Lenin affermava che la fase successiva dello sviluppo naturale del capitalismo, sarebbe stato l’imperialismo, con la continua ricerca di nuovi mercati in cui produrre e smerciare i propri prodotti. Pensate ad un mondo dove le ultime nicchie disponibili, siano quasi tutte occupate e rimangano solo pochi spazi vuoti, ultimi residui di territori immuni dal contagio consumista e capitalista. Una volta che anche queste aree decidessero di aprirsi al mercato libero è “naturale” che le aziende cerchino di accaparrarsi la loro lauta fetta di potenziali consumatori o di manodopera a basso costo.
Questo è esattamente ciò che sta accadendo in Corea del Nord. I segni, sempre più evidenti ed inequivocabili, di una remissione del sistema economico ad indirizzo socialista verso uno ad economia mista, ha scatenato una guerra tra chaebol sudcoreani e multinazionali giapponesi.
I primi, in quanto coreani, si arrogano il diritto di entrare per primi nel Paese ora definito senza mezzi termini “fratello”, mentre i nipponici puntano sulla loro forza tecnologica ed organizzativa e sui legami economici internazionali nell’area del Pacifico.
La Repubblica Democratica e Popolare di Corea sta quindi trasformandosi in un nuovo Far West asiatico, dove ai due principali contendenti, se ne sommeranno presto altri.
La statunitense Aurora Partners, ad esempio, ha già colto l’opportunità offertale dal ritiro delle disposizioni dell’embargo verso Pyongyang, per investire capitali nello sfruttamento delle miniere di magnesio.
Al Koryo Hotel di Pyongyang incontro una delegazione di uomini d’affari giapponesi. Sono qui per sondare il terreno in previsione di futuri investimenti nel Paese.
-L’industria giapponese può competere con la concorrenza cinese, coreana, taiwanese, indonesiana, malese solo migliorando costantemente la qualità dei propri prodotti- confessa Nobuyoshi Umezawa, il capo delegazione; -Qui in Nord Corea abbiamo scoperto un potenziale di produttività elevatissimo con livelli qualitativi nettamente superiori a quelli riscontrabili in altri Paesi asiatici.-
I sudcoreani, allarmati da questo interesse del Sol Levante, fanno leva sulla storia, sapendo quanto sensibile sia il governo di Kim Jong Il in questo campo: -Apparteniamo ad uno stesso popolo, abbiamo condiviso secoli e secoli di storia, il dramma della colonizzazione giapponese, parliamo la stessa lingua. Cinquant’anni di divisioni non possono far dimenticare un passato millenario. Nord e Sud potranno solo guadagnare entrambi da una collaborazione senza interferenze esterne.- controbatte Bae Ie Dong, dell’Ufficio Relazioni Internazionali della Federazione delle Industrie Coreane, nella capitale del Nord per conto del Ministero dell’Industria di Seoul.
La tattica di Bae Ie Dong sembra funzionare e nelle Zone di Libero Scambio sono già una decina le ditte del Sud che hanno propri impianti industriali produttivi, mentre la Hyundai, il cui fondatore Chung Ju-yung non ha mai dimenticato il suo paese natale situato a nord del 38° parallelo, fa la parte del leone con insediamenti turistici nella regione di Kumgang.
Il grosso enigma che si presenta alla Corea del Nord di oggi, è come far fronte a questo massiccio afflusso di capitali stranieri, di cui non può più fare a meno, mantenendo al tempo stesso un Paese socialmente e ideologicamente coerente con la dottrina del Juche. E’ inevitabile che una delle due forze in contrapposizione, capitalismo e Juche, debba soccombere, o sopravvivere adeguandosi all’altra. Ma quale sarà?
-Non penso che la Corea del Nord torni ad essere la nazione che abbiamo conosciuto per 50 anni.- profetizza Toshifumi Suzuki, vice Direttore del Keidanren, l’Associazione degli Industriali Giapponesi; -Le forze messe in moto dalla politico di Kim Jong Il sono ormai inarrestabili e sono nettamente indirizzate verso l’abbandono dell’economia socialista.-
Il futuro economico e sociale del Paese dipenderà anche dalla bandiera delle industrie a cui Pyongyang concederà l’accesso. Una predilezione per le compagnie del Sud Corea, come è più probabile che sia, garantirà alla società un graduale adattamento a nuove metodologie di lavoro e a nuovi ritmi, evitando sconquassi alla russa o tracolli alla Germania Est. Se poi, a capo di queste compagnie ad indirizzo capitalista, ci sono manager che guardano con favore la dirigenza di Pyongyang, come è il caso della Hyondai, tanto di guadagnato.
Più difficile, ed anche improbabile, l’inserimento dell’economia nordcoreana all’interno di una realtà industriale giapponese. In questo caso, oltre all’incompatibilità manageriale, subentrano ostacoli psicologici non indifferenti. La presenza di capitali nipponici, sarebbe vista come un nuovo tentativo di colonizzazione, come ha fatto notare Bae Ie Dong. Inoltre, mentre le relazioni tra Sud e Nord sono alquanto migliorate dopo l’ascesa alla Casa Blu di Kim Dae-jung, quelle con Tokyo segnano il passo.
E con l’incalzare degli eventi, il tempo è determinante. E, una volta tanto, il tempo gioca a favore della Corea. Quella unita.
© Piergiorgio Pescali
S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.
IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
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Accordo sul nucleare (2004)
Gli Accordi Nucleari firmati da Washington e Pyongyang nel 1994, prevedevano la chiusura del reattore sperimentale di Yongbyon, dalla potenza di 5 MW, in cambio della costruzione di due reattori ad acqua leggera da 1000 MW ciascuno da parte del KEDO, un consorzio di diverse nazioni tra cui Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. I ritardi nel completamento della struttura, che secondo i programmi avrebbero dovuto terminare nel 2003, non hanno convinto gli USA a rinnovare i rifornimenti petroliferi da 500.000 tons annue che, secondo gli Accordi, avrebbero dovuto consegnare a Pyongyang. Il governo nordcoreano ha quindi annunciato la riapertura del programma di sperimentazione atomica, aggiungendo di aver processato 8.000 barre di combustibile spento capaci di produrre plutonio sufficiente per sei bombe atomiche. Nel gennaio 2004, Pyongyang ha proposto a Washington il congelamento del proprio programma nucleare in cambio di aiuti economici, la fine delle sanzioni e il ritiro dalla lista degli stati canaglia.
© Piergiorgio Pescali
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Intervista a Paolo Kang Ji Yong, Segretario Generale dell'Associazione Cattolica della Corea del Nord
Paolo Kang Ji Yong è il Segretario generale dell’Associazione Cattolica della Corea del Nord, l’organismo governativo che si occupa delle relazioni tra lo stato e la Santa Sede per lo sviluppo della chiesa in Nord Corea. L’intervista avviene all’interno stesso della chiesa di Changcung, in pieno centro di Pyongyang, subito dopo la messa domenicale. Alcune delle domande che possono a prima vista sembrare banali se poste in un contesto dove la chiesa cattolica è radicata nella società, sono in realtà indispensabili per saggiare la profondità della conoscenza rituale, dogmatica e teologica all’interno di un Paese dove la fede è stata posta ai margini della società.
Quanti cattolici ci sono in Nord Corea e a Pyongyang?
In Corea abbiamo 3.000 cattolici di cui circa 800 a Pyongyang.
Quando considerate cattolica un nordcoreano?
Quando viene battezzato.
Lei come è divenuto cattolico?
Sono diventato cattolico nel 1990. La mia famiglia era già cattolica. Così cominciai a frequentare la Chiesa cattolica e venni battezzato. Quando il vescovo sudcoreano lo venne a sapere, diede la sua conferma.
C’è una fascia di età in cui si concentra la maggioranza dei fedeli?
L'età media è di 50 anni, ma abbiamo anche qualche giovane.
Quante chiese ci sono nel Paese?
Solo questa, a Pyongyang. Prima della guerra di Corea (1950) c'erano circa 50 chiese in Corea, ma i bombardamenti statunitensi le hanno distrutte totalmente.
Lei ha detto che fuori Pyongyang ci sono circa duemila cattolici. Come possono assistere alla messa e approfondire la loro fede?
Non possono farlo perché non ci sono chiese. Il genere pregano da soli al mattino e alla sera. Inoltre, dato che i cattolici sono sparpagliati per tutto il Paese, solo chi vive nelle stesse aree si riunisce a pregare.
Come è strutturata la Chiesa Cattolica in Corea?
Il Comitato Centrale delega il Presidente del Concilio Coreano delle Religioni, sotto cui c’è l'Associazione Cattolica dei Coreani.
Questo politicamente; religiosamente è differenziata?
Non abbiamo vescovi e preti. Per la vita religiosa e per i cattolici esiste il Comitato Centrale, il cui Presidente è Samuel Jang Jae On. E’ lo stesso Comitato Centrale che si prende cura dei cattolici che vivono in aree rurali.
Avete contatti regolari con il Vaticano?
Certamente. Dopo la costruzione della Chiesa il papa ha mandato un emissario speciale, Mons. Celli. Da allora altri preti del Vaticano hanno celebrato messe in questa chiesa.
Come si svolge il vostro lavoro missionario, se ne avete qualcuno?
Cerchiamo di fare un lavoro missionario, ma abbiamo qualche problema. Non serio per la verità. Le nuove generazioni credono alla Juche idea, così a loro non piace credere al cattolicesimo. Quindi ci limitiamo a fare solo servizi e assistenza sociale.
Ha detto che i giovani in Corea credono nell'idea del Juche e QUINDI non credono al cattolicesimo. Lei presume che le due fedi sono in contraddizione l'una con l'altra.
Penso che lei possa darsi da solo la risposta.
Avete seminari teologici?
No, abbiamo qualche volta abbiamo degli incontri per spiegare i principali dogmi della fede cattolica ai nuovi credenti.
Ho visto che la gente, quando entra in chiesa toglie l'immaginetta di Kim Il Sung e Kim Jong Il. Come mai?
I credenti cattolici rispettano il Grande Presidente Kim Il sung e il Grande Leader Kim Jong Il.
Ma questo non spiega perché tolgano le spillette durante la messa. Forse perché non è possibile servire entrambe allo stesso momento ed in uno stesso ambiente?
Per capire completamente la grandezza e la saggezza della leadership di Grande Presidente Kim Il Sung e del Grande Leader Kim Jong Il, devono portare la spille del Grande Presidente Kim Il Sung e del Grande Leader Kim Jong Il. Durante la messa le tolgono perché vengono a pregare e portare i loro rispetti a Dio.
Quindi non è possibile omaggiare entrambe. O uno o l'altro.
Nella vita religiosa sono devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettano e rendono omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il, che si prendono cura di loro. E' difficile distinguere la vita sociale dalla vita religiosa.
Come accettare, allora, l’idea che Cristo è in mezzo alla gente sempre ed ovunque, nella vita terrena, sociale, quotidiana come in quella soprannaturale?
Credo fermamente che Dio sia con noi nella vita sociale. Deve comprendere come è la vita sociale in un paese socialista. E' difficile affrontare questo argomento in questo luogo e in così breve tempo. Dio ci ha detto che dobbiamo seguire i leaders saggi, i leader politici che lottano per il popolo.
Come fate a venire a conoscenza delle encicliche del Papa?
Il capo della chiesa informa i fedeli dei nuovi dogmi e delle nuove encicliche durante la messa e durante i seminari che vengono tenuti durante la settimana. Inoltre stiamo stampando alcuni libri.
Chi li stampa?
La Chiesa ha una piccola casa editrice.
Fate catechismo?
Si, principalmente la domenica.
Su quali libri studiate?
Quelli stampati da noi. Altre volte chiediamo a qualche altra casa editrice di stamparceli. Inoltre la gente può venire durante la settimana a chiedere spiegazioni al capo della chiesa.
Stampate anche bibbie?
Sì.
Cosa pensa personalmente dell'attuale papa?
Penso che sia il Supremo Comandante della Chiesa Cattolica. So che il Santo Padre sta cercando di trovare la via della pace e della pietà per tutti i popoli.
Cosa pensa degli attacchi del Papa al comunismo?
Non amiamo gli estremismi. Sappiamo che il Vaticano e la Chiesa Cattolica stanno cercando di rivalutare la storia passata sulla base di vecchi testi e c’è qualche progresso su questo. Il cattolicesimo sta quindi cercando di smussare le differenze tra le varie idee e ideologie per realizzare la pace e l'amore. Il nostro Paese è diviso, così stiamo cercando di superare le ideologie tra i due differenti regimi per realizzare l'unità. Penso che anche la Chiesa faccia questo.
Conosce sicuramente il detto di Marx: «La religione è l'oppio dei popoli». Può un comunista essere al tempo stesso cattolico e viceversa?
Se la Chiesa Cattolica realizzerà l'obiettivo di raggiungere la pace e la giustizia, allora tutti i popoli potrebbero combinare cattolicesimo e comunismo.
Cattolici e comunisti stanno cercando di costruire una società dove regni la giustizia e la pace; in questo possono intendersi reciprocamente l'uno con l'altro. Anche i preti cattolici sudcoreani che hanno visitato la Corea del Nord, hanno ammesso che nel passato i cattolici hanno commesso degli errori a cui devono fare ammenda.
© Piergiorgio Pescali
Quanti cattolici ci sono in Nord Corea e a Pyongyang?
In Corea abbiamo 3.000 cattolici di cui circa 800 a Pyongyang.
Quando considerate cattolica un nordcoreano?
Quando viene battezzato.
Lei come è divenuto cattolico?
Sono diventato cattolico nel 1990. La mia famiglia era già cattolica. Così cominciai a frequentare la Chiesa cattolica e venni battezzato. Quando il vescovo sudcoreano lo venne a sapere, diede la sua conferma.
C’è una fascia di età in cui si concentra la maggioranza dei fedeli?
L'età media è di 50 anni, ma abbiamo anche qualche giovane.
Quante chiese ci sono nel Paese?
Solo questa, a Pyongyang. Prima della guerra di Corea (1950) c'erano circa 50 chiese in Corea, ma i bombardamenti statunitensi le hanno distrutte totalmente.
Lei ha detto che fuori Pyongyang ci sono circa duemila cattolici. Come possono assistere alla messa e approfondire la loro fede?
Non possono farlo perché non ci sono chiese. Il genere pregano da soli al mattino e alla sera. Inoltre, dato che i cattolici sono sparpagliati per tutto il Paese, solo chi vive nelle stesse aree si riunisce a pregare.
Come è strutturata la Chiesa Cattolica in Corea?
Il Comitato Centrale delega il Presidente del Concilio Coreano delle Religioni, sotto cui c’è l'Associazione Cattolica dei Coreani.
Questo politicamente; religiosamente è differenziata?
Non abbiamo vescovi e preti. Per la vita religiosa e per i cattolici esiste il Comitato Centrale, il cui Presidente è Samuel Jang Jae On. E’ lo stesso Comitato Centrale che si prende cura dei cattolici che vivono in aree rurali.
Avete contatti regolari con il Vaticano?
Certamente. Dopo la costruzione della Chiesa il papa ha mandato un emissario speciale, Mons. Celli. Da allora altri preti del Vaticano hanno celebrato messe in questa chiesa.
Come si svolge il vostro lavoro missionario, se ne avete qualcuno?
Cerchiamo di fare un lavoro missionario, ma abbiamo qualche problema. Non serio per la verità. Le nuove generazioni credono alla Juche idea, così a loro non piace credere al cattolicesimo. Quindi ci limitiamo a fare solo servizi e assistenza sociale.
Ha detto che i giovani in Corea credono nell'idea del Juche e QUINDI non credono al cattolicesimo. Lei presume che le due fedi sono in contraddizione l'una con l'altra.
Penso che lei possa darsi da solo la risposta.
Avete seminari teologici?
No, abbiamo qualche volta abbiamo degli incontri per spiegare i principali dogmi della fede cattolica ai nuovi credenti.
Ho visto che la gente, quando entra in chiesa toglie l'immaginetta di Kim Il Sung e Kim Jong Il. Come mai?
I credenti cattolici rispettano il Grande Presidente Kim Il sung e il Grande Leader Kim Jong Il.
Ma questo non spiega perché tolgano le spillette durante la messa. Forse perché non è possibile servire entrambe allo stesso momento ed in uno stesso ambiente?
Per capire completamente la grandezza e la saggezza della leadership di Grande Presidente Kim Il Sung e del Grande Leader Kim Jong Il, devono portare la spille del Grande Presidente Kim Il Sung e del Grande Leader Kim Jong Il. Durante la messa le tolgono perché vengono a pregare e portare i loro rispetti a Dio.
Quindi non è possibile omaggiare entrambe. O uno o l'altro.
Nella vita religiosa sono devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettano e rendono omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il, che si prendono cura di loro. E' difficile distinguere la vita sociale dalla vita religiosa.
Come accettare, allora, l’idea che Cristo è in mezzo alla gente sempre ed ovunque, nella vita terrena, sociale, quotidiana come in quella soprannaturale?
Credo fermamente che Dio sia con noi nella vita sociale. Deve comprendere come è la vita sociale in un paese socialista. E' difficile affrontare questo argomento in questo luogo e in così breve tempo. Dio ci ha detto che dobbiamo seguire i leaders saggi, i leader politici che lottano per il popolo.
Come fate a venire a conoscenza delle encicliche del Papa?
Il capo della chiesa informa i fedeli dei nuovi dogmi e delle nuove encicliche durante la messa e durante i seminari che vengono tenuti durante la settimana. Inoltre stiamo stampando alcuni libri.
Chi li stampa?
La Chiesa ha una piccola casa editrice.
Fate catechismo?
Si, principalmente la domenica.
Su quali libri studiate?
Quelli stampati da noi. Altre volte chiediamo a qualche altra casa editrice di stamparceli. Inoltre la gente può venire durante la settimana a chiedere spiegazioni al capo della chiesa.
Stampate anche bibbie?
Sì.
Cosa pensa personalmente dell'attuale papa?
Penso che sia il Supremo Comandante della Chiesa Cattolica. So che il Santo Padre sta cercando di trovare la via della pace e della pietà per tutti i popoli.
Cosa pensa degli attacchi del Papa al comunismo?
Non amiamo gli estremismi. Sappiamo che il Vaticano e la Chiesa Cattolica stanno cercando di rivalutare la storia passata sulla base di vecchi testi e c’è qualche progresso su questo. Il cattolicesimo sta quindi cercando di smussare le differenze tra le varie idee e ideologie per realizzare la pace e l'amore. Il nostro Paese è diviso, così stiamo cercando di superare le ideologie tra i due differenti regimi per realizzare l'unità. Penso che anche la Chiesa faccia questo.
Conosce sicuramente il detto di Marx: «La religione è l'oppio dei popoli». Può un comunista essere al tempo stesso cattolico e viceversa?
Se la Chiesa Cattolica realizzerà l'obiettivo di raggiungere la pace e la giustizia, allora tutti i popoli potrebbero combinare cattolicesimo e comunismo.
Cattolici e comunisti stanno cercando di costruire una società dove regni la giustizia e la pace; in questo possono intendersi reciprocamente l'uno con l'altro. Anche i preti cattolici sudcoreani che hanno visitato la Corea del Nord, hanno ammesso che nel passato i cattolici hanno commesso degli errori a cui devono fare ammenda.
© Piergiorgio Pescali
Corea del Nord - Reportage (2004)
A Pyongyang la temperatura è scesa a meno nove gradi. E’ normale in questo periodo dell’anno, come è normale che a Jangjin, nella provincia di Hamgyong, duecento chilometri a nord della capitale, da dove sono tornato poche settimane fa, il termometro precipiti a venti gradi sotto zero. L’inverno in questa zona dell’Asia ti stritola nella sua morsa per sette-otto mesi l’anno; poi, quando finalmente la terra sgela permettendo alla zappa di scalfire il duro suolo, si lavora dodici-quindici ore al giorno. Il raccolto, negli anni migliori, basta appena per sopravvivere, ma oramai da un decennio nel distretto di Jangjin come nella maggior parte delle altre province del Paese, le messi non riescono a soddisfare le esigenze della popolazione. «Si sono accavallati contemporaneamente troppi fattori negativi» mi dice Kim Woon Keun, specialista agricolo del Korea Rural Economic Institute di Seoul, «Da una parte errori gestionali, crollo dell’economia socialista, investimenti a favore dell’industria pesante che hanno penalizzato l’agricoltura; dall’altra alluvioni, embarghi»
E così, giorno dopo giorno, i magazzini di Jangjin, di Wonsan, di Kanggye e di qualsiasi altra città nordcoreana tranne Pyongyang, si sono svuotati. Sono rimaste le briciole: tremila tonnellate di fronte ad un fabbisogno di 345.000. Tremila tonnellate che basteranno a sfamare solo centomila dei sei milioni e mezzo di nordcoreani (pari al 25% della popolazione) che sopravvivono grazie agli aiuti internazionali e che ha indotto Masood Hyder, responsabile del Programma Alimentare Mondiale per la Corea del Nord, a lanciare un drammatico appello affinché i Paesi ricchi intervengano ad aiutare non la Corea del Nord, ma il suo popolo. I primi a rispondere sono stati gli USA, Corea del Sud, Russia, Australia e Cina, ma le 77.000 tonnellate di grano, riso, farina, zucchero e biscotti ad alto contenuto di proteine promessi potranno arrivare solo alla fine di marzo. Nel frattempo bisognerà scegliere: gli 8.000 bambini rinchiusi negli orfanotrofi del Paese, 75.000 delle 300.000 madri incinte, 15.000 dei 700.000 anziani riceveranno la razione giornaliera di 500 grammi di alimenti. Gli altri, tra cui 2.700.000 bambini, soffriranno la fame. «La maggioranza sopravviverà» ha assicurato Hyder, «ma la malnutrizione influirà negativamente sullo sviluppo fisico dei bambini, già provati da anni di stenti e su quelli che nasceranno dalle madri deperite». Ma non è solo la fame a far tremare i nordcoreani; il freddo è ora il suo più fedele alleato. Lo sa bene Jon Yong-gyu, nella cui casa di Sunch’on ci fermiamo per un improvviso guasto meccanico. Il ceppo che brucia nella stufa è l’unica fonte di calore concessa alla famiglia. Il figlio più piccolo è stato ricoverato all’ospedale distrettuale per un inizio di assideramento aggravato dalla malnutrizione, mentre lui, la moglie, altre due figlie e la nonna si dividono una zuppa in cui navigano solitari chicchi di riso e mais frammisti a patate. «Abbiamo passato tempi ben peggiori» mormora Yong-gyu ricordando la carestia del 1996 quando furono costretti a mangiare radici bollite. La riforma agricola varata nel 2002 aumentando l’area coltivabile ad uso privato, ha lasciato ai singoli contadini la possibilità di vendere i prodotti nel mercato libero, ma l’aumento dei prezzi seguito al deprezzamento dello won impedisce alla maggioranza delle famiglie di comprare le eccedenze. Ed allora nelle zone di frontiera con la Cina, le donne vendono attraverso i fiumi Yalu e Tumen i loro prodotti ai cinesi, le une ben contente di ottenere yuan o dollari, gli altri di acquistare a prezzi stracciati prodotti di contrabbando. Per aumentare i profitti, i contrabbandieri hanno anche diversificato i loro prodotti, cominciando a portare oltrefrontiera uomini anziché merci. Ma tale commercio richiede conoscenze nell’Agenzia di Sicurezza, nel Ministero della Sicurezza Popolare e tra le guardie di frontiera, che guadagnano l’1% delle vendite, oppure 50-100 dollari per persona. «Far passare un nordcoreano in Cina per incontrare i parenti e poi farlo rientrare in Nord Corea costa tra i 2.000 ed i 3.000 dollari» afferma un religioso sudcoreano residente a Jilin che assiste questi transfughi.
E’ però vero che quest’anno l’emergenza non poteva giungere in un momento peggiore: le recenti vicende internazionali hanno opposto alla Corea del Nord altri “competitori” nella corsa agli aiuti quali Afghanistan e Iraq, mentre la crisi nucleare e l’ammissione di responsabilità nel rapimento di tredici cittadini giapponesi negli Anni Settanta, hanno portato Washington e Tokyo a inasprire il dialogo con Pyongyang. Koizumi ha, infatti, approvato una serie di misure restrittive nei confronti della potente comunità nordcoreana residente in Giappone, che garantiva al governo di Kim Jong Il il principale gettito di valuta pregiata, mentre Bush insiste nel non voler depennare la Corea del Nord dalla lista degli stati canaglia, specie dopo che lo scienziato pakistano Abdul Qadeer Khan ha affermato di aver divulgato nozioni tecnologiche basilari per la costruzione della bomba nucleare ai colleghi nordcoreani.
Con queste premesse i colloqui a sei in programma il prossimo 25 febbraio a Pechino non sembrano iniziare sotto buoni auspici.
© Piergiorgio Pescali
E così, giorno dopo giorno, i magazzini di Jangjin, di Wonsan, di Kanggye e di qualsiasi altra città nordcoreana tranne Pyongyang, si sono svuotati. Sono rimaste le briciole: tremila tonnellate di fronte ad un fabbisogno di 345.000. Tremila tonnellate che basteranno a sfamare solo centomila dei sei milioni e mezzo di nordcoreani (pari al 25% della popolazione) che sopravvivono grazie agli aiuti internazionali e che ha indotto Masood Hyder, responsabile del Programma Alimentare Mondiale per la Corea del Nord, a lanciare un drammatico appello affinché i Paesi ricchi intervengano ad aiutare non la Corea del Nord, ma il suo popolo. I primi a rispondere sono stati gli USA, Corea del Sud, Russia, Australia e Cina, ma le 77.000 tonnellate di grano, riso, farina, zucchero e biscotti ad alto contenuto di proteine promessi potranno arrivare solo alla fine di marzo. Nel frattempo bisognerà scegliere: gli 8.000 bambini rinchiusi negli orfanotrofi del Paese, 75.000 delle 300.000 madri incinte, 15.000 dei 700.000 anziani riceveranno la razione giornaliera di 500 grammi di alimenti. Gli altri, tra cui 2.700.000 bambini, soffriranno la fame. «La maggioranza sopravviverà» ha assicurato Hyder, «ma la malnutrizione influirà negativamente sullo sviluppo fisico dei bambini, già provati da anni di stenti e su quelli che nasceranno dalle madri deperite». Ma non è solo la fame a far tremare i nordcoreani; il freddo è ora il suo più fedele alleato. Lo sa bene Jon Yong-gyu, nella cui casa di Sunch’on ci fermiamo per un improvviso guasto meccanico. Il ceppo che brucia nella stufa è l’unica fonte di calore concessa alla famiglia. Il figlio più piccolo è stato ricoverato all’ospedale distrettuale per un inizio di assideramento aggravato dalla malnutrizione, mentre lui, la moglie, altre due figlie e la nonna si dividono una zuppa in cui navigano solitari chicchi di riso e mais frammisti a patate. «Abbiamo passato tempi ben peggiori» mormora Yong-gyu ricordando la carestia del 1996 quando furono costretti a mangiare radici bollite. La riforma agricola varata nel 2002 aumentando l’area coltivabile ad uso privato, ha lasciato ai singoli contadini la possibilità di vendere i prodotti nel mercato libero, ma l’aumento dei prezzi seguito al deprezzamento dello won impedisce alla maggioranza delle famiglie di comprare le eccedenze. Ed allora nelle zone di frontiera con la Cina, le donne vendono attraverso i fiumi Yalu e Tumen i loro prodotti ai cinesi, le une ben contente di ottenere yuan o dollari, gli altri di acquistare a prezzi stracciati prodotti di contrabbando. Per aumentare i profitti, i contrabbandieri hanno anche diversificato i loro prodotti, cominciando a portare oltrefrontiera uomini anziché merci. Ma tale commercio richiede conoscenze nell’Agenzia di Sicurezza, nel Ministero della Sicurezza Popolare e tra le guardie di frontiera, che guadagnano l’1% delle vendite, oppure 50-100 dollari per persona. «Far passare un nordcoreano in Cina per incontrare i parenti e poi farlo rientrare in Nord Corea costa tra i 2.000 ed i 3.000 dollari» afferma un religioso sudcoreano residente a Jilin che assiste questi transfughi.
E’ però vero che quest’anno l’emergenza non poteva giungere in un momento peggiore: le recenti vicende internazionali hanno opposto alla Corea del Nord altri “competitori” nella corsa agli aiuti quali Afghanistan e Iraq, mentre la crisi nucleare e l’ammissione di responsabilità nel rapimento di tredici cittadini giapponesi negli Anni Settanta, hanno portato Washington e Tokyo a inasprire il dialogo con Pyongyang. Koizumi ha, infatti, approvato una serie di misure restrittive nei confronti della potente comunità nordcoreana residente in Giappone, che garantiva al governo di Kim Jong Il il principale gettito di valuta pregiata, mentre Bush insiste nel non voler depennare la Corea del Nord dalla lista degli stati canaglia, specie dopo che lo scienziato pakistano Abdul Qadeer Khan ha affermato di aver divulgato nozioni tecnologiche basilari per la costruzione della bomba nucleare ai colleghi nordcoreani.
Con queste premesse i colloqui a sei in programma il prossimo 25 febbraio a Pechino non sembrano iniziare sotto buoni auspici.
© Piergiorgio Pescali
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