Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Israele. Mostra tutti i post
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Israele: la nascita di Israele nel 1948 e il ruolo avuto dall'Unione Sovietica


Questa è la cartina delle Nazioni Unite (redatta nel 1946 e poi ripubblicata nel 1956) su cui si studiò il piano di ripartizione proposto dall’ONU della Palestina sotto il mandato britannico.




Nel Palazzo delle Nazioni Unite di New York, il 14 maggio 1947 il vice ministro degli Esteri, Andrei Gromiko, in uno dei più famosi discorsi  passati alla storia, dava l'assenso dell'Unione Sovietica alla fondazione di uno stato ebraico:
“Le passate esperienze, in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale, mostrano che nessuno stato dell'Europa Occidentale è mai stato capace di provvedere adeguata assistenza al popolo ebraico in difesa dei suoi diritti e proteggere la sua stessa esistenza dalla violenza nazista e dei suoi alleati. (Questo fatto) spiega le aspirazioni degli ebrei per fondare un loro stato. Sarebbe ingiusto non prendere in considerazione questo e negare il diritto del popolo ebreo di realizzare questa aspirazione” (Nazioni Unite, Official Records of the First Special Session of the General Assembly, Vol. I, 28 Aprile-15 Maggio 1947, pp. 127-135).
Il discorso di Gromiko continuò con le due proposte di Stalin per la creazione dello stato: o un'unica nazione democratica araba-ebrea oppure la partizione della Palestina in due stati distinti.
Pochi mesi più tardi, il 15 ottobre 1947 fu lo stesso ministro degli Esteri sovietico, Molotov, a chiedere l'appoggio delle proposte di immigrazione di ebrei verso la Palestina presentate da Uruguay (per l'immigrazione di 30.000 ebrei), Colombia (per 150.000 ebrei) e Yugolsavia (per 150.000 ebrei temporaneamente stanziati a Cipro) (23 Ottobre 1947, Archivi del Ministero degli Esteri della Federazione Russa, AMEFR, f. 018 o.9, p.17).
Il 29 novembre 1947 l'URSS votò a favore del Piano di Partizione della Palestina (Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite).
Al piano diedero voto favorevole 33 stati tra cui, oltre all'URSS, Belgio, Danimarca, Francia, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Australia, Nuova Zelanda, Canada, USA, Polonia, Cecoslovacchia.
13 furono contrari, tra cui India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Turchia, Yemen, Grecia, Egitto, Cuba.
Gran Bretagna, Yugoslavia, Cina (Taiwan) ed altre sette nazioni si astennero.
Il motivo per cui Stalin appoggiò il piano di partizione e la fondazione di Israele fu puramente politico: da una parte avrebbe indebolito la posizione britannica in Europa, dall'altra avrebbe elevato i contrasti tra Gran Bretagna e Stati Uniti, fino all'ultimo titubanti se appoggiare la partizione o se, piuttosto, abbracciare la causa araba.
Fu George Kennan a convincere Washington di cambiare la politica verso la Palestina. L'appoggio dell'URSS a Israele avrebbe, difatti, permesso a Stalin di mandare truppe in Medio Oriente non solo per mantenervi l'ordine, ma per organizzare colpi di stato nei Paesi arabi trasformando la regione in un nuovo satellite sovietico minacciando l'intero Mediterraneo (Report by the Policy Planning Staff on Position of the United States with Respect to Palestine, 19 gennaio 1948, Vol 5, Parte 2, Washington: United States Printing Office, pp. 546-554).
Il 19 marzo 1948 gli Stati Uniti proposero un piano di  amministrazione congiunta temporanea in Medio Oriente per evitare la partizione che, secondo loro, non sarebbe stata sostenibile e presto sarebbe sfociata in una guerra.
Il 30 marzo Gromiko rifiutò il piano statunitense affermando che “l'unico modo per ridurre lo spargimento di sangue è la veloce ed effettiva creazione di due stati in Palestina.(...) la formazione di un regime di amministrazione congiunta trasformerà la Palestina in un campo di combattimento tra arabi e ebrei e aumenterà il numero delle vittime”.
La Palestina fu quindi divisa in tre parti: una parte (56 per cento) avrebbe costituito territorio ebraico, il 45,5 per cento avrebbe formato lo stato di Palestina, mentre a Gerusalemme, Betlemme e le aree circostanti fu riservata un’enclave internazionale. Questo corpus separatum non sarebbe appartenuto né ad Israele né alla Palestina, ma avrebbe avuto un'amministrazione internazionale.
Nel 1948, quando l'ONU propose il piano di ripartizione,  entro i confini di quello che avrebbe dovuto essere lo stato Palestinese abitavano 818.000 palestinesi e 10.000 ebrei, nel corpus separatum di Gerusalemme vivevano 105.000 palestinesi e 100.000 ebrei, mentre all'interno del futuro stato ebraico risiedevano 499.000 ebrei e 438.000 palestinesi.
Il motivo per cui i paesi arabi contestarono il piano di ripartizione, oltre che ideologico era anche economico. La divisione della Palestina concedeva agli ebrei il 56 per cento della terra quando ne detenevano legalmente solo il 7 per cento rappresentando il 33 per cento della popolazione (in Palestina nel 1947 risiedevano 608.000 ebrei e 1.364.000 palestinesi).
Gli arabi (palestinesi, cristiani, greco ortodossi, drusi) possedevano il 68% della terra, mentre il resto (circa 25 per cento) era suolo pubblico o non registrato (vedi cartina Palestine – Land Ownership by Sub-Districts “Village Statistics”, Palestine Goverment, Jerusalem 1945).





Dei possedimenti arabi il 68 per cento non erano coltivati o non era possibile coltivarli, mentre le tenute non coltivate o non coltivabili appartenenti agli ebrei erano il 20% (A Survey of Palestine: Prepared in December, 1945 and January, 1946 for the Information of the Anglo-American Committee of Inquiry, Institute for Palestine Studies).
La terra appartenente agli ebrei all'interno dei confini dello stato di Israele proposto dal piano ONU era l’11,2 per cento.
Quasi metà del territorio assegnato ad Israele era formato dal deserto del Negev, dove gli ebrei erano 1.020, mentre gli arabi (la quasi totalità berberi, non palestinesi) erano 103.000. La terra in questa regione arida e desolata apparteneva per il 15 per cento ai palestinesi, per l’1 per cento agli ebrei e per l’84 per cento era pubblica o proprietà di famiglie beduine.
La maggior parte delle terre appartenenti agli ebrei era concentrata nelle regioni di Jaffa (39 per cento di terra appartenente agli ebrei contro il 47 per cento araba), Haifa (35 per cento ebrei, 42 per cento araba), Nazareth (28 per cento ebrei, 52 per cento araba), Tiberiade (38 per cento ebrei, 51 per cento araba), Baysan (34 per cento ebrei, 44 per cento araba).
L'appoggio del piano di partizione da parte di Mosca confuse anche i partiti comunisti arabi ed in particolare il Partito Comunista Palestinese che al suo interno era diviso, sin dal maggio 1943, tra due fazioni, una araba ed una ebraica.
La Lega per la Liberazione Nazionale (LLN), in quanto filoaraba, si opponeva sia alla partizione che allo stato unico misto arabo-ebraico proponendo al loro posto una nazione palestinese in cui gli ebrei avrebbero avuto cittadinanza, ma non il diritto di autonomia.
A parte la titubanza iniziale della LLN tutti gli altri partiti comunisti accettarono la posizione sovietica, compreso il Partito Comunista Palestinese che ben presto cambiò il proprio nome in Makei, Partito Comunista d'Eretz Israel e, dopo la guerra del 1948, in Maki, Partito Comunista d'Israele, in cui confluì anche la Lega per la Liberazione Nazionale.

Gli altri movimenti comunisti arabi pagarono a caro prezzo la loro aderenza alla linea di Mosca perdendo la maggioranza dei membri o, come accaduto in Libano, Siria e Iraq, venendo dichiarati fuorilegge e, di conseguenza, perseguitati.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

I muri dell'uomo

Lo scorso febbraio si è svolto un incontro tra i leaders delle comunità greco e turco cipriota, Nicos Anastasiades e Dervis Eroglu, che non solo ha riproposto il problema della divisione di Cipro, tema particolarmente delicato all’interno dell’Unione Europea, ma ha presentato all’intera comunità internazionale la realtà di un mondo ben più frazionato e diviso politicamente di quanto si sia portati a pensare.
La caduta del Muro di Berlino, avvenuta nel 1989, fu festeggiata dal mondo Occidentale e dall’Est Europeo come uno dei passi più importanti per la conquista della pace nel mondo. Est ed Ovest, nazioni e popoli retti da sistemi politici ed economici antagonisti si ritrovarono improvvisamente accomunati in un’unica terra che correva da Lisbona a Mosca. La Cortina di Ferro, quella striscia fatta di fili spinati, torrette di avvistamento, fossati, steccati, muri di cemento era stata finalmente abbattuta ponendo fine all’eredità della Seconda Guerra Mondiale.
O, almeno, questo era quello che quasi la totalità dei media affermavano.
Ci volle, però, poco per accorgersi che la divisione tra capitalismo e socialismo, era solo una delle tante sezioni in cui era spezzettato il mondo; la punta di un iceberg ben più massiccio e duro da sciogliere.
Nel corso dei cinque decenni che trascorsero tra la caduta del Terzo Reich e la pacifica invasione di Berlino Ovest da parte dei berlinesi dell’Est, altre barriere furono costruite tra l’indifferenza di gran parte dell’opinione pubblica e della classe politica internazionale ed altre ancora ne sono state erette subito dopo.
Così, se all’atto della caduta del Muro di Berlino, nel mondo esistevano una quindicina di sbarramenti fisici, oggi ve ne sono più del triplo ed altri se ne stanno costruendo.
All’ultimo retaggio della Guerra Fredda ancora oggi esistente, il muro che divide le due Coree, se ne sono aggiunti altri, sicuramente più paradossali. Come definire, altrimenti, gli sbarramenti esistenti all’interno della Comunità Europea che impediscono ai suoi cittadini la libera circolazione nei loro stessi stati o addirittura nelle loro stesse città? La Linea Verde di Cipro e il Muro della Pace di Belfast sono i più celebrati dai media, ma ne esiste uno anche tra Spagna e Gibilterra.
E’ interessante notare che l’erezione di questi nuovi divisori sta seguendo la traslazione del fulcro economico mondiale dall’Europa all’Asia, E’ in questo continente che, attualmente, si concentrano la maggioranza delle barriere fisiche. Ai muri tra India e Pakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakhstan, Arabia Saudita e Iraq, a breve si aggiungeranno nuove palizzate che divideranno il Pakistan dall’Iran e dall’Afghanistan, mentre la Russia ha in progetto la costruzione di un muro con la Cecenia per fronteggiare l’impeto indipendentista e jihadista.
La guerra civile siriana ha visto nascere numerose palizzate che dividono città in piccole zone religiose. E’ il caso del muro che separa i quartieri di Bab Amr e al-Insha’at ad Homs.
Molti muri sono stati oggetto di reportage e di cronache da parte dei media o di proteste dei movimenti d'opinione (ad esempio il muro tra Israele e Palestina), altri, invece, sono passati inosservati. Come il cosiddetto Muro dei Rohingya che il Myanmar sta costruendo al confine con il Bangladesh per impedire ai musulmani Rohingya di "invadere" il paese e preservare lo spirito buddista o, per lo stesso motivo religioso, il progetto della costruzione di un muro che dividerà la Malesia musulmana dalla Tailandia buddista.
Più tristemente famosa è la barriera fatta di sassi, sabbia, reti metalliche costruita dal Marocco lungo i 2.700 chilometri di frontiera tra il Sahara Occidentale e gli stati della Mauritania ed Algeria per fronteggiare eventuali attacchi Sahawari. Dal 1975 l’esercito di Rabat occupa l’intero territorio (266.000 kmq) nonostante le Nazioni Unite continuino ad insistere affinché ai 500.000 abitanti venga concesso il diritto di scegliere quale possa essere il loro destino.
Col tempo, le recinzioni hanno cambiato anche la loro funzione. Se, fino alla fine del XX secolo, la maggioranza di esse aveva un carattere prettamente politico e antiterroristico, al passaggio del millennio si sono moltiplicati i muri antimmigrazione.



Il muro costruito da Israele (foto ©Piergiorgio Pescali)


I primi sbarramenti costruiti a tale scopo sono stati piantati nel 1975 dal Sud Africa al confine con il Mozambico. Nel 1998 è stata la Spagna a erigere le ormai note palizzate che separano le enclavi di Ceuta e Melilla dal Marocco, mentre dal 2002 gli Stati Uniti continuano ad allungare la serie di sbarramenti al confine con il Messico, che oggi hanno raggiunto la lunghezza complessiva di 560 chilometri.
Anche la Cina, preoccupata per una sempre più massiccia immigrazione clandestina di nordcoreani, dal 2006 ha in fase di costruzione sbarramenti con la Corea del Nord. La maggiore facilità di movimento oggi esistente all’interno della Repubblica Democratica di Corea ha intensificato l’afflusso di coreani verso le regioni di confine creando non pochi problemi alle autorità di Pechino.
Il boom economico dei piccoli paesi del Golfo Persico ha indotto Emirati Arabi ed Oman a separare i loro confini per evitare la porosità degli stessi e impedire l’osmosi di immigrati asiatici tra le due nazioni. Così è stato tra Arabia Saudita e Yemen; Turkmenistan ed Uzbekistan; Brunei e Malesia; Botswana e Zimbabwe; Israele ed Egitto, Grecia e Turchia.
Ma il record assoluto spetta all’India, paese che, pur continuando a recitare il ruolo di patria del pacifismo gandhiano, sta circondando l’intero Bangladesh di una serie di sbarramenti formati da filo spinato e cemento che, una volta ultimati, raggiungeranno la lunghezza di 3.200 chilometri ed isoleranno i 155 milioni di abitanti della nazione musulmana dal resto del continente.
Una terza tipologia di pareti divisorie tra stati sono quelle che vengono costruite ufficialmente a puro scopo di difesa da catastrofi naturali o per rallentare una desertificazione in atto.
Ne sono un esempio i muri costruiti dall’Arabia Saudita al confine con l’Oman, gli Emirati Arabi, il Qatar e la Giordania, o quello tra Zimbabwe e Zambia e Sud Africa e Zimbabwe. Israele sta progettando di innalzare una palizzata lungo il confine meridionale con la Giordania che, se realizzata, autoisolerebbe completamente lo stato di Tel Aviv dalle nazioni confinanti.
Caratteristica comune di questi nuovi steccati costruiti “per difese naturali”, è che sono tutti prolungamenti di barriere già esistenti rendendo, di conseguenza, difficile separare l’effettiva utilità preventiva nei confronti di cataclismi, da quelle prettamente politiche o sociali.


Il muro costruito da Israele (foto ©Piergiorgio Pescali)



I muri dovrebbero, nell’ottica di chi li costruisce, garantire un senso di sicurezza alla comunità tenendo lontani i pericoli (umani, naturali o di qualunque altro genere) contro cui sono stati eretti. Forse, per un breve lasso di tempo, è così, ma a lungo andare l’autoisolamento rende la comunità più debole e insicura perché un muro, per qualunque motivo venga costruito, impedisce di vedere al di là del proprio orticello.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

West Bank: the Israeli settlemnts - West Bank: gli insediamenti israeliani (english e italiano)

In 2004 the International Court of Justice hast stated the illegitimacy of the Israeli West Bank settlements, Israelian civilian communities who started to live in West Bank and East Jerusalem during the 1967 war. The UN Security Council Resolution 465, released in 1980 “Determines that all measures taken by Israel to change the physical character, demographic composition, institutional structure or status of the Palestinian and other Arab territories occupied since 1967, including Jerusalem, or any part thereof, have no legal validity and that Israel's policy and practices of settling parts of its population and new immigrants in those territories constitute a flagrant violation of the Fourth Geneva Convention relative to the Protection of Civilian Persons in Time of War and also constitute a serious obstruction to achieving a comprehensive, just and lasting peace in the Middle East”.
The settlements problem is one of the main obstacle for the Isreali-Palestinian conflict. The Netanyahu government has accelerated and support the growth of Israeli settlements in West Bank and East Jerusalem.
Since 1999 the Israeli settlers have doubled: from 177.000 to 350.000 (exluding East Jerusalem; more than 650.000 including East Jerusalem). 121 settlements are authorised by Israeli government while 102 are unauthorized (military outposts are not included).
Here is the map (source: Foundation for Middle East Peace) showing the settlements growth between 2000 and 2012. In 2013 about 100 new buildings has been built in West Bank stated the will of Netanyahu government to increase the Israelian presence. Some of them are inside the West Bank, but behind the Israeli West Bank Barrier (that’s because the separation wall goes well inside the borders and Palestinian land).

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West Bank: the Israeli settlements (source: Foundation for Middle East Peace)


La Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato l’illegittimità degli insediamenti israeliani nella West Bank nel 2004 dopo che, nel 1980, anche la Risoluzione 465 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva affermato l’illegalità di “tutte le misure prese da Israele per cambiare la composizione demografica, istituzionale e lo status dei territori arabi e palestinesi occupati dal 1967, incluso Gerusalemme (…) costituendo una flagrante violazione della Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei Civili in tempo di Guerra e costituendo un serio ostacolo al raggiungimento della pace nel Medio Oriente”.
L’immigrazione dei coloni israeliani nella West Bank è iniziata durante la guerra del 1967 e continua ancora oggi con una preoccupante accelerazione dell’insediamento durante il governo Netanyahu.
Dal 1999 i coloni israeliani sono raddoppiati: da 177.000 a 350.000 (il calcolo esclude i coloni di Gerusalemme Est; includendo questi si raggiunge la cifra di 650.000 coloni). Il governo israeliano riconosce ufficialmente 121 insediamenti, ma nella sola West Bank ve ne sono altri 102 non riconosciuti ufficialmente (gli avamposti e le caserme militari non sono conteggiati come insediamenti)
La mappa qui riprodotta (tratta da Foundation for Middle East Peace) mostra l’aumento degli insediamenti tra il 2000 ed il 2012.

Nel solo 2013 sono stati costruiti circa 100 nuovi edifici, dimostrando la volontà del governo Netanyahu di aumentare la presenza israeliana. Alcune di queste nuove costruzioni sono all’interno della West Bank, ma nella parte del muro che guarda verso Israele (questo è dovuto al fatto che il muro israeliano penetra di diversi chilometri all’interno del territorio palestinese).

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Ebraismo: gli ebrei antisionisti -- di Piergiorgio Pescali

Nel 1896 Theodor Herzl ripropose all’attenzione del mondo ebraico un’idea non certamente nuova, ma che alla fine del XIX secolo cominciava a prendere sempre più piede tra le comunità israelitiche; la creazione o, come disse lo stesso Herzl, la “restaurazione” di uno stato che potesse ospitare ebrei da tutto il mondo.
In verità Herzl non propose il ritorno in Palestina; anzi, al primo Congresso Sionista svoltosi a Basilea nel 1897, indicò l’Uganda come possibile luogo in cui insediare il popolo ebraico.
La proposta fu quasi subito contrastata da gruppi antisionisti come il Bund o l'Agudat Yisrael.

Ebrei Ortodossi a Gerusalemme

Tra i rabbini più agguerriti c'era Joel Teitelbaum (1887-1979), fondatore del movimento Satmar, il primo grande gruppo di ebrei ortodossi che si opposero, allora come oggi, allo stato di Israele ed i cui 119.000 membri vivono principalmente a Williamsburg (Brooklyn) e Mea Shearim (Gerusalemme). Teitelbaum è stato il più radicale nel condannare il sionismo giungendo a definirlo come “la più grande forma di impurità spirituale del mondo intero”. La base su cui il teologo, e tutti i movimenti ortodossi ebraici, esplicano la loro contrarietà allo stato israeliano è l'interpretazione di un passo del Talmud di Babilionia (ketubot 111a) secondo cui solo il Messia avrebbe potuto riconsegnare la Terra d'Israele al popolo ebreo. In questo senso l'opposizione è totale anche verso l'aliyah, la migrazione verso Israele da parte degli ebrei della Diapora. Rompendo i patti con il Signore, i sionisti sarebbero i responsabili delle punizioni divine cadute sul popolo ebraico nel corso della storia, compreso l'olocausto; teoria condivisa da migliaia di Edah Haredith, le comunità ultraortodosse sparse per il mondo. Dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967) Teitelbaum vietò ai Satmar di pregare al Muro del Pianto di Gerusalemme ed in altri Luoghi Santi della città per evitare una anche minima parvenza di legittimazione dell'occupazione da parte di Israele.

Un altro gruppo di ebrei ortodossi particolarmente attivi nel loro antisionismo sono i Neturei Karta. Fondati da Rabbi Aharon Katzenelbogen nel 1938 dopo essersi separati dall'Agudat Yisrael, i Neturei Karta (Guardiani della città, in lingua aramaica) combattono il sionismo in quanto considerato colonialismo “e tutto ciò che esso porta, dalla perdita di vite umane all'oppressione, è una profanazione della volontà di Dio”. Uno dei loro rabbini, Moshe Hirsch (1923-2010) è stato consigliere di Arafat per gli Affari Ebraici del governo palestinese, mentre nel 2005 alcuni loro membri hanno partecipato alla Marcia per la Liberazione di Gaza. 

Delegazione di Neturei Karta in Iran con Ahmadinejad (foto AFP)

Diverse delegazioni Neturei Karta si recano regolarmente in Iran e nel 2006 hanno anche partecipato, su invito di Ahmadinejad, alla famosa conferenza sull'olocausto, alla quale hanno preso parte numerosi negazionisti e revisionisti. Il loro sentimento pro palestinese, così come quello di altri gruppi di ebrei ortodossi, non ha nulla a che vedere con i diritti umani o con la politica (entrambe leggi secolari), ma è funzionale solo al fatto di voler adempiere alla volontà del Signore. “I sionisti devono cedere l'intera terra alla Palestina e attendere la venuta del Messia per riavere Israele” sono le frasi più ricorrenti che si leggono e si ascoltano quando ci si reca a Mea Shearim, il quartiere di Gerusalemme che ospita gli ebrei ortodossi secondo le strette rigide osservanze della Torah e del Talmud. Dedicandosi completamente allo studio della Torah molti ebrei ortodossi sono costretti a sopravvivere con i sussidi statali rifiutando di prestare il servizio militare. E questo sta creando malcontento tra chi vive in Israele, laici e non. Per molti analisti questa sarà la guerra interna che dovranno sostenere i futuri governi israeliani. Una guerra meno sanguinosa, ma altrettanto cruenta di quella che si sta combattendo oggi.

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I muri dell'uomo

Il recente incontro tra i leaders delle comunità greco e turco cipriota, Nicos Anastasiades e Dervis Eroglu, non ha solo riproposto il problema della divisione di Cipro, tema particolarmente delicato all’interno dell’Unione Europea, ma ha presentato all’intera comunità internazionale la realtà di un mondo ben più frazionato e diviso politicamente di quanto si sia portati a pensare.
La caduta del Muro di Berlino, avvenuta nel 1989, fu festeggiata dal mondo Occidentale e dall’Est Europeo come uno dei passi più importanti per la conquista della pace nel mondo. Est ed Ovest, nazioni e popoli retti da sistemi politici ed economici antagonisti si ritrovarono improvvisamente accomunati in un’unica terra che correva da Lisbona a Mosca. La Cortina di Ferro, quella striscia fatta di fili spinati, torrette di avvistamento, fossati, steccati, muri di cemento era stata finalmente abbattuta ponendo fine all’eredità della Seconda Guerra Mondiale.
O, almeno, questo era quello che quasi la totalità dei media affermavano.
Ci volle, però, poco per accorgersi che la divisione tra capitalismo e socialismo, era solo una delle tante sezioni in cui era spezzettato il mondo; la punta di un iceberg ben più massiccio e duro da sciogliere.
Nel corso dei cinque decenni che trascorsero tra la caduta del Terzo Reich e la pacifica invasione di Berlino Ovest da parte dei berlinesi dell’Est, altre barriere furono costruite tra l’indifferenza di gran parte dell’opinione pubblica e della classe politica internazionale ed altre ancora ne sono state erette subito dopo.
Così, se all’atto della caduta del Muro di Berlino, nel mondo esistevano una quindicina di sbarramenti fisici, oggi ve ne sono più del triplo ed altri se ne stanno costruendo.
All’ultimo retaggio della Guerra Fredda ancora oggi esistente, il muro che divide le due Coree, se ne sono aggiunti altri, sicuramente più paradossali. Come definire, altrimenti, gli sbarramenti esistenti all’interno della Comunità Europea che impediscono ai suoi cittadini la libera circolazione nei loro stessi stati o addirittura nelle loro stesse città? La Linea Verde di Cipro e il Muro della Pace di Belfast sono i più celebrati dai media, ma ne esiste uno anche tra Spagna e Gibilterra.
E’ interessante notare che l’erezione di questi nuovi divisori sta seguendo la traslazione del fulcro economico mondiale dall’Europa all’Asia, E’ in questo continente che, attualmente, si concentrano la maggioranza delle barriere fisiche. Ai muri tra India e Pakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakhstan, Arabia Saudita e Iraq, a breve si aggiungeranno nuove palizzate che divideranno il Pakistan dall’Iran e dall’Afghanistan, mentre la Russia ha in progetto la costruzione di un muro con la Cecenia per fronteggiare l’impeto indipendentista e jihadista.
La guerra civile siriana ha visto nascere numerose palizzate che dividono città in piccole zone religiose. E’ il caso del muro che separa i quartieri di Bab Amr e al-Insha’at ad Homs.
Molti muri sono stati oggetto di reportage e di cronache da parte dei media o di proteste dei movimenti d'opinione (ad esempio il muro tra Israele e Palestina), altri, invece, sono passati inosservati. Come il cosiddetto Muro dei Rohingya che il Myanmar sta costruendo al confine con il Bangladesh per impedire ai musulmani Rohingya di "invadere" il paese e preservare lo spirito buddista o, per lo stesso motivo religioso, il progetto della costruzione di un muro che dividerà la Malesia musulmana dalla Tailandia buddista.
Più tristemente famosa è la barriera fatta di sassi, sabbia, reti metalliche costruita dal Marocco lungo i 2.700 chilometri di frontiera tra il Sahara Occidentale e gli stati della Mauritania ed Algeria per fronteggiare eventuali attacchi Sahawari. Dal 1975 l’esercito di Rabat occupa l’intero territorio (266.000 kmq) nonostante le Nazioni Unite continuino ad insistere affinché ai 500.000 abitanti venga concesso il diritto di scegliere quale possa essere il loro destino.
Col tempo, le recinzioni hanno cambiato anche la loro funzione. Se, fino alla fine del XX secolo, la maggioranza di esse aveva un carattere prettamente politico e antiterroristico, al passaggio del millennio si sono moltiplicati i muri antimmigrazione.
I primi sbarramenti costruiti a tale scopo sono stati piantati nel 1975 dal Sud Africa al confine con il Mozambico. Nel 1998 è stata la Spagna a erigere le ormai note palizzate che separano le enclavi di Ceuta e Melilla dal Marocco, mentre dal 2002 gli Stati Uniti continuano ad allungare la serie di sbarramenti al confine con il Messico, che oggi hanno raggiunto la lunghezza complessiva di 560 chilometri.
Anche la Cina, preoccupata per una sempre più massiccia immigrazione clandestina di nordcoreani, dal 2006 ha in fase di costruzione sbarramenti con la Corea del Nord. La maggiore facilità di movimento oggi esistente all’interno della Repubblica Democratica di Corea ha intensificato l’afflusso di coreani verso le regioni di confine creando non pochi problemi alle autorità di Pechino.
Il boom economico dei piccoli paesi del Golfo Persico ha indotto Emirati Arabi ed Oman a separare i loro confini per evitare la porosità degli stessi e impedire l’osmosi di immigrati asiatici tra le due nazioni. Così è stato tra Arabia Saudita e Yemen; Turkmenistan ed Uzbekistan; Brunei e Malesia; Botswana e Zimbabwe; Israele ed Egitto, Grecia e Turchia.
Ma il record assoluto spetta all’India, paese che, pur continuando a recitare il ruolo di patria del pacifismo gandhiano, sta circondando l’intero Bangladesh di una serie di sbarramenti formati da filo spinato e cemento che, una volta ultimati, raggiungeranno la lunghezza di 3.200 chilometri ed isoleranno i 155 milioni di abitanti della nazione musulmana dal resto del continente.
Una terza tipologia di pareti divisorie tra stati sono quelle che vengono costruite ufficialmente a puro scopo di difesa da catastrofi naturali o per rallentare una desertificazione in atto.
Ne sono un esempio i muri costruiti dall’Arabia Saudita al confine con l’Oman, gli Emirati Arabi, il Qatar e la Giordania, o quello tra Zimbabwe e Zambia e Sud Africa e Zimbabwe. Israele sta progettando di innalzare una palizzata lungo il confine meridionale con la Giordania che, se realizzata, autoisolerebbe completamente lo stato di Tel Aviv dalle nazioni confinanti.
Caratteristica comune di questi nuovi steccati costruiti “per difese naturali”, è che sono tutti prolungamenti di barriere già esistenti rendendo, di conseguenza, difficile separare l’effettiva utilità preventiva nei confronti di cataclismi, da quelle prettamente politiche o sociali.
I muri dovrebbero, nell’ottica di chi li costruisce, garantire un senso di sicurezza alla comunità tenendo lontani i pericoli (umani, naturali o di qualunque altro genere) contro cui sono stati eretti. Forse, per un breve lasso di tempo, è così, ma a lungo andare l’autoisolamento rende la comunità più debole e insicura perché un muro, per qualunque motivo venga costruito, impedisce di vedere al di là del proprio orticello.


Copyright ©Piergiorgio Pescali