Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Corea del Nord - Chiesa cattolica. Mostra tutti i post
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Situazione religiosa in Nord Corea (Novembre 2008)

Si stima che i cattolici in Nord Corea siano circa 3-4.000, la maggior parte dei quali a Pyongyang. Sebbene non vi siano preti, nel 1988 sono state aperte una chiesa cattolica (la cattedrale di Changchung) e una protestante (la chiesa di Pongsu). Nello stesso anno venne fondata un’associazione di cattolici inserita all’interno della Federazione Cristiana Coreana, l’organo ufficiale nord coreano che si occupa degli affari religiosi. Nel 2006 venne inaugurata una chiesa ortodossa russa. Negli ultimi anni nel Paese si sono aperti spiragli di libertà religiosa: nel 2007 il vescovo di Daejeon e presidente della Caritas sudcoreana, Lazarus You Heung-sik, ha visitato il Paese. La stessa Caritas ha avviato programmi di sviluppo a Pyongyang e Nampo. Nel 2006 l’Associazione Cattolica della Corea del Nord ha proposto al direttore del Comitato di Riconciliazione Nazionale, mons. Thomas Aquinas choi Chang-hwa di organizzare una visita in Vaticano esprimendo il desiderio di incontrare il papa.

@ Piergiorgio Pescali

La religione in Corea del Nord (2002) (II)

Il 2 ottobre 1988 è una data storica per la comunità cattolica della Corea del Nord: quel giorno, il padre canadese Terry Gallagher, dell’Istituto Missioni Estere di Scaboro, inaugurò la chiesa di Changchung, il primo luogo di culto cattolico nel Paese dopo il 1953. Per rimarcare l’importante evento, il papa fece giungere a Pyongyang un calice ed una pisside, custoditi ancora oggi nella cattedrale. Da allora lo sviluppo della comunità religiosa nordcoreana è stato notevole, seppur sempre monitorato dalle autorità governative. Infatti, nonostante l’articolo 68 della costituzione garantisca a tutti la libertà di culto, questo è oggetto a norme restrittive volte a preservarlo entro determinati limiti. Il testo dell’articolo recita che «Il diritto (di culto, n.d.a.) è garantito con l’approvazione della costruzione di edifici religiosi e la possibilità di tenere cerimonie religiose. Nessuno può servirsi della religione come pretesto per guidare all’interno (del Paese, n.d.a.) forze straniere o per danneggiare lo Stato e l’ordine sociale». Per cinque decenni il timore (non infondato) di un’invasione militare o di una destabilizzazione sociale ottenuta con l’ausilio di organizzazioni di copertura da parte della Corea del Sud o degli USA, ha giocato un ruolo fondamentale nella politica nordcoreana, che ha frenato e spesso represso ogni forma di associazionismo al di fuori dei binari ufficiali. Il grande lavoro di dialogo e di reciproca fiducia avviato dalla chiesa sudcoreana con Pyongyang, ha convinto quest’ultima a non considerare la chiesa cattolica come un potenziale avversario, bensì come un possibile interlocutore affidabile e sincero. Merito soprattutto del cardinale Kim Sou Hwan, una figura carismatica, estremamente critica nei confronti delle passate dittature militari sucoreane, tanto che sin dal 1985 le autorità di Pyongyang avevano lanciato inviti affinché il cardinale visitasse il Paese. Sotto la direzione del cardinale Kim, la Chiesa coreana ha imboccato la via della promozione per la riunificazione della penisola, con una particolare attenzione al Nord. Oggi La piccola comunità cristiana di Pyongyang, circa duemila fedeli, di cui 800 cattolici, può liberamente radunarsi ad assistere la messa nella chiesa di Changchung, in pieno centro della capitale, e nelle due chiese protestanti di Chilgol e Bong Su, così come frequentare i corsi di catechismo settimanali. In previsione di una apertura delle frontiere, la Chiesa cattolica ha fondato due associazioni con lo scopo di ricominciare il lavoro missionario e umanitario interrotto nel 1950. Al Comitato per l’Evangelizzazione della Corea del Nord è stata presto aggiunta la Conferenza per le Missioni del Nord, fondata nel 1994, il cui campo di attività varcherebbe i confini coreani per operare anche nelle regioni nordorientale della Cina, dove già lavorano i Salesiani, Francescani, Benedettini, Padri di Mayknoll. Queste organizzazioni devono confrontarsi con la controparte governativa, l’Associazione Cattolica della Corea del Nord, un organismo creato ad hoc dal governo per controllare la comunità. Il suo Segretario Generale, Paolo Kang Ji Yong, ha parole di elogio verso il papa, pur definendolo «Supremo Comandante della Chiesa Cattolica», ricordando che lo stesso Kim Jong Il ha ufficialmente avanzato un invito perché visiti la Corea del Nord. La grande difficoltà, oggi, non è però tanto quanto nel dialogo tra governo e cattolici, quanto nel rintracciare e raggiungere le centinaia di fedeli sparsi per il Paese. Recentemente una delegazione della Santa Sede è riuscita a visitare regioni dove ha incontrato sporadiche presenze di cattolici; la mancanza di preti e di un seminario (a Pyongyang esiste solo un seminario protestante) ha impedito fino ad oggi la rinascita di un clero, ma anche in questo senso si registrano spiragli che potrebbero portare ben presto a nuovi sviluppi.
Nonostante nelle zone rurali la presenza cristiana sia pressoché nulla, il cardinale Kim ha espresso l’intenzione di intervenire con progetti di assistenza sociale (scuole, ospedali) cominciando dalle zone ad economia speciale. Organismi cattolici come la Caritas, Misereor, i frati Benedettini (la congregazione più numerosa in Nord Corea prima del 1950) hanno già avviato programmi di collaborazione e sviluppo ed il governo stesso non cela la sua preferenza verso questo tipo di interventi, meno politicamente interessati rispetto agli aiuti convogliati in via ufficiale dagli stati e dalle agenzie collegate all’ONU.
Ma affinché la sfida che la Chiesa si appresta a raccogliere risulti utile anche per i nordcoreani occorre che ponga le proprie basi secondo le parole del card. Kim: «Perché la Chiesa acquisti la fiducia della gente occorre che sia povera, perché solo in una Chiesa povera ci sarà posto per i poveri. In una Chiesa ricca, nessun povero troverà posto».
Ma se Pyongyang è ben disposta verso le Chiese cosiddette “storiche”, è invece infuriata con quella costellazione di miriadi di comunità e sette che proliferano in Corea del Sud con l’aiuto finanziario degli Stati Uniti. Migliaia di sudcoreani e cinesi si sono stanziati lungo i 1.300 chilometri del confine sino-coreano per accogliere i cittadini nordcoreani che attraversano la frontiera alla ricerca di cibo e di commercio, facendo opera di proselitismo religioso caratterizzato da un violento anticomunismo. Con l’avvento dell’amministrazione Bush, questa pratica è divenuta ancora più audace, in particolare con i missionari della Full Gospel Church, che entrano nel Nord con un visto d’affari e si spingono a predicare casa per casa elargendo dollari e yen ai convertiti. «Rispettiamo la chiesa cattolica perché, a differenza di altre confessioni, non cerca di interferire con la nostra politica.» afferma Kim Hyoun-ho, Direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri. La conferma, almeno apparente, l’ho una domenica mattina, quando nella chiesa di Changchung vedo circa 250 fedeli assistere alla messa; tutti, prima di varcare il sagrato, hanno tolto la spilla con il simbolo del partito o il ritratto di Kim Il Sung e Kim Jong Il. «Durante la messa le tolgono perché vengono a pregare e portare i loro rispetti a Dio» spiega Paolo Kang Ji Yong, che continua: «Nella vita religiosa sono devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettano e rendono omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il, che si prendono cura di loro». I toni smussati e conciliatori di Kim Hyoun-ho e Paolo Kang Ji Yong, privi della retorica propagandistica di cui erano impregnati i discorsi di qualsiasi nordcoreano fino a qualche anno fa, riflettono le recenti prese di posizione del governo e le sorprendenti dichiarazioni dello stesso Kim Jong Il. Il premier dello stato, dopo aver ammesso che il suo paese era responsabile dei rapimenti di 13 cittadini giapponesi avvenuti negli anni Settanta e Ottanta, ha confermato la produzione di ordigni atomici da parte dei centri di ricerca militari. Questo non significa che il Nord sia pronto ad attaccare il Sud, come gli Stati Uniti vorrebbero far credere; chiunque visiti la Corea del Nord può facilmente intuire che un confronto militare tra le due Coree si risolverebbe con un disastro per il Nord e l’annientamento del regime. Il milione e duecentomila soldati male armati, dotati di mezzi dall’antiquata tecnologia, a corto di carburante e privi di parti di ricambio, potrebbero ben poco contro i seicentomila militari del Sud, superarmati con le più sofisticate tecnologie e appoggiati da altri trentacinquemila statunitensi, portaerei, bombardieri, carri armati, missili. Le bombe atomiche che Pyongyang ha dichiarato di possedere, molto probabilmente non potrebbero neppure lasciare il luogo dove sono custodite: verrebbero neutralizzate, se non distrutte, dai sistemi di intercettazione USA. La tensione creata dagli Stati Uniti presentando una Corea del Nord aggressiva sino a giungere ad annoverarla tra i “Paesi del Male” (Axis of Evil) e gli “Stati canaglia” (Rough States), ha piuttosto la doppia funzione di impedire l’esclusione di Washington da ogni processo decisionale nella regione e di tenere sempre alta la tensione nel Pacifico, al fine di giustificare i due miliardi di dollari spesi per il TMD (Theatre Missile Defence), il programma spaziale di intercettazione missilistica diretto principalmente contro la Cina Popolare.
C’è da dire, comunque, che Kim Jong Il sta giocando al meglio le sue carte, sbalordendo perfino i servizi segreti sudcoreani i quali, dopo averlo definito nel passato alcolizzato, donnaiolo, megalomane, ritardato mentale e aver dipinto con toni foschi il futuro del Paese da lui guidato, oggi stanno ridisegnando le biografie raggiungendo spesso eccessi opposti (in un recente rapporto Kim Jong Il è stato descritto come un genio del computer). Anche se l’Occidente ha attribuito tutto il merito dell’avvicinamento tra Seoul e Pyongyang al solo presidente sudcoreano Kim Dae Jung, conferendogli anche il Nobel per la Pace, non bisogna dimenticare l’altrettanto decisivo ruolo avuto da Kim Jong Il. Nelle rappresentazioni teatrali del Mangyondae Schoolchildren Palace, ad esempio, sono stati eliminati i riferimenti ironici destinati ai politici sudcoreani e al Museo della Rivoluzione Coreana, le guide hanno smussato i toni polemici che accompagnavano le visite ai reperti della guerra del 1950-53. Tutto questo non è stato ottenuto facilmente, tutt’altro. Da quando è salito al potere, nel 1994, il Grande Leader ha dovuto prima di tutto rafforzare la sua posizione all’interno del Partito e garantirsi la fiducia dei militari. Il raggiungimento e il consolidamento della leadership al vertice dello Stato, è coinciso con l’inizio delle riforme politiche e economiche. Prima il vertice di Pyongyang, nel giugno del 2000, dove due Presidenti coreani si sono dati la mano per la prima volta dopo cinquant’anni, poi le graduali aperture verso l’Europa (in cui l’Italia, una volta tanto, è stata saggio precursore) ed infine le sempre più radicali riforme economiche, sfociate nell’estate di quest’anno con provvedimenti alquanto discutibili dal punto di vista sociale, ma applauditi dal mercato internazionale. Già prima della caduta del Muro di Berlino, il Paese asiatico aveva perso lo slancio economico che gli aveva permesso di raggiungere traguardi di tutto rispetto nei primi decenni del dopoguerra, ma la dissoluzione del mercato socialista e una drammatica serie di disastri naturali ha dato il colpo di grazia. Il ponte di solidarietà avviato da numerose agenzie, associazioni, organizzazioni non ha impedito a centinaia di migliaia di nordcoreani di soccombere, specialmente nelle aree più isolate, mentre la penuria di combustibile ha lasciato al gelo intere province. Per fronteggiare la situazione, il governo ha accettato di esporre al mondo intero le sue ferite lasciando entrare in zone un tempo vietate, rappresentanti di alcune delle ONG più selezionate (tra cui quelle cattoliche). Al tempo stesso, vista l’impossibilità da parte di Pyongyang di garantire il rifornimento alimentare, ai cittadini è stata aumentata la quota di appezzamenti che possono essere coltivati privatamente, con la possibilità di vendere al mercato libero l’eccesso di produzione. Questi mercatini, chiamati “mercati dei contadini”, hanno rappresentato per anni l’ultimo retaggio di capitalismo della Corea prerivoluzionaria; mai aboliti in toto, sono però sempre stati stigmatizzati dalle autorità. Oggi sono tornati in auge e ogni distretto ne organizza uno ogni dieci giorni. Una visita alle cooperative dà l’idea di quanto grave sia la situazione: la mancanza di mezzi motorizzati obbliga le brigate di lavoro ad adoperarsi incessantemente per radunare il raccolto al sicuro prima che qualche monsone lo faccia marcire. A Wonsan, dopo che un’improvvisa alluvione ha devastato l’intera provincia, vedo migliaia di persone cooptate nelle scuole, nelle fabbriche, nelle singole case, affannarsi inutilmente per stipare il riso nei silos. Le piogge torrenziali che hanno colpito la regione hanno oramai impregnato la pula facendo marcire il raccolto. Lungo la spiaggia decine di persone setacciano i detriti portati dal mare alla ricerca di qualche cibo commestibile o di legna da ardere per l’inverno. In città una delegazione della Croce Rossa Internazionale guidata da un norvegese, distribuisce generi di prima necessità nei quartieri più colpiti, mentre nell’ospedale distrettuale solo la generosa abnegazione del personale sopperisce alla mancanza di medicine e di spazi adeguatamente attrezzati.
Nelle vicinanze di Pyongyang la situazione è più rosea, grazie al tempo più clemente, ma gli scaffali dei negozi statali continuano ad essere vuoti. Solo qualche lattina di olio e li liquore di riso male fermentato sono esposte. «Non riceviamo rifornimenti dallo stato da mesi oramai» conclude sconsolata la gestrice dello spaccio. Solo nelle città più importanti i negozi mostrano generosamente scaffali e frigoriferi ricolmi di merce di ogni genere importata dall’estero. Ma tutto questo scintillio di lattine di Coca Cola, vasetti di Nutella, scatole di latte e caffè Nestlè, tute Reebock, scarpe Nike, HiFi Hitachi sono a disposizione di ben poche persone. Primo perché la moneta accettata in queste oasi di capitalismo è il dollaro e lo yen e solo chi ha conoscenti all’estero può possederli, poi perché dopo le riforme estive il cambio inchiodato da decenni a 2,15 won per un dollaro, è schizzato 150 a uno. Si è dato così inizio alla spirale inflazionistica tipica del mercato capitalista e, fino ad oggi sconosciuta in Corea del Nord, che ha eroso il già basso potere d’acquisto dei cittadini. I 3.000 won intascati dalla mia guida (rispetto ai 150 precedenti), anche sommati ai 4.000 guadagnati dalla moglie giornalista (prima erano 170) bastano appena per comprare il riso (aumentato di 50 volte) e una scatola di latte in polvere ogni mese per il loro figlioletto, costo 2.580 won. «Le riforme introdotte aumenteranno di sicuro le differenze tra ricchi e poveri» mi dice Masao Okonogi, professore di economia alla Tokyo Keio University. Nelle fabbriche, che funzionano a intermittenza a causa dei continui black out di corrente, sono stati introdotti stipendi commisurati alla produttività, eppure gli operai continuano a sostenere la politica del governo: «Le riforme di Kim Jong Il non sono altro che la perfezione del comunismo. Chi lavora di più ha diritto di guadagnare di più. Questo è socialismo» afferma il caporeparto di un’industria meccanica. Ma cosa penserà questo stesso caporeparto quando si procederà alla ristrutturazione che Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale vorrebbero imporre al paese per garantire i prestiti necessari per risanare l’economia? Licenziamenti, tassazioni, affitti, educazione e sanità non più gratuite saranno tollerati da una popolazione abituata in questi decenni a vivere senza libertà, ma con la garanzia di poter condurre una vita dignitosa?

© Piergiorgio Pescali

La religione in Corea del Nord (2002)

Bertrand Russell, tentando di tracciare un parallelismo tra marxismo e cristianesimo ha paragonato “il materialismo dialettico della visione marxista al Dio biblico, il proletariato agli eletti, il partito Comunista alla Chiesa, la rivoluzione al Secondo Avvento e la società comunista al millennio”. Indubbiamente, come molti teologi e filosofi hanno fatto notare, le visioni totalitaristiche e salvifiche proposte dalle dottrine cristiana e comunista, assieme al disegno rivoluzionario della società e al primitivo comunitarismo dei primi sodalizi cristiani, possono indurre a vedere più di un aspetto comune tra i due annunci. Questo parallelismo ha però portato ad un antagonismo dei regimi ad indirizzo socialista con le fedi religiose, in particolare con le chiese cristiane, più strutturate dal punto di vista socio-politico e radicate nel contesto europeo e nordamericano. Ad ogni modo, non è possibile affermare, tranne che per poche eccezioni, che la religione negli stati comunisti abbia subito un bando radicale. Nuclei più o meno strutturati di fedeli sono sempre stati tollerati: lo si è riscontrato nell’Unione Sovietica, nella Cina Popolare e lo riscontra oggi in quello che viene definito l’ultimo bastione del comunismo ortodosso al mondo, la Corea del Nord dove, anzi, il governo intrattiene buoni rapporti con le autorità ecclesiastiche, tanto da indurre Kim Jong Il a invitare il papa a far visita al Paese.
Nonostante l’articolo 68 della costituzione nordcoreana garantisca a tutti la libertà di culto, questo è oggetto a norme restrittive volte a preservarlo entro determinati limiti. Il testo dell’articolo recita che «Il diritto (di culto, n.d.a.) è garantito con l’approvazione della costruzione di edifici religiosi e la possibilità di tenere cerimonie religiose. Nessuno può servirsi della religione come pretesto per guidare all’interno (del Paese, n.d.a.) forze straniere o per danneggiare lo Stato e l’ordine sociale». Per cinque decenni il timore (non infondato) di un’invasione militare o di una destabilizzazione sociale ottenuta con l’ausilio di organizzazioni di copertura da parte della Corea del Sud o degli USA, ha giocato un ruolo fondamentale nella politica nordcoreana, che ha frenato e spesso represso ogni forma di associazionismo al di fuori dei binari ufficiali. Dalla fine degli anni Ottanta, però, la situazione sta radicalmente cambiando. La piccola comunità cristiana di Pyongyang, circa duemila fedeli, di cui 800 cattolici, può liberamente radunarsi ad assistere la messa nella chiesa cattolica di Changchung, in pieno centro della capitale, e nelle due chiese protestanti di Chilgol e Bong Su, così come frequentare i corsi di catechismo settimanali. Organismi cattolici come la Caritas, Misereor, i frati Benedettini (la congregazione più numerosa in Nord Corea prima del 1950) hanno avviato programmi di collaborazione e sviluppo ed il governo stesso non cela la sua preferenza verso questo tipo di interventi, meno politicamente interessati rispetto agli aiuti convogliati in via ufficiale dagli stati e dalle agenzie collegate all’ONU. In previsione di una apertura delle frontiere, la Chiesa cattolica ha fondato due associazioni con lo scopo di ricominciare il lavoro missionario e umanitario interrotto nel 1950. Al Comitato per l’Evangelizzazione della Corea del Nord è stata presto aggiunta la Conferenza per le Missioni del Nord, fondata nel 1994, il cui campo di attività varcherebbe i confini coreani per operare anche nelle regioni nordorientale della Cina, dove già lavorano i Salesiani, Francescani, Benedettini, Padri di Mayknoll. Ma se Pyongyang è ben disposta verso le Chiese cosiddette “storiche”, è invece infuriata con quella costellazione di miriadi di comunità e sette che proliferano in Corea del Sud con l’aiuto finanziario degli Stati Uniti. Migliaia di sudcoreani e cinesi si sono stanziati lungo i 1.300 chilometri del confine sino-coreano per accogliere i cittadini nordcoreani che attraversano la frontiera alla ricerca di cibo e di commercio, facendo opera di proselitismo religioso caratterizzato da un violento anticomunismo. Con l’avvento dell’amministrazione Bush, questa pratica è divenuta ancora più audace, in particolare con i missionari della Full Gospel Church, che entrano nel Nord con un visto d’affari e si spingono a predicare casa per casa elargendo dollari e yen ai convertiti. «Rispettiamo la chiesa cattolica perché, a differenza di altre confessioni, non cerca di interferire con la nostra politica.» afferma Kim Hyoun-ho, Direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri. La conferma, almeno apparente, l’ho una domenica mattina, quando nella chiesa di Changchung vedo circa 250 fedeli assistere alla messa; tutti, prima di varcare il sagrato, hanno tolto la spilla con il simbolo del partito o il ritratto di Kim Il Sung e Kim Jong Il. «Durante la messa le tolgono perché vengono a pregare e portare i loro rispetti a Dio» spiega Paolo Kang Ji Yong, Segretario Generale dell’Associazione Cattolica Nordcoreana, che continua: «Nella vita religiosa sono devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettano e rendono omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il, che si prendono cura di loro». I toni smussati e conciliatori di Kim Hyoun-ho e Paolo Kang Ji Yong, privi della retorica propagandistica di cui erano impregnati i discorsi di qualsiasi nordcoreano fino a qualche anno fa, riflettono le recenti prese di posizione del governo e le sorprendenti dichiarazioni dello stesso Kim Jong Il. Il premier dello stato, dopo aver ammesso che il suo paese era responsabile dei rapimenti di 13 cittadini giapponesi avvenuti negli anni Settanta e Ottanta, ha confermato la produzione di ordigni atomici da parte dei centri di ricerca militari. Questo non significa che il Nord sia pronto ad attaccare il Sud, come gli Stati Uniti vorrebbero far credere; chiunque visiti la Corea del Nord può facilmente intuire che un confronto militare tra le due Coree si risolverebbe con un disastro per il Nord e l’annientamento del regime. Il milione e duecentomila soldati male armati, dotati di mezzi dall’antiquata tecnologia, a corto di carburante e privi di parti di ricambio, potrebbero ben poco contro i seicentomila militari del Sud, superarmati con le più sofisticate tecnologie e appoggiati da altri trentacinquemila statunitensi, portaerei, bombardieri, carri armati, missili. Le bombe atomiche che Pyongyang ha dichiarato di possedere, molto probabilmente non potrebbero neppure lasciare il luogo dove sono custodite: verrebbero neutralizzate, se non distrutte, dai sistemi di intercettazione USA. La tensione creata dagli Stati Uniti presentando una Corea del Nord aggressiva sino a giungere ad annoverarla tra i “Paesi del Male” (Axis of Evil) e gli “Stati canaglia” (Rough States), ha piuttosto la doppia funzione di impedire l’esclusione di Washington da ogni processo decisionale nella regione e di tenere sempre alta la tensione nel Pacifico, al fine di giustificare i due miliardi di dollari spesi per il TMD (Theatre Missile Defence), il programma spaziale di intercettazione missilistica diretto principalmente contro la Cina Popolare.
C’è da dire, comunque, che Kim Jong Il sta giocando al meglio le sue carte, sbalordendo perfino i servizi segreti sudcoreani i quali, dopo averlo definito nel passato alcolizzato, donnaiolo, megalomane, ritardato mentale e aver dipinto con toni foschi il futuro del Paese da lui guidato, oggi stanno ridisegnando le biografie raggiungendo spesso eccessi opposti (in un recente rapporto Kim Jong Il è stato descritto come un genio del computer). Anche se l’Occidente ha attribuito tutto il merito dell’avvicinamento tra Seoul e Pyongyang al solo presidente sudcoreano Kim Dae Jung, conferendogli anche il Nobel per la Pace, non bisogna dimenticare l’altrettanto decisivo ruolo avuto da Kim Jong Il. Nelle rappresentazioni teatrali del Mangyondae Schoolchildren Palace, ad esempio, sono stati eliminati i riferimenti ironici destinati ai politici sudcoreani e al Museo della Rivoluzione Coreana, le guide hanno smussato i toni polemici che accompagnavano le visite ai reperti della guerra del 1950-53. Tutto questo non è stato ottenuto facilmente, tutt’altro. Da quando è salito al potere, nel 1994, il Grande Leader ha dovuto prima di tutto rafforzare la sua posizione all’interno del Partito e garantirsi la fiducia dei militari. Il raggiungimento e il consolidamento della leadership al vertice dello Stato, è coinciso con l’inizio delle riforme politiche e economiche. Prima il vertice di Pyongyang, nel giugno del 2000, dove due Presidenti coreani si sono dati la mano per la prima volta dopo cinquant’anni, poi le graduali aperture verso l’Europa (in cui l’Italia, una volta tanto, è stata saggio precursore) ed infine le sempre più radicali riforme economiche, sfociate nell’estate di quest’anno con provvedimenti alquanto discutibili dal punto di vista sociale, ma applauditi dal mercato internazionale. Già prima della caduta del Muro di Berlino, il Paese asiatico aveva perso lo slancio economico che gli aveva permesso di raggiungere traguardi di tutto rispetto nei primi decenni del dopoguerra, ma la dissoluzione del mercato socialista e una drammatica serie di disastri naturali ha dato il colpo di grazia. Il ponte di solidarietà avviato da numerose agenzie, associazioni, organizzazioni non ha impedito a centinaia di migliaia di nordcoreani di soccombere, specialmente nelle aree più isolate, mentre la penuria di combustibile ha lasciato al gelo intere province. Per fronteggiare la situazione, il governo ha accettato di esporre al mondo intero le sue ferite lasciando entrare in zone un tempo vietate, rappresentanti di alcune delle ONG più selezionate (tra cui quelle cattoliche). Al tempo stesso, vista l’impossibilità da parte di Pyongyang di garantire il rifornimento alimentare, ai cittadini è stata aumentata la quota di appezzamenti che possono essere coltivati privatamente, con la possibilità di vendere al mercato libero l’eccesso di produzione. Questi mercatini, chiamati “mercati dei contadini”, hanno rappresentato per anni l’ultimo retaggio di capitalismo della Corea prerivoluzionaria; mai aboliti in toto, sono però sempre stati stigmatizzati dalle autorità. Oggi sono tornati in auge e ogni distretto ne organizza uno ogni dieci giorni. Una visita alle cooperative dà l’idea di quanto grave sia la situazione: la mancanza di mezzi motorizzati obbliga le brigate di lavoro ad adoperarsi incessantemente per radunare il raccolto al sicuro prima che qualche monsone lo faccia marcire. A Wonsan, dopo che un’improvvisa alluvione ha devastato l’intera provincia, vedo migliaia di persone cooptate nelle scuole, nelle fabbriche, nelle singole case, affannarsi inutilmente per stipare il riso nei silos. Le piogge torrenziali che hanno colpito la regione hanno oramai impregnato la pula facendo marcire il raccolto. Lungo la spiaggia decine di persone setacciano i detriti portati dal mare alla ricerca di qualche cibo commestibile o di legna da ardere per l’inverno. In città una delegazione della Croce Rossa Internazionale guidata da un norvegese, distribuisce generi di prima necessità nei quartieri più colpiti, mentre nell’ospedale distrettuale solo la generosa abnegazione del personale sopperisce alla mancanza di medicine e di spazi adeguatamente attrezzati.
Nelle vicinanze di Pyongyang la situazione è più rosea, grazie al tempo più clemente, ma gli scaffali dei negozi statali continuano ad essere vuoti. Solo qualche lattina di olio e li liquore di riso male fermentato sono esposte. «Non riceviamo rifornimenti dallo stato da mesi oramai» conclude sconsolata la gestrice dello spaccio. Solo nelle città più importanti i negozi mostrano generosamente scaffali e frigoriferi ricolmi di merce di ogni genere importata dall’estero. Ma tutto questo scintillio di lattine di Coca Cola, vasetti di Nutella, scatole di latte e caffè Nestlè, tute Reebock, scarpe Nike, HiFi Hitachi sono a disposizione di ben poche persone. Primo perché la moneta accettata in queste oasi di capitalismo è il dollaro e lo yen e solo chi ha conoscenti all’estero può possederli, poi perché dopo le riforme estive il cambio inchiodato da decenni a 2,15 won per un dollaro, è schizzato 150 a uno. Si è dato così inizio alla spirale inflazionistica tipica del mercato capitalista e, fino ad oggi sconosciuta in Corea del Nord, che ha eroso il già basso potere d’acquisto dei cittadini. I 3.000 won intascati dalla mia guida (rispetto ai 150 precedenti), anche sommati ai 4.000 guadagnati dalla moglie giornalista (prima erano 170) bastano appena per comprare il riso (aumentato di 50 volte) e una scatola di latte in polvere ogni mese per il loro figlioletto, costo 2.580 won. «Le riforme introdotte aumenteranno di sicuro le differenze tra ricchi e poveri» mi dice Masao Okonogi, professore di economia alla Tokyo Keio University. Nelle fabbriche, che funzionano a intermittenza a causa dei continui black out di corrente, sono stati introdotti stipendi commisurati alla produttività, eppure gli operai continuano a sostenere la politica del governo: «Le riforme di Kim Jong Il non sono altro che la perfezione del comunismo. Chi lavora di più ha diritto di guadagnare di più. Questo è socialismo» afferma il caporeparto di un’industria meccanica. Ma cosa penserà questo stesso caporeparto quando si procederà alla ristrutturazione che Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale vorrebbero imporre al paese per garantire i prestiti necessari per risanare l’economia? Licenziamenti, tassazioni, affitti, educazione e sanità non più gratuite saranno tollerati da una popolazione abituata in questi decenni a vivere senza libertà, ma con la garanzia di poter condurre una vita dignitosa?

© Piergiorgio Pescali

Religione in Corea del Nord (1996)

E’ opinione diffusa che nei paesi ad indirizzo socialista le attività connesse con la religione siano del tutto proibite e, spesso, soppresse con la brutalità. Eppure, per quanto ortodosso sia il sistema, qualche spiraglio viene sempre concesso. La Costituzione nordcoreana, sebbene non aiuti e non incoraggi alcun tipo di culto, lascia al cittadino la libertà di scelta religiosa.
Lo stesso Kim Il Sung, già nel lontano 1936, affermò che “è irragionevole pretendere che (i credenti) abbandonino in un sol giorno il credo religioso radicatosi in loro nel corso di lunghi anni”. A Myohyangsan, nel nord del Paese, il monastero buddhista di Pohyon, risalente all’XI secolo, è retto da un monaco che segue i fedeli provenienti dai villaggi circostanti. Nella Taeung Hall, la principale sala del complesso, le statue dei Buddha nelle diverse posture, accolgono i visitatori tra il profumo emanato dai fili di fumo che si innalzano dai bastoncini d’incenso accesi dai credenti. La guida che ci accompagna, che porta una spilla con l’effigie di Kim Il Sung sul petto, dimostra di conoscere piuttosto bene le basi teologiche del buddhismo, anche se il suo dichiarato ateismo le impone di riscrivere il tutto in una chiave che, pur rispecchiando la realtà, esalta alcuni aspetti trascurandone altri altrettanto importanti.
Ad un attento osservatore non sfuggirà di certo, inoltrandosi per i sentieri montani di Myohyangsan o di Kumgansan, la presenza di numerosi monasteri, templi, eremi, oggi adibiti a case di ristoro o bivacchi. Queste costruzioni dimostrano quanto in passato fosse presente nel Paese la tradizione religiosa buddhista. Paradossalmente, a sradicare questa parte culturale del pathos nordcoreano, ha contribuito l’accanimento con cui i bombardieri statunitensi hanno raso al suolo le città ed i villaggi e con essi i luoghi di culto, durante la guerra di Corea.
La ricostruzione socialista che ne seguì, diede priorità alle esigenze primarie della popolazione: case, poli industriali, ospedali, scuole, cooperative agricole...
E il cristianesimo?
Prima del conflitto in Corea del Nord esistevano 1.500 chiese frequentate da 170.000 fedeli, di cui 57.000 cattolici. Oggi solo Pyongyang dispone di tre chiese aperte al culto.
Con Lee, la guida che ci accompagna durante il nostro viaggio nel Paese, visitiamo una delle due chiese protestanti, quella di Pongsu, la più grande della capitale, dove ci accoglie il pastore Li Son Bon. Pur non essendo Li un membro del Partito dei Lavoratori, noto che sul muro di una stanza del seminario a fianco la chiesa, sono appesi i ritratti di Kim Il Sung e Kim Jong Il. Ma qui, a differenza di quanto accaduto finora durante le visite alle istituzioni della nazione, i nomi dei due leaders vengono preceduti dall’appellativo “signore” anziché “compagno”, evidenziando il distacco che esiste tra Stato e religione.
Così “la chiesa di Pongsu - dice il pastore Li - ha potuto essere costruita grazie all’interessamento personale del signor Kim Jong Il, che ha concesso il terreno su cui erigere l’edificio” forse memore del fatto che sua nonna Pansok, la madre di Kim Il Sung, era cristiana. Questo, sommato all’impegno profuso da alcuni uomini particolarmente rappresentativi all’interno della Chiesa protestante sudcoreana, ha contribuito in maniera determinante al maggior sviluppo del protestantesimo rispetto al cattolicesimo. La figura più emblematica in questo contesto è il reverendo Moon Ik-hwan. Da sempre in prima linea nella lotta a favore della riunificazione della penisola, è stato arrestato sei volte dal governo di Seoul, trascorrendo complessivamente otto anni di carcere e meritandosi l’ammirazione non solo dei nordcoreani, ma anche dell’opposizione sudcoreana al regime di Kim Young Sam. Non è certamente cosa di poco conto che il leader del Partito Democratico, il cattolico Kim Dae Jung abbia definito il reverendo Moon “il simbolo della coscienza coreana”.
L’evoluzione della Chiesa cattolica in Nord Corea, invece, ha una storia più recente, ma il suo sviluppo sta seguendo ritmi sostenuti. Merito soprattutto del cardinale Kim Sou Hwan, una figura carismatica , estremamente critica nei confronti dei governi passati ed attuale di Seoul, tanto che dal 1985 le autorità di Pyongyang lanciano inviti affinché il cardinale visiti il Paese. Sotto la sua direzione la Chiesa coreana ha imboccato la via della promozione per la riunificazione della penisola, con una particolare attenzione al Nord. In seno alla Conferenza Episcopale locale sono sorti due organismi preposti in questo senso: il Comitato per l’Evangelizzazione della Corea del Nord e la Conferenza per le Missioni del Nord. Il primo, coordinato dall’abate benedettino Ri Dong-ho, promuove iniziative rivolte ad instaurare rapporti con la regione settentrionale e dal 1994 ha varato un programma per lo studio e la conoscenza del sistema socio-politico del Nord in vista di una futura confederazione coreana. Il secondo, invece, sorto il 28 settembre 1994, lavora a stretto contatto con l’Associazione Cattolica Nordcoreana, presieduta da Chang Jae Chol che, dopo aver inaugurato la prima chiesa nel 1988, ha proposto l’ordinazione di Chan Song-keun, 53 anni, il quale attualmente dirige le cerimonie religiose domenicali alla chiesa di Chang Chung, a cui partecipano in media 250-300 persone.
Se la consacrazione sacerdotale sarà accettata, Chang Song-keun diverrà il primo prete a lavorare in Nord Corea dal dopoguerra ad oggi. Nonostante nelle zone rurali la presenza cristiana sia pressoché nulla (Chang Jae Chol parla di 3.000-3.500 cattolici in tutti il Paese), il cardinale Kim ha espresso l’intenzione di intervenire con progetti di assistenza sociale (scuole, ospedali) cominciando dalle zone ad economia speciale. Il governo di Pyongyang, che sta lottando contro una delle più gravi crisi economiche dal dopoguerra ad oggi, ha già dimostrato una certa disponibilità, specie dopo gli aiuti ricevuti dalla Caritas per le recenti alluvioni. Inoltre le zone ad economia speciale, essendo le più esposte al contatto con gli stranieri, rappresentano una sorta di aree-pilota adatte all’analisi delle reazioni che potrebbero ripercuotersi sugli strati più ampi delle popolazioni situate nelle regioni interne.
Ma perchè la sfida che la Chiesa si appresta a raccogliere risulti utile anche per i nordcoreani occorre che ponga le proprie basi secondo le parole del card. Kim: “Perchè la Chiesa acquisti la fiducia della gente occorre che sia povera, perchè solo in una Chiesa povera ci sarà posto per i poveri. In una Chiesa ricca, nessun povero troverà posto”.

© Piergiorgio Pescali

Religione in Corea del Nord (2003)

E’ una domenica soleggiata e calda, qui a Pyongyang. Nella chiesa cattolica di Changchung si innalzano le note del canto di chiusura della messa, mentre i fedeli escono ordinatamente per salutarsi sul sagrato. Kang Hyon-gyu, la giovane guida nordcoreana che oggi, per la prima volta nella sua vita, ha messo piede in chiesa assistendo ad una funzione religiosa, è sorpreso: «E’ stata l’esperienza più toccante che abbia mai avuto. Non pensavo si potessero esprimere concetti di giustizia, pace, umanità in modo così chiaro! E poi quelle letture tratte dal libro… come lo chiamate?»
«Il vangelo» gli rispondo pensando non sia un caso che l’officiante, padre Josef Sayer, direttore di Misereor, abbia scelto la lettura tratta dal Vangelo di Marco sul giovane ricco il quale, dopo aver espresso il desiderio di raggiungere la vita eterna, preferisce rinunciarvi per tenere i beni terreni che possiede. In chiesa una vecchietta sta riordinando le panche e ritira i libretti dei canti; «E’ una delle nostre parrocchiane più anziane.» spiega Chang Song-keun, l’unico nordcoreano con dispensa di celebrare messa e insegnare catechismo nel Paese. «Ha iniziato a frequentare la chiesa nel 1988, quando è stata inaugurata, ma la sua famiglia è sempre stata cattolica e lei non ha mai nascosto la sua fede, anche quando il farlo era considerato “sconveniente”.» E dal 1988 ad oggi, di cose in Corea del Nord ne sono cambiate. Anche nel campo religioso, in particolare nei rapporti con il Vaticano. «C’è una sorta di rispetto reciproco e di stima tra la Chiesa Cattolica e il governo» afferma Kim Hyoun-ho, Direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri. Quello di Pyongyang non è certo il tipo di governo che nelle sue scelte tiene conto dei fattori religiosi, ma non è neppure così stolto da pensare che per allacciare rapporti diplomatici con le potenze occidentali europee, possa ignorare la voce spirituale del Vaticano. Così -e per molti questo rappresenta un paradosso difficile da comprendere- da anni tra Pyongyang e Santa Sede intercorrono buone relazioni, tanto che dal 1996 sono state numerose le delegazioni ecclesiastiche che hanno potuto entrare nel Paese visitando zone precluse ad altri stranieri. E la presenza di padre Josef Sayer ne è la prova. L’organizzazione che dirige, Misereor, assieme ad altre associazioni umanitarie cattoliche come la Caritas e i frati benedettini (la congregazione più numerosa in Nord Corea prima del 1950, quando venne espulsa), sono tra le poche al mondo che hanno il permesso di operare in Corea del Nord avviando programmi di collaborazione e sviluppo. Il governo stesso non cela la sua preferenza verso questo tipo di interventi, meno politicamente interessati rispetto agli aiuti convogliati in via ufficiale dagli stati e dalle agenzie collegate all’ONU.
Il problema è chiarire gli spazi di manovra possibili: quale è il confine oltre il quale il governo di Pyongyang considera che la Chiesa stia interferendo con gli affari interni? E soprattutto, si riuscirà a distinguere le azioni intraprese in modo autonomo dalle singole Chiese -protestante, cattolica, buddista- o si farà di tutta l’erba un fascio? Non c’è dubbio che, appena il Nord aprirà le porte alle varie confessioni, la Corea sarà considerata territorio di conquista da miriadi di organizzazioni religiose o pseudoreligiose, che caleranno nel Paese come eserciti, sconvolgendo la vita sociale e le abitudini di milioni di nordcoreani. Già oggi, lungo il confine settentrionale in territorio cinese, centinaia di militanti sudcoreani, statunitensi e giapponesi, più o meno fanatici, nascosti sotto le improbabili spoglie di uomini d’affari, aspettano con impazienza il giorno in cui potranno varcare il confine per accaparrarsi la loro fetta di fedeli. Accanto a sinceri e pragmatici credenti, attenti a non prevaricare l’amministrazione nordcoreana e pronti a collaborare con essa, ci sono integralisti, soprattutto di fede cristiana, appartenenti a sette nate gli Stati Uniti totalmente insensibili alla specificità della condizione in cui andranno a lavorare. Il loro integralismo, costruito molto spesso su basi ideologiche di destra o razziste, li porta a non valutare la differente visione umana e sociale, oltreché politica del Paese. Tra le sette più attive c’è la Full Gospel Church, fondata negli USA dove attinge fondi anche dal governo, i cui missionari, con l’aiuto e la copertura di imprenditori sudcoreani, non esitano a elargire dollari e yen ai nordcoreani che accettano segretamente di convertirsi e fare opera di proselitismo. In un certo senso, le strette maglie con cui il governo nordcoreano ha permesso la nascita e lo sviluppo delle religioni “storiche”, ha frenato di certo l’espansione delle stesse, ma al tempo stesso ha evitato che venissero a sorgere pericolose tensioni causate da comportamenti poco ortodossi, come è avvenuto in Giappone o nella stessa Corea del Sud. «Rispettiamo la chiesa cattolica perché, a differenza di altre confessioni, non cerca di interferire con la nostra politica.» afferma Kim Hyoun-ho. Questa separazione tra potere terreno e spirituale si concretizza appena i nordcoreani varcano le soglie delle chiese cristiane (a Pyongyang, oltre a quella cattolica esistono due chiese protestanti) e dei templi buddisti: le spille raffiguranti i due leaders del Paese, Kim Jong Il e Kim Il Sung vengono accuratamente rimosse dalle giacche per essere riappuntate una volta usciti. «Durante la messa le togliamo perché veniamo a pregare e portare i nostri rispetti a Dio. Nella vita religiosa siamo devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettiamo e rendiamo omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il» spiega Paolo Kang Ji Yong, Segretario Generale dell’Associazione Cattolica Nordcoreana, ricordando che la figura del papa e il suo carisma ha raggiunto anche questa nazione, tanto che Kim Jong Il ha invitato Giovanni Paolo II a visitare il Paese. L’ostacolo principale è che in Corea del Nord non esiste una Chiesa cattolica ufficialmente riconosciuta dal Vaticano, ma solo un’Associazione Cattolica Coreana, che viene vista alla stregua della Chiesa Patriottica Cinese. Proprio questo parallelismo potrebbe indurre Pechino a spingere perché Pyongyang accetti una presenza ecclesiale riconosciuta da Roma, in modo da tastare il terreno per un’eventuale accettazione, anche sul suolo cinese, della Chiesa cattolica.
In questo caso la Corea del Nord potrebbe essere un inaspettato trampolino di lancio per un nuovo impegno evangelizzatore nella Repubblica Popolare Cinese.

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Intervista a Paolo Kang Ji Yong, Segretario Generale dell'Associazione Cattolica della Corea del Nord

Paolo Kang Ji Yong è il Segretario generale dell’Associazione Cattolica della Corea del Nord, l’organismo governativo che si occupa delle relazioni tra lo stato e la Santa Sede per lo sviluppo della chiesa in Nord Corea. L’intervista avviene all’interno stesso della chiesa di Changcung, in pieno centro di Pyongyang, subito dopo la messa domenicale. Alcune delle domande che possono a prima vista sembrare banali se poste in un contesto dove la chiesa cattolica è radicata nella società, sono in realtà indispensabili per saggiare la profondità della conoscenza rituale, dogmatica e teologica all’interno di un Paese dove la fede è stata posta ai margini della società.
Quanti cattolici ci sono in Nord Corea e a Pyongyang?
In Corea abbiamo 3.000 cattolici di cui circa 800 a Pyongyang.
Quando considerate cattolica un nordcoreano?
Quando viene battezzato.
Lei come è divenuto cattolico?
Sono diventato cattolico nel 1990. La mia famiglia era già cattolica. Così cominciai a frequentare la Chiesa cattolica e venni battezzato. Quando il vescovo sudcoreano lo venne a sapere, diede la sua conferma.
C’è una fascia di età in cui si concentra la maggioranza dei fedeli?
L'età media è di 50 anni, ma abbiamo anche qualche giovane.
Quante chiese ci sono nel Paese?
Solo questa, a Pyongyang. Prima della guerra di Corea (1950) c'erano circa 50 chiese in Corea, ma i bombardamenti statunitensi le hanno distrutte totalmente.
Lei ha detto che fuori Pyongyang ci sono circa duemila cattolici. Come possono assistere alla messa e approfondire la loro fede?
Non possono farlo perché non ci sono chiese. Il genere pregano da soli al mattino e alla sera. Inoltre, dato che i cattolici sono sparpagliati per tutto il Paese, solo chi vive nelle stesse aree si riunisce a pregare.
Come è strutturata la Chiesa Cattolica in Corea?
Il Comitato Centrale delega il Presidente del Concilio Coreano delle Religioni, sotto cui c’è l'Associazione Cattolica dei Coreani.
Questo politicamente; religiosamente è differenziata?
Non abbiamo vescovi e preti. Per la vita religiosa e per i cattolici esiste il Comitato Centrale, il cui Presidente è Samuel Jang Jae On. E’ lo stesso Comitato Centrale che si prende cura dei cattolici che vivono in aree rurali.
Avete contatti regolari con il Vaticano?
Certamente. Dopo la costruzione della Chiesa il papa ha mandato un emissario speciale, Mons. Celli. Da allora altri preti del Vaticano hanno celebrato messe in questa chiesa.
Come si svolge il vostro lavoro missionario, se ne avete qualcuno?
Cerchiamo di fare un lavoro missionario, ma abbiamo qualche problema. Non serio per la verità. Le nuove generazioni credono alla Juche idea, così a loro non piace credere al cattolicesimo. Quindi ci limitiamo a fare solo servizi e assistenza sociale.
Ha detto che i giovani in Corea credono nell'idea del Juche e QUINDI non credono al cattolicesimo. Lei presume che le due fedi sono in contraddizione l'una con l'altra.
Penso che lei possa darsi da solo la risposta.
Avete seminari teologici?
No, abbiamo qualche volta abbiamo degli incontri per spiegare i principali dogmi della fede cattolica ai nuovi credenti.
Ho visto che la gente, quando entra in chiesa toglie l'immaginetta di Kim Il Sung e Kim Jong Il. Come mai?
I credenti cattolici rispettano il Grande Presidente Kim Il sung e il Grande Leader Kim Jong Il.
Ma questo non spiega perché tolgano le spillette durante la messa. Forse perché non è possibile servire entrambe allo stesso momento ed in uno stesso ambiente?
Per capire completamente la grandezza e la saggezza della leadership di Grande Presidente Kim Il Sung e del Grande Leader Kim Jong Il, devono portare la spille del Grande Presidente Kim Il Sung e del Grande Leader Kim Jong Il. Durante la messa le tolgono perché vengono a pregare e portare i loro rispetti a Dio.
Quindi non è possibile omaggiare entrambe. O uno o l'altro.
Nella vita religiosa sono devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettano e rendono omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il, che si prendono cura di loro. E' difficile distinguere la vita sociale dalla vita religiosa.
Come accettare, allora, l’idea che Cristo è in mezzo alla gente sempre ed ovunque, nella vita terrena, sociale, quotidiana come in quella soprannaturale?
Credo fermamente che Dio sia con noi nella vita sociale. Deve comprendere come è la vita sociale in un paese socialista. E' difficile affrontare questo argomento in questo luogo e in così breve tempo. Dio ci ha detto che dobbiamo seguire i leaders saggi, i leader politici che lottano per il popolo.
Come fate a venire a conoscenza delle encicliche del Papa?
Il capo della chiesa informa i fedeli dei nuovi dogmi e delle nuove encicliche durante la messa e durante i seminari che vengono tenuti durante la settimana. Inoltre stiamo stampando alcuni libri.
Chi li stampa?
La Chiesa ha una piccola casa editrice.
Fate catechismo?
Si, principalmente la domenica.
Su quali libri studiate?
Quelli stampati da noi. Altre volte chiediamo a qualche altra casa editrice di stamparceli. Inoltre la gente può venire durante la settimana a chiedere spiegazioni al capo della chiesa.
Stampate anche bibbie?
Sì.
Cosa pensa personalmente dell'attuale papa?
Penso che sia il Supremo Comandante della Chiesa Cattolica. So che il Santo Padre sta cercando di trovare la via della pace e della pietà per tutti i popoli.
Cosa pensa degli attacchi del Papa al comunismo?
Non amiamo gli estremismi. Sappiamo che il Vaticano e la Chiesa Cattolica stanno cercando di rivalutare la storia passata sulla base di vecchi testi e c’è qualche progresso su questo. Il cattolicesimo sta quindi cercando di smussare le differenze tra le varie idee e ideologie per realizzare la pace e l'amore. Il nostro Paese è diviso, così stiamo cercando di superare le ideologie tra i due differenti regimi per realizzare l'unità. Penso che anche la Chiesa faccia questo.
Conosce sicuramente il detto di Marx: «La religione è l'oppio dei popoli». Può un comunista essere al tempo stesso cattolico e viceversa?
Se la Chiesa Cattolica realizzerà l'obiettivo di raggiungere la pace e la giustizia, allora tutti i popoli potrebbero combinare cattolicesimo e comunismo.
Cattolici e comunisti stanno cercando di costruire una società dove regni la giustizia e la pace; in questo possono intendersi reciprocamente l'uno con l'altro. Anche i preti cattolici sudcoreani che hanno visitato la Corea del Nord, hanno ammesso che nel passato i cattolici hanno commesso degli errori a cui devono fare ammenda.

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Chiesa cattolica in Corea del Nord (2)

E’ una domenica soleggiata e calda, qui a Pyongyang. Sul sagrato della chiesa cattolica, all’estrema periferia della città, si odono le ultime note del canto di chiusura della messa, mentre la gente, un centinaio di persone, esce silenziosa e, frettolosamente, si incammina verso casa senza neppure fermarsi a parlare tra loro.
-Oggi la partecipazione è stata particolarmente numerosa.- mi dice Chang Song-keun, l’officiante del rito. Chang non è un prete, anche se afferma di essere disposto a diventarlo -appena le condizioni del Paese lo permetteranno- ma è l’unica persona in tutto il Paese che è in grado di dirigere la comunità cattolica locale.
In chiesa una vecchietta sta riordinando le panche e ritira i libretti dei canti; -E’ una delle nostre parrocchiane più anziane. Ha iniziato a frequentare la chiesa nel 1988, quando è stata inaugurata, ma la sua famiglia è sempre stata cattolica e lei non ha mai nascosto la sua fede, anche quando il farlo era considerato sconveniente.-
-Era?- domando un poco dubbioso circa il tempo al passato utilizzato.
-Oggi il governo è più propenso ad accettare la religione, a patto che questa non interferisca con la politica ufficiale del Paese.- spiega Chang.
Il problema è delimitare gli spazi di manovra possibili: quale è il confine oltre il quale il governo di Pyongyang considera che la Chiesa stia interferendo con gli affari interni? E soprattutto, si riuscirà a distinguere le azioni intraprese in modo autonomo dalle singole Chiese -protestante, cattolica, buddista- o si farà di tutta l’erba un fascio?
Non c’è dubbio che, appena il Nord aprirà le porte alle varie confessioni, la Corea sarà considerata territorio di conquista da miriadi di organizzazioni religiose o pseudoreligiose, che caleranno nel Paese come eserciti, sconvolgendo la vita sociale e le abitudini di milioni di nordcoreani.
Già oggi, lungo il confine settentrionale in territorio cinese, centinaia di militanti sudcoreani, statunitensi e giapponesi, più o meno fanatici, nascosti sotto le improbabili spoglie di uomini d’affari, aspettano con impazienza il giorno in cui potranno varcare il confine per accaparrarsi la loro fetta di fedeli. Accanto a sinceri e pragmatici fedeli, attenti a non prevaricare l’amministrazione nordcoreana e pronti a collaborare con essa, ci sono integralisti, soprattutto di fede cristiana, appartenenti a sette nate gli Stati Uniti totalmente insensibili alla specificità della condizione in cui andranno a lavorare. Il loro integralismo, costruito molto spesso su basi ideologiche di destra o razziste, li porta a non valutare la differente visione umana e sociale, oltreché politica del Paese.
E di questo, Chou, ne è conscio e preoccupato. In uncerto senso, le strette maglie con cui il governo nordcoreano ha permesso la nascita e lo sviluppo delle religioni “storiche”, ha frenato di certo l’espansione delle stesse, ma al tempo stesso ha evitato che venissero a sorgere pericolose tensioni causate da comportamenti poco ortodossi come è avvenuto in Giappone o nella stessa Corea del Sud.
-C’è una sorta di rispetto reciproco e di stima tra la Chiesa Cattolica e il governo.- afferma in forma privata un esponente dell’Assemblea del Popolo, il Parlamento della Corea del Nord. Pyongyang non è certo il tipo di governo che nelle sue scelte tiene conto dei fattori religiosi, ma non è neppure così stolto, come alcuni vorrebbero far credere, da pensare che per allacciare rapporti diplomatici con le potenze occidentali europee, possa ignorare la voce spirituale del Vaticano. Così, e per molti questo rappresenta un paradosso difficile da comprendere, da anni tra Pyongyang e Santa Sede intercorrono buone relazioni, tanto che dal 1996 sono ben quattro le delegazioni ecclesiastiche che hanno potuto entrare nel Paese e l’ultima di queste, nel 1999, ha avuto il permesso di girare liberamente l’intero territorio, un privilegio mai concesso ad alcun straniero sino ad oggi.
Ma c’è di più: Kim Jong Il ha invitato Giovanni Paolo II a visitare la nazione. L’ostacolo principale è che in Corea del Nord non esiste una Chiesa cattolica ufficialmente riconosciuta dal Vaticano, ma solo un’Associazione Cattolica Coreana, che viene vista alla stregua della Chiesa Patriottica Cinese.
Proprio questo parallelismo potrebbe indurre Pechino a spingere perché Pyongyang accetti una presenza ecclesiale riconosciuta da Roma, in modo da tastare il terreno per un’eventuale accettazione, anche sul suolo cinese, della Chiesa cattolica.
In questo caso la Corea del Nord potrebbe essere un inaspettato trampolino di lancio per un nuovo impegno evangelizzatore nella Repubblica Popolare Cinese.

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La Chiesa cattolica in Corea del Nord (1)

La piccola comunità cristiana di Pyongyang, circa duemila fedeli di cui 800 cattolici, ogni domenica si raduna per assistere la messa nella chiesa cattolica di Changchung, in pieno centro della capitale, e nelle due chiese protestanti di Chilgol e Pongsu, così battezzata in onore della madre di Kim Il Sung, fervente cristiana. Organismi cattolici come la Caritas, Misereor, i Padri di Maryknoll, i frati Benedettini (la congregazione più numerosa in Nord Corea prima del 1950) hanno avviato programmi di collaborazione e sviluppo ed il governo stesso non cela la sua preferenza verso questo tipo di interventi, meno politicamente interessati rispetto agli aiuti convogliati in via ufficiale dagli stati e dalle agenzie collegate all’ONU. Ma se Pyongyang è ben disposta verso le Chiese cosiddette “storiche”, è invece infuriata con quella costellazione di comunità e sette che proliferano in Corea del Sud con l’aiuto finanziario degli Stati Uniti. Migliaia di sudcoreani e cinesi si sono stanziati lungo i milletrecento chilometri del confine sino-coreano per accogliere i cittadini nordcoreani che attraversano la frontiera alla ricerca di cibo e di commercio, facendo opera di proselitismo religioso caratterizzato da un violento anticomunismo. Con l’avvento dell’amministrazione Bush, questa pratica è divenuta ancora più audace, inducendo il governo di Kim Jong Il a cercare un dialogo più aperto con il Vaticano. Questo incontro, oltre a consentire alla Chiesa cattolica di sfondare un muro impenetrabile fino a pochi anni fa, può a sua volta fungere da passpartout a Pyongyang per aprire le porte della diplomazia europea. Paolo Kang Ji Yong, Segretario generale dell’Associazione Cattolica della Corea del Nord, l’organismo governativo che si occupa delle relazioni tra lo stato e la Santa Sede per lo sviluppo della chiesa in Nord Corea, è molto chiaro sulla divisione di ruoli applicati dallo stato tra religione e politica: «Nella vita religiosa siamo devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettiamo e rendiamo omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il, che si prendono cura di noi». Paolo, dopo aver speso parole di elogio verso il papa, che definisce piuttosto coreograficamente «Supremo Comandante della Chiesa Cattolica», ricorda che lo stesso Kim Jong Il ha ufficialmente avanzato un invito affinché il pontefice visiti la Corea del Nord. La grande difficoltà che si riscontra oggi nel Paese, non è però tanto nel dialogo tra governo e cattolici, quanto nel rintracciare e raggiungere le centinaia di fedeli sparsi per il Paese. In previsione di una apertura delle frontiere, la Chiesa cattolica ha fondato due associazioni con lo scopo di ricominciare il lavoro missionario e umanitario interrotto nel 1950. Al Comitato per l’Evangelizzazione della Corea del Nord è stata presto aggiunta la Conferenza per le Missioni del Nord, fondata nel 1994, il cui campo di attività varcherebbe i confini coreani per operare anche nelle regioni nordorientali della Cina, dove già lavorano i Salesiani, Francescani, Benedettini, Padri di Mayknoll.

© Piergiorgio Pescali