I ryong myong del ristorante Ok Lyu Guan di Pyongyang sono sempre ottimi, i migliori della città, a quanto dicono. Pak, la mia guida e interprete, approfitta dell’occasione concessagli dalla mia visita per ingurgitare anche birra giapponese e Coca Cola, che dopo la svalutazione del won avvenuta lo scorso luglio, sono divenute, come tutte le merci importate, troppo care anche per l’elite del Paese. «Gli aggiustamenti economici sono solo un ulteriore passo verso il nuovo traguardo comunista» afferma Pak, ripetendo lo slogan ufficiale che ha accompagnato la serie di dure riforme economiche varate la scorsa estate. Rido, pensando al bel giro di parole usato dal governo per non affermare che l’economia di mercato è stata oramai adottata anche in Corea del Nord. Il cambio won-dollaro, passato da 2,15 a 150, se a livello internazionale è stato accolto con favore, all’interno della nazione ha sconvolto la vita di milioni di cittadini, già provati da una serie impressionante di calamità naturali e che ora saranno costretti a far fronte ad una spirale inflazionistica dei cui meccanismi sono stati immuni per cinque decenni. E’ vero, gli stipendi sono aumentati di venti volte e oggi un funzionario di governo guadagna dai 3.000 ai 4.000 won mensili contro i 150-170 precedenti; ma è anche vero che il riso, alimento base della dieta dei coreani, è aumentato di cinquanta volte, mentre Pak e sua moglie, per comprare un kg di latte in polvere per loro figlio, sono costretti a sborsare 2.580 won.
«Il grosso problema è che le riforme aumenteranno la differenza tra ricchi e poveri, tra centri urbani e campagne» mi dice Masao Okonogi, professore d’economia alla Tokyo Keio University. In un Paese dove il triplo sistema monetario (won, dollaro e yen) permette di poter accedere a livelli differenti di beni e servizi, il nuovo corso economico introdotto da Kim Jong Il ha avviato una separazione sempre più netta tra classe agiata e meno agiata. Chi ne subisce maggiormente le spese sono i contadini. Assieme al presidente di una cooperativa poco distante da Myohyangsan, visito una serie di negozi statali che dovrebbero distribuire viveri, vestiari, libri con la tessera annonaria alle famiglie del villaggio. «Sono mesi che non ci giunge nulla. I contadini hanno smesso di venire qui e cercano di arrangiarsi come possono» mi spiega il gestore del negozio mentre distribuisce l’ultimo litro di olio ad un gruppo di ragazzine. Per evitare il tracollo, il governo non aveva altra alternativa che dare via libera ad un'altra contaminazione capitalista: permettere la vendita privata dei prodotti coltivati negli appezzamenti di terra a disposizione di ogni famiglia nei mercatini che ogni dieci giorni vengono organizzati nei distretti. Eppure i raccolti estivi sono stati più che soddisfacenti: arrivando in treno da Pechino, alla fine di settembre, avevo notato brigate di lavoro intente a mietere il grano e mondare il riso accatastando enormi quantità di cereale ai bordi dei campi. Il problema è ben altro: la mancanza di carburante e di parti di ricambio, che impediscono il trasporto del raccolto ai villaggi più remoti e ripararlo in caso di improvvise piogge. «L’accordo del 1994 avrebbe dovuto risolvere questo problema» mi spiega Kang Sok Ju, punta di diamante della delegazione nordcoreana nei negoziati con gli USA e artefice del Trattato di Ginevra del 1994, «Gli Stati Uniti avrebbero dovuto rifornirci di 500.000 tons annue di combustibile fino alla messa in funzione delle centrali nucleari di Kumho, prevista per il 2003, ma che avverrà solo nel 2007 a causa dei ritardi accumulati nella loro costruzione. Washington non ha accettato di prolungare il rifornimento di petrolio, costringendoci a rivedere i nostri programmi nucleari.». Le reazioni alla mossa di Pyongyang non sono state univoche come si potrebbe pensare: Corea del Sud e Giappone hanno continuato il dialogo inviando segnali di distensione e aiuti alimentari; inoltre, se Tokyo non ha interrotto il flusso di valuta pregiata proveniente dal suo Paese dalle ricche organizzazioni del Chongryun, l’Associazione dei Nordcoreani residenti nell’arcipelago, Seoul ha continuato la “sunshine policy”, garantendosi la conferma dei colloqui con il Nord previsti per la fine del mese. Ciò che Kim Jong Il teme, è l’isolamento diplomatico ed economico esistente quando ha ereditato il potere dal padre: la carta nucleare, agli occhi della dirigenza nordcoreana, potrebbe dare al Paese un maggior peso di negoziazione, mentre sul fronte interno gli garantirebbe il sostegno di cui oggi più che mai ha bisogno sia da parte del popolo che dell’esercito. Al Kum Su San, il Palazzo Presidenziale dove è esposta la salma imbalsamata di Kim Il Sung, le lacrime di chi presta omaggio al padre-fondatore della patria sono sempre più contenute. In compenso sono aumentati gli onori attribuiti a Kim Jong Il (cosa assolutamente non scontata) con una sostanziale differenza: se il padre era lodato solo in patria, il figlio viene rivalutato anche all’estero, specie in Sud Corea e in Giappone. -Per salire i gradini del potere in un Paese come la Corea del Nord, non basta avere il pedigree di famiglia- afferma Noriyuki Suzuki, direttore di Radiopress, l’agenzia giapponese che monitorizza ed analizza tutti i dispacci e i comunicati ufficiali di Pyongyang, -La concorrenza al posto di Segretario Generale del Partito era spietata e sarebbe bastato un minimo passo falso perché Kim fosse spodestato. Un pazzo o un burocrate robotizzato non avrebbe certo potuto giocare le sue carte con oculata saggezza come ha fatto lui.- Del resto tutti nella regione sanno che da quando Bush è entrato alla Casa Bianca, il principale documento su cui basa la sua politica nella penisola coreana è il Rapporto Armitage, che prevede un attacco preventivo alla Corea del Nord da parte degli Stati Uniti (non è un caso che la Corea del Nord, per rinunciare all’opzione nucleare, chiede la ratifica del patto di non aggressione). Da parte sua, Pyongyang è perfettamente conscia che ogni opzione militare la vedrebbe perdente: le sue truppe, male armate e prive di carburante, molto probabilmente non riuscirebbero neppure a raggiungere Seoul. E nessuno in Asia dimentica chi sia stato l’unico Paese ad utilizzare le armi atomiche su una popolazione civile. Poco lontano dalla Corea.
© Piergiorgio Pescali
S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.
IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

Per ordinarne una copia: 3394551575 oppure yasuko@alice.it
© COPYRIGHT Piergiorgio Pescali - E' vietata la riproduzione anche parziale senza il consenso dell'autore
Visualizzazione post con etichetta Corea del Nord - 2003. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Corea del Nord - 2003. Mostra tutti i post
Reportage (17.1.2003)
Un ennesimo black-out riporta Pyongyang al buio; dalla finestra della mia camera, all’ultimo piano dell’hotel Koryo, osservo la silhouette del Ryugyong che si protende come una freccia verso la luna. L’edificio, che secondo gli ambiziosi piani urbanistici del governo avrebbe dovuto diventare l’albergo più alto di tutta l’Asia così da celebrare i fasti del socialismo nordcoreano, si è trasformato in un’inutile scheletro mai terminato. Mi accorgo che la mancanza di corrente, cosa frequente nella capitale, ha spento anche il gioco di luci che illumina la fiamma della torre del Juche, il monumento che simboleggia l’ideologia teorizzata da Kim Il Sung in base alla quale ad ogni popolo deve essere data la possibilità di crearsi un futuro con le proprie mani, magari anche con l’aiuto esterno, ma senza che questo divenga un cappio al collo. Kim Il Sung è morto prima che la globalizzazione economica stritolasse ogni altra forma di sussistenza. E’ suo figlio, Kim Jong Il, ad aver ereditato il periodo più difficile della storia della Corea del Nord e lui non ha potuto evitare che l’ultimo Paese no global per eccellenza, venisse contaminato dal “meglio” del global: sugli scaffali dei grandi magazzini trovo Coca Cola, prodotti Nestlé, tute Adidas, scarpe Nike, confezioni di Nutella, cassette della Walt Disney. Tutto pagato rigorosamente in dollari, euro o yen, il che limita il ventaglio di acquirenti ai pochi funzionari che possono intrattenere rapporti con l’estero. La relativa abbondanza di merci nelle città, stride fortemente con gli scaffali vuoti degli spacci nei villaggi delle campagne. Poco lontano da Myohyangsan visito una cooperativa il cui negozio principale espone solo qualche bottiglia di liquore e di olio. «Niente carne, il riso è terminato da tempo ed il grano arriverà solo alla fine del mese.» afferma la gestrice. La recente svalutazione dello won imposta dalle agenzie di sviluppo internazionali, ha ulteriormente aggravato la situazione. Oggi un dollaro vale 150 won contro i 2,15 di giugno; un funzionario statale guadagna 4.000 won al mese (contro i 170 precedenti), un minatore 6.000 (prima erano 200), ma il prezzo del riso è aumentato di 50 volte, una scatola di latte in polvere costa 2.580 won, una lattina di birra giapponese Asahi 1.500. Per evitare il tracollo, lo stato ha liberalizzato alcuni settori dell’economia, ampliando le aree dei terreni coltivati privatamente, consentendo la vendita di prodotti nei mercatini distrettuali e introducendo nelle fabbriche il salario proporzionato alla produttività. Solo la sorprendente abilità politica e diplomatica di Kim Jong Il sono riuscite ad evitare ciò che nessuno nella regione vuole (tranne forse gli Stati Uniti): il crollo stile sovietico del governo, con la conseguente destabilizzazione dell’intera area asiatica nordorientale. Oramai lo riconoscono anche i sudcoreani e i giapponesi: «Kim Jong Il è uno stratega formidabile. Lo consideravamo un pazzo, un fallito, un alcolizzato, ma la sua politica estera è stata impeccabile» mi confida Suh Jae Jean, Capo Analista dell’Istituto di Ricerca sull’Unificazione Nazionale di Seoul, uno dei maggiori esperti di Nord Corea al mondo. E’ merito anche di Kim Jong Il se le due Coree oggi si parlano: «Sono passati oramai 50 anni dalla divisione del Paese e la generazione che ha subito questa separazione sta diventando vecchia. Non vogliamo lasciare in eredità alla prossima discendenza un Paese ancora diviso» afferma Kim Hyoun-ho, direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali. Dietro a queste parole c’è molto più della voglia di riunificazione della penisola coreana: c’è la decisione di ricostruire assieme una nuova nazione nella consapevolezza che i due regimi politico-economici sono (e lo saranno per lunghi anni) diversi e per certi aspetti incompatibili tra loro. Non per questo, si dice a Pyongyang, dobbiamo continuare ad ignorarci. E lo dimostrano: i contatti tra delegazioni dei due Paesi sono frequenti, sia in campo economico che religioso. Incontro un gruppo di sudcoreani in visita ad una fabbrica meccanica: parlano di ristrutturazione, di innovazioni tecnologiche, ma anche di profitto. E i nordcoreani assentono. Anche sul profitto. Nel campo dei diritti umani la situazione è migliorata sensibilmente: molti prigionieri sono stati amnistiati e gli stretti rapporti col Vaticano hanno permesso alle agenzie cattoliche come la Caritas e Misereor di iniziare programmi di sviluppo umanitario in zone vietate ad altre NGO. Nella chiesa di Pyongyang circa 250 fedeli assistono ogni domenica alla messa ed alle lezioni di catechismo. «La Corea del Nord non è quel mostro che gli USA vogliono far credere.» suggerisce Noriyuki Suzuki, direttore di Radiopress, l’agenzia giapponese che monitorizza ed analizza tutti i dispacci e i comunicati ufficiali di Pyongyang. Il Comandante dell’avamposto sul 38° parallelo da dove si scorge il muro di cemento costruito dai sudcoreani per tutta la lunghezza della DMZ, ci chiede un passaggio per tornare a Kaesong. La sua jeep è rotta e i pezzi di ricambio tardano ad arrivare. Chi crede ancora alla favoletta di Bush & Co. sulla volontà della Corea del Nord di ingaggiare un conflitto suicida con il Sud, dovrebbe assistere a queste scene tra il comico e il drammatico. Del resto tutti sanno che da quando Bush è entrato alla Casa Bianca, il principale documento su cui basa la sua politica nella penisola coreana è il Rapporto Armitage, che prevede un attacco preventivo alla Corea del Nord da parte degli Stati Uniti (non è un caso che la Corea del Nord, per rinunciare all’opzione nucleare, chiede la ratifica del patto di non aggressione). In Giappone e Corea del Sud lo hanno capito, rifiutandosi di applicare l’embargo imposto dagli USA e scegliendo, con le recenti presidenziali al Sud, la via del dialogo. Con il petrolio che scarseggia e i pezzi di ricambio che mancano, la maggior parte del raccolto, quest’anno abbondante, è rimasto a marcire nei campi: non c’erano sufficienti mezzi per trasportarlo alle cooperative. «L’accordo del 1994 avrebbe dovuto risolvere questo problema» mi spiega Kang Sok Ju, punta di diamante della delegazione nordcoreana nei negoziati con gli USA «Gli Stati Uniti avrebbero dovuto rifornirci di 500.000 tons annue di combustibile fino alla messa in funzione delle centrali nucleari di Kumho, prevista per il 2003, poi posticipata al 2007. Washington non ha accettato di prolungare il rifornimento di petrolio, costringendoci a rivedere i nostri programmi nucleari». Così mi lascio alle spalle una Corea del Nord assai differente da quella vista nelle mie precedenti visite, sapendo che la Corea del Nord di domani non sarà quella di oggi.
© Piergiorgio Pescali
© Piergiorgio Pescali
Religione in Corea del Nord (2003)
E’ una domenica soleggiata e calda, qui a Pyongyang. Nella chiesa cattolica di Changchung si innalzano le note del canto di chiusura della messa, mentre i fedeli escono ordinatamente per salutarsi sul sagrato. Kang Hyon-gyu, la giovane guida nordcoreana che oggi, per la prima volta nella sua vita, ha messo piede in chiesa assistendo ad una funzione religiosa, è sorpreso: «E’ stata l’esperienza più toccante che abbia mai avuto. Non pensavo si potessero esprimere concetti di giustizia, pace, umanità in modo così chiaro! E poi quelle letture tratte dal libro… come lo chiamate?»
«Il vangelo» gli rispondo pensando non sia un caso che l’officiante, padre Josef Sayer, direttore di Misereor, abbia scelto la lettura tratta dal Vangelo di Marco sul giovane ricco il quale, dopo aver espresso il desiderio di raggiungere la vita eterna, preferisce rinunciarvi per tenere i beni terreni che possiede. In chiesa una vecchietta sta riordinando le panche e ritira i libretti dei canti; «E’ una delle nostre parrocchiane più anziane.» spiega Chang Song-keun, l’unico nordcoreano con dispensa di celebrare messa e insegnare catechismo nel Paese. «Ha iniziato a frequentare la chiesa nel 1988, quando è stata inaugurata, ma la sua famiglia è sempre stata cattolica e lei non ha mai nascosto la sua fede, anche quando il farlo era considerato “sconveniente”.» E dal 1988 ad oggi, di cose in Corea del Nord ne sono cambiate. Anche nel campo religioso, in particolare nei rapporti con il Vaticano. «C’è una sorta di rispetto reciproco e di stima tra la Chiesa Cattolica e il governo» afferma Kim Hyoun-ho, Direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri. Quello di Pyongyang non è certo il tipo di governo che nelle sue scelte tiene conto dei fattori religiosi, ma non è neppure così stolto da pensare che per allacciare rapporti diplomatici con le potenze occidentali europee, possa ignorare la voce spirituale del Vaticano. Così -e per molti questo rappresenta un paradosso difficile da comprendere- da anni tra Pyongyang e Santa Sede intercorrono buone relazioni, tanto che dal 1996 sono state numerose le delegazioni ecclesiastiche che hanno potuto entrare nel Paese visitando zone precluse ad altri stranieri. E la presenza di padre Josef Sayer ne è la prova. L’organizzazione che dirige, Misereor, assieme ad altre associazioni umanitarie cattoliche come la Caritas e i frati benedettini (la congregazione più numerosa in Nord Corea prima del 1950, quando venne espulsa), sono tra le poche al mondo che hanno il permesso di operare in Corea del Nord avviando programmi di collaborazione e sviluppo. Il governo stesso non cela la sua preferenza verso questo tipo di interventi, meno politicamente interessati rispetto agli aiuti convogliati in via ufficiale dagli stati e dalle agenzie collegate all’ONU.
Il problema è chiarire gli spazi di manovra possibili: quale è il confine oltre il quale il governo di Pyongyang considera che la Chiesa stia interferendo con gli affari interni? E soprattutto, si riuscirà a distinguere le azioni intraprese in modo autonomo dalle singole Chiese -protestante, cattolica, buddista- o si farà di tutta l’erba un fascio? Non c’è dubbio che, appena il Nord aprirà le porte alle varie confessioni, la Corea sarà considerata territorio di conquista da miriadi di organizzazioni religiose o pseudoreligiose, che caleranno nel Paese come eserciti, sconvolgendo la vita sociale e le abitudini di milioni di nordcoreani. Già oggi, lungo il confine settentrionale in territorio cinese, centinaia di militanti sudcoreani, statunitensi e giapponesi, più o meno fanatici, nascosti sotto le improbabili spoglie di uomini d’affari, aspettano con impazienza il giorno in cui potranno varcare il confine per accaparrarsi la loro fetta di fedeli. Accanto a sinceri e pragmatici credenti, attenti a non prevaricare l’amministrazione nordcoreana e pronti a collaborare con essa, ci sono integralisti, soprattutto di fede cristiana, appartenenti a sette nate gli Stati Uniti totalmente insensibili alla specificità della condizione in cui andranno a lavorare. Il loro integralismo, costruito molto spesso su basi ideologiche di destra o razziste, li porta a non valutare la differente visione umana e sociale, oltreché politica del Paese. Tra le sette più attive c’è la Full Gospel Church, fondata negli USA dove attinge fondi anche dal governo, i cui missionari, con l’aiuto e la copertura di imprenditori sudcoreani, non esitano a elargire dollari e yen ai nordcoreani che accettano segretamente di convertirsi e fare opera di proselitismo. In un certo senso, le strette maglie con cui il governo nordcoreano ha permesso la nascita e lo sviluppo delle religioni “storiche”, ha frenato di certo l’espansione delle stesse, ma al tempo stesso ha evitato che venissero a sorgere pericolose tensioni causate da comportamenti poco ortodossi, come è avvenuto in Giappone o nella stessa Corea del Sud. «Rispettiamo la chiesa cattolica perché, a differenza di altre confessioni, non cerca di interferire con la nostra politica.» afferma Kim Hyoun-ho. Questa separazione tra potere terreno e spirituale si concretizza appena i nordcoreani varcano le soglie delle chiese cristiane (a Pyongyang, oltre a quella cattolica esistono due chiese protestanti) e dei templi buddisti: le spille raffiguranti i due leaders del Paese, Kim Jong Il e Kim Il Sung vengono accuratamente rimosse dalle giacche per essere riappuntate una volta usciti. «Durante la messa le togliamo perché veniamo a pregare e portare i nostri rispetti a Dio. Nella vita religiosa siamo devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettiamo e rendiamo omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il» spiega Paolo Kang Ji Yong, Segretario Generale dell’Associazione Cattolica Nordcoreana, ricordando che la figura del papa e il suo carisma ha raggiunto anche questa nazione, tanto che Kim Jong Il ha invitato Giovanni Paolo II a visitare il Paese. L’ostacolo principale è che in Corea del Nord non esiste una Chiesa cattolica ufficialmente riconosciuta dal Vaticano, ma solo un’Associazione Cattolica Coreana, che viene vista alla stregua della Chiesa Patriottica Cinese. Proprio questo parallelismo potrebbe indurre Pechino a spingere perché Pyongyang accetti una presenza ecclesiale riconosciuta da Roma, in modo da tastare il terreno per un’eventuale accettazione, anche sul suolo cinese, della Chiesa cattolica.
In questo caso la Corea del Nord potrebbe essere un inaspettato trampolino di lancio per un nuovo impegno evangelizzatore nella Repubblica Popolare Cinese.
© Piergiorgio Pescali
«Il vangelo» gli rispondo pensando non sia un caso che l’officiante, padre Josef Sayer, direttore di Misereor, abbia scelto la lettura tratta dal Vangelo di Marco sul giovane ricco il quale, dopo aver espresso il desiderio di raggiungere la vita eterna, preferisce rinunciarvi per tenere i beni terreni che possiede. In chiesa una vecchietta sta riordinando le panche e ritira i libretti dei canti; «E’ una delle nostre parrocchiane più anziane.» spiega Chang Song-keun, l’unico nordcoreano con dispensa di celebrare messa e insegnare catechismo nel Paese. «Ha iniziato a frequentare la chiesa nel 1988, quando è stata inaugurata, ma la sua famiglia è sempre stata cattolica e lei non ha mai nascosto la sua fede, anche quando il farlo era considerato “sconveniente”.» E dal 1988 ad oggi, di cose in Corea del Nord ne sono cambiate. Anche nel campo religioso, in particolare nei rapporti con il Vaticano. «C’è una sorta di rispetto reciproco e di stima tra la Chiesa Cattolica e il governo» afferma Kim Hyoun-ho, Direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri. Quello di Pyongyang non è certo il tipo di governo che nelle sue scelte tiene conto dei fattori religiosi, ma non è neppure così stolto da pensare che per allacciare rapporti diplomatici con le potenze occidentali europee, possa ignorare la voce spirituale del Vaticano. Così -e per molti questo rappresenta un paradosso difficile da comprendere- da anni tra Pyongyang e Santa Sede intercorrono buone relazioni, tanto che dal 1996 sono state numerose le delegazioni ecclesiastiche che hanno potuto entrare nel Paese visitando zone precluse ad altri stranieri. E la presenza di padre Josef Sayer ne è la prova. L’organizzazione che dirige, Misereor, assieme ad altre associazioni umanitarie cattoliche come la Caritas e i frati benedettini (la congregazione più numerosa in Nord Corea prima del 1950, quando venne espulsa), sono tra le poche al mondo che hanno il permesso di operare in Corea del Nord avviando programmi di collaborazione e sviluppo. Il governo stesso non cela la sua preferenza verso questo tipo di interventi, meno politicamente interessati rispetto agli aiuti convogliati in via ufficiale dagli stati e dalle agenzie collegate all’ONU.
Il problema è chiarire gli spazi di manovra possibili: quale è il confine oltre il quale il governo di Pyongyang considera che la Chiesa stia interferendo con gli affari interni? E soprattutto, si riuscirà a distinguere le azioni intraprese in modo autonomo dalle singole Chiese -protestante, cattolica, buddista- o si farà di tutta l’erba un fascio? Non c’è dubbio che, appena il Nord aprirà le porte alle varie confessioni, la Corea sarà considerata territorio di conquista da miriadi di organizzazioni religiose o pseudoreligiose, che caleranno nel Paese come eserciti, sconvolgendo la vita sociale e le abitudini di milioni di nordcoreani. Già oggi, lungo il confine settentrionale in territorio cinese, centinaia di militanti sudcoreani, statunitensi e giapponesi, più o meno fanatici, nascosti sotto le improbabili spoglie di uomini d’affari, aspettano con impazienza il giorno in cui potranno varcare il confine per accaparrarsi la loro fetta di fedeli. Accanto a sinceri e pragmatici credenti, attenti a non prevaricare l’amministrazione nordcoreana e pronti a collaborare con essa, ci sono integralisti, soprattutto di fede cristiana, appartenenti a sette nate gli Stati Uniti totalmente insensibili alla specificità della condizione in cui andranno a lavorare. Il loro integralismo, costruito molto spesso su basi ideologiche di destra o razziste, li porta a non valutare la differente visione umana e sociale, oltreché politica del Paese. Tra le sette più attive c’è la Full Gospel Church, fondata negli USA dove attinge fondi anche dal governo, i cui missionari, con l’aiuto e la copertura di imprenditori sudcoreani, non esitano a elargire dollari e yen ai nordcoreani che accettano segretamente di convertirsi e fare opera di proselitismo. In un certo senso, le strette maglie con cui il governo nordcoreano ha permesso la nascita e lo sviluppo delle religioni “storiche”, ha frenato di certo l’espansione delle stesse, ma al tempo stesso ha evitato che venissero a sorgere pericolose tensioni causate da comportamenti poco ortodossi, come è avvenuto in Giappone o nella stessa Corea del Sud. «Rispettiamo la chiesa cattolica perché, a differenza di altre confessioni, non cerca di interferire con la nostra politica.» afferma Kim Hyoun-ho. Questa separazione tra potere terreno e spirituale si concretizza appena i nordcoreani varcano le soglie delle chiese cristiane (a Pyongyang, oltre a quella cattolica esistono due chiese protestanti) e dei templi buddisti: le spille raffiguranti i due leaders del Paese, Kim Jong Il e Kim Il Sung vengono accuratamente rimosse dalle giacche per essere riappuntate una volta usciti. «Durante la messa le togliamo perché veniamo a pregare e portare i nostri rispetti a Dio. Nella vita religiosa siamo devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettiamo e rendiamo omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il» spiega Paolo Kang Ji Yong, Segretario Generale dell’Associazione Cattolica Nordcoreana, ricordando che la figura del papa e il suo carisma ha raggiunto anche questa nazione, tanto che Kim Jong Il ha invitato Giovanni Paolo II a visitare il Paese. L’ostacolo principale è che in Corea del Nord non esiste una Chiesa cattolica ufficialmente riconosciuta dal Vaticano, ma solo un’Associazione Cattolica Coreana, che viene vista alla stregua della Chiesa Patriottica Cinese. Proprio questo parallelismo potrebbe indurre Pechino a spingere perché Pyongyang accetti una presenza ecclesiale riconosciuta da Roma, in modo da tastare il terreno per un’eventuale accettazione, anche sul suolo cinese, della Chiesa cattolica.
In questo caso la Corea del Nord potrebbe essere un inaspettato trampolino di lancio per un nuovo impegno evangelizzatore nella Repubblica Popolare Cinese.
© Piergiorgio Pescali
Il Rapporto Armitage
Il Rapporto Armitage è stato redatto per la prima volta nel marzo 1999 da Richard Armitage in occasione di un simposio sulla Corea del Nord organizzato dall’Istituto Nazionale per gli Studi Strategici, un dipartimento della National Defense University. Repubblicano tra i più conservatori e considerato uno dei più strenui sostenitori della politica interventista statunitense, Armitage, dopo essere stato assistente al Segretario della Difesa dell'amministrazione Bush padre, è oggi vice Segretario di Stato nell'amministrazione Bush figlio, oltre che Presidente del gruppo di lavoro della Politica Statunitense verso la Corea del Nord. Il suo Rapporto, nonostante sia vecchio di cinque anni, rimane il fondamento su cui si basa la politica di Washington nei confronti del regime di Pyongyang. Il pilastro attorno a cui ruota il documento, espresso nella prefazione, è particolarmente indicativo sul suo contenuto:
«Se non è possibile giungere ad una soluzione diplomatica, è meglio scoprirlo prima che dopo per proteggere meglio i nostri interessi di sicurezza. Se la Corea del Nord non lascia altra scelta che il confronto, questo deve essere giocato secondo i nostri termini, non i loro.» La relativa distensione con il governo di Kim Jong Il voluta da Clinton, culminata con la visita di Madeleine Albright a Pyongyang, non è stata salutata con entusiasmo dai falchi Repubblicani e il Rapporto Armitage invita a riproporre una nuova politica: «Il primo approccio per delineare la nuova politica è quello di riguadagnare l’iniziativa diplomatica. La nostra strategia deve integrare gli interessi dei nostri alleati, il che consentirà il rafforzamento della struttura alleata e permetterà a Washington di confrontarsi più attivamente con Pyongyang».
Particolarmente allarmante è la parte che minaccia anche la più grande potenza asiatica, la Cina Popolare: «Nessun approccio con la Corea del Nord può essere vincente se non ci si assicura la cooperazione con la Cina. Pechino deve capire che sarà punita per il fallimento o sarà premiata per la sua cooperazione».
Per assicurare la vittoria militare, impossibile senza un apporto del Giappone e della Corea del Sud, Armitage chiede alla propria amministrazione di premere sui rispettivi governi al fine di rafforzare l’alleanza militare, accettare di contribuire alla costruzione del TMD (Theatre Missiles Defence): «gli USA devono incoraggiare il Giappone ad accelerare la legislazione che sottolinea l’importanza dell’alleanza USA-Giappone per gli interessi della sicurezza di Tokyo nella regione. Gli USA devono chiedere una tavola consultiva tra i tre Ministri della Difesa (USA, Sud Corea e Giappone). Il meeting dovrebbe considerare azioni al fine di implementare le opzioni per rafforzare le difese, ad esempio un incremento del radar anti artiglieria attorno a Seoul, dispiegare più Patriots in Giappone togliendoli all’Europa e agli USA continentali. Anche una cooperazione per una difesa missilistica più stretta e coordinata e una serie di esercitazioni che dovrebbero affrontare eventuali simulazioni di attacchi nordcoreani sarebbero inclusi in questo punto. Deve essere disegnata una “Linea Rossa” assieme alla Corea del Sud e al Giappone chiarendo quale atteggiamento da parte della Corea del Nord sia da ritenersi inaccettabile e sottolineare che le azioni militari a scopo provocatorio della Corea del Nord non saranno tollerate e provocheranno una risposta.
Il Pentagono deve rivedere la presenza americana in Sud Corea, non in vista di una riduzione, ma per mettere le forze USA in grado di rispondere ottimamente alla natura evolutiva della minaccia nordcoreana.
Il Pentagono e il Comandante in Capo del Comando delle Forze Combinate nella Repubblica di Corea, dovrebbe rivedere le proprie forze per delineare quale miscela di sorveglianza, radar e altre armi sarà necessaria per aumentare la difesa di Seoul contro i bombardamenti o gli attacchi a sorpresa»
Il documento termina con un nuovo attacco alla dirigenza di Pechino: «La cooperazione attiva della Cina è vitale e dato che Cina e USA dividono comuni interessi nella penisola coreana, ci si aspetta che la Cina agisca in maniera positiva. Nel caso scoppi un conflitto come risultante di una inadeguata cooperazione, Pechino dovrà assumersene la responsabilità».
A testimonianza che il Rapporto Armitage è stato preso come linea guida dall’attuale governo statunitense e che questo è pronto a metterlo in pratica, si può citare l’intercettazione della nave nordcoreana verso il Medio Oriente effettuata dalla marina USA pochi mesi orsono. L’azione non è stata altro che la messa in pratica del Rapporto nel punto riguardante il problema missilistico: «Se l’esportazione dei missili continuasse e gli USA identificassero questi invii, noi dovremmo fare il possibile per intercettare tali consegne. Dovremmo chiarire che agiremo sotto la Carta ONU di diritto all’autodifesa»
A sostegno del Rapporto Armitage, nel marzo 2000 il Comandante delle Forze Armate USA in Sud Corea, Generale Thomas A. Schwartz, ha descritto la Corea del Nord come il paese che, più di tutti, potrebbe portare gli USA ad una guerra totale. Ancora più dell’Iraq.
© Piergiorgio Pescali
«Se non è possibile giungere ad una soluzione diplomatica, è meglio scoprirlo prima che dopo per proteggere meglio i nostri interessi di sicurezza. Se la Corea del Nord non lascia altra scelta che il confronto, questo deve essere giocato secondo i nostri termini, non i loro.» La relativa distensione con il governo di Kim Jong Il voluta da Clinton, culminata con la visita di Madeleine Albright a Pyongyang, non è stata salutata con entusiasmo dai falchi Repubblicani e il Rapporto Armitage invita a riproporre una nuova politica: «Il primo approccio per delineare la nuova politica è quello di riguadagnare l’iniziativa diplomatica. La nostra strategia deve integrare gli interessi dei nostri alleati, il che consentirà il rafforzamento della struttura alleata e permetterà a Washington di confrontarsi più attivamente con Pyongyang».
Particolarmente allarmante è la parte che minaccia anche la più grande potenza asiatica, la Cina Popolare: «Nessun approccio con la Corea del Nord può essere vincente se non ci si assicura la cooperazione con la Cina. Pechino deve capire che sarà punita per il fallimento o sarà premiata per la sua cooperazione».
Per assicurare la vittoria militare, impossibile senza un apporto del Giappone e della Corea del Sud, Armitage chiede alla propria amministrazione di premere sui rispettivi governi al fine di rafforzare l’alleanza militare, accettare di contribuire alla costruzione del TMD (Theatre Missiles Defence): «gli USA devono incoraggiare il Giappone ad accelerare la legislazione che sottolinea l’importanza dell’alleanza USA-Giappone per gli interessi della sicurezza di Tokyo nella regione. Gli USA devono chiedere una tavola consultiva tra i tre Ministri della Difesa (USA, Sud Corea e Giappone). Il meeting dovrebbe considerare azioni al fine di implementare le opzioni per rafforzare le difese, ad esempio un incremento del radar anti artiglieria attorno a Seoul, dispiegare più Patriots in Giappone togliendoli all’Europa e agli USA continentali. Anche una cooperazione per una difesa missilistica più stretta e coordinata e una serie di esercitazioni che dovrebbero affrontare eventuali simulazioni di attacchi nordcoreani sarebbero inclusi in questo punto. Deve essere disegnata una “Linea Rossa” assieme alla Corea del Sud e al Giappone chiarendo quale atteggiamento da parte della Corea del Nord sia da ritenersi inaccettabile e sottolineare che le azioni militari a scopo provocatorio della Corea del Nord non saranno tollerate e provocheranno una risposta.
Il Pentagono deve rivedere la presenza americana in Sud Corea, non in vista di una riduzione, ma per mettere le forze USA in grado di rispondere ottimamente alla natura evolutiva della minaccia nordcoreana.
Il Pentagono e il Comandante in Capo del Comando delle Forze Combinate nella Repubblica di Corea, dovrebbe rivedere le proprie forze per delineare quale miscela di sorveglianza, radar e altre armi sarà necessaria per aumentare la difesa di Seoul contro i bombardamenti o gli attacchi a sorpresa»
Il documento termina con un nuovo attacco alla dirigenza di Pechino: «La cooperazione attiva della Cina è vitale e dato che Cina e USA dividono comuni interessi nella penisola coreana, ci si aspetta che la Cina agisca in maniera positiva. Nel caso scoppi un conflitto come risultante di una inadeguata cooperazione, Pechino dovrà assumersene la responsabilità».
A testimonianza che il Rapporto Armitage è stato preso come linea guida dall’attuale governo statunitense e che questo è pronto a metterlo in pratica, si può citare l’intercettazione della nave nordcoreana verso il Medio Oriente effettuata dalla marina USA pochi mesi orsono. L’azione non è stata altro che la messa in pratica del Rapporto nel punto riguardante il problema missilistico: «Se l’esportazione dei missili continuasse e gli USA identificassero questi invii, noi dovremmo fare il possibile per intercettare tali consegne. Dovremmo chiarire che agiremo sotto la Carta ONU di diritto all’autodifesa»
A sostegno del Rapporto Armitage, nel marzo 2000 il Comandante delle Forze Armate USA in Sud Corea, Generale Thomas A. Schwartz, ha descritto la Corea del Nord come il paese che, più di tutti, potrebbe portare gli USA ad una guerra totale. Ancora più dell’Iraq.
© Piergiorgio Pescali
Reportage (2003)
Una pelle ancora giovane e morbida solcata da piccole cicatrici scure; qua e là, sparsi come coriandoli, minuscoli nèi appiccicati a dovere, come usavano fare le dame francesi alla corte del Re Sole. Infine, due occhi azzurri come lapislazzuli, che brillano al sole contornati da ciglia. Un incanto di cui rimango affascinato.
-Bello, eh?- mi chiede Kim Chon, ridestandomi dai miei pensieri. E d’improvviso, ecco che la pelle giovane ed elastica si trasforma in una verde distesa d’erba, le cicatrici divengono torrenti, i nèi villaggi dispersi tra campi coltivati a grano e riso e gli occhi due laghetti, lungo le cui sponde si dissetano alcune mucche.
La chiamano “Buco Nero”, questa regione che sto percorrendo su una macchina che arranca faticosamente lungo i tornanti che portano alla cima del passo. La vallata è ora ben visibile in tutta la sua lunghezza di fianco a me, qualche centinaio di metri più in basso.
Il “Buco Nero” è un’ampia area a nordest di Pyongyang, situata nell’entroterra costiero, che raggiunge i confini con la Cina a settentrione. Qui, secondo Human Rights Watch, vivrebbero fino a 150.000 prigionieri politici, raccolti in diversi campi di rieducazione, città, paesini e questo spiega il nome: nessuno straniero, fino a poco tempo fa, era ammesso nella regione e anche gli stessi nordcoreani dovevano ottenere un permesso speciale per visitarla. Recentemente, solo alcuni funzionari del PAM (Programma di Alimentazione Mondiale), impegnati nel fronteggiare la carestia che ha colpito la Corea del Nord tra il 1995 e il 1997, hanno potuto visitarla. Questa che sto compiendo con alcuni membri del Chongryun, la potente Associazione dei Nord Coreani residenti in Giappone, è una delle rarissime concessioni che il governo di Kim Jong Il ha autorizzato al di fuori del programma di aiuti; una veloce visita di tre giorni in zone considerate particolarmente delicate con l’obbligo di non sviare dall’itinerario prestabilito.
Il terreno, aspro ed accidentato, è solcato da piccoli fiumi a carattere torrentizio che, incassati in strette e tortuose valli, non riescono a sfogare le piene estive se non traboccando dal proprio alveo e inondando tutto ciò che incontrano. Proprio come quel piccolo rivolo, all’apparenza innocuo, che scorre nella valle verso cui ora, dopo aver oltrepassato il passo, stiamo scendendo.
-Nel 1995 qui si sono registrate le peggiori alluvioni della Corea.- osserva Kim.
Il governo ha cercato con ogni mezzo di trasformare una zona selvaggia e improduttiva, in un un’area agricola e industriale. In parte c’è riuscito, almeno a giudicare dal terreno diviso in rettangoli e solcato da canali d’irrigazione, ma non ha mai domato la furia degli elementi naturali, pur costruendo dighe e argini più solidi.
E così eccoci a Sambong-ri, nella provincia di Ryanggang; una manciata di casupole di mattoni e fango ricoperte da tetti di eternit sbeccati e rattoppati in più punti. Qui, gli effetti delle inondazioni si possono ancora toccare con mano: l’asilo è diroccato e i bambini vengono dirottati in una sala attigua alla scuola. Non che questa sia ridotta meglio, ma per lo meno ha i quattro muri ancora intatti ed una copertura di plastica che protegge alla bell’è meglio i bambini dagli acquazzoni. D’inverno la neve e il gelo, che raggiunge temperature minime di meno 20, meno 30 gradi, rende impraticabile anche quest’unica struttura.
Momentaneamente, tra lezioni di storia e calcoli matematici, i più piccoli giocano silenziosi con macchinine di latta ammaccate, bambole mutilate, mitragliatrici dalla canna troncata dalle troppe battaglie.
-Contro chi combatti?- chiede ad un bambino di cinque o sei anni che gli punta una pistola di legno, un membro del Chongryun; -Contro i nemici del popolo coreano.- traduce la risposta la guida.
-E chi sarebbero questi nemici?-
-Gli americani e i giapponesi.- risponde il bambino. Nessuno scoop, dunque!
Interviene la maestra che, un poco imbarazzata, spiega agli amici del Chongryun quanto sia migliorata la situazione alimentare rispetto a tre anni fa, -quando nella scodella i bambini trovavano solo una minestrina in cui galleggiava qualche chicco di riso e di mais.-
In verità, bambini emaciati non ne notiamo, ma la vita a Sambong-ri non deve essere facile a giudicare dalla condizione delle case e del principale negozio di alimentari. Persino la statua di Kim Il Sung, solitamente sempre curata e lucida, è una bruttissima (per non dire orrenda) copia di quella presente sulla collina Mansu di Pyongyang. Il banco della bottega nella via principale, è semivuoto: qualche bottiglia di birra, 4 o 5 pacchetti di tabacco, pesce secco.
-Non c’è molto perché qui siamo in campagna e i generi di prima necessità arrivano direttamente dal governo, che li distribuisce mensilmente alle famiglie.- tenta di giustificarsi il gestore del negozio.
Certo è che gli abitanti del paesino devono essersela vista brutta durante la carestia: sono molti i nuclei famigliari che lamentano la morte di uno o più parenti. La maggior parte dei decessi ha interessato vecchi, col fisico già debilitato dalle malattie o bambini, il cui organismo non riusciva a digerire i surrogati preparati in casa in sostituzione del riso: erbe, radici, cortecce e, come ultima sponda, segatura diluita in acqua.
Per tre anni, la cooperativa di Sambong-ri non h praticamente prodotto nulla. Solo in questi ultimi mesi ha ripreso a funzionare a pieno ritmo ed il raccolto si prevede sarà superiore a quello degli anni passati. Rim Jong, un agronomo del Chongryun, esamina i chicchi di cereali ancora sulle piantine e afferma che la qualità è nettamente migliorata rispetto alla sua ultima visita, avvenuta due anni fa con il PAM.
-Merito delle innovazioni tecniche e organizzative introdotte dopo il 1998- conclude. Tra queste riforme, due sono le più importanti: la possibilità data ai singoli di coltivare un orticello per il consumo famigliare e l’adozione di un sistema meritocratico. Il primo ha permesso al governo centrale di alleggerire il gravoso e dispendioso impegno di dover sfamare milioni di nordcoreani ridistribuendo il raccolto, mentre il secondo ha avuto come effetto un miglioramento della produttività agricola, confermata anche dal Rural Development Administration di Seoul, solitamente mai troppo tenero con il sistema adottato dai nordcoreani. Tutte le abitazioni di Sambong-ri, ora hanno il loro appezzamento di terreno ricoperto di verdure e alberi da frutto.
-Dovesse capitare un’altra carestia come quella degli anni scorsi, ora sapremmo fronteggiarla meglio.- afferma fiducioso Pak Hi-san, il direttore della cooperativa. Ci invita a pranzo nella sua casa. Accettiamo, ma solo a patto che ci faccia mangiare le pietanze che vengono consumate in famiglia. Soonji, la moglie ci aspetta all’ingresso per accompagnarci nel soggiorno. La casa dei Pak è divisa in quattro stanze con pavimento in legno; pochi i mobili, una piccola credenza con vetri molati, un tavolino posto su un tappeto, alcune stuoie e gli immancabili ritratti di Kim Il Sung e Kim Jong Il, sotto i cui sguardi cominciamo a piluccare il cibo. Tra verdure bollite, kimchi, zuppe in salsa di soia e frutta, i discorsi tornano spesso alla carestia, quasi fosse un fantasma con cui le famiglie nordcoreane siano condannate a convivere chissà per quanto tempo ancora. L’ossessione del cibo, del freddo invernale, la paura di svegliarsi al mattino e trovare il figlioletto di due anni immobile, l’attesa spasmodica degli aiuti, sono ricordi troppo vicini per poter essere racchiusi nei confini dei propri pensieri.
-Per fortuna abbiamo la nostra Guida su cui possiamo in ogni istante fare affidamento.-
E gli occhi di Hi-san e Soonji, all’unisono, guardano con fiducia Kim Jong Il.
© Piergiorgio Pescali
-Bello, eh?- mi chiede Kim Chon, ridestandomi dai miei pensieri. E d’improvviso, ecco che la pelle giovane ed elastica si trasforma in una verde distesa d’erba, le cicatrici divengono torrenti, i nèi villaggi dispersi tra campi coltivati a grano e riso e gli occhi due laghetti, lungo le cui sponde si dissetano alcune mucche.
La chiamano “Buco Nero”, questa regione che sto percorrendo su una macchina che arranca faticosamente lungo i tornanti che portano alla cima del passo. La vallata è ora ben visibile in tutta la sua lunghezza di fianco a me, qualche centinaio di metri più in basso.
Il “Buco Nero” è un’ampia area a nordest di Pyongyang, situata nell’entroterra costiero, che raggiunge i confini con la Cina a settentrione. Qui, secondo Human Rights Watch, vivrebbero fino a 150.000 prigionieri politici, raccolti in diversi campi di rieducazione, città, paesini e questo spiega il nome: nessuno straniero, fino a poco tempo fa, era ammesso nella regione e anche gli stessi nordcoreani dovevano ottenere un permesso speciale per visitarla. Recentemente, solo alcuni funzionari del PAM (Programma di Alimentazione Mondiale), impegnati nel fronteggiare la carestia che ha colpito la Corea del Nord tra il 1995 e il 1997, hanno potuto visitarla. Questa che sto compiendo con alcuni membri del Chongryun, la potente Associazione dei Nord Coreani residenti in Giappone, è una delle rarissime concessioni che il governo di Kim Jong Il ha autorizzato al di fuori del programma di aiuti; una veloce visita di tre giorni in zone considerate particolarmente delicate con l’obbligo di non sviare dall’itinerario prestabilito.
Il terreno, aspro ed accidentato, è solcato da piccoli fiumi a carattere torrentizio che, incassati in strette e tortuose valli, non riescono a sfogare le piene estive se non traboccando dal proprio alveo e inondando tutto ciò che incontrano. Proprio come quel piccolo rivolo, all’apparenza innocuo, che scorre nella valle verso cui ora, dopo aver oltrepassato il passo, stiamo scendendo.
-Nel 1995 qui si sono registrate le peggiori alluvioni della Corea.- osserva Kim.
Il governo ha cercato con ogni mezzo di trasformare una zona selvaggia e improduttiva, in un un’area agricola e industriale. In parte c’è riuscito, almeno a giudicare dal terreno diviso in rettangoli e solcato da canali d’irrigazione, ma non ha mai domato la furia degli elementi naturali, pur costruendo dighe e argini più solidi.
E così eccoci a Sambong-ri, nella provincia di Ryanggang; una manciata di casupole di mattoni e fango ricoperte da tetti di eternit sbeccati e rattoppati in più punti. Qui, gli effetti delle inondazioni si possono ancora toccare con mano: l’asilo è diroccato e i bambini vengono dirottati in una sala attigua alla scuola. Non che questa sia ridotta meglio, ma per lo meno ha i quattro muri ancora intatti ed una copertura di plastica che protegge alla bell’è meglio i bambini dagli acquazzoni. D’inverno la neve e il gelo, che raggiunge temperature minime di meno 20, meno 30 gradi, rende impraticabile anche quest’unica struttura.
Momentaneamente, tra lezioni di storia e calcoli matematici, i più piccoli giocano silenziosi con macchinine di latta ammaccate, bambole mutilate, mitragliatrici dalla canna troncata dalle troppe battaglie.
-Contro chi combatti?- chiede ad un bambino di cinque o sei anni che gli punta una pistola di legno, un membro del Chongryun; -Contro i nemici del popolo coreano.- traduce la risposta la guida.
-E chi sarebbero questi nemici?-
-Gli americani e i giapponesi.- risponde il bambino. Nessuno scoop, dunque!
Interviene la maestra che, un poco imbarazzata, spiega agli amici del Chongryun quanto sia migliorata la situazione alimentare rispetto a tre anni fa, -quando nella scodella i bambini trovavano solo una minestrina in cui galleggiava qualche chicco di riso e di mais.-
In verità, bambini emaciati non ne notiamo, ma la vita a Sambong-ri non deve essere facile a giudicare dalla condizione delle case e del principale negozio di alimentari. Persino la statua di Kim Il Sung, solitamente sempre curata e lucida, è una bruttissima (per non dire orrenda) copia di quella presente sulla collina Mansu di Pyongyang. Il banco della bottega nella via principale, è semivuoto: qualche bottiglia di birra, 4 o 5 pacchetti di tabacco, pesce secco.
-Non c’è molto perché qui siamo in campagna e i generi di prima necessità arrivano direttamente dal governo, che li distribuisce mensilmente alle famiglie.- tenta di giustificarsi il gestore del negozio.
Certo è che gli abitanti del paesino devono essersela vista brutta durante la carestia: sono molti i nuclei famigliari che lamentano la morte di uno o più parenti. La maggior parte dei decessi ha interessato vecchi, col fisico già debilitato dalle malattie o bambini, il cui organismo non riusciva a digerire i surrogati preparati in casa in sostituzione del riso: erbe, radici, cortecce e, come ultima sponda, segatura diluita in acqua.
Per tre anni, la cooperativa di Sambong-ri non h praticamente prodotto nulla. Solo in questi ultimi mesi ha ripreso a funzionare a pieno ritmo ed il raccolto si prevede sarà superiore a quello degli anni passati. Rim Jong, un agronomo del Chongryun, esamina i chicchi di cereali ancora sulle piantine e afferma che la qualità è nettamente migliorata rispetto alla sua ultima visita, avvenuta due anni fa con il PAM.
-Merito delle innovazioni tecniche e organizzative introdotte dopo il 1998- conclude. Tra queste riforme, due sono le più importanti: la possibilità data ai singoli di coltivare un orticello per il consumo famigliare e l’adozione di un sistema meritocratico. Il primo ha permesso al governo centrale di alleggerire il gravoso e dispendioso impegno di dover sfamare milioni di nordcoreani ridistribuendo il raccolto, mentre il secondo ha avuto come effetto un miglioramento della produttività agricola, confermata anche dal Rural Development Administration di Seoul, solitamente mai troppo tenero con il sistema adottato dai nordcoreani. Tutte le abitazioni di Sambong-ri, ora hanno il loro appezzamento di terreno ricoperto di verdure e alberi da frutto.
-Dovesse capitare un’altra carestia come quella degli anni scorsi, ora sapremmo fronteggiarla meglio.- afferma fiducioso Pak Hi-san, il direttore della cooperativa. Ci invita a pranzo nella sua casa. Accettiamo, ma solo a patto che ci faccia mangiare le pietanze che vengono consumate in famiglia. Soonji, la moglie ci aspetta all’ingresso per accompagnarci nel soggiorno. La casa dei Pak è divisa in quattro stanze con pavimento in legno; pochi i mobili, una piccola credenza con vetri molati, un tavolino posto su un tappeto, alcune stuoie e gli immancabili ritratti di Kim Il Sung e Kim Jong Il, sotto i cui sguardi cominciamo a piluccare il cibo. Tra verdure bollite, kimchi, zuppe in salsa di soia e frutta, i discorsi tornano spesso alla carestia, quasi fosse un fantasma con cui le famiglie nordcoreane siano condannate a convivere chissà per quanto tempo ancora. L’ossessione del cibo, del freddo invernale, la paura di svegliarsi al mattino e trovare il figlioletto di due anni immobile, l’attesa spasmodica degli aiuti, sono ricordi troppo vicini per poter essere racchiusi nei confini dei propri pensieri.
-Per fortuna abbiamo la nostra Guida su cui possiamo in ogni istante fare affidamento.-
E gli occhi di Hi-san e Soonji, all’unisono, guardano con fiducia Kim Jong Il.
© Piergiorgio Pescali
Kim Jong Il (2003)
La salita al potere di Kim Jong Il è stata una delle maggiori incognite nella storia politica del dopoguerra. Alcuni analisti ipotizzavano anche un colpo di stato incruento all’interno del Partito da parte dei militari, che avrebbero relegato Kim Jong Il ad un ruolo secondario o addirittura subalterno ad essi. Oggi, dopo nove anni di governo, è possibile analizzare i risultati ottenuti dalla gestione del “Grande Leader”. Il consolidamento ed il riconoscimento della leadership di Kim Jong Il a Pyongyang, non è mai stato scontato, come molti media occidentali assicuravano. Solo con un’accorta politica di avvicendamento di persone a lui fedeli nei posti chiave dell’esercito e del Partito dei Lavoratori, Kim Jong Il ha potuto evitare di essere estromesso. E’ comunque opinione di tutti gli osservatori che la Corea del Nord sotto la sua guida, ha imboccato la via d’uscita dall’isolamento internazionale a cui era, volontariamente o no, relegata. Il principale catalizzatore di questa apertura è stata la carestia che per tre anni, dal 1995 al 1997, ha decimato i raccolti di grano e riso, ma non c’è dubbio che i segni premonitori del nuovo corso nordcoreano si erano già presentati mesi prima, con l’accordo nucleare con gli Stati Uniti nel 1994, che aveva garantito la fornitura di ingenti quantità di combustibile e la costruzione di nuovi reattori nucleari più moderni e sicuri. Dalla firma di quel trattato, conclusasi poche settimane dopo la morte del padre, Kim Jong Il si è guadagnato sempre più la stima e la simpatia di governi un tempo ostili, ha incontrato il Presidente sudcoreano Kim Dae-jung, organizzato gli incontri tra le famiglie divise dalla guerra. Ma basta l’appoggio internazionale per garantire al leader nordcoreano il mantenimento delle redini del governo? Se da una parte la dirigenza attualmente al vertice a Pyongyang ha bisogno di un riconoscimento esterno, dall’altro questo potrebbe volere come contropartita la diminuzione delle spese militari e dell’esportazioni di missili, esponendo Kim Jong Il al rischio di un indebolimento interno.
-E questo- dice Suh Jae Jean, Capo Analista dell’Istituto di Ricerca sull’Unificazione Nazionale di Seoul, -non è conveniente per nessuno dei Paesi che si affacciano sul Pacifico.-
Una guerra, per di più nucleare, non è ipotizzabile, ma oggi le guerre non si fanno solo con le armi.
© Piergiorgio Pescali
-E questo- dice Suh Jae Jean, Capo Analista dell’Istituto di Ricerca sull’Unificazione Nazionale di Seoul, -non è conveniente per nessuno dei Paesi che si affacciano sul Pacifico.-
Una guerra, per di più nucleare, non è ipotizzabile, ma oggi le guerre non si fanno solo con le armi.
© Piergiorgio Pescali
Intervista a Kang Sok-ju
Kang Sok-ju è una delle stelle nascenti della politica nordcoreana. E’ stato lui nel 1994 a negoziare l’accordo che ha permesso alla delegazione statunitense di visitare il sito nucleare di Yongbyon, allentando così una tensione che teneva col fiato sospeso il mondo intero, mentre nel 1999 ha incontrato l’ex Segretario della Difesa, William Perry. In un breve incontro, Sok-ju ha accettato di rispondere ad alcune domande sull’attuale stato dei negoziati con la Corea del Sud e sul futuro della penisola coreana:
-Come è cambiata la vostra opinione sulla Corea del Sud dopo l’elezione a Presidente di Kim Dae-jung e alla luce degli incontri con Kim Jong Il?-
-Kim Dae-jung si è dimostrato il Presidente più aperto e disponibile che la Corea del Sud abbia mai avuto. Ci sono note le battaglie politiche e di diritti civili da lui combattute nel Sud sotto la dittatura militare e per questo lo ammiriamo. Restano però degli ostacoli al dialogo, primo fra tutti la presenza di 35-40.000 soldati statunitensi in territorio coreano, una presenza che definiamo senza mezzi termini occupazione militare.-
-Chung Ju-yung, fondatore della Hyundai, auspica la riunificazione della Corea entro tre anni. Non le sembrano troppo pochi?-
-Pensiamo che la riunificazione debba prima di tutto essere discussa sul piano politico. La Corea è una, questa è la nostra posizione, ma per troppi anni il nostro popolo è stato diviso da una linea di demarcazione voluta da stranieri e saremmo ipocriti se non riconoscessimo che oggi la Corea ha seguito due strade opposte, troppo differenti perché possa essere riunificata come due pezzi di un puzzle. Noi abbiamo proposto una federazione di due regioni che per un certo numero di anni continuino a seguire vie economiche e politiche convergenti, ma non distruttive per l’attuale sistema. Solo in seguito, quando economia, popolo, cultura, spirito patriottico si saranno completamente integrati, si potrà parlare di unificazione completa.-
-Diverse compagnie sudcoreane stanno facendo il loro ingresso sul mercato nordcoreano. E’ questo un primo passo verso l’integrazione economica?-
-Sì, abbiamo scelto le compagnie che secondo noi garantiscono la salvaguardia dei nostri valori e della nostra economia socialista. Lentamente potrebbero inserirsi nel cosiddetto “mercato” nordcoreano. Ma solo lentamente.-
-Tutti i Paesi precedentemente a voi alleati, penso all’URSS, all’area COMECON, alla stessa Cina Popolare, si sono o si stanno convertendo all’economia di mercato. Quanto potrà resistere la Corea del Nord alle pressioni del capitalismo?-
-Il capitalismo non è nell’animo dei coreani e neppure degli asiatici, oserei dire. In Cina, è vero, ci sono spinte verso un’economia a stampo capitalista, ma sono minime e non potranno mai sorgere società capitaliste sul tipo di quella americana o europea. Siamo asiatici e siamo anche coreani.-
-In Occidente si è parlato molto della possibilità di una guerra nella penisola coreana. Pensa sia ancora probabile l’eventualità di un conflitto o il recente dialogo con il Giappone e la Corea del Sud ha definitivamente scongiurato uno scenario bellico?-
-Tutto è possibile quando un Paese o più Paesi sono guidati da uomini irresponsabili. Giappone e Corea del Sud sono nazioni in cui la presenza statunitense è molto forte. Agli Stati Uniti non interessa scatenare un conflitto, purché non sia a casa loro. Noi però, siamo pronti a difendere col sangue la nostra Patria. Risponderemo se saremo attaccati.-
-Un ultima domanda: chi comanda a Pyongyang. Kim Jong Il o i generali?-
-Kim Jong Il, naturalmente. Non siamo una dittatura come lo è stata la Corea del Sud per 50 anni. I nostri militari servono solamente per difenderci, non per opprimerci.
© Piergiorgio Pescali
-Come è cambiata la vostra opinione sulla Corea del Sud dopo l’elezione a Presidente di Kim Dae-jung e alla luce degli incontri con Kim Jong Il?-
-Kim Dae-jung si è dimostrato il Presidente più aperto e disponibile che la Corea del Sud abbia mai avuto. Ci sono note le battaglie politiche e di diritti civili da lui combattute nel Sud sotto la dittatura militare e per questo lo ammiriamo. Restano però degli ostacoli al dialogo, primo fra tutti la presenza di 35-40.000 soldati statunitensi in territorio coreano, una presenza che definiamo senza mezzi termini occupazione militare.-
-Chung Ju-yung, fondatore della Hyundai, auspica la riunificazione della Corea entro tre anni. Non le sembrano troppo pochi?-
-Pensiamo che la riunificazione debba prima di tutto essere discussa sul piano politico. La Corea è una, questa è la nostra posizione, ma per troppi anni il nostro popolo è stato diviso da una linea di demarcazione voluta da stranieri e saremmo ipocriti se non riconoscessimo che oggi la Corea ha seguito due strade opposte, troppo differenti perché possa essere riunificata come due pezzi di un puzzle. Noi abbiamo proposto una federazione di due regioni che per un certo numero di anni continuino a seguire vie economiche e politiche convergenti, ma non distruttive per l’attuale sistema. Solo in seguito, quando economia, popolo, cultura, spirito patriottico si saranno completamente integrati, si potrà parlare di unificazione completa.-
-Diverse compagnie sudcoreane stanno facendo il loro ingresso sul mercato nordcoreano. E’ questo un primo passo verso l’integrazione economica?-
-Sì, abbiamo scelto le compagnie che secondo noi garantiscono la salvaguardia dei nostri valori e della nostra economia socialista. Lentamente potrebbero inserirsi nel cosiddetto “mercato” nordcoreano. Ma solo lentamente.-
-Tutti i Paesi precedentemente a voi alleati, penso all’URSS, all’area COMECON, alla stessa Cina Popolare, si sono o si stanno convertendo all’economia di mercato. Quanto potrà resistere la Corea del Nord alle pressioni del capitalismo?-
-Il capitalismo non è nell’animo dei coreani e neppure degli asiatici, oserei dire. In Cina, è vero, ci sono spinte verso un’economia a stampo capitalista, ma sono minime e non potranno mai sorgere società capitaliste sul tipo di quella americana o europea. Siamo asiatici e siamo anche coreani.-
-In Occidente si è parlato molto della possibilità di una guerra nella penisola coreana. Pensa sia ancora probabile l’eventualità di un conflitto o il recente dialogo con il Giappone e la Corea del Sud ha definitivamente scongiurato uno scenario bellico?-
-Tutto è possibile quando un Paese o più Paesi sono guidati da uomini irresponsabili. Giappone e Corea del Sud sono nazioni in cui la presenza statunitense è molto forte. Agli Stati Uniti non interessa scatenare un conflitto, purché non sia a casa loro. Noi però, siamo pronti a difendere col sangue la nostra Patria. Risponderemo se saremo attaccati.-
-Un ultima domanda: chi comanda a Pyongyang. Kim Jong Il o i generali?-
-Kim Jong Il, naturalmente. Non siamo una dittatura come lo è stata la Corea del Sud per 50 anni. I nostri militari servono solamente per difenderci, non per opprimerci.
© Piergiorgio Pescali
Crisi nucleare nord coreano
La crisi nella penisola coreana sembra avviata alla soluzione. Dopo la disponibilità di Washington di ratificare il trattato di non belligeranza con la Corea del Nord in cambio della sospensione da parte di Pyongyang del programma di ricerca nucleare, il regime di Kim Jong Il ha fatto un ulteriore passo verso la distensione accettando di partecipare ai colloqui con la Corea del Sud in programma alla fine del mese. La crisi, iniziata “ufficialmente” il 16 ottobre scorso con l’annuncio del Nord di procedere con i propri piani nucleari nel sito di Yongbyon, ha però ben altre radici che affondano nelle dichiarazioni di Bush all’inizio del 2002, quando accusò la Corea del Nord di appoggiare il terrorismo. Giappone e Corea del Sud, i due stati alleati degli USA più direttamente coinvolti geograficamente, si discostarono dalle affermazioni di Washington, continuando il dialogo con Pyongyang. Più che di crisi della penisola coreana, sarebbe più appropriato parlare di crisi bilaterale tra Corea del Nord e USA. In base all’accordo nucleare del 1994, Corea del Sud, Giappone e USA avrebbero dovuto spartirsi la fetta di interventi di soccorso da inviare a Pyongyang: ai primi due erano lasciati gli aiuti alimentari, agli USA il rifornimento di 500.000 di tonnellate annue di combustibile fino all’entrata in funzione, prevista per il 2003, di due nuovi reattori nucleari tipo Ulchin da 1.000 MW ciascuno, costruiti dal KEDO (Korean Energy Development Organization), un consorzio formato da tecnici di dodici nazioni diverse. I ritardi nella costruzione delle due centrali (oggi si prevede entreranno in funzione solo nel 2007) non hanno convinto gli USA a continuare il rifornimento petrolifero, annunciando che questo sarebbe terminato alla metà del 2003. Da qui il ricatto nordcoreano, (nel testo ufficiale si legge che il programma nucleare «è l’unica alternativa possibile lasciataci dagli Stati Uniti») utilizzato come pretesto per convincere Washington a non interrompere l’afflusso di oro nero. Le divergenze politiche tra l’amministrazione Bush e i colleghi di Tokyo e Seoul, si sono evidenziate in settembre, con la storica stretta di mano tra Koizumi e Kim Jong Il e, in dicembre, con l’elezione da parte dei sudcoreani di Roh Moo-hyun, appoggiando così la prosecuzione della “sunshine policy”, la politica del dialogo tra le due Coree inaugurata da Kim Dae-jung. Anche dopo l’acuirsi delle tensioni, comunque, Giappone e Corea del Sud non hanno mai interrotto i ponti con Pyongyang; Seoul, in particolare, si è mostrata molto critica verso l’intransigenza di Washington e non ha mai rispettato appieno l’embargo imposto verso il Nord, continuando a spedire aiuti alimentari. La Corea del Nord, dopo il dissolvimento del COMECON, è stata devastata da una crisi economica aggravata da carestie costate la vita a centinaia di migliaia di persone (fonti indipendenti parlano anche di due milioni di morti su una popolazione di 23 milioni di abitanti). La scorsa estate il governo, su pressioni internazionali, ha deciso di procedere alla svalutazione dello won, scambiato oggi a 150 per un dollaro contro i 2,15 di giugno e di ampliare gli spazi di libero mercato già presenti nella sua economia socialista: i contadini possono oggi vendere i loro prodotti legalmente negli appositi mercati distrettuali, mentre le paghe sono commisurate alla produttività di ciascun lavoratore. Anche sul piano dei diritti umani il paese sta conoscendo una revisione, seppur ancora minima: diversi detenuti sono stati recentemente amnistiati, molti politici sono stati riabilitati e riammessi nel Partito, la libertà di movimento è facilitata, mentre le chiese hanno ricominciato ad accogliere fedeli. Sul fronte internazionale, Kim Jong Il è riuscito ad allacciare rapporti diplomatici con quasi tutti i paesi dell’Unione Europea e del Commonwealth (questa settimana la Comunità Europea ha elargito un aiuto di 9,5 milioni di Euro attraverso l’World Food Programme). Ma le divergenze tra città e campagna sono enormi e la forbice si è ulteriormente allargata dopo le riforme estive: mentre l’elite cittadina ha a disposizione negozi e supermercati riforniti di merci occidentali, nelle campagne gli spacci delle cooperative sono vuoti. Le tessere annonarie che ogni cittadino nordcoreano possiede, sono oramai inutili. I raccolti, l’anno scorso, sono stati ottimi, ma una grossa parte di essi è andata perduta perché la mancanza di mezzi meccanici, di parti di ricambio, di gasolio e di benzina, non ha permesso di trasportare le messi al riparo prima dell’arrivo delle piogge. Nelle industrie la situazione non è più rosea: i macchinari sono fermi per mancanza di elettricità e la produzione deve essere continuamente interrotta con evidenti scompensi nel ritmo lavorativo. E mentre le trattative procedono, i nordcoreani continuano ad aspettare...; aspettare che qualcuno si ricordi anche di loro, che stanno vivendo quello che Michael Ross, del WFP di New York ha definito essere “il disastro umano più politicizzato della storia.”
© Piergiorgio Pescali
© Piergiorgio Pescali
Iscriviti a:
Post (Atom)