Afghanistan, aprile 2001: le statue dei Buddha di Bamiyan vengono distrutte dai cannoni Taleban.
Tajikistan, estate 2001: per la prima volta dalla sua fondazione, l’IMU (Islamic Movement of Uzbekistan) che ha le sua basi nelle valli del Pamir tajiko, non lancia alcuna offensiva nei vicini Uzbekistan e Kyrgyzstan. Nessuno sa spiegarne il motivo.
Afghanistan, inizio agosto 2001: sedici membri di Shelter Now International vengono accusati di proselitismo ed arrestati.
Afghanistan, 8 settembre 2001: una bomba esplode a Kabul all’interno del Centro Anticrimine del Ministero degli Interni.
Afghanistan, 9 settembre 2001: Ahmed Shah Massud viene gravemente ferito da due finti giornalisti arabi.
Tajikistan, 9 settembre 2001: il Ministro della Cultura del Tajikistan, fautore della linea dura contro il gruppo islamico dell’IMU è ucciso a Dushambe.
Torniamo indietro esattamente di dieci anni, al settembre 1991: con la secessione degli stati del Centro Asia si dissolve definitivamente anche l’ultima parvenza di Unione Sovietica.
Stati Uniti, 11 settembre 2001: il simbolo economico e militare dell’unica potenza mondiale vengono colpiti.
Coincidenze? Troppe, per la verità, veramente troppe per non cercare di analizzarne le eventuali connessioni.
Dieci anni fa moriva uno dei due grandi Satana del mondo islamico: quell’Unione Sovietica portatrice di valori antireligiosi, immorali; quell’Unione Sovietica che aveva osato violare un territorio islamico, sostituendo Marx e Lenin ad Allah. Dieci anni fa l’Islam esultava: uno dei due peggiori nemici era stato sconfitto. Ne rimaneva solo uno, il più grande: gli Stati Uniti d’America, che già avevano violato uno dei territori più sacri del mondo islamico con l’attacco all’Iraq e a Bagdhad.
Dieci anni esatti. Ed ecco il nuovo attacco, quello che dovrebbe far iniziare l’Armageddon finale.
Tutto è stato preparato con cura e precisione dal centro nevralgico e ideologico dell’Islam più radicale: l’Afghanistan dei Taleban. O per meglio dire, quella parte di Afghanistan, preclusa anche ad una parte dei Taleban, che sono i campi di addestramento di Osama bin Laden. Qui migliaia di combattenti per la jihad vengono addestrati, non solo ad usare il kalashnikov, i carri armati, gli elicotteri, gli aerei, le bombe, ma anche a devastare la rete telematica, a confondere i sistemi radar, a interrompere linee telefoniche. In questi campi, accanto agli addestramenti più elementari vengono condotti veri e propri corsi di tecnologia ultrasofisticata a cui partecipano guerriglieri provenienti da tutto il mondo, dalla Cina alla Cecenia, dal Daghestan al Sudan, dal Kashmir all’Algeria.
Il tutto con la protezione del governo Taleban, che paga questo appoggio con la condanna politica del mondo intero e con pesanti sanzioni delle Nazioni Unite.
Fino ad ora i soldi di Osama bin Laden e delle innumerevoli ramificazioni internazionali della sua organizzazione, avevano assicurato la sopravvivenza del regime di Kabul, ma, ironia della sorte, la crisi internazionale delle borse, e il boicottaggio cui sono sempre più oggetto le società dell’ex cittadino saudita, hanno assottigliato il flusso di denaro sino a quasi esaurirlo.
Ed oggi il governo di Kabul sta vivendo uno dei suoi cicli più travagliati della sua pur breve storia. Fazioni più o meno moderate dei Taleban, che vorrebbero un ridimensionamento del radicalismo ideologico per aprire nuovi canali di comunicazione con l’esterno, stanno alzando la testa. Tra i maggiori fautori della linea morbida figurerebbero il giovanissimo funzionario del Ministero degli Esteri Rahmatullah Hashimi e il Ministro degli Interni. La lotta interna, sino ad ora, li ha visti sempre perdenti e la distruzione delle statue dei Buddha di Bamiyan, i decreti di divieto dell’uso dei mezzi di comunicazione, contro cui si erano dichiarati, ne sono la prova lampante. L’esplosione della bomba al Ministero degli Interni, potrebbe essere opera di questa fazione, a cui Osama bin Laden avrebbe risposto con l’attentato a Massud, sul fronte interno e con la spettacolare azione contro gli USA, su quello esterno. Le grandi forze di uomini e mezzi necessarie per la realizzazione di queste azioni dimostrative spiegherebbero l’apparente calma cui l’IMU è stato costretto questa estate, in parte compensata dall’uccisione del Ministro della Cultura tajika, acerrimo nemico di ogni islamismo. Sino ad oggi, gli analisti e i Servizi Segreti consideravano tutti questi fenomeni slegati tra loro, non riuscendo a dare delle spiegazioni logiche. Ora sembra davvero che tutti i tasselli si siano ricomposti. Improvvisamente, come un Grande Gioco.
© Piergiorgio Pescali
S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.
IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Reportage - Ottobre 2001
A meno di una settimana dalla presa di Kabul, l’Alleanza Settentrionale mostra il suo vero volto tribale, smentendo spudoratamente tutti coloro (Rabbani, Dostum, Massud, Ismail Khan) che da anni giuravano sulla perfetta intesa militare e politica delle diverse forze in campo. Mentre Il Vice Rappresentante Speciale dell’ONU, Francesc Vendrell, a proposito dell’arrivo di Burhanuddin Rabbani a Kabul ha sibillinamente affermato che il leader dell’UNIFSA «ha il diritto di autoproclamarsi Presidente dello Stato Islamico dell’Afghanistan (…) ma sta alla comunità internazionale riconoscere ogni nuovo governo installato in Afghanistan», all’interno del movimento anti-Taleban si sta assistendo ad uno scontro aperto tra il Ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah e il Ministro degli Interni, Yunas Qanooni.
Il primo ripete che l’unico governo legittimo è quello di Rabbani e che la formazione della Loya Jirga, come proposto dall’ex re Zahir Shah ed appoggiata dall’ONU, non farebbe altro che aumentare la confusione. Il secondo, oltre che ad appoggiare il piano reale, accusa il collega di aver tentato di screditarlo di fronte alla comunità internazionale, dando ordine alle truppe dell’Alleanza Settentrionale di entrare a Kabul poche ore dopo che, alla TV Iraniana, Qanooni stesso aveva assicurato che nessun soldato dell’Alleanza avrebbe avanzato verso la città. Intanto l’euforia della vittoria sta lasciando il passo alle prime preoccupazioni: da ovest centinaia di hazara di religione sciita, che pur fanno parte dell’Alleanza Settentrionale, stanno marciando su Kabul per prendere il controllo dei quartieri periferici di Jalres e Syakhak, dove sono concentrate le popolazioni hazara. Temono che i soldati tajiki e uzbeki ricomincino a compiere i massacri etnici perpetrati tra il 92 e il 96. Musa Arifi, rappresentante a Peshawar del Hezb-i-Wahdat, il maggior partito hazara, ha detto che «esiste un grave problema tra i gruppi etnici afgani. Purtroppo non è stato ancora risolto». La marcia degli hazara evidenzia il sospetto reciproco che divide le etnie della stessa alleanza. E’ questa sfiducia che ha fatto affermare venerdì a Abdul Karim Khalili, leader degli sciiti afgani, di sperare che nel futuro solo i soldati dell’ONU saranno armati. Il problema etnico si ripropone oggi con più profondità perché fino ad ora l’UNIFSA ha liberato le aree abitate da gruppi di cui essa stessa era formata. Ora che si tratta di liberare aree pashtun, comincia ad incontrare grosse difficoltà. Nella stessa Kabul ci si chiede fino a che punto la popolazione pashtun accetterà la sottomissione politica e armata dei tajiki. Le vecchie alleanze si rompono. Il generale uzbeko Abdul Rashid Dostum che sabato notte ha liberato Mazar-i.Sharif e subito dopo ha proseguito per Shibergan, per unirsi alle forze di Ismail Khan, un tempo odiato nemico, stanno litigando (per ora solo a parole) su chi deve controllare la città di Herat. Per conquistare prestigio e peso politico, Ismail Khan venerdì ha fatto sapere di essere in procinto di passare con le sue truppe il Deserto della Morte, l’altipiano che separa Herat da Kandahar per conquistare la città del Mullah Omar. Mossa, questa, che ha indotto un centinaio di leader pashtun, guidati da Abdul Khaliq e fedeli all’ex re Zahir Shah, a mandare un ultimatum al Mullah Omar, chiedendo di lasciare la città senza combattimenti in cambio di un corridoio sicuro per fuggire. Al tempo stesso il Mullah Malung, uno dei sei Comandanti militari pashtun che combattono le forze Taleban, ha avvisato l’Alleanza Settentrionale di stare lontano da Kandahar. «Non li lasceremo mai venire a Kandahar. Se tenteranno di entrare in città, faranno un grosso errore.»
Sullo stesso fronte, il rappresentante delle tribù pashtun, Haji Zaman, ha detto che la sua etnia non accetterà mai un governo afgano che la escluda. «Siamo felici che i Taleban siano stati sconfitti, ma al tempo stesso non abbiamo gradito che Kabul, città pashtun, sia caduta nelle mani dell’Alleanza del Nord. Questo potrebbe portare ad una nuova guerra civile.»
Tutto questo fa affermare ai Taleban che l’Afghanistan sta velocemente andando verso una nuova era di anarchia. E questa volta, non gli si può davvero dare torto.
© Piergiorgio Pescali
Il primo ripete che l’unico governo legittimo è quello di Rabbani e che la formazione della Loya Jirga, come proposto dall’ex re Zahir Shah ed appoggiata dall’ONU, non farebbe altro che aumentare la confusione. Il secondo, oltre che ad appoggiare il piano reale, accusa il collega di aver tentato di screditarlo di fronte alla comunità internazionale, dando ordine alle truppe dell’Alleanza Settentrionale di entrare a Kabul poche ore dopo che, alla TV Iraniana, Qanooni stesso aveva assicurato che nessun soldato dell’Alleanza avrebbe avanzato verso la città. Intanto l’euforia della vittoria sta lasciando il passo alle prime preoccupazioni: da ovest centinaia di hazara di religione sciita, che pur fanno parte dell’Alleanza Settentrionale, stanno marciando su Kabul per prendere il controllo dei quartieri periferici di Jalres e Syakhak, dove sono concentrate le popolazioni hazara. Temono che i soldati tajiki e uzbeki ricomincino a compiere i massacri etnici perpetrati tra il 92 e il 96. Musa Arifi, rappresentante a Peshawar del Hezb-i-Wahdat, il maggior partito hazara, ha detto che «esiste un grave problema tra i gruppi etnici afgani. Purtroppo non è stato ancora risolto». La marcia degli hazara evidenzia il sospetto reciproco che divide le etnie della stessa alleanza. E’ questa sfiducia che ha fatto affermare venerdì a Abdul Karim Khalili, leader degli sciiti afgani, di sperare che nel futuro solo i soldati dell’ONU saranno armati. Il problema etnico si ripropone oggi con più profondità perché fino ad ora l’UNIFSA ha liberato le aree abitate da gruppi di cui essa stessa era formata. Ora che si tratta di liberare aree pashtun, comincia ad incontrare grosse difficoltà. Nella stessa Kabul ci si chiede fino a che punto la popolazione pashtun accetterà la sottomissione politica e armata dei tajiki. Le vecchie alleanze si rompono. Il generale uzbeko Abdul Rashid Dostum che sabato notte ha liberato Mazar-i.Sharif e subito dopo ha proseguito per Shibergan, per unirsi alle forze di Ismail Khan, un tempo odiato nemico, stanno litigando (per ora solo a parole) su chi deve controllare la città di Herat. Per conquistare prestigio e peso politico, Ismail Khan venerdì ha fatto sapere di essere in procinto di passare con le sue truppe il Deserto della Morte, l’altipiano che separa Herat da Kandahar per conquistare la città del Mullah Omar. Mossa, questa, che ha indotto un centinaio di leader pashtun, guidati da Abdul Khaliq e fedeli all’ex re Zahir Shah, a mandare un ultimatum al Mullah Omar, chiedendo di lasciare la città senza combattimenti in cambio di un corridoio sicuro per fuggire. Al tempo stesso il Mullah Malung, uno dei sei Comandanti militari pashtun che combattono le forze Taleban, ha avvisato l’Alleanza Settentrionale di stare lontano da Kandahar. «Non li lasceremo mai venire a Kandahar. Se tenteranno di entrare in città, faranno un grosso errore.»
Sullo stesso fronte, il rappresentante delle tribù pashtun, Haji Zaman, ha detto che la sua etnia non accetterà mai un governo afgano che la escluda. «Siamo felici che i Taleban siano stati sconfitti, ma al tempo stesso non abbiamo gradito che Kabul, città pashtun, sia caduta nelle mani dell’Alleanza del Nord. Questo potrebbe portare ad una nuova guerra civile.»
Tutto questo fa affermare ai Taleban che l’Afghanistan sta velocemente andando verso una nuova era di anarchia. E questa volta, non gli si può davvero dare torto.
© Piergiorgio Pescali
Storia dell'Afghanistan
Uno dei paesi più poveri al mondo: 652.000 chilometri quadrati di aridi deserti intervallati da aspre montagne che raggiungono i 7.500 metri, nessuno sbocco al mare. I suoi 26 milioni di abitanti rappresentano un mosaico di una decina di diverse etnie tra cui prevalgono i pashtun, (38% della popolazione), i tajiki (25%), gli hazara (19%) e gli uzbeki (6%). Quattro bambini su cento non raggiungono l’anno di vita e, se la fame, le malattie, la guerra, le mine antiuomo permetteranno loro di superare i 45 anni, si possono considerare fortunati, perché vuol dire che hanno già superato il limite medio di vita nel loro Paese (in Italia possiamo sperare di vivere fino a 78 anni). Questi semplici dati mostrano quanto l’Afghanistan sia marginale nella vita economica della regione centroasiatica. Eppure la sua posizione geografica, posta strategicamente al centro di una rete di passaggi obbligati che dall’Asia sudorientale si dirigono in Medio Oriente e poi in Europa, ha imposto il controllo di questo stato per garantire la stabilità di un’intera regione che, espandendosi dall’India, raggiunge le coste mediterranee dell’Asia occidentale passando per le regioni turcofone del Centro Asia, un tempo appartenenti all’Unione Sovietica ed ancora oggi considerate sotto l’influsso politico e economico di Mosca.
Gran Bretagna e Russia zarista combatterono per tutto il XIX secolo una guerra per il controllo del territorio afgano, conclusasi con il ritiro degli eserciti di entrambe le potenze, incapaci di fronteggiare le tribù che difendevano i loro territori. Nel gennaio 1842, il comandante delle truppe afgane, Akbar Khan, sterminò un intero battaglione di 28.500 soldati della Corona, lasciando in vita solo un soldato di Sua Maestà perché riferisse alla Regina la terribile sconfitta. Ma anche l’Afghanistan, da quel conflitto, ironicamente chiamato Grande Gioco, uscì menomato: dopo aver perso Peshawar nel 1834 ad opera dei Sikh, nel 1859 anche il Belucistan, l’unica regione che permetteva allo stato di avere uno sbocco al mare, passò sotto controllo britannico. L’indipendenza, avvenuta nel 1919 e la successiva ascesa al trono del re Zahir Shah nel 1933 permise al Paese di ritrovare una relativa stabilità, scoprendo una nuova fonte di guadagno economico: il turismo alternativo. Negli anni Sessanta, dall’Europa e dagli Stati Uniti giungevano a migliaia i “Figli dei Fiori”, attirati dal commercio semilegalizzato di oppiacei e di marijuana, comprati nei bazar di qualsiasi villaggio a prezzi irrisori. La situazione afgana, così come oggi la stiamo vivendo, comincia a delinearsi nel 1973, quando Daud, cugino del re, compie un colpo di stato e proclama la Repubblica. Il progressivo avvicinamento di Kabul a Teheran, allora filoamericana, convince Mosca che Daud deve essere sostituito e nel 1978 è il comunista Taraki a prendere il potere. I successivi mesi vedono il rapido deterioramento della situazione: le lotte interne tra le fazioni del Partito Comunista Afgano, l’uccisione di Taraki, la crescente espansione islamica che minacciava, anche dal suo interno, le Repubbliche centroasiatiche sovietiche, indussero l’Armata Rossa a varcare, il 27 dicembre 1979, il fiume Amur Dharya, portando una nazione, sino ad allora semisconosciuta all’opinione pubblica europea, al centro dell’attenzione mondiale. Il territorio afgano si trasformò, in breve tempo in un grande campo di azioni militari nel contesto della Guerra Fredda. I due giocatori, USA e URSS, manovravano le pedine (i mujahedeen ed il governo di Kabul) a seconda delle loro convenienze. E’ in questo periodo che Osama bin Laden, un miliardario saudita di origine yemenita, aderisce al movimento dei mujahedeen afgani contro l’Armata Rossa. Con la consulenza militare e l’appoggio finanziario degli Stati Uniti, della CIA e del Pakistan, costituisce una formazione militare composta esclusivamente da arabi che lottano in nome della jihad. Ad addestrare questi volontari, chiamati arabi afgani, sono i SAS britannici. E’ il primo nucleo di quello che, anni dopo, diventerà il gruppo noto come al-Qa’ida.
Il 15 febbraio 1989, a seguito degli accordi di pace, l’Armata Rossa abbandona l’Afghanistan, lasciandosi alle spalle 40-50.000 propri soldati morti, ma portando con sé il germe della dissoluzione dell’Unione Sovietica, che giungerà nel giro di un paio d’anni. Appare subito chiaro che la forte divisione all’interno della guerriglia afgana farà ripiombare la nazione in una nuova, sanguinosa, guerra civile. E così è. Sparito il nemico esterno, ora le fazioni si combattono tra loro e solo il 15 aprile 1992 i mujahedeen raggiungono Kabul, destituendo il governo comunista di Najibullah e innalzando a Presidente quel Burhannudin Rabbani, leader della Jamiat-i-Islami, che recentemente è tornato nella capitale, dopo la cacciata dei Taleban. Accanto a lui c’è Ahmed Shah Massud, il “Leone del Panshir”. I due sono legati da un rapporto di parentela, il miglior sigillo per rendere un’alleanza tra afgani indistruttibile: Rabbani, infatti, ha sposato la sorella di Massud. Il governo non ha l’appoggio dell’etnia maggioritaria afgana, quella dei pashtun, e neppure del Pakistan, che non ha mai accettato Massud e tantomeno degli USA, dove il Presidente Bush Sr. è particolarmente sensibile alle questioni petrolifere. L’anno prima aveva lanciato la guerra contro l’Iraq, camuffandola come conflitto morale e definendola più volte una “crociata”. Ed è proprio il petrolio la causa prima della nascita dei Taleban. I giacimenti del Mar Caspio, tra i più ricchi al mondo, fanno gola a molti, ma sono inutilizzabili se non si porta il greggio al mare, dove può essere stivato nelle superpetroliere. Non solo, ma gli oleodotti, passando in uno stato piuttosto che in un altro, possono determinare il peso geopolitico dei singoli governi. L’Iran degli Ayatollah rappresentava la soluzione più ovvia e meno costosa, ma la profonda avversione statunitense verso il governo di Teheran, faceva preferire l’opzione afgana. C’era un solo problema: il governo Rabbani-Massud, rifiutando ogni accordo con le fazioni dei mujahedeen, manteneva il Paese in uno stato di guerra permanente che impediva alle compagnie petrolifere di mettere in pratica i loro progetti. Kabul, che durante il periodo sovietico era stata risparmiata dai bombardamenti, nonostante fosse ora ridotta ad un ammasso di macerie dagli attacchi di Gulbuddin Hekmatyar, armato dal Pakistan e dagli USA, resisteva. Occorreva trovare un’altra soluzione, che non si fece attendere. Nel sud del Paese esisteva da tempo un movimento di studenti delle madrase islamiche, i cosiddetti taleban (da taleb, studente), di etnia pashtun, che avevano già dato prova di abilità militare conquistando la città di Kandahar alla fine del 1994. Per il Pakistan rappresentavano una valida alternativa all’impasse della lotta interna dei mujahedeen, mentre la Casa Bianca li allevava in funzione antiRabbani. Una delegazione Taleban giunse anche negli Stati Uniti per discutere sul futuro governo afgano e i loro rappresentanti ebbero colloqui con i dirigenti della UNOCAL, la compagnia petrolifera USA che aveva vinto l’appalto per l’oleodotto, sconfiggendo i concorrenti argentini della Bribas.
Dapprima il principale finanziatore dei Taleban fu il petroliere saudita Turki bin Faisal (tuttora in ottimi rapporti con Osama bin Laden), attratto dalla prospettiva dell’oleodotto, ma verso la metà del 1996, l’impasse militare cui Massud costrinse gli studenti islamici, convinse bin Faisal a chiudere i rubinetti verso l’Afghanistan. E nell’agosto 1996 a Faisal subentrò Osama bin Laden, che accettò di prendersi cura del movimento, il quale, da quel momento, non ebbe più l’appoggio della Casa Bianca. Il 27 settembre 1996, i tre milioni di dollari concessi da bin Laden ottennero i loro frutti: Kabul, oramai distrutta da quattro anni di guerra civile, cadde nelle mani degli studenti islamici. Massud e Rabbani si ritirarono al nord, dove vive la maggioranza dell’etnia tajika controllando il 15% del territorio. I Taleban, dal canto loro, ricostruirono la società modellandola su leggi coraniche. La vita degli afgani venne scandita dai proclami del Ministero della Promozione e della Virtù, il quale si assicurava che tutti gli aspetti del vivere quotidiano fossero coerenti con le affermazioni del Corano. Al tempo stesso questo stereotipo che dipingeva i Taleban come dei rozzi trogloditi invasati di Dio (o «drogati» di religione, riferendoci la famosa frase di Marx), veniva a cadere una volta che ci si allontanava dalla città. Come accade nei regimi assolutistici, la capitale rappresenta la vetrina dell’ideologia di regime che si vuole offrire al mondo e il dogmatismo teocratico dell’Emirato Islamico, a Kabul diviene legge assoluta. Eppure, almeno al sud, tra le popolazioni pashtun gli studenti trovavano ampi consensi, tanto è vero che l’avanzata travolgente dell’Alleanza Settentrionale in novembre, si è dovuta fermare appena raggiunti i limiti delle aree abitate dalle etnie che la rappresentavano: tajiki, uzbeki e hazara.
La conquista di Kabul da parte delle forze dell’Alleanza, non ha risolto le questioni aperte da anni: la profonda divisione etnica che divide le varie componenti del movimento, la facilità con cui i diversi comandanti militari cambiano campo da un giorno all’altro, il vivo ricordo delle violazioni dei diritti umani e degli stupri commessi dai militari di Rabbani e di Massud su donne e bambine, pende come una spada di Damocle sulla pax afgana. I media hanno mostrato una guerra i cui contendenti sono sempre stati divisi da una linea netta: da una parte i “buoni” (l’Alleanza Settentrionale), dall’altra i “cattivi” (i Taleban), conniventi col terrorismo, odiati dal popolo e dalle donne, barbari incivili che hanno riportato la società ai tempi del medioevo. La realtà è assai diversa; basterà guardare come evolverà la situazione sociale del Paese per rendersene conto. Non esistono “buoni”, non esistono “cattivi”. Ci sono solo afgani che devono fare i conti con la loro storia, la loro cultura, la loro tradizione. Ed è anche per questo che le donne, pur nella loro libertà, continueranno a portare il burqa.
© Piergiorgio Pescali
Gran Bretagna e Russia zarista combatterono per tutto il XIX secolo una guerra per il controllo del territorio afgano, conclusasi con il ritiro degli eserciti di entrambe le potenze, incapaci di fronteggiare le tribù che difendevano i loro territori. Nel gennaio 1842, il comandante delle truppe afgane, Akbar Khan, sterminò un intero battaglione di 28.500 soldati della Corona, lasciando in vita solo un soldato di Sua Maestà perché riferisse alla Regina la terribile sconfitta. Ma anche l’Afghanistan, da quel conflitto, ironicamente chiamato Grande Gioco, uscì menomato: dopo aver perso Peshawar nel 1834 ad opera dei Sikh, nel 1859 anche il Belucistan, l’unica regione che permetteva allo stato di avere uno sbocco al mare, passò sotto controllo britannico. L’indipendenza, avvenuta nel 1919 e la successiva ascesa al trono del re Zahir Shah nel 1933 permise al Paese di ritrovare una relativa stabilità, scoprendo una nuova fonte di guadagno economico: il turismo alternativo. Negli anni Sessanta, dall’Europa e dagli Stati Uniti giungevano a migliaia i “Figli dei Fiori”, attirati dal commercio semilegalizzato di oppiacei e di marijuana, comprati nei bazar di qualsiasi villaggio a prezzi irrisori. La situazione afgana, così come oggi la stiamo vivendo, comincia a delinearsi nel 1973, quando Daud, cugino del re, compie un colpo di stato e proclama la Repubblica. Il progressivo avvicinamento di Kabul a Teheran, allora filoamericana, convince Mosca che Daud deve essere sostituito e nel 1978 è il comunista Taraki a prendere il potere. I successivi mesi vedono il rapido deterioramento della situazione: le lotte interne tra le fazioni del Partito Comunista Afgano, l’uccisione di Taraki, la crescente espansione islamica che minacciava, anche dal suo interno, le Repubbliche centroasiatiche sovietiche, indussero l’Armata Rossa a varcare, il 27 dicembre 1979, il fiume Amur Dharya, portando una nazione, sino ad allora semisconosciuta all’opinione pubblica europea, al centro dell’attenzione mondiale. Il territorio afgano si trasformò, in breve tempo in un grande campo di azioni militari nel contesto della Guerra Fredda. I due giocatori, USA e URSS, manovravano le pedine (i mujahedeen ed il governo di Kabul) a seconda delle loro convenienze. E’ in questo periodo che Osama bin Laden, un miliardario saudita di origine yemenita, aderisce al movimento dei mujahedeen afgani contro l’Armata Rossa. Con la consulenza militare e l’appoggio finanziario degli Stati Uniti, della CIA e del Pakistan, costituisce una formazione militare composta esclusivamente da arabi che lottano in nome della jihad. Ad addestrare questi volontari, chiamati arabi afgani, sono i SAS britannici. E’ il primo nucleo di quello che, anni dopo, diventerà il gruppo noto come al-Qa’ida.
Il 15 febbraio 1989, a seguito degli accordi di pace, l’Armata Rossa abbandona l’Afghanistan, lasciandosi alle spalle 40-50.000 propri soldati morti, ma portando con sé il germe della dissoluzione dell’Unione Sovietica, che giungerà nel giro di un paio d’anni. Appare subito chiaro che la forte divisione all’interno della guerriglia afgana farà ripiombare la nazione in una nuova, sanguinosa, guerra civile. E così è. Sparito il nemico esterno, ora le fazioni si combattono tra loro e solo il 15 aprile 1992 i mujahedeen raggiungono Kabul, destituendo il governo comunista di Najibullah e innalzando a Presidente quel Burhannudin Rabbani, leader della Jamiat-i-Islami, che recentemente è tornato nella capitale, dopo la cacciata dei Taleban. Accanto a lui c’è Ahmed Shah Massud, il “Leone del Panshir”. I due sono legati da un rapporto di parentela, il miglior sigillo per rendere un’alleanza tra afgani indistruttibile: Rabbani, infatti, ha sposato la sorella di Massud. Il governo non ha l’appoggio dell’etnia maggioritaria afgana, quella dei pashtun, e neppure del Pakistan, che non ha mai accettato Massud e tantomeno degli USA, dove il Presidente Bush Sr. è particolarmente sensibile alle questioni petrolifere. L’anno prima aveva lanciato la guerra contro l’Iraq, camuffandola come conflitto morale e definendola più volte una “crociata”. Ed è proprio il petrolio la causa prima della nascita dei Taleban. I giacimenti del Mar Caspio, tra i più ricchi al mondo, fanno gola a molti, ma sono inutilizzabili se non si porta il greggio al mare, dove può essere stivato nelle superpetroliere. Non solo, ma gli oleodotti, passando in uno stato piuttosto che in un altro, possono determinare il peso geopolitico dei singoli governi. L’Iran degli Ayatollah rappresentava la soluzione più ovvia e meno costosa, ma la profonda avversione statunitense verso il governo di Teheran, faceva preferire l’opzione afgana. C’era un solo problema: il governo Rabbani-Massud, rifiutando ogni accordo con le fazioni dei mujahedeen, manteneva il Paese in uno stato di guerra permanente che impediva alle compagnie petrolifere di mettere in pratica i loro progetti. Kabul, che durante il periodo sovietico era stata risparmiata dai bombardamenti, nonostante fosse ora ridotta ad un ammasso di macerie dagli attacchi di Gulbuddin Hekmatyar, armato dal Pakistan e dagli USA, resisteva. Occorreva trovare un’altra soluzione, che non si fece attendere. Nel sud del Paese esisteva da tempo un movimento di studenti delle madrase islamiche, i cosiddetti taleban (da taleb, studente), di etnia pashtun, che avevano già dato prova di abilità militare conquistando la città di Kandahar alla fine del 1994. Per il Pakistan rappresentavano una valida alternativa all’impasse della lotta interna dei mujahedeen, mentre la Casa Bianca li allevava in funzione antiRabbani. Una delegazione Taleban giunse anche negli Stati Uniti per discutere sul futuro governo afgano e i loro rappresentanti ebbero colloqui con i dirigenti della UNOCAL, la compagnia petrolifera USA che aveva vinto l’appalto per l’oleodotto, sconfiggendo i concorrenti argentini della Bribas.
Dapprima il principale finanziatore dei Taleban fu il petroliere saudita Turki bin Faisal (tuttora in ottimi rapporti con Osama bin Laden), attratto dalla prospettiva dell’oleodotto, ma verso la metà del 1996, l’impasse militare cui Massud costrinse gli studenti islamici, convinse bin Faisal a chiudere i rubinetti verso l’Afghanistan. E nell’agosto 1996 a Faisal subentrò Osama bin Laden, che accettò di prendersi cura del movimento, il quale, da quel momento, non ebbe più l’appoggio della Casa Bianca. Il 27 settembre 1996, i tre milioni di dollari concessi da bin Laden ottennero i loro frutti: Kabul, oramai distrutta da quattro anni di guerra civile, cadde nelle mani degli studenti islamici. Massud e Rabbani si ritirarono al nord, dove vive la maggioranza dell’etnia tajika controllando il 15% del territorio. I Taleban, dal canto loro, ricostruirono la società modellandola su leggi coraniche. La vita degli afgani venne scandita dai proclami del Ministero della Promozione e della Virtù, il quale si assicurava che tutti gli aspetti del vivere quotidiano fossero coerenti con le affermazioni del Corano. Al tempo stesso questo stereotipo che dipingeva i Taleban come dei rozzi trogloditi invasati di Dio (o «drogati» di religione, riferendoci la famosa frase di Marx), veniva a cadere una volta che ci si allontanava dalla città. Come accade nei regimi assolutistici, la capitale rappresenta la vetrina dell’ideologia di regime che si vuole offrire al mondo e il dogmatismo teocratico dell’Emirato Islamico, a Kabul diviene legge assoluta. Eppure, almeno al sud, tra le popolazioni pashtun gli studenti trovavano ampi consensi, tanto è vero che l’avanzata travolgente dell’Alleanza Settentrionale in novembre, si è dovuta fermare appena raggiunti i limiti delle aree abitate dalle etnie che la rappresentavano: tajiki, uzbeki e hazara.
La conquista di Kabul da parte delle forze dell’Alleanza, non ha risolto le questioni aperte da anni: la profonda divisione etnica che divide le varie componenti del movimento, la facilità con cui i diversi comandanti militari cambiano campo da un giorno all’altro, il vivo ricordo delle violazioni dei diritti umani e degli stupri commessi dai militari di Rabbani e di Massud su donne e bambine, pende come una spada di Damocle sulla pax afgana. I media hanno mostrato una guerra i cui contendenti sono sempre stati divisi da una linea netta: da una parte i “buoni” (l’Alleanza Settentrionale), dall’altra i “cattivi” (i Taleban), conniventi col terrorismo, odiati dal popolo e dalle donne, barbari incivili che hanno riportato la società ai tempi del medioevo. La realtà è assai diversa; basterà guardare come evolverà la situazione sociale del Paese per rendersene conto. Non esistono “buoni”, non esistono “cattivi”. Ci sono solo afgani che devono fare i conti con la loro storia, la loro cultura, la loro tradizione. Ed è anche per questo che le donne, pur nella loro libertà, continueranno a portare il burqa.
© Piergiorgio Pescali
L'attacco alle Torri Gemelle
Gli Stati Uniti hanno deciso: Osama bin Laden è il colpevole degli attacchi suicidi di New York e Washington. Lui e chi lo ospita, i Taleban, dovranno pagare cara questa azione. Così la macchina militare incomincia a mettersi in moto. Faticosamente. Nella regione centro asiatica convergono gli interessi geopolitici delle quattro tra le più grandi e popolate potenze mondiali, tutte dotate di bomba atomica (Cina, Russia, Pakistan e India). Dalla parte opposta, un gigante del petrolio, l’Iran, sta aspettando l’occasione per tornare a rioccupare quel posto di protagonista che la Storia gli ha sempre assegnato, almeno sino a pochi anni fa. La frantumazione dell’Unione Sovietica, avvenuta proprio nell’estate-autunno 1991, ha ulteriormente complicato la situazione, aggiungendo ulteriori tasselli al mosaico di stati e staterelli strategicamente nevralgici per l’equilibrio regionale. Nazioni di lieve spessore in fatto di popolazione e di bilancio economico, come il Tajikistan, oggi assumono un ruolo determinante, specie dopo le ultime dichiarazioni di Colin Powell e, non dimentichiamolo, della morte del leader dell’opposizione interna ai Taleban, Ahmed Shah Massud.
Gli Stati Uniti, onnipresenti nel globo, nel Centro Asia sono completamente sguarniti e si trovano a dover chiedere la collaborazione di stati nemici, ex nemici o sino od ora per nulla considerati, per poter sferrare un attacco aereo all’Afghanistan. L’opzione migliore per l’aviazione statunitense e chi si unirà ad essa, sarebbe quella di far partire gli attacchi dal Pakistan, Paese sospettato di aver forti legami con Osama bin Laden e dai cui servizi segreti sono stati partoriti i Taleban. Islamabad, che da più di cinquant’anni è impegnata in un conflitto con l’India per il controllo del Kashmir, ha 10 basi operative, 11 basi di riserva, 9 aeroporti per atterraggi di emergenza e 23 altri aeroporti minori sparsi per il Paese. Dalle postazioni di confine, Kabul è raggiungibile con i missili terra-terra in pochi minuti. Nel caso il Pakistan neghi l’uso delle proprie basi all’aviazione USA, l’India, nemico storico di Washington sin dai tempi della Guerra Fredda, sarebbe disposta ad ospitare i cacciabombardieri nelle sue 20 basi dislocate lungo il confine con il Pakistan a cui si dovrebbe, comunque, chiedere il permesso per sorvolare il suo spazio aereo. Qui potrebbe entrare in gioco un’altra grande potenza regionale: la Cina, alleata e principale fornitrice di armi di Islamabad. Pechino deve contrastare il mai sopito spirito secessionista uiguro dello Xinkjang, i cui militanti sarebbero addestrati nei campi di Osama bin Laden. Al tempo stesso, però, il contenzioso ancora aperto con l’India per un’area al confine tra Ladakh e Tibet, costringe i dirigenti cinesi ad aver bisogno del Pakistan oggi più che mai.
Più o meno nella stessa situazione dei cinesi, si trovano i russi, a cui preme che il fondamentalismo islamico venga sradicato dalla regione, ma al tempo stesso non vogliono esasperare eventuali conflitti già presenti nel loro territorio (Cecenia e Daghestan). Il Cremlino ha quindi offerto un appoggio logistico senza voler impegnarsi attivamente negli eventuali raids. Il “protettorato russo” del Tajikistan, in questo caso, sarebbe la base ideale da cui far partire i bombardieri USA. Nel territorio è già presente la 201° Divisione russa, i suoi aeroporti e eliporti, dal 1996 sono utilizzati dagli elicotteri dell’Alleanza Settentrionale. E proprio la morte di Massud, che ha indebolito il fronte dell’opposizione armata ai Taleban, avrebbe indotto Mosca ad offrire il suo appoggio agli USA per evitare che Kabul occupi anche l’ultima fetta di territorio politicamente e militarmente legata a lei.
Infine l’Iran; una scelta comprensibilmente scartata fin dal principio, vista l’ostilità con cui i governi di Teheran e di Washington si guardano a vicenda. L’Iran potrebbe offrire il suo neutralismo che, in questo caso, in questa regione, cuore dell’Islam,, si potrebbe rivelare altrettanto importante quanto un appoggio militare.
© Piergiorgio Pescali
Gli Stati Uniti, onnipresenti nel globo, nel Centro Asia sono completamente sguarniti e si trovano a dover chiedere la collaborazione di stati nemici, ex nemici o sino od ora per nulla considerati, per poter sferrare un attacco aereo all’Afghanistan. L’opzione migliore per l’aviazione statunitense e chi si unirà ad essa, sarebbe quella di far partire gli attacchi dal Pakistan, Paese sospettato di aver forti legami con Osama bin Laden e dai cui servizi segreti sono stati partoriti i Taleban. Islamabad, che da più di cinquant’anni è impegnata in un conflitto con l’India per il controllo del Kashmir, ha 10 basi operative, 11 basi di riserva, 9 aeroporti per atterraggi di emergenza e 23 altri aeroporti minori sparsi per il Paese. Dalle postazioni di confine, Kabul è raggiungibile con i missili terra-terra in pochi minuti. Nel caso il Pakistan neghi l’uso delle proprie basi all’aviazione USA, l’India, nemico storico di Washington sin dai tempi della Guerra Fredda, sarebbe disposta ad ospitare i cacciabombardieri nelle sue 20 basi dislocate lungo il confine con il Pakistan a cui si dovrebbe, comunque, chiedere il permesso per sorvolare il suo spazio aereo. Qui potrebbe entrare in gioco un’altra grande potenza regionale: la Cina, alleata e principale fornitrice di armi di Islamabad. Pechino deve contrastare il mai sopito spirito secessionista uiguro dello Xinkjang, i cui militanti sarebbero addestrati nei campi di Osama bin Laden. Al tempo stesso, però, il contenzioso ancora aperto con l’India per un’area al confine tra Ladakh e Tibet, costringe i dirigenti cinesi ad aver bisogno del Pakistan oggi più che mai.
Più o meno nella stessa situazione dei cinesi, si trovano i russi, a cui preme che il fondamentalismo islamico venga sradicato dalla regione, ma al tempo stesso non vogliono esasperare eventuali conflitti già presenti nel loro territorio (Cecenia e Daghestan). Il Cremlino ha quindi offerto un appoggio logistico senza voler impegnarsi attivamente negli eventuali raids. Il “protettorato russo” del Tajikistan, in questo caso, sarebbe la base ideale da cui far partire i bombardieri USA. Nel territorio è già presente la 201° Divisione russa, i suoi aeroporti e eliporti, dal 1996 sono utilizzati dagli elicotteri dell’Alleanza Settentrionale. E proprio la morte di Massud, che ha indebolito il fronte dell’opposizione armata ai Taleban, avrebbe indotto Mosca ad offrire il suo appoggio agli USA per evitare che Kabul occupi anche l’ultima fetta di territorio politicamente e militarmente legata a lei.
Infine l’Iran; una scelta comprensibilmente scartata fin dal principio, vista l’ostilità con cui i governi di Teheran e di Washington si guardano a vicenda. L’Iran potrebbe offrire il suo neutralismo che, in questo caso, in questa regione, cuore dell’Islam,, si potrebbe rivelare altrettanto importante quanto un appoggio militare.
© Piergiorgio Pescali
Imprigionati 24 membri di SNI (II)
La vicenda dell’ONG “Shelter Now”, ha riproposto il copione, tanto amato dall’Occidente, di un Afghanistan devastato umanamente e politicamente da un gruppo di islamici “fondamentalisti”, il cui passatempo principale sarebbe quello di distruggere statue, negare i più elementari diritti umani ai propri cittadini-specialmente donne- o imporre un contrassegno che identifichi coloro che considerano il Corano non Il Libro, ma un libro. Tutto vero e chiunque visiti Kabul potrebbe averne una conferma, in special modo per quanto riguarda la condizione della donna, relegata ai margini della società. Ma al tempo stesso questo stereotipo che dipinge i Taleban come dei rozzi trogloditi invasati di Dio (o “drogati” di religione, riferendoci alla famosa frase di Marx), viene a cadere una volta che ci si allontana dalla città. Come accade nei regimi assolutistici, la capitale rappresenta la vetrina dell’ideologia di regime che si vuole offrire al mondo, così come Mosca lo era per l’URSS o Pyongyang lo è per la Corea del Nord. Il dogmatismo teocratico dell’Emirato Islamico, a Kabul diviene legge assoluta. La vita degli abitanti è scandita non tanto dai proclami del Mullah Omar, quanto da quelli del Ministero della Promozione e della Virtù, il quale si assicura che tutti gli aspetti del vivere quotidiano siano coerenti con le affermazioni del Corano. Le prigioni della città sono piene di persone giudicate secondo la ferrea legge islamica, la sharia, dalla quale nessuno, neppure i bambini, possono esimersi di seguirla. Per le donne c’è un istituto di pena appositamente riservato del quale si sa poco o nulla e dove, fino ad ora, nessuno è mai riuscito ad entrare. In questo campo, più di Amnesty International e delle altre organizzazioni di diritti umani, che per le ovvie limitazioni di accesso nel Paese, non riescono neppure a quantificare esattamente il numero di prigionieri, sono attive le duemila donne del RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan). Dalle loro sedi pakistane hanno lanciato una campagna a favore dell’emancipazione della donna particolarmente osteggiata dal regime di Kabul, pubblicando anche una serie di resoconti sulle punizioni inflitte dai Taleban a chi cerca di ribellarsi ai loro diktact. Eppure, nonostante tutto questo, Kabul, che durante i quattro anni di governo Rabbani-Massud (1992-1996) è stata devastata da una sanguinosa guerra civile costata trentamila morti, con i Taleban è riuscita a raggiungere una relativa pace. “E’ vero, le donne, che in questa città amano particolarmente la vita mondana, sono oggi costrette in casa e ad indossare il burqa. Ma durante il governo dei mujahedeen (Rabbani, ndr) le violenze e gli abusi sessuali erano all’ordine del giorno.” afferma un esponente della ONG svedese SCA (Swedish Committee for Afghanistan). Nel frattempo, però, l’ospedale di Emergency a Kabul continua a rimanere chiuso perché le autorità taleban preferiscono veder morire i loro soldati feriti piuttosto che farli curare dalle donne. I carri armati oggi sparano lungo i fronti settentrionali, dove il governo deposto di Rabbani, alleatosi con l’antico nemico Dostum, ha fondato l’UNIFSA (United National Islamic Front for the Salvation of Afghanistan) ritagliandosi il suo pezzo di territorio, che si estende sul 10-15% della superficie dell’intero Afghanistan. Ma “la politica è guerra senza le armi” diceva Mao Zedong e il milione di abitanti di Kabul, è stato assoldato dal regime taleban per combattere su un altro fronte, altrettanto impegnativo: quello della difesa dell’ideologia islamica. Perché questa jihad possa avere successo, occorre possedere un esercito composto da combattenti su cui contare ciecamente. Ecco allora il motivo del principale cambiamento in atto a Kabul in questo periodo: un rimescolamento etnico dell’intera popolazione atto ad allontanare dalla città gli abitanti di etnia Tajika, Iraniana, Uzbeka e Hazara, sostituendoli da nuovi arrivi di etnia Pashtun. “I trasferimenti forzati sono iniziati qualche mese fa.” conferma un rappresentante di una ONG europea, “Noi ce ne siamo accorti perché alle famiglie veniva notificato l’avviso di trasferimento con una settimana di preavviso, con il pretesto di riunire i gruppi etnici afgani nelle loro zone di provenienza. Poco dopo al posto dei vecchi residenti trovavamo nuove famiglie Pashtun.”
I Taleban, in quanto nati e sviluppatisi nelle regioni meridionali del Paese abitate principalmente da Pashtun, sono considerati espressione sociale e politica di questa etnia, la più numerosa dell’Afghanistan. Grazie ai Taleban ed al Pakistan che li ha appoggiati, la classe commerciale Pashtun, che durante il governo di Rabbani e Massud, entrambi di etnia Tajika, aveva perso ogni influenza economica e politica, ha potuto rinascere. Un viaggio nelle campagne meridionali del Paese, mostra agli occhi dell’occidentale l’aspetto meno conosciuto e meno propagandato del governo Taleban: campi coltivati grazie al capillare sistema d’irrigazione costruito a suo tempo dai sovietici, forniscono cibo a sufficienza ai villaggi circostanti; scuole gestite dallo stato con la collaborazione dello SCA, frequentate anche da bambine; cooperative di donne impegnate a lavorare nascoste dal burqa che qui, a differenza di Kabul, non è l’abito imposto dai Taleban, ma l’abito tradizionale riconquistato grazie ai Taleban. “I sovietici ci avevano obbligato ad accettare la loro emancipazione: circolare a volto scoperto, lavorare nei kholkoz, ribellarci ai nostri mariti. Ma noi tutto questo non lo volevamo. I Taleban ci hanno ridato la nostra vita.” mi dice Mehmooda, una donna di circa 40 anni di cui posso solo scorgere gli occhi neri e vispi, illuminati dal sole dietro la mascherina. In cambio della pace, della relativa prosperità, del ritorno alle tradizioni (qui viste come sinonimo di dignità), Mehmooda assieme ad altri milioni di Pashtun, ha offerto fedeltà al regime del Mullah Omar, anche se oggi questo appoggio sta subendo delle defezioni. Tra i mujahedeen di Massud, ho incontrato un intero plotone composto solamente da Pashtun che hanno disertato dalle file Taleban. “ Ho combattuto i sovietici per il mio Paese, ma quando ci hanno costretto ad incendiare diversi villaggi solo perché abitati da gente di etnia uzbeka, mi sono rifiutato. E sono fuggito.” mi dice un miliziano impegnato sul fronte di Shamali. Attaccare villaggi di civili uzbeki ed incendiarli è il modo utilizzato dai Talebani per far capire al volubile generale Dostum, ex alleato dei Sovietici, ex alleato di Hekmatyar, ex alleato dei Taleban ed ora alleato di Massud, la loro ira d’ispirazione divina. “Inshah Allah”, se vorrà Allah, è la frase che viene più spesso ripetuta in Afghanistan. In nome di questo volere, sia i Taleban che i loro oppositori giustificano ogni azione, come la decisione dell’arresto dei 24 membri di Shelter Now International, ultimo atto di un contenzioso con l’Occidente e le Nazioni Unite, considerate la lunga mano degli Stati Uniti, iniziato nel 1997 dall’allora Sottosegretario al Dipartimento di Stato USA, Karl Inderfurth, che promise tre miliardi di dollari a Kabul nel caso le coltivazioni d’oppio fossero state convertite. Un rapporto dell’UN Drug Control Programme confermerebbe l’interruzione quasi totale di produzione d’oppiacei da parte Taleban, ma gli aiuti promessi per aiutare i contadini non sono mai giunti. Anzi, l’ONU ha recentemente appesantito le sanzioni. “I Taleban hanno mantenuto i loro impegni, ma non hanno mai visto un solo dollaro promesso, ricevendo in cambio un inasprimento delle sanzioni ONU.” dice un alto funzionario europeo dell’ONU a Kabul. E’ in questo contesto che si inserisce la vicenda dei Buddha di Bamiyan, distrutti solo dopo che una delegazione dell’UNESCO era giunta nella capitale afghana offrendo al governo milioni di dollari per evitare la distruzione delle statue. “I Taleban saranno criminali, ma quando qualcuno prima nega dei soldi promessi, che sarebbero serviti a scopi umanitari, poi offre quegli stessi soldi per salvare delle pietre, anche il governo più razionale di questa terra può perdere la pazienza.” spiega desolato un diplomatico di un Paese occidentale in visita a Kabul. Come si vede, in Afghanistan risposte apparentemente ovvie nascondono problemi ben più complicati. Le pressioni dell’Occidente sul regime di Kabul a cui si aggiungono i massicci aiuti militari e politici al governo dell’UNIFSA potrebbero far pensare che l’incriminazione dei volontari di SNI sia una mossa tattica per sbloccare la situazione di embargo politico e economico a cui l’Afghanistan è oggetto da diversi anni: l’estradizione degli otto cittadini occidentali e la grazia ai sedici afghani contro un allentamento dell’embargo imposto dalle Nazioni Unite.
Inshah Allah.
© Piergiorgio Pescali
I Taleban, in quanto nati e sviluppatisi nelle regioni meridionali del Paese abitate principalmente da Pashtun, sono considerati espressione sociale e politica di questa etnia, la più numerosa dell’Afghanistan. Grazie ai Taleban ed al Pakistan che li ha appoggiati, la classe commerciale Pashtun, che durante il governo di Rabbani e Massud, entrambi di etnia Tajika, aveva perso ogni influenza economica e politica, ha potuto rinascere. Un viaggio nelle campagne meridionali del Paese, mostra agli occhi dell’occidentale l’aspetto meno conosciuto e meno propagandato del governo Taleban: campi coltivati grazie al capillare sistema d’irrigazione costruito a suo tempo dai sovietici, forniscono cibo a sufficienza ai villaggi circostanti; scuole gestite dallo stato con la collaborazione dello SCA, frequentate anche da bambine; cooperative di donne impegnate a lavorare nascoste dal burqa che qui, a differenza di Kabul, non è l’abito imposto dai Taleban, ma l’abito tradizionale riconquistato grazie ai Taleban. “I sovietici ci avevano obbligato ad accettare la loro emancipazione: circolare a volto scoperto, lavorare nei kholkoz, ribellarci ai nostri mariti. Ma noi tutto questo non lo volevamo. I Taleban ci hanno ridato la nostra vita.” mi dice Mehmooda, una donna di circa 40 anni di cui posso solo scorgere gli occhi neri e vispi, illuminati dal sole dietro la mascherina. In cambio della pace, della relativa prosperità, del ritorno alle tradizioni (qui viste come sinonimo di dignità), Mehmooda assieme ad altri milioni di Pashtun, ha offerto fedeltà al regime del Mullah Omar, anche se oggi questo appoggio sta subendo delle defezioni. Tra i mujahedeen di Massud, ho incontrato un intero plotone composto solamente da Pashtun che hanno disertato dalle file Taleban. “ Ho combattuto i sovietici per il mio Paese, ma quando ci hanno costretto ad incendiare diversi villaggi solo perché abitati da gente di etnia uzbeka, mi sono rifiutato. E sono fuggito.” mi dice un miliziano impegnato sul fronte di Shamali. Attaccare villaggi di civili uzbeki ed incendiarli è il modo utilizzato dai Talebani per far capire al volubile generale Dostum, ex alleato dei Sovietici, ex alleato di Hekmatyar, ex alleato dei Taleban ed ora alleato di Massud, la loro ira d’ispirazione divina. “Inshah Allah”, se vorrà Allah, è la frase che viene più spesso ripetuta in Afghanistan. In nome di questo volere, sia i Taleban che i loro oppositori giustificano ogni azione, come la decisione dell’arresto dei 24 membri di Shelter Now International, ultimo atto di un contenzioso con l’Occidente e le Nazioni Unite, considerate la lunga mano degli Stati Uniti, iniziato nel 1997 dall’allora Sottosegretario al Dipartimento di Stato USA, Karl Inderfurth, che promise tre miliardi di dollari a Kabul nel caso le coltivazioni d’oppio fossero state convertite. Un rapporto dell’UN Drug Control Programme confermerebbe l’interruzione quasi totale di produzione d’oppiacei da parte Taleban, ma gli aiuti promessi per aiutare i contadini non sono mai giunti. Anzi, l’ONU ha recentemente appesantito le sanzioni. “I Taleban hanno mantenuto i loro impegni, ma non hanno mai visto un solo dollaro promesso, ricevendo in cambio un inasprimento delle sanzioni ONU.” dice un alto funzionario europeo dell’ONU a Kabul. E’ in questo contesto che si inserisce la vicenda dei Buddha di Bamiyan, distrutti solo dopo che una delegazione dell’UNESCO era giunta nella capitale afghana offrendo al governo milioni di dollari per evitare la distruzione delle statue. “I Taleban saranno criminali, ma quando qualcuno prima nega dei soldi promessi, che sarebbero serviti a scopi umanitari, poi offre quegli stessi soldi per salvare delle pietre, anche il governo più razionale di questa terra può perdere la pazienza.” spiega desolato un diplomatico di un Paese occidentale in visita a Kabul. Come si vede, in Afghanistan risposte apparentemente ovvie nascondono problemi ben più complicati. Le pressioni dell’Occidente sul regime di Kabul a cui si aggiungono i massicci aiuti militari e politici al governo dell’UNIFSA potrebbero far pensare che l’incriminazione dei volontari di SNI sia una mossa tattica per sbloccare la situazione di embargo politico e economico a cui l’Afghanistan è oggetto da diversi anni: l’estradizione degli otto cittadini occidentali e la grazia ai sedici afghani contro un allentamento dell’embargo imposto dalle Nazioni Unite.
Inshah Allah.
© Piergiorgio Pescali
Imprigionati 24 membri di SNI
I ventiquattro membri dell’organizzazione Shelter Now International, otto stranieri e sedici afgani, imprigionati domenica dai Talebani con l’accusa di proselitismo cristiano, sono ancora sotto arresto a Kabul. Germania, Australia e Stati Uniti continuano a premere presso l’ambasciata dell’Emirato afghano a Islamabad per il rilascio dei loro cittadini, ma per ora tutti i tentativi di contattare il Ministero della Promozione e della Virtù, sono risultati infruttuosi. Anche se nel territorio controllato dai Talebani il proselitismo religioso è vietato e punibile con la morte, l’incriminazione dei volontari di SNI potrebbe piuttosto essere una mossa tattica per sbloccare la situazione di embargo politico e economico a cui l’Afghanistan è oggetto da diversi anni. Gli otto cittadini occidentali si troverebbero così trasformati in merce di scambio per ottenere un allentamento dell’embargo imposto dalle Nazioni Unite e la risoluzione dell’attuale crisi potrebbe dipendere dalla disponibilità di mediazione dell’organismo internazionale.
Ben più preoccupante, invece, si presenta la situazione dei sedici afgani che lavoravano presso gli uffici della SNI, i quali, senza l’ombrello diplomatico che protegge i loro colleghi, rischiano seriamente la pena di morte. Oltre a loro, si teme per il trattamento a cui verranno sottoposti cinquantanove bambini spediti in un “centro di correzione” per “disintossicarsi” da eventuali insegnamenti cristiani assorbiti durante il loro contatto con l’organizzazione tedesca.
«Noi abbiamo i nostri principi e intendiamo rispettarli.» mi ha detto a Kandahar, il Mullah Mohammad Omar Akund, amir ul mumineen (Supremo Leader della Fede) e massima personalità Talebani. «Se questo e' un peccato agli occhi del mondo, ebbene, siamo pronti a subirne le conseguenze qui in Terra per raccogliere i frutti nel Paradiso di Allah. Voi occidentali ci considerate pazzi, lo sappiamo bene, ma noi seguiamo solo ciò che dice il Corano. Noi consideriamo decadente il vostro sistema di vita, eppure non interferiamo sulle vostre decisioni.»
Ma il Mullah Omar vive a Kandahar, nel sud del Paese, una regione a maggioranza Pashtun, la stessa etnia da cui provengono gli studenti islamici che oggi governano l’Afghanistan e dove effettivamente la popolazione ha ritrovato un certo benessere sociale ed economico, ricambiando i Talebani con un appoggio incondizionato.
Kabul, come altre città del nord ovest afghano, abitata da decine di diversi gruppi etnici, non risente affatto di questo benessere. La capitale, ancora semidistrutta dalla furiosa guerra civile terminata solo nel 1996, quando i Talebani conquistarono il potere al termine di una vertiginosa ascesa militare, vive di pura sussistenza. Le fabbriche costruite dai sovietici sono state rase al suolo e i pochi macchinari salvati dalla furia di Gulbuddin Hekmatyar, trasportati in Pakistan. Chi non ha un lavoro nella struttura pubblica, l’unica che offre una pur grama garanzia di sopravvivenza, deve arrangiarsi come può. I più fortunati posseggono una tessera per qualche forma nan, il pane locale, distribuito due volte alla settimana. Sono le stesse autorità a decidere chi ha il diritto di ricevere la razione ed è logico credere che chiunque non goda della loro fiducia difficilmente potrà presentarsi ai centri di distribuzione. I più disperati arrivano a trafugare beni barattabili al mercato nero, attività particolarmente pericolosa perché se la polizia religiosa scopre un ladro, la punizione spesso è l’amputazione della mano. L’oppressione delle leggi islamiche, dirette specialmente contro le donne, a Kabul è evidente più che altrove: in una città che negli anni Sessanta e Settanta era meta di un turismo alternativo, nessuna donna può circolare se non accompagnata da un parente e l’unico lavoro oggi possibile è quello nelle corsie femminili degli ospedali o in alcuni (pochi) uffici ministeriali. E in un Paese da vent’anni in guerra, il numero di vedove è altissimo. «Come fate?» chiedo ad una delle poche donne cui mi è concesso di parlare, una vedova con cinque figli dai 2 ai 7 anni. «Mangiamo una volta al giorno una fetta di nan imbevuta in un zuppa.» Mahir, il più piccolo ha smesso di piangere da pochi minuti per la fame; è spossato e dai suoi occhi, due perle nere incastonate in una faccia già vecchia ricoperta da una pelle incartapecorita, non scaturisce neppure una lacrima. Anche quelle sono preziose, qui a Kabul. «Colpa dell’embargo dell’ONU» spiega Hasam, la mia “guida”. «Non solo» mi lascio sfuggire, guadagnandomi uno sguardo torvo da parte del mio angelo custode. La maggiore preoccupazione da parte del governo Talebani è quella di rendere la capitale, una città simbolo della trasformazione in atto nel Paese. Per questo le leggi islamiche qui vengono rese operative senza alcuna deroga, a differenza di quanto accade nelle campagne. La fedeltà riposta nei Talebani da parte della popolazione di etnia Pashtun, la più numerosa del Paese, ha indotto questi ad iniziare un processo di ricambio etnico a Kabul. Gli indizi di questa nuova azione, appena iniziata e non ancora visibile su scala generale, si possono osservare nei quartieri residenziali: gli Hazara, i Tajiki, gli Uzbeki, gli Iraniani lasciano piano piano il posto a nuovi arrivati Pashtun provenienti dalle regioni meridionali. «I trasferimenti forzati sono iniziati qualche mese fa.» conferma un rappresentante di una NGO occidentale, «Noi ce ne siamo accorti perché alle famiglie veniva notificato l’avviso di trasferimento con una settimana di preavviso, con il pretesto di riunire i gruppi etnici afgani nelle loro zone di provenienza. Poco dopo al posto dei vecchi residenti trovavamo nuove famiglie Pashtun.»
Ufficialmente questa politica non ha trovato alcuna conferma da parte del governo, ma sono sempre più le voci che la avvalorano.
Se è vero che la situazione a Kabul è drammatica, non altrettanto si può dire nel sud del Paese dove i Talebani hanno riportato la pace e la tradizione. In queste lande sono stati i sovietici che hanno dovuto imporre con la forza alle donne l’emancipazione: lo scoprirsi il volto, il lavoro, il diritto all’educazione. Tutte conquiste che, appena crollato il sistema socialista, la popolazione, donne per prime, non hanno esitato a dimenticare, rifugiandosi di nuovo nei burqa e rintanandosi nelle loro case. Qui davvero i Talebani non hanno imposto nulla, anzi. Le scuole, sovvenzionate con un programma dello Swedish Commettee for Afghanistan, funzionano anche per la componente femminile della popolazione e il sistema agricolo, con i canali d’irrigazione creati dall’URSS, produce cibo in quantità sufficiente per sfamare la popolazione. Il mantenimento della struttura idraulica, garantito dall’assistenza tecnica pakistana e saudita, permette l’adeguata annaffiatura delle colture cerealicole. Il problema è che il sistema di canalizzazione, concepito sulla base di una produzione collettivistica secondo l’idea dei kolchoz, oggi deve sostenere un’ossatura privata che ha spezzettato in una miriade di fazzoletti di terra l’intera superficie coltivata, dilapidando forza lavoro, attrezzature agricole e la preziosissima acqua. Tutto questo impedisce uno sfruttamento più redditizio del territorio che potrebbe alleviare, almeno in parte, la fame oramai cronica che affligge la popolazione afghana.
© Piergiorgio Pescali
Ben più preoccupante, invece, si presenta la situazione dei sedici afgani che lavoravano presso gli uffici della SNI, i quali, senza l’ombrello diplomatico che protegge i loro colleghi, rischiano seriamente la pena di morte. Oltre a loro, si teme per il trattamento a cui verranno sottoposti cinquantanove bambini spediti in un “centro di correzione” per “disintossicarsi” da eventuali insegnamenti cristiani assorbiti durante il loro contatto con l’organizzazione tedesca.
«Noi abbiamo i nostri principi e intendiamo rispettarli.» mi ha detto a Kandahar, il Mullah Mohammad Omar Akund, amir ul mumineen (Supremo Leader della Fede) e massima personalità Talebani. «Se questo e' un peccato agli occhi del mondo, ebbene, siamo pronti a subirne le conseguenze qui in Terra per raccogliere i frutti nel Paradiso di Allah. Voi occidentali ci considerate pazzi, lo sappiamo bene, ma noi seguiamo solo ciò che dice il Corano. Noi consideriamo decadente il vostro sistema di vita, eppure non interferiamo sulle vostre decisioni.»
Ma il Mullah Omar vive a Kandahar, nel sud del Paese, una regione a maggioranza Pashtun, la stessa etnia da cui provengono gli studenti islamici che oggi governano l’Afghanistan e dove effettivamente la popolazione ha ritrovato un certo benessere sociale ed economico, ricambiando i Talebani con un appoggio incondizionato.
Kabul, come altre città del nord ovest afghano, abitata da decine di diversi gruppi etnici, non risente affatto di questo benessere. La capitale, ancora semidistrutta dalla furiosa guerra civile terminata solo nel 1996, quando i Talebani conquistarono il potere al termine di una vertiginosa ascesa militare, vive di pura sussistenza. Le fabbriche costruite dai sovietici sono state rase al suolo e i pochi macchinari salvati dalla furia di Gulbuddin Hekmatyar, trasportati in Pakistan. Chi non ha un lavoro nella struttura pubblica, l’unica che offre una pur grama garanzia di sopravvivenza, deve arrangiarsi come può. I più fortunati posseggono una tessera per qualche forma nan, il pane locale, distribuito due volte alla settimana. Sono le stesse autorità a decidere chi ha il diritto di ricevere la razione ed è logico credere che chiunque non goda della loro fiducia difficilmente potrà presentarsi ai centri di distribuzione. I più disperati arrivano a trafugare beni barattabili al mercato nero, attività particolarmente pericolosa perché se la polizia religiosa scopre un ladro, la punizione spesso è l’amputazione della mano. L’oppressione delle leggi islamiche, dirette specialmente contro le donne, a Kabul è evidente più che altrove: in una città che negli anni Sessanta e Settanta era meta di un turismo alternativo, nessuna donna può circolare se non accompagnata da un parente e l’unico lavoro oggi possibile è quello nelle corsie femminili degli ospedali o in alcuni (pochi) uffici ministeriali. E in un Paese da vent’anni in guerra, il numero di vedove è altissimo. «Come fate?» chiedo ad una delle poche donne cui mi è concesso di parlare, una vedova con cinque figli dai 2 ai 7 anni. «Mangiamo una volta al giorno una fetta di nan imbevuta in un zuppa.» Mahir, il più piccolo ha smesso di piangere da pochi minuti per la fame; è spossato e dai suoi occhi, due perle nere incastonate in una faccia già vecchia ricoperta da una pelle incartapecorita, non scaturisce neppure una lacrima. Anche quelle sono preziose, qui a Kabul. «Colpa dell’embargo dell’ONU» spiega Hasam, la mia “guida”. «Non solo» mi lascio sfuggire, guadagnandomi uno sguardo torvo da parte del mio angelo custode. La maggiore preoccupazione da parte del governo Talebani è quella di rendere la capitale, una città simbolo della trasformazione in atto nel Paese. Per questo le leggi islamiche qui vengono rese operative senza alcuna deroga, a differenza di quanto accade nelle campagne. La fedeltà riposta nei Talebani da parte della popolazione di etnia Pashtun, la più numerosa del Paese, ha indotto questi ad iniziare un processo di ricambio etnico a Kabul. Gli indizi di questa nuova azione, appena iniziata e non ancora visibile su scala generale, si possono osservare nei quartieri residenziali: gli Hazara, i Tajiki, gli Uzbeki, gli Iraniani lasciano piano piano il posto a nuovi arrivati Pashtun provenienti dalle regioni meridionali. «I trasferimenti forzati sono iniziati qualche mese fa.» conferma un rappresentante di una NGO occidentale, «Noi ce ne siamo accorti perché alle famiglie veniva notificato l’avviso di trasferimento con una settimana di preavviso, con il pretesto di riunire i gruppi etnici afgani nelle loro zone di provenienza. Poco dopo al posto dei vecchi residenti trovavamo nuove famiglie Pashtun.»
Ufficialmente questa politica non ha trovato alcuna conferma da parte del governo, ma sono sempre più le voci che la avvalorano.
Se è vero che la situazione a Kabul è drammatica, non altrettanto si può dire nel sud del Paese dove i Talebani hanno riportato la pace e la tradizione. In queste lande sono stati i sovietici che hanno dovuto imporre con la forza alle donne l’emancipazione: lo scoprirsi il volto, il lavoro, il diritto all’educazione. Tutte conquiste che, appena crollato il sistema socialista, la popolazione, donne per prime, non hanno esitato a dimenticare, rifugiandosi di nuovo nei burqa e rintanandosi nelle loro case. Qui davvero i Talebani non hanno imposto nulla, anzi. Le scuole, sovvenzionate con un programma dello Swedish Commettee for Afghanistan, funzionano anche per la componente femminile della popolazione e il sistema agricolo, con i canali d’irrigazione creati dall’URSS, produce cibo in quantità sufficiente per sfamare la popolazione. Il mantenimento della struttura idraulica, garantito dall’assistenza tecnica pakistana e saudita, permette l’adeguata annaffiatura delle colture cerealicole. Il problema è che il sistema di canalizzazione, concepito sulla base di una produzione collettivistica secondo l’idea dei kolchoz, oggi deve sostenere un’ossatura privata che ha spezzettato in una miriade di fazzoletti di terra l’intera superficie coltivata, dilapidando forza lavoro, attrezzature agricole e la preziosissima acqua. Tutto questo impedisce uno sfruttamento più redditizio del territorio che potrebbe alleviare, almeno in parte, la fame oramai cronica che affligge la popolazione afghana.
© Piergiorgio Pescali
A Shamali verso Kabul
Tre giorni di jeep su strade impossibili, che si inerpicano a strapiombo su su, fino a 5.000 metri, guadando fiumi con correnti che rischiano di trascinare la macchina a valle; attraversando villaggi la cui vita sembra essersi fermata a secoli fa. Tre giorni sballottati su e giù, a destra e a manca, senza un attimo di respiro ed eccoci nel Panshir, la oramai leggendaria valle costellata di carcasse di carri armati e blindati sovietici, solitari e tristi testimoni di una sanguinosa lotta che ha visto tanti vinti e nessun vincitore. Tanti vinti, perché hanno perso tutti: gli afghani per primi, che vedevano nella cacciata dell'URSS la soluzione per ritrovare una pace invece mai raggiunta; ma hanno perso anche i sovietici, che dall'Afghanistan si sono portati il morbo della disgregazione sociale e politica. Senza vincitori, perché i veri vincitori sono stati i trafficanti d'armi e di oppio, la cui fortuna è inversamente proporzionale al benessere sociale ed economico della popolazione. Brutti ceffi, i trafficanti d'armi; la peggior feccia dell'umanità. Ne ho incontrati due, proprio in un villaggio dove ci siamo fermati per la notte. Avevano un camion pieno di munizioni e di Kalashnikov fabbricati in Russia, rubati chissà dove e chissà come. Sempre la solita solfa che utilizzano per giustificare il loro turpe commercio: "Noi vendiamo oggetti; sta poi a chi li usa, farne buon uso." Per fortuna partiamo il mattino presto, così evitiamo di augurare loro buon viaggio.
Mi torna in mente ora questo incontro, mentre il generale Babajan, Comandante dell'aeroporto militare di Bagram, conta i suoi morti dopo una battaglia che ha tenuto impegnate le sue truppe per tutta la notte. Notti afghane... A volte così limpide, così chiare che le stelle paiono lucciole. Allora alzi il braccio ed apri la mano cercando inutilmente di afferrarne qualcuna. A volte, invece, così crudeli, così spettacolarmente lugubri, solcate da strisce di fuoco che si accompagnano al boato della morte e della distruzione. Dodici ore di inferno ed alla fine ti ritrovi sdraiato in qualche bunker con i nervi a pezzi. Pensi di essere il solo ad avere la tensione alle stelle, invece ti accorgi che anche coloro che la guerra la combattono da vent'anni, ritrovandosi ancora vivi (per l'ennesima volta) esprimono a modo loro il sollievo che provano. C'è Ramullah che ride per un nonnulla, lui che è sempre così serio; Mohammad, invece, se ne sta con il fucile puntato verso l'orizzonte, gli occhi fissi verso un punto indefinito. Poi ci sono Hassan, Abdullah, Khasim ed altri ancora. Cercano i loro fratelli, il loro padre, il loro amico con il quale hanno condiviso tante battaglie. A volte li ritrovano vivi, a volte morti. In entrambe i casi sono pianti e baci, intercalati a preghiere per Allah. Questa notte le bombe ne hanno falcidiati quindici. Saleh è tra questi. Lo avevo conosciuto in luglio, quando ero giunto nel Panshir e a Shamali. Mi aveva fatto conoscere la sua famiglia: la giovane moglie di 18 anni, il loro primo figlio di due anni, che barcollava gironzolando per la stanza. Avevamo mangiato assieme e avevamo riso assieme. Aveva grandi progetti, Saleh. Era la guardia del corpo del generale Babajan e per lui era aperta la carriera diplomatica. Aspettava di andare all'ambasciata di Teheran, ma proprio la settimana in cui doveva partire, Massud era stato ucciso. Ha deciso di restare a Shamali: "Sono un soldato. Cosa potrei fare a Teheran?" mi aveva confidato l'altro giorno quando sono tornato a Shamali e ci siamo abbracciati. Fatimah, la moglie di cui non ho mai visto il volto, sempre coperto dal burqa, mi aveva accolto nella loro casa con la sua bella voce rotta dall'emozione. E mentre il loro figlioletto girovagava per la stanzetta, avevamo preso tutti e tre il tè. L'ultimo.
Ero assieme a Saleh trenta secondi prima che scoppiasse la granata. Sono andato a prendere il taccuino su cui annotare alcune impressioni e mi sono ritrovato solo, senza nulla da scrivere, nessuna voglia di parlare. Sono solo come il bambino di Saleh, che non capisce cosa stia accadendo e continua perplesso a guardare la madre che si dispera. Dovevano essere nelle bella Teheran, ora; invece eccolo qui, Saleh, immobile. Forse suo figlio pensa stia solo dormendo e che appena sorgerà di nuovo il sole, i suoi occhi incontreranno quelli di suo padre e tutto sarà come prima. Lasciamoglielo credere.
Il generale Babajan afferma che l'attacco di stanotte è stato solo dimostrativo. "I Taleban sapevano benissimo che non avrebbero potuto avanzare e anche nel caso avessero conquistato l'aeroporto, non sarebbero stati in grado di tenerlo." Quindici morti per un attacco "dimostrativo". E quanti tra i Taleban? E per dimostrare che cosa?
Kabul e' a soli 40 km da qui e la piana delimitata dai primi contrafforti della città è interamente in mano alle forze dell'opposizione. In luglio, dalla torre di controllo, potevo vedere a occhio nudo i Taleban appena al di là del recinto che delimita la pista di decollo. Oggi sono tutti in attesa dell'attacco decisivo su Kabul. Saleh voleva rivedere la sua città natale: "La riprenderemo, anche se gli americani rifiuteranno di bombardare la linea del fronte." Saleh non rivedrà Kabul, ma il generale Babajan sta già predisponendo i piani per quella che, secondo lui, dovrebbe essere l'avanzata decisiva. "Rivedremo Kabul, e mio figlio, il figlio di Saleh, crescerà a Kabul. Insha Allah!" esclama Fatimah.
© Piergiorgio Pescali
Mi torna in mente ora questo incontro, mentre il generale Babajan, Comandante dell'aeroporto militare di Bagram, conta i suoi morti dopo una battaglia che ha tenuto impegnate le sue truppe per tutta la notte. Notti afghane... A volte così limpide, così chiare che le stelle paiono lucciole. Allora alzi il braccio ed apri la mano cercando inutilmente di afferrarne qualcuna. A volte, invece, così crudeli, così spettacolarmente lugubri, solcate da strisce di fuoco che si accompagnano al boato della morte e della distruzione. Dodici ore di inferno ed alla fine ti ritrovi sdraiato in qualche bunker con i nervi a pezzi. Pensi di essere il solo ad avere la tensione alle stelle, invece ti accorgi che anche coloro che la guerra la combattono da vent'anni, ritrovandosi ancora vivi (per l'ennesima volta) esprimono a modo loro il sollievo che provano. C'è Ramullah che ride per un nonnulla, lui che è sempre così serio; Mohammad, invece, se ne sta con il fucile puntato verso l'orizzonte, gli occhi fissi verso un punto indefinito. Poi ci sono Hassan, Abdullah, Khasim ed altri ancora. Cercano i loro fratelli, il loro padre, il loro amico con il quale hanno condiviso tante battaglie. A volte li ritrovano vivi, a volte morti. In entrambe i casi sono pianti e baci, intercalati a preghiere per Allah. Questa notte le bombe ne hanno falcidiati quindici. Saleh è tra questi. Lo avevo conosciuto in luglio, quando ero giunto nel Panshir e a Shamali. Mi aveva fatto conoscere la sua famiglia: la giovane moglie di 18 anni, il loro primo figlio di due anni, che barcollava gironzolando per la stanza. Avevamo mangiato assieme e avevamo riso assieme. Aveva grandi progetti, Saleh. Era la guardia del corpo del generale Babajan e per lui era aperta la carriera diplomatica. Aspettava di andare all'ambasciata di Teheran, ma proprio la settimana in cui doveva partire, Massud era stato ucciso. Ha deciso di restare a Shamali: "Sono un soldato. Cosa potrei fare a Teheran?" mi aveva confidato l'altro giorno quando sono tornato a Shamali e ci siamo abbracciati. Fatimah, la moglie di cui non ho mai visto il volto, sempre coperto dal burqa, mi aveva accolto nella loro casa con la sua bella voce rotta dall'emozione. E mentre il loro figlioletto girovagava per la stanzetta, avevamo preso tutti e tre il tè. L'ultimo.
Ero assieme a Saleh trenta secondi prima che scoppiasse la granata. Sono andato a prendere il taccuino su cui annotare alcune impressioni e mi sono ritrovato solo, senza nulla da scrivere, nessuna voglia di parlare. Sono solo come il bambino di Saleh, che non capisce cosa stia accadendo e continua perplesso a guardare la madre che si dispera. Dovevano essere nelle bella Teheran, ora; invece eccolo qui, Saleh, immobile. Forse suo figlio pensa stia solo dormendo e che appena sorgerà di nuovo il sole, i suoi occhi incontreranno quelli di suo padre e tutto sarà come prima. Lasciamoglielo credere.
Il generale Babajan afferma che l'attacco di stanotte è stato solo dimostrativo. "I Taleban sapevano benissimo che non avrebbero potuto avanzare e anche nel caso avessero conquistato l'aeroporto, non sarebbero stati in grado di tenerlo." Quindici morti per un attacco "dimostrativo". E quanti tra i Taleban? E per dimostrare che cosa?
Kabul e' a soli 40 km da qui e la piana delimitata dai primi contrafforti della città è interamente in mano alle forze dell'opposizione. In luglio, dalla torre di controllo, potevo vedere a occhio nudo i Taleban appena al di là del recinto che delimita la pista di decollo. Oggi sono tutti in attesa dell'attacco decisivo su Kabul. Saleh voleva rivedere la sua città natale: "La riprenderemo, anche se gli americani rifiuteranno di bombardare la linea del fronte." Saleh non rivedrà Kabul, ma il generale Babajan sta già predisponendo i piani per quella che, secondo lui, dovrebbe essere l'avanzata decisiva. "Rivedremo Kabul, e mio figlio, il figlio di Saleh, crescerà a Kabul. Insha Allah!" esclama Fatimah.
© Piergiorgio Pescali
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