 persone siano state intossicate dalla nube sprigionatasi dalla fabbrica UCAR. Di queste circa 70.000 avrebbero avuto danni permanenti. La catastrofe di Bhopal non è avvenuta per caso: troppi gli avvertimenti che ingegneri statunitensi, giornalisti come Rajkumar Keswani, lavoratori all’interno della fabbrica avevano lanciato a Warren Anderson, il Presidente dell’UCAR. Già nel 1978, appena due anni dopo l’apertura della fabbrica produttrice dell’insetticida SEVIN, un incendio al reparto di produzione dell’alfa naftolo aveva sfiorato la strage. E il 25 dicembre 1981, Mohammed Ashraf, un operaio di 32 anni, moriva dopo due giorni di agonia per essere stato investito da una fuga di fosgene. Per tutta risposta la direzione dell’UCAR decise di allentare le misure di sicurezza, di ridurre al minimo le opere di manutenzione e, soprattutto, stoccare in due serbatoi il micidiale MIC, nonostante le più elementari regole di tutela per la vita umana, applicate con dovizia in Occidente, lo proibissero. Lo stabilimento di Bhopal doveva produrre profitto; questo era il suo primo e unico obiettivo. Una Bhopal avrebbe potuto accadere a Bergamo, Hannover, Los Angeles? Con tutta probabilità no. La consapevolezza degli operai e la protezione sindacale avrebbero impedito la costruzione stessa dell’impianto. L’incidente più simile accaduto in Italia è quello di Seveso, ma in questo caso «La multinazionale Hoffman-La Roche ha trattato la popolazione di Seveso con ben altra attenzione di quella dedicata dalla Union Carbide a Bhopal» afferma Gianni Tognoni ricercatore presso il prestigioso Istituto Mario Negri e membro della Commissione Internazionale Medica su Bhopal. Le vittime di Bhopal non hanno diritto di protestare. Non ne hanno neppure la forza, visto che il 70% di loro era lavoratore precario senza protezione sindacale. I programmi di aiuto avviati dal governo sono stati un fallimento sia dal punto di vista sociale che sanitario «tanto più ora che la salute è dichiarata ufficialmente una variabile solo marginalmente medica perché di fatto appartiene all’ordine dell’economia, della politica, delle grandi scelte sociali e culturali» aggiunge Gianni Tognoni. I diritti, invece, li hanno i vari Anderson, acclamato come eroe dalla stampa specializzata italiana, gli Arjun Singh, il Primo Ministro che per ottenere voti ha concesso ai miserabili di accamparsi attorno alla fabbrica killer, gli “abili” giocatori di borsa (che non fanno male a nessuno, secondo l’opinione corrente), che immediatamente dopo il flagello si sono precipitati a comperare le azioni dell’UCAR per poi rivenderle appena queste sono risalite. Nessuno oramai pensa a Bhopal. Acqua passata? No, non è acqua passata. Greenpeace ha divulgato i risultati delle analisi sulle falde acquifere attorno all’UCAR, che non è mai stata smantellata e bonificata. Valori di clorurati da 5 a 700 volte i limiti stabiliti dall’EPA per le acque potabili dimostrano che la fabbrica killer continua a uccidere. No, decisamente non possiamo dire che sia acqua passata.
© Piergiorgio Pescali
Quel drammatico giorno di vent’anni fa, dagli impianti della fabbrica UCAR, una infiltrazione d’acqua in uno dei due serbatoi contenente metilisocianato (MIC), causava una sovrapressione che lo fece esplodere, permettendo al gas mortale di infiltrarsi, invisibile serpente, tra le baracche degli slums della periferia settentrionale della città. Le 27 tonnellate di MIC, a cui si aggiunsero 13 tonnellate di fosgene, causarono la morte tra atroci sofferenze di duemila persone. Ma il MIC e il fosgene hanno continuato a uccidere per tutti questi decenni: tra i sedici e i trentamila indiani, secondo le stime di varie organizzazioni indipendenti, sarebbero morti a causa dell’inalazione dei due gas. Il Consiglio Indiano per la Ricerca Medica stima che 521.262 persone siano state intossicate dalla nube sprigionatasi dalla fabbrica UCAR. Di queste circa 70.000 avrebbero avuto danni permanenti. La catastrofe di Bhopal non è avvenuta per caso: troppi gli avvertimenti che ingegneri statunitensi, giornalisti come Rajkumar Keswani, lavoratori all’interno della fabbrica avevano lanciato a Warren Anderson, il Presidente dell’UCAR. Già nel 1978, appena due anni dopo l’apertura della fabbrica produttrice dell’insetticida SEVIN, un incendio al reparto di produzione dell’alfa naftolo aveva sfiorato la strage. E il 25 dicembre 1981, Mohammed Ashraf, un operaio di 32 anni, moriva dopo due giorni di agonia per essere stato investito da una fuga di fosgene. Per tutta risposta la direzione dell’UCAR decise di allentare le misure di sicurezza, di ridurre al minimo le opere di manutenzione e, soprattutto, stoccare in due serbatoi il micidiale MIC, nonostante le più elementari regole di tutela per la vita umana, applicate con dovizia in Occidente, lo proibissero. Lo stabilimento di Bhopal doveva produrre profitto; questo era il suo primo e unico obiettivo. Una Bhopal avrebbe potuto accadere a Bergamo, Hannover, Los Angeles? Con tutta probabilità no. La consapevolezza degli operai e la protezione sindacale avrebbero impedito la costruzione stessa dell’impianto. L’incidente più simile accaduto in Italia è quello di Seveso, ma in questo caso «La multinazionale Hoffman-La Roche ha trattato la popolazione di Seveso con ben altra attenzione di quella dedicata dalla Union Carbide a Bhopal» afferma Gianni Tognoni ricercatore presso il prestigioso Istituto Mario Negri e membro della Commissione Internazionale Medica su Bhopal. Le vittime di Bhopal non hanno diritto di protestare. Non ne hanno neppure la forza, visto che il 70% di loro era lavoratore precario senza protezione sindacale. I programmi di aiuto avviati dal governo sono stati un fallimento sia dal punto di vista sociale che sanitario «tanto più ora che la salute è dichiarata ufficialmente una variabile solo marginalmente medica perché di fatto appartiene all’ordine dell’economia, della politica, delle grandi scelte sociali e culturali» aggiunge Gianni Tognoni. I diritti, invece, li hanno i vari Anderson, acclamato come eroe dalla stampa specializzata italiana, gli Arjun Singh, il Primo Ministro che per ottenere voti ha concesso ai miserabili di accamparsi attorno alla fabbrica killer, gli “abili” giocatori di borsa (che non fanno male a nessuno, secondo l’opinione corrente), che immediatamente dopo il flagello si sono precipitati a comperare le azioni dell’UCAR per poi rivenderle appena queste sono risalite. Nessuno oramai pensa a Bhopal. Acqua passata? No, non è acqua passata. Greenpeace ha divulgato i risultati delle analisi sulle falde acquifere attorno all’UCAR, che non è mai stata smantellata e bonificata. Valori di clorurati da 5 a 700 volte i limiti stabiliti dall’EPA per le acque potabili dimostrano che la fabbrica killer continua a uccidere. No, decisamente non possiamo dire che sia acqua passata.
© Piergiorgio Pescali
Bhopal 20 anni dopo (3 Dicembre 2004) - 2
Il 3 dicembre 1984 le fioche luci delle lampadine che rischiaravano le baracche degli slums di Bhopal, erano quasi tutte spente. Mezzanotte era da poco passata e fra poche ore le strade, ora deserte, avrebbero di nuovo accolto la variegata moltitudine di un’umanità che, abbandonati i propri villaggi di campagna, nella città aveva trovato una miseria ancora più devastante. Le luci sfavillanti dei quartieri della borghesia cittadina, erano lontane; i ricchi indiani non volevano svegliarsi al mattino avendo di fronte la cruda realtà dell’indigenza. Pressato dall’imminente scadenza elettorale e in disperata ricerca di voti, il Primo Ministro del Madhya Pradesh, Arjun Singh, aveva concesso, alle migliaia di diseredati, di edificare i loro tuguri nell’area attorno allo stabilimento UCAR, che dal 1976 produceva il SEVIN, un potente insetticida. Per gli impoveriti di Bhopal, i fari di questa fabbrica avevano rappresentato una speranza di riscatto della loro condizione di povertà e emarginazione. Ma le promesse dei dirigenti statunitensi, padroni assoluti di quel “paradiso di ricchezza”, si erano presto dileguate. Gli impianti, oramai non più mantenuti in sicurezza, svettavano come grattacieli sulla miseria dell’uomo. Due anni prima, nel 1982, una commissione di ingegneri aveva denunciato la pericolosità della fabbrica, ma Waren Anderson, il Presidente dell’UCAR, non aveva accolto gli avvertimenti. Dopotutto lo stabilimento doveva produrre profitto, sfornando tonnellate di insetticida per permettere al governo indiano di concludere l’avventura utopistica della Rivoluzione Verde. Ma quella notte tra il 2 e il 3 dicembre, l’UCAR, invece di essere veicolo per decimare insetti, sterminò vite umane. Insetti della società indiana: poveri, fuoricasta, hindù e musulmani. 27 tonnellate di isocianato di metile (MIC) a cui si aggiunsero altre 13 tonnellate di composti intermedi usati per la produzione del SEVIN, eruppero dai serbatoi di stoccaggio strisciando tra gli slums che circondavano la fabbrica. Prima che il sole sorgesse 2.000 persone morirono, ma in questi vent’anni si stima che altre 16-30.000 se ne siano aggiunte, mentre tra le 50 e le 70.000 persone hanno subito traumi permanenti. Per curarle sono sorti centri terapeutici, ospedali, dispensari; alcuni, come la Sambhavna Clinic, eseguono trattamenti a titolo gratuito, altri – e sono purtroppo la maggioranza – hanno sfruttato la tragedia e la disperazione dei poveracci per accumulare denaro senza troppa fatica. Il 70% delle vittime di Bhopal erano lavoratori precari, privi di diritti e senza protezione sindacale; sottoproletari, insomma. I programmi di aiuto avviati dal governo sono stati un fallimento sia dal punto di vista sociale che sanitario «tanto più ora che la salute è dichiarata ufficialmente una variabile solo marginalmente medica perché di fatto appartiene all’ordine dell’economia, della politica, delle grandi scelte sociali e culturali» afferma Gianni Tognoni, ricercatore presso il prestigioso Istituto Mario Negri e membro della Commissione Internazionale Medica su Bhopal. «Warren Anderson è il bin Laden dell’industria. Eppure nessuno si scandalizza del fatto che non ha mai dovuto rendere conto delle proprie responsabilità» mi confida Dominique Lapierre, autore di Mezzanotte e cinque a Bhopal. Anche in Italia la maggioranza della stampa specializzata ha fatto quadrato attorno alla UCAR, scagliandosi contro gli ambientalisti ed arrivando a dipingere Anderson come un eroe. Da parte sua l’UCAR, dopo aver sostenuto la tesi del sabotaggio, ha cercato di correre ai ripari mostrando al mondo una presunta buona fede e filantropia, ma è apparso subito chiaro che la sua politica era in primo luogo rivolta a ricapitalizzare il patrimonio. E c’è riuscita. Suddivisa nel 1987 in tre branche, nel febbraio 2001 è stata assorbita dalla Dow Chemicals per 9,3 miliardi di dollari. E quando, all’indomani della catastrofe, le azioni dell’UCAR crollarono da 48 a 32 dollari, lo yuppi texano Sid Bass si affrettò a comprarne il 5%. Nessuno in Borsa ebbe a che ridire: fu solo un ottimo e acuto investimento. «Cosa sarebbe accaduto se il MIC avesse ucciso a Detroit, Manchester, Colonia o a Torino?» si chiede Thara Gandhi, nipote del Mahatma che si batte affinché alle vittime di Bhopal sia riconosciuto il diritto di avere giustizia. «La multinazionale Hoffman-La Roche ha trattato la popolazione di Seveso con ben altra attenzione di quella dedicata dalla Union Carbide a Bhopal» afferma ancora Tognoni. A differenza dell’incidente di Seveso, da cui è scaturita una legge che si riconduce al fatto specifico, non è mai stata emessa una Legge Bhopal. Le regole del mercato sono spietate: chi rende profitto ha diritto ad una maggiore considerazione. In un’ottica etica, dopo Bhopal le industrie chimiche italiane avrebbero dovuto cessare ogni rapporto con l’UCAR. Quasi nessuna ebbe il coraggio di farlo. Di fronte a questa cruda realtà ben poco valgono i discorsi di politici e imprenditori che propongono un’industria e un’economia “etica”. Etica e profitto mal si conciliano.
© Piergiorgio Pescali
© Piergiorgio Pescali
Bhopal 20 anni dopo (3 Dicembre 2004) - 1
Poco dopo la mezzanotte del 3 dicembre 1984, dalla fabbrica Union Carbide di Bhopal, 27 tonnellate di isocianato di metile (MIC) a cui si aggiunsero altre 13 tonnellate di composti intermedi usati per la produzione di un insetticida, il SEVIN, fuoriuscirono dai serbatoi di stoccaggio disperdendosi tra gli slums che circondavano la fabbrica. Circa 2.000 persone morirono prima del sorgere del sole, ma altre migliaia continuarono ad aggiungersene nel corso degli anni. Nell’ottobre del 1995, anno dell’ultimo dato ufficiale emesso dal governo indiano erano 7.575; oggi, dopo più accurate ricerche sul campo, si stima che tra le 16.000 e le 30.000 persone siano state vittime del MIC, mentre il Consiglio Indiano per la Ricerca Medica ha ufficialmente affermato che delle 520.000 persone intossicate dalla nube in quella terribile notte di dicembre, 50-70.000 hanno subito traumi permanenti. «Morti che in Occidente contano assai poco» mi dice la scrittrice indiana Arundathi Roy; «perché l’India è vista come un enorme serbatoio di manodopera e 16.000, 30.000 persone sono solo un’infima, trascurabile percentuale, per di più senza alcun diritto e voce». E’ vero, Bhopal è stato “solo” un “deprecabile incidente” dello sviluppo tecnologico portato dalle multinazionali. Il SEVIN prodotto dalla UCAR avrebbe dovuto servire a realizzare l’ambizioso progetto della Rivoluzione Verde lanciato dal governo di Nuova Delhi agli inizi degli anni Settanta; seicento milioni di indiani sarebbero finalmente riusciti a sfamarsi senza ricorrere ad aiuti esterni. Tutto era lecito per raggiungere l’obiettivo: anche permettere che attorno alla fabbrica che produceva e stoccava tonnellate di metilisocianato si creasse un’immensa baraccopoli. Arjung Singh, il Primo Ministro del Madhya Pradesh che, in cambio di voti per la sua rielezione aveva permesso l’occupazione del terreno attorno alla UCAR, non si è mai dovuto scomodare per apparire davanti ad una corte di giustizia. Gli speculatori di borsa, che si sono allegramente precipitati a comprare le azioni della multinazionale, crollate subito dopo l’incidente per poi rivenderle appena sono risalite, hanno incassato parole di elogio per la loro sagacia e prontezza. Warren Anderson, il Presidente dell’UCAR al tempo del disastro, ha avuto tutto il tempo di raggiungere felicemente la pensione, di ritirarsi in Florida e di scomparire nel nulla fino all’estate del 2002, quando Greenpeace è riuscita a rintracciarlo nella sua nuova tenuta di Hamptons, a Long Island. E nel frattempo a Bhopal, a vent’anni di distanza, si continua a morire. I 470 milioni di dollari che nel 1989 la UCAR è stata obbligata a pagare per decreto della Corte Suprema dell’India, sono giunti solo ora ai parenti delle vittime. Miracoli degli anniversari! Chi va a Bhopal può ancora vedere la fabbrica killer: nessuno ha pensato di smantellarla e bonificare la zona. Così le falde acquifere, già inquinate dalla scarsa sensibilità ambientale del governo indiano, hanno mostrato livelli di inquinamento incredibili: i clorurati presentano concentrazioni da cinque a settecento volte superiori ai limiti imposti dall’EPA per le acque potabili. «Cosa sarebbe accaduto se il MIC avesse ucciso a Detroit, Manchester, Colonia o a Torino?» si chiede Thara Gandhi, nipote del Mahatma che si batte affinché alle vittime di Bhopal sia riconosciuto il diritto di avere giustizia. La domanda di Gandhi apre un altro spazio di discussione: sarebbe stato possibile per una Union Carbide aprire una fabbrica la cui gestione poco attenta alla sicurezza era stata più volte denunciata, in un paese dell’Europa Occidentale o negli Stati Uniti?
© Piergiorgio Pescali
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