Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

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FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Corea del Nord - 2006. Mostra tutti i post
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Test Nucleare (9.10.2006)

Anni di colloqui, di promesse, di sorrisi e strette di mano non sono serviti ad evitare che la Corea del Nord entrasse a far parte della schiera di Paesi ufficialmente dotati di armi nucleari. Tutte le speranze sono svanite alle 10.30 del 9 ottobre, quando un terremoto di magnitudo 3,58 individuato dai servizi segreti sudcoreani nella provincia di Nord Hamgyeong, ha sollevato i primi timori. Poco dopo l’annuncio dell’agenzia di stato nordcoreana: poche righe per confermare il test sotterraneo effettuato «con il 100% delle capacità scientifiche e tecnologiche locali». Immediate le reazioni del mondo occidentale, tutte di condanna, a cui si sono aggiunte quelle della Cina, un tempo fedele alleato di Pyongyang, irritata dalla tracotanza dei generali nordcoreani e imbarazzata dalla sua scarsa influenza sul vicino. E’ stata proprio Pechino a impugnare il tema nucleare negli anni novanta, quando aspirava a divenire una potenza regionale di primo piano. Isolata da tutti, la Cina post maoista aveva bisogno di rientrare nella scena internazionale e trasformarsi in mediatrice tra il regime di Pyongyang e Washington avrebbe potuto darle il prestigio che cercava. La Casa Bianca da anni premeva affinché la Corea del Nord abbandonasse il programma nucleare e nel 1994, grazie alla diplomazia cinese, la Corea accettò di congelare gli esperimenti in cambio della costruzione da parte di un consorzio europeo-asiatico, di due nuovi reattori e del rifornimento di 500.000 tonnellate di combustibile da parte degli USA di Clinton. L’avvento dell’amministrazione Bush coincise con un irrigidimento dei rapporti tra i due Paesi, diventi più tesi anche per la decisione della casa Bianca di interrompere il rifornimento di petrolio, sperando di accelerare la destabilizzazione del regime nel suo interno. Da allora neppure l’influenza cinese è riuscita a frenare il regime di Kim Jong Il, che impedì anche ai tecnici dell’IAEA le regolari ispezioni ai tre siti nucleari di Yongbyon, Taechon e Simpo. Secondo i servizi segreti USA, il plutonio prodotto dalla centrale di Yongbyon (la sola in grado di funzionare a pieno regime), sarebbe sufficiente per la produzione di 5-13 bombe atomiche a basso potenziale. Lo stesso test effettuato il 9 ottobre, secondo l’Istituto di Geologia Nazionale Sud Coreano, avrebbe prodotto un esplosione pari a 550 tonnellate di TNT (la bomba di Hiroshima aveva un equivalente di 15.000 tonnellate TNT). Lo scarso potenziale messo in gioco, farebbe quindi pensare che l’intento di Pyongyang sia quello di riportare al tavolo delle trattative Washington e rivedere l’embargo imposto da Bush, mentre sul piano interno rafforzerebbe l’immagine delle Forze Armate in un periodo di riforme economiche

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Reportage (Ottobre 2006)

Un Paese dalle due facce ermeticamente separate tra loro; è questa la prima impressione che la Corea del Nord infonde agli occhi dei pochi stranieri che riescono a visitare la nazione. La faccia agiata, prospera, intellettualmente e tecnicamente avanzata è quella che viene mostrata ai più, al turista di passaggio, alle delegazioni ufficiali. Scuole all’avanguardia, una capitale efficiente e opulenta, bambini sorridenti, appartamenti spaziosi e puliti, opere pubbliche faraoniche, fabbriche ed ospedali all’avanguardia. Ma tra queste isole felici, c’è un mare di emarginazione, povertà, degradazione. Dalla bomba atomica si passa direttamente alla spada. Neppure il turista più frettoloso può fare a meno di non vedere le case diroccate, i bambini che raccolgono i chicchi di riso caduti dai sacchi del programma WFP trasportati dai camion militari, le madri emaciate. Flash che illuminano brevemente un universo oscurato dalla propaganda del regime. Ma per chi riesce a recarsi nel Paese più volte e a conquistare la confidenza dei funzionari di partito, ecco che quei flash diventano sempre più persistenti sino a rischiarare lo sfondo che sta dietro il palcoscenico. E allora alle spalle dei supermercati colmi di prodotti giapponesi, cinesi e sudcoreani ad esclusivo appannaggio di chi si può permettere di avere valuta pregiata (alti funzionari di Partito, diplomatici, coloro che hanno parenti all’estero), ecco apparire un sottofondo fatto di miriadi di rivendite alimentari delle cooperative agricole che riforniscono la quasi totalità dei 22 milioni di cittadini nordcoreani. Ma gli scaffali sono quasi sempre vuoti. Sulla strada per Wonsan visito una di queste cooperative e il relativo spaccio. Arrivano tre avventori mostrando la tessera annonaria che dà loro il diritto di ricevere 30 kg di riso al mese, 5 kg di carne e 5 litri di olio. Ricevono solo quest’ultimo, il resto è già terminato. Se ne vanno senza protestare.: «Cosa vengono a fare?» chiede sarcastica la gestrice, «Da mesi non abbiamo più nulla da distribuire». Ironia della sorte, la cooperativa che sto visitando porta il nome di Chollima, il leggendario cavallo alato che il governo ha assunto a simbolo del progresso. «Progrediamo alla velocità di Chollima!» è lo slogan coniato da Kim Il Sung negli anni Ottanta per incitare il popolo a costruire un futuro socialista. La disintegrazione del COMECON ha privato Chollima della biada ed ora anziché volare percorrendo 1.000 ri al giorno, è costretto a zoppicare. Come l’unico trattore della cooperativa, un cimelio degli anni Settanta, che sbuffa lungo la strada un tempo asfaltata e che è l’unico mezzo per trasportare il riso verso la brillatura. «Abbiamo carburante appena sufficiente per terminare il trasporto» mi dice il Presidente della cooperativa, Sin Yong Im «Se non si rompe il motore, per la prima volta da 4 anni avremo riso a sufficienza per l’inverno». Il problema alimentare della Corea del Nord, non sta tanto nella quantità di raccolto prodotto, in genere sufficiente per sfamare la popolazione, quanto nel riuscire a trasportare tutte le messi per le successive operazioni prima che le piogge lo facciano marcire nei campi. Secondo un rapporto redatto dal WFP assieme all’UNICEF e allo stesso governo nordcoreano, il 7% dei bambini è gravemente malnutrito ed una madre su tre è anemica. Nell’orfanatrofio di Pyongyang, il migliore del Paese, il 20% dei bambini assistiti rischia di morire per malattie e denutrizione. «Ci serve un frigorifero, del latte, medicine» implora la direttrice. Durante l’era Clinton, Pyongyang aveva ottenuto che gli Stati Uniti fornissero petrolio per la propria economia in cambio della sospensione delle ricerche nucleari, ma dopo l’avvento di Bush e la scelta di intraprendere la politica di tagliare alla radice ogni fonte di approvvigionamento ai Paesi Canaglia, gli accordi sono saltati, aprendo la strada ai generali nordcoreani per il test nucleare. Ma la popolazione, oltre ad essere colpita dall’embargo, è anche provata dalle riforme economiche imposte dalla comunità internazionale per rendere il mercato nordcoreano più ricettivo verso la liberalizzazione. Se nelle campagne la riforma agraria ha permesso a numerose famiglie di sopravvivere, grazie all’ampliamento dei terreni coltivati in forma privata e ai mercati liberi settimanali, in città il legame tra stipendio e produttività ha penalizzato gli operai delle fabbriche statali, tecnologicamente meno avanzate. Di fronte ad un aumento dei prezzi del 150% tra il 2004 e il 2006, gli stipendi sono aumentati solo del 30%. Il resto, secondo i piani governativi avrebbe dovuto esser assorbito con i bonus di produzione. «Ma come facciamo a produrre di più se il tornio si rompe e non ci sono pezzi di ricambio o se ogni tre ore salta l’energia elettrica?» si chiede Han Byong Guk, un operaio della fabbrica Ryongsong Machine Complex di Hamhung. E lui guarda con invidia suo fratello, Pak, che allo stabilimento della Hyundai Asan a Kaesong, lavora 56 ore settimanali guadagnando 68 dollari al mese. «Anche io ne lavoro 56, ma ne guadagno meno di 30» lamenta Han. Il divario tra poveri e ricchi in Corea si sta allargando e questo porta anche ad un aumento della piccola criminalità, caratterizzata principalmente da furti di alimentari nei magazzini statali, ma anche di quella organizzata. Duemila dollari garantiscono un passaporto, ma non la sicurezza dell’asilo politico. La Cina ha recentemente rimpatriato una settantina di rifugiati nordcoreani e Minky Worden, direttrice dell’Ufficio Stampa di Human Rigths Watch (HRW), teme che siano stati giustiziati in pubblico. Confermata, invece, è l’esistenza di una quindicina di campi di riabilitazione, tutti situati in aree off-limits, che ospiterebbero circa 200.000 tra prigionieri politici e comuni. Amnesty International e HRW hanno riscontrato un irrigidimento del governo sul tema dei diritti umani; un inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. E allora rivedo gli occhi di chi ho incontrato nei viaggi in Corea del Nord. Lavoratori, mamme, bambini. Occhi pieni di speranza. La speranza di chi non vuole essere abbandonato e dimenticato. Neppure dopo un test nucleare.

© Piergiorgio Pescali

Reportage (10.10.2006)

Una scossa di soli 3,58 gradi. Impercettibile ai più, appena visibile sui sismografi. Ma questo piccolo tremore della terra ha forse cambiato il corso della storia nella regione asiatica. Da lunedì 9 ottobre la Corea del Nord ha ufficialmente la propria bomba atomica. Intendiamoci, un ordigno di minuscolo potenziale se paragonato a quelle delle grandi nazioni nucleari “storiche”, ma sufficiente per sollevare le proteste unanimi del mondo intero come da tempo non si osservava. Dall’India alla Cina, dall’Europa agli Stati Uniti, il fall out delle rimostranze sta cadendo sul Paese, già pericolosamente destabilizzato da una crisi economica che si protrae da un decennio. Pochi giorni fa avevo impiegato 24 ore per attraversare in treno il breve tratto che da Pyongyang arrivava a Sinuiju, al confine cinese. Innumerevoli black out sconvolgevano continuamente la tabella di marcia. Ora che compio il tratto inverso la locomotrice sembra corre verso la capitale. Non "divora la pianura" come quella di Guccini, ma arranca faticosamente. E forse non va neppure verso la giustizia proletaria se al confine ritrovo la situazione putroppo famigliare di guardie nordcoreane che pretendono dai commercianti e dalle famiglie cinesi parte della loro mercanzia o bagagli: meloni, scarpe, vino, carne, cappellini non importa quali purché abbiano un marchio "global" ben visibile, magliette dai colori sgargianti che faranno distinguere chi le indossa dalla massa di uniformi verdi e grigie...… Un dazio illegale, certo, ma accettato da tutti. Del resto, qui in Corea del Nord, l’illegalità va a braccetto con la rigidità delle regole emanate dal governo. Ci vogliono 2.000 dollari per comprare un passaporto, ma per chi non può permettersi di pagare tale somma (la quasi totalità della popolazione), ne bastano 100 per corrompere una guardia di confine e sgattaiolare al di là dell’Amnok, il fiume che separa i due paesi. «E’ l’egualitarismo coreano» mi ha detto una volta un rifugiato incontrato a Dandong: «puoi raggiungere gli stessi sogni percorrendo strade diverse». A Pyongyang l’atmosfera è rilassata, come sempre. Nessuna manifestazione di giubilo. Nessun sorriso, nessun canto, niente mani alzate al cielo come abbiamo visto fare in India o Pakistan. Nessuno è sceso per le strade a manifestare. Non ce n’è bisogno, in un paese dove il dissenso è vietato e tutti sono sempre d'accordo con le scelte di Kim Jong Il. Il compito dei cittadini è quello di contribuire a far prosperare il Paese. Compito arduo perché pur volendolo, per molti non c'è possibilità alcuna di farlo. Le fabbriche faticano a sopravvivere con una tecnologia antiquata, pezzi di ricambio fatiscenti, continue interruzioni energetiche. Nelle campagne i trattori sono fermi nelle officine per mancanza di carburante e le famiglie dei contadini riescono a sopravvivere solo grazie al raccolto dei campi che il governo ha dato loro in concessione dopo le riforme economiche varate nel 2002. Colpa dell'embargo imposto dagli Stati Uniti, accusano i dirigenti nordcoreani, colpa della politica collettivistica imposta dal governo in tutti questi decenni, replicano i governi occidentali. Fifty fifty, concludono dilpometicamente le agenzie non governative che operano nella nazione. Fatto sta che secondo gli ultimi dati messi a disposizione dal World Food Programme in un rapporto stilato in collaborazione con lo stesso governo di Pyongyang e l'UNICEF, il 7% dei bambini è gravemente malnutrito, mentre il 34% è classificato come "cronicamente malnutrito". A Pyongyang visito un orfanatrofio che accoglie un centinaio di bambini: "I loro genitori sono morti durante le carestie degli anni precedenti" dice la direttrice. Molti di questi piccoli ospiti sono malati. Non c'è un frigorifero dove mantenere medicine, ma anche se ci fosse non ci sarebbero medicine. L'embargo colpisce anche questi prodotti. Le differenze sociali, un tempo visibili tra gli abitanti delle città e i contadini, cominciano a farsi sempre più vistose. In un'economia che marcia a moneta quadrupla (won, yen, euro e dollaro), solo chi ha rapporti con l'estero può permettersi una vita piuttosto agiata. A Pyongyang si può trovare di tutto: dallo stereo Hi-Fi ultima generazione agli spaghetti Barilla o la Nutella. Ma tutto è venduto in moneta forte. Chi non ha "agganci" all'estero, si deve accontentare degli scaffali semivuoti dei negozi popolari. Una nuova classe sta sorgendo oggi. Non la possiamo chiamare "media", ma ha un livello di vita leggermente superiore allo standard locale. Sono gli operai delle multinazionali sudcoreane, giapponesi e europee che stanno investendo nel nuovo mercato nordcoreano e i contadini "ricchi", coloro che riescono a ricavare dal loro appezzamenti di terreno sufficienti prodotti per rivenderli ai mercatini protocapitalistici che il governo organizza ogni settimana nelle città distrettuali. Le riforme volute da Kim Jong Il nel 2002 ed appaludite dal consesso internazionale hanno però impoverito ulteriolmente la maggioranza della poplolazione. Non quella che "non ha voglia di lavorare" come direbbero subito alcuni, ma quella che non ha possibilità di lavorare meglio e di più. La proporzionalità diretta tra produttività e esalario introdotta dal governo, avrebbe dovuto aumentare la produzione industriale e agricola, ma così non è stato: "Nella nostra fabbrica i macchinari obsoleti non ci consentono di produrre quanto si produce nella vicina fabbrica Hyunday. Eppure lavoro in media due ore di più al giorno, guadagnando molto di meno del mio collega" si lamenta un operaio di una ditta metalmeccanica della regione di Kaesong. Fino a pochi anni fa sarebbe stato impossibile sentire una critica simile alla politica economica del partito. Il fatto che, seppur timidamente, qualche parola in più oggi venga detta fa ben sperare anche le organizzazioni che si occupano di diritti umani, a cui il governo ha sempre negato l'accesso per verificare direttamente la condizione della popolazione. Il test nulceare ha forse fatto tremare il mondo intero, ma ora sta al mondo rispondere alla Corea del Nord tenendo presente ciò che diceva Gandhi: "occhio per occhio rende tutte due ciechi"

© Piergiorgio Pescali

Reportage (13.10.2006)

Nel porto di Wonsan la Mangyong Bong è ancorata al molo. Ieri sarebbe dovuta partire per Niigata semivuota per tornare quattro giorni dopo con le stive piene di merci: elettrodomestici, TV, computers, vestiti, medicinali, alimentari. Omaggi del Chongryun, la ricca comunità nordcoreana residente in Giappone, donati alla madrepatria, a cui si aggiungono i singoli pacchetti inviati da famiglie ai parenti “poveri” rimasti in Nord Corea dopo la Seconda Guerra Mondiale. Da dieci anni la nave solca la rotta meridionale verso l’opulenza, ma questa settimana la Mangyong Bong non è salpata: le sue diecimila tonnellate di stazza rimangono sconsolatamente vuote a dondolarsi lungo la banchina deserta, vittime anch’esse della preclusione a tutte le imbarcazioni nordcoreane nell’entrare in acque giapponesi decisa dal governo di Tokyo dopo il test atomico. In un alberghetto vicino al molo incontro Kil Hwa Sang, una madre venticinquenne disperata: per venire a Wonsan ha dovuto chiedere un permesso alla direzione della fabbrica di Hamhung dove lavora, al capovillaggio ed infine al capo distrettuale. Non lo dice apertamente, ma fa intendere di aver speso gran parte del suo stipendio mensile per “velocizzare” le pratiche burocratiche ed avere la possibilità di arrivare a Wonsan in tempo per ritirare il pacco di alimenti che una sua lontana parente le aveva promesso. «Se avessi dovuto aspettare a casa, so che il suo contenuto sarebbe stato spartito tra i funzionari della dogana e io non avrei ricevuto nulla». Quel pacco potrebbe significare la vita o la morte per la famiglia Kil: «Siamo riusciti a scampare a tutte le carestie e a tutte le difficoltà grazie al cibo che ogni quattro mesi ci arriva dal Giappone. Ora come faremo a sopravvivere?». «Ci penserà il Partito, Compagna. Non hai fiducia nel nostro Grande Leader Kim Jong Il?» taglia corto la mia guida, intuendo che le lamentele di Hwa Sang stanno attirando l’attenzione di alcuni passanti. Ma questa giovane donna ha ragione a preoccuparsi: la situazione alimentare nordcoreana rischia di precipitare per l’ennesima volta in un buco nero: secondo Cristiane Berthiaume, portavoce del World Food Programme, l’organizzazione umanitaria dell’ONU sta esaurendo le scorte: «Se non abbiamo contributi, in gennaio non ci saranno più cibo e aiuti». Ogni anno i 22 milioni di nordcoreani producono 4,5 tonnellate di riso, mentre, per sfamarsi ne avrebbero bisogno di 6,5. La differenza è, sino ad oggi, stata colmata dal sostegno concesso dai Paesi donatori, in particolare Cina e Sud Corea; l’eventuale embargo totale richiesto dagli Stati Uniti potrebbe significare la condanna di milioni di persone. E la carambola della morte per fame potrebbe colpire questa volta anche la famiglia Kil. Sophie Richardson, vice direttrice dell’Ufficio Asia dell’Human Rights Watch, afferma che la comunità internazionale «dovrebbe distinguere tra governo nordcoreano e popolazione». Ma è difficile tracciare questo spartiacque: nessuno nel paese osa criticare il regime, a meno di non sentirsi totalmente perduto, come è successo a Hwa Sang. Nelle campagne a nord ovest di Wonsan, la situazione è drammatica: la mancanza di mezzi e la penuria di carburante hanno lasciato nei campi il 30% del raccolto prima che potesse essere portato al riparo dalle piogge monsoniche. La popolazione è già allo stremo; solo la speranza degli aiuti internazionali le ha consentito di non lasciarsi prendere dallo sconforto. Ma ora che si prospetta l’embargo cosa accadrà? «Il nostro paese ha il diritto di difendersi. In Sud Corea gli Stati Uniti hanno le bombe atomiche. Perché non dovremmo avere la possibilità di difenderci?» Yun Do San, dirigente di una cooperativa agricola, ripete a pappagallo la litania governativa che scagiona da ogni responsabilità Pyongyang. Qui, dove non c’è televisione, i giornali arrivano solo dopo qualche settimana e le uniche fonti di informazione sono le poche radio anni settanta assemblate a nastro isolante, la gente sembra non interessarsi del test nucleare. Forse neppure ha compreso esattamente cosa significa. Lo capirà quando non vedrà più arrivare i camion militari carichi di sacchi di riso provenienti dalla Corea del Sud, dalla Cina e dal WFP. Solo la Caritas sta considerando strade alternative per aggirare un eventuale embargo, ma ammesso che riesca a farlo, il suo contributo sarà assolutamente insufficiente. Kang Ok Dok, maestra delle scuole primarie nella comune agricola, si cala nel suo ruolo ringraziando Kim Jong Il per aver portato il Paese ai massimi livelli tecnologici nel mondo, ma poi si lamenta perché nella sua classe non ci sono biro, quaderni, libri. A volte non ci sono neppure lezioni perché i bambini vengono tenuti a casa dai genitori per aiutare nel lavoro dei campi o perché sono malati. «Siamo un Paese povero e poco sviluppato» dice Dok, «ma questo non è un motivo per non rispettarci. Il Compagno Kim Jong Il ha dovuto informare tutto il mondo che anche noi possiamo raggiungere gli stessi traguardi dei Paesi Occidentali».
«Ma il mondo ora vi sta condannando. E voi rischiate di rimanere senza cibo, medicine, riscaldamento…» ribatto.
«Il mondo ci condanna perché ha paura di una Corea unita e forte. Gli Stati Uniti vogliono una Corea succube a loro, come la Corea del Sud. Noi non ci stiamo» conclude la maestrina. Nelle principali città e nelle zone più frequentate dagli stranieri, dove televisioni, mezzi di informazione ed anche i primi internet point hanno fatto la loro comparsa, l’orgoglio di essere entrati nella ristretta elite dei Paesi possessori della bomba atomica, si mischia alla preoccupazione della situazione che si sta venendo a creare. Solo i grandi gerarchi del Partito sono genuinamente eccitati dal traguardo raggiunto. I piccoli amministratori locali si mostrano entusiasti chi per pro forma, chi per abitudine a seguire pedissequamente ciò che viene loro imposto dall’alto. Il popolo, invece, continua a lavorare e a patire. In silenzio.

© Piergiorgio Pescali

Reazioni nordcoreane alle ritorsioni USA (12.10.2006)

«Neppure quando India e Pakistan hanno fatto esplodere le loro bombe nucleari, gli Stati Uniti si sono mossi così aggressivamente. E parliamo di Paesi con una popolazione complessiva di un miliardo e duecento milioni di abitanti, contro i ventidue della Corea de Nord» dice Ri Kong Son, vice portavoce del Ministero degli Esteri nordcoreano. La replica di Pyongyang alle reazioni mondiali dopo il test atomico di lunedì non si sono fatte attendere. Come era prevedibile, il governo nordcoreano nella persona di Ri, ha ribattuto affermando che «il test è da attribuirsi solo alla minaccia nucleare rappresentata dagli USA, alle loro sanzioni e alle loro pressioni sulle Nazioni Unite». Ma altrettanto pronosticabile era l’ammorbidimento delle nazioni più direttamente interessate all’inasprirsi delle tensioni: Cina e Sud Corea. La prima ha letteralmente ribaltato la dichiarazione che il suo ambasciatore all’ONU, Wang Guangya, aveva rilasciato all’indomani dell’annuncio dell’avvenuto test. Le dure parole di Wang invocanti «sanzioni punitive» per Pyongyang, sono state smussate dal portavoce del Ministro degli Esteri Liu Jian-chao, il quale ha ricordato come «la punizione non deve essere l’obiettivo finale» della risposta ONU e che la Corea del Nord, dal canto suo, dovrebbe capire di aver commesso un errore. La Corea del Sud è stata ancora più cauta, dissociandosi dalle richieste USA e sospendendo temporaneamente solo l’invio di riso al Nord. Seoul è l’unica capitale che ancora nutre dubbi sul test nucleare. «Non abbiamo riscontrato aumenti significativi di radioattività né in Corea del Sud né sui cieli nordocreani» ha specificato Han Seung-jae, dell’Istituto della Sicurezza Nucleare Coreano. Solo il Giappone, con il nuovo Primo Ministro ultranazionalista Shinzo Abe, si è affiancata agli Stati Uniti nell’invocare sanzioni. Anzi, Tokyo si è spinta ancora più in là bloccando tutti i conti bancari del Chongryun, la potentissima organizzazione dei nordcoreani residenti in Giappone, i cui fondi sono il principale approvvigionamento di moneta forte a cui attinge Pyongyang. Ha inoltre unilateralmente bandito navi e voli nordcoreani nelle proprie acque e spazi aerei. Queste ritorsioni hanno fatto ripetere a Song Il Ho, rappresentante di Pyongyang a Tokyo, che il suo paese «prenderà forti contromisure» senza specificare però quali, aggiungendo che il Giappone sta sfruttando la questione nordcoreana per diventare di nuovo una potenza militare. Tesi, questa, condivisa tra l’altro anche da Seoul, Pechino e Taipei. Nel frattempo nella capitale norcoreana il test nucleare non ha oscurato le celebrazioni per il 61° anniversario della fondazione del Partito del Lavoro, festeggiato con un concerto dell’Orchestra Sinfonica nazionale al teatro Moranbong. La partita diplomatica la si sta giocando in sordina. Kim Yong-nam, numero due del regime, ha fatto sapere che ogni pressione statunitense al Consiglio di Sicurezza verrà considerata come «una dichiarazione di guerra» e che «un eventuale secondo test nucleare è legato alla politica USA verso il nostro paese. Se gli Stati Uniti continueranno ad assumere un comportamento ostile e ad applicare qualsiasi forma di pressione sulla Corea del Nord, non avremo altra scelta che prendere contromisure fisiche per fronteggiare gli attacchi e difenderci». La tesi dell’autodifesa è ribadita dal vice di Kim Jong Il: «abbiamo dovuto compiere i test nucleari per proteggere la sovranità del nostro paese e il diritto alla nostra esistenza dal pericolo ogni giorno crescente di guerra che gli USA stanno portando nella regione». Parallelamente Pyongyang ha ufficialmente chiesto di riaprire colloqui diretti con Washington, una possibilità prontamente rifiutata da Bush, che non ha mai voluto ragionare con il governo di Kim Jong Il. Per Scott Snyder, esperto di Nord Corea all’Asia Foundation di Washington e autore del libro “Negotiating on the Edge: North Koran Negotiation Behavior”, lo scoppio nucleare sarebbe diretto verso Bush come “invito” al tavolo delle trattative. «Secondo Pyongyang, gli USA non consideravano la Corea del Nord alla loro stregua perché non possedeva l’atomica. Ora che anche la nazione nordcoreana è entrata a far parte del club nucleare, i generali di Kim Jong Il sperano di essere trattati a pari livello dei loro colleghi di Washington». Il dialogo è l’unica soluzione possibile non solo per la Cina, la Corea del Sud, ma anche per lo stesso Kofi Annan, che ieri ha detto: «credo che USA e Nord Corea dovrebbero parlarsi. Lo hanno già fatto nel passato». Ma nel passato Bush era in Texas, mentre alla Casa Bianca c’era Bill Clinton e l’atteggiamento delle due amministrazione verso i dirigenti del Paese asiatico è stato diametralmente opposto. Tutti, infatti, qui a Pyongyang, ricordano la storica stretta di mano tra Kim Jong Il e Madleine Albright. E tutti ora auspicano che anche una Condoleezza Rice segua le tracce del suo predecessore.

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Reportage (21.8.2006)

L’annunciatrice del telegiornale inasprisce il tono della voce mentre lo schermo trasmette le immagini dei mezzi militari sud coreani e statunitensi impegnati nell’operazione Ulji Focus Lens, al largo delle coste coreane. «Le esercitazioni congiunte sono atto di grave provocazione per la Repubblica Democratica Popolare di Corea» legge la speaker, citando l’agenzia di stampa nazionale KCNA, «Sono pericolose avventure militari che portano la penisola sulla soglia della guerra». E subito dopo appaiono i lanci dei sette test missilistici dello scorso luglio, che hanno valso a Pyongyang la condanna da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. E per mostrare quanto il Caro Leader Kim Jong Il si prenda cura del popolo coreano, ecco la distribuzione di viveri e di oggetti di prima necessità alle vittime delle recenti alluvioni che hanno inferto un duro colpo alla già fragile economia del Paese. Tutto questo mentre, oltreoceano, il Presidente Bush ammonisce la Corea del Nord contro possibili test nucleari sulla base di non ben definite “attività sospette” fotografate da satelliti spia attorno al sito atomico di Punggye-ri. La recrudescenza delle tensioni nucleari nella penisola coreana è quindi tornata a livelli altissimi. Non è la prima volta, non sarà neppure l’ultima. Qualche mese fa gli stessi satelliti avevano evidenziato simili movimenti alla base di Kilju, vicino a Punggye-ri, senza che però in seguito succedesse nulla. I nordcoreani sanno che il loro territorio, piccolo e facilmente controllabile, è costantemente monitorato e nascondere attività delicate come quelle che si svolgerebbero nei centri nucleari, è pressoché impossibile. «La Corea del Nord è grande meno di un decimo dell’Iran e le regioni settentrionali, montuose e impervie, sono difficilmente adatte alle installazioni nucleari. E’ quindi molto più facile per gli USA controllare ogni movimento qui, che in Iran o in Iraq» mi dice Chang Sun Sup, Capo del progetto Kedo (Korea Energy Development Organization), un consorzio formato da 11 nazioni, che nel 1997 hanno iniziato la costruzione di due reattori nucleari a Kumho atti ad integrare il piano energetico per lo sviluppo dell’economia nordcoreana. A che pro, quindi, innalzare il livello di guardia in una regione che, in pochi decenni è già stata sconvolta da due guerre e che ha conosciuto l’olocausto nucleare? Il fallimento del lancio del missile balistico Taepodong-2, progettato per raggiungere le coste americane del Pacifico, e i conflitti in Iraq, Afghanistan per finire con quello tra Israele e Hizbollah, hanno dimostrato a Kim Jong il che le armi convenzionali non sono più sufficienti per mantenere il potere. La perdita di acquirenti dovuta all’insuccesso del Taepodong-2 potrebbe quindi essere compensata con uno sviluppo nel campo nucleare, accontentando così anche i potenti generali nordcoreani. D’altro canto gli USA hanno convenienza ad enfatizzare la pericolosità di Pyongyang per costringere Pechino ad allinearsi alle linee politiche ed economiche dell’Occidente. La visita di Hu Jintao negli Stati Uniti e la firma della Risoluzione ONU contro i test missilistici nordcoreani, avrebbe già inaugurato il nuovo corso di quella nazione che sapendo di stare diventando la seconda potenza economica mondiale, cerca di intavolare buone relazioni con i governi occidentali. Kim Jong Il che non si può più fidare neppure del vecchio alleato cinese, deve fare anche i conti con la linea Kissinger sul ritorno ai principi della Guerra Fredda che si sta già sperimentando nel Medio Oriente con la guerra tra Israele e Hizbollah: controllare e contrastare le attività degli stati canaglia all’estero e aspettare il collasso interno dei rispettivi governi. E’ per questo che gli USA hanno imposto controlli finanziari alle banche e alle industrie legate alla Corea del Nord che operano in Estremo Oriente.

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Il nucleare nordcoreano (2006)

La Corea del Nord ha almeno sei siti in cui si svolgono ricerche sull’atomo e due anni fa Pyongyang annunciò con enfasi il possesso di armi atomiche. Tra conferme e smentite, spesso provenienti dalle stesse fonti a distanza di poche ore le une dalle altre, gli Stati Uniti non sono ancora in grado di confermare la capacità offensiva nucleare nordcoreana, ma il legame tecnologico tra Pyongyang e Teheran è oramai confermato. Il programma nucleare iraniano, avviato dopo la caduta dell’URSS attirando con lauti stipendi gli scienziati sovietici, si è sviluppato in concomitanza con lo sviluppo del missile balistico Shihab-3, derivato dalla tecnologia nordcoreana Nodong e lanciato il 1 maggio 2002 dalla regione di Semmai, può raggiungere un raggio di 1.300 chilometri. Anche se la CIA non crede che i generali iraniani abbiano già pronte armi a testate atomiche, il generale russo Yuri Baluyevsky, ha confermato che «L’Iran possiede armi nucleari. Non sono armi strategiche, nel senso che non sono ICBM (Inter Continental Ballistic Missiles, ndr), che raggiungono un raggio d’azione di più di 5.500 chilometri, ma sono certamente in grado di colpire Israele». Quel che è sicuro è che Teheran sta sviluppando un veicolo di lancio spaziale, lo SLV (Space Launch Vehicle) in grado di spedire missili in orbita per colpire Paesi extracontinentali. Le agenzie strategiche affermano però che questo nuovo vettore non sarà pronto prima del 2015.

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Dati economici e cristi alimentare (2006)

L’economia della Corea del Nord si sta lentamente riprendendo dopo gli scossoni ricevuti nella seconda metà degli anni Novanta causati del crollo del sistema socialista, delle catastrofiche inondazioni e dell’economia centralizzata e atrofizzata. Nel giro di soli tre anni, dal 1993 al 1998, il PIL del Paese si dimezzò e la mortalità infantile rimbalzò al 22 per mille. Dal 2002, però, la malnutrizione tra i bambini è diminuita e gli standard di vita sono tornati ad aumentare. Merito anche del miglioramento delle tecniche agricole e dei raccolti. Nonostante l’aumento della produzione agricola sia del 3% annuo, il deficit alimentare rischia di colpire, nel 2005, circa 6,5 milioni di nordcoreani (su una popolazione totale di 22,5 milioni). Una parte importante degli aiuti umanitari dati alla Corea del Nord proviene dalle agenzie dell’ONU, dalla Croce Rossa e da una decina di ONG, tra cui alcune cattoliche. Dall’autunno 2004 Pyongyang ha chiesto assistenza tecnica per i progetti di sviluppo agricoli e industriali. La Corea del Sud e il Giappone, due Paesi cruciali per le relazioni internazionali della Corea del Nord, hanno offerto la propria assistenza e numerose ditte operano già nel Paese impiegando manodopera nordcoreana. Nel campo sanitario le infrastrutture, che negli anni 60 e 70 erano di ottimo livello, hanno subito drastici degradi, tanto da costringere il governo a chiamare tecnici, dottori e infermieri dall’estero per rimediare ad una situazione che si delineava catastrofica. La situazione economica si ripercuote principalmente sulle fasci più deboli della popolazione: i bambini al di sotto dei 6 anni, le donne incinta e gli anziani.

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Diritti umani in Corea del Nord (2006)

Il test nucleare effettuato dalla Corea del Nord la scorsa settimana ha riproposto a tutto il mondo le scene di un paese economicamente allo stremo, ma che investe ingenti risorse nel campo militare. Al tempo stesso, ecco riaffacciarsi il tema dei diritti umani, un argomento ostico alla dirigenza nordcoreana, che continua a negare l’accesso nel Paese alle agenzie preposte al controllo del rispetto delle norme internazionali. Minky Worden, direttrice dell’Ufficio Stampa di Human Rigths Watch, afferma che «la Corea del Nord non ha mai permesso ad alcuna organizzazione dei diritti umani di entrare nel loro Paese per verificare di persona le condizioni della popolazione. Per i nostri rapporti ci affidiamo quindi a testimonianze di prima mano che ci pervengono da rifugiati o da persone che vivono all’interno del Paese le quali, a rischio della propria vita, ci informano di ciò che accade.» Ma ottenere informazioni anche dall’interno è difficilissimo: in un Paese che Reporters Sans Frontieres pone costantemente all’ultimo posto nella classifica della libertà di stampa, ogni notizia viene filtrata dal governo. I giornali a disposizione del cittadino comune riportano per lo più notizie di nuove opere completate, raduni di masse festose e pezzi agiografici di Kim Jong Il. La radio, invece, trasmette in continuazione programmi nazionalistici e antiamericani. «Il grosso problema è verificare le notizie che ci pervengono, filtrandole dall’emotività e dalle comprensibili ostilità che molte persone, in particolare coloro che hanno più sofferto, nutrono nei confronti del regime» spiega Naoko Hinamori, responsabile dell’Ufficio per la Corea del Nord di Amnesty International a Niigata, in Giappone. Ma le testimonianze sono oramai tante e quasi tutte convergono verso un punto: in Nord Corea la situazione dei diritti umani nel 2006 è peggiorata rispetto agli anni precedenti. Colpa anche della crisi economica e dell’embargo imposto dagli Stati Uniti, che ha indotto molti nord coreani a cercare vie illegali per sopravvivere. I furti di cibo, il traffico umano attraverso la Cina, lo smercio di droga e alcool, la frenetica ricerca di passaporti, hanno creato terreno fertile per la criminalità organizzata. In tutta la nazione, inoltre, esisterebbero una quindicina di campi di prigionia in cui sarebbero rinchiusi 200.000 prigionieri, la maggior parte criminali comuni, ma anche oppositori del regime. Il più grande di questi campi, il Campo 22 di Hamgyong, ospiterebbe 50.000 reclusi. Sono oramai decine le testimonianze su questo universo concentrazionario. Soon Ok-lee è stato un dirigente del campo per 7 anni prima di essere nominato attacché militare all’ambasciata nordcoreana di Pechino. Fuggito in Gran Bretagna, ha raccontato che al Campo 22 vengono utilizzate camere a gas e vengono effettuati esperimenti sui prigionieri. «Sarei ipocrita se dicessi di essere solidale con i bambini che piangevano prima di essere gassati» ha raccontato alla BBC; «Nel regime nordcoreano si cresce con la consapevolezza che loro sono prigionieri perché sabotano il progresso della nazione. Sono i nemici. Non ho mai provato né simpatia né pietà per loro». Ma anche fuori da questi “buchi neri”, in cui nessuno può entrare se non per rimanervi a vita, i diritti sono violati. E non necessariamente per colpa del governo. Le riforme economiche imposte dalla Comunità Internazionale nel 2002 per liberalizzare il mercato nordcoreano, hanno portato ad un impoverimento della popolazione. Il WFP (Word Food Programme), assieme con l’UNICEF e il governo nordcoreano hanno condotto un’indagine approfondita sulle condizioni sanitarie e ne è scaturito un rapporto sconsolante: il 7% dei bambini è fortemente malnutrito, mentre il 37% lo è cronicamente e il 23,4% sottopeso. «Prima delle riforme la situazione non era così drammatica. Penso che anche il mondo democratico debba rivedere le proprie posizioni in tema di imposizioni economiche per garantire il rispetto dei diritti umani in Corea del Nord» mi dice Peter McDermott, Vioce Direttore delle Operazioni d’Emergenza dell’UNICEF.

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Corea del Nord - Reportage (2006)

Per chi entra in Corea del Nord in treno dalla Cina, la stazione di Ryongchon, a venti chilometri dal confine, è una delle fermate principali lungo la linea Pechino-Pyongyang. I passeggeri, seduti nei loro scompartimenti, venivano accolti dal grande ritratto di Kim Il Sung affisso sulla facciata dell’edificio antistante i binari. Ricordo che durante i lunghi minuti di sosta, ci osservavamo a vicenda, io e Kim Il Sung. Lui aveva lo sguardo fiero e fiducioso di chi sa di aver fondato una nazione a sua immagine e somiglianza promettendole un futuro radioso. Io, invece, quello dubbioso di chi questa nazione l’aveva visitata più volte scoprendo che l’entusiasmo iniziale per le numerose conquiste economiche, sociali e culturali, si stava arenando sui fondali della crisi ideologica e produttiva.
Oggi, al posto della stazione di Ryongchon e dell’immagine del Grande Leader, si apre un’enorme voragine causata dall’esplosione di un convoglio carico di nitrato d’ammonio avvenuta lo scorso 22 aprile.
Quella stessa profondità, ingoiando quello sguardo sicuro e speranzoso, simboleggia metaforicamente la serie di cambiamenti radicali in atto da qualche anno a questa parte nel Paese asiatico e che stanno portando la società nordcoreana a subire una nuova rivoluzione dopo quella del 1948.
Ne ho subito conferma nell’albergo di Pyongyang dove sono alloggiato, nella cui hall, tra lattine di Coca Cola e birra giapponese, una compagnia di investitori sudcoreani capeggiati dalla Hyundai, gozzoviglia allegramente assieme a funzionari del governo nordcoreano. I sudcoreani rappresentano un consorzio di 1.500 compagnie interessate alla costituzione del Parco Industriale di Kaesong, l’ultima Zona ad Economia Speciale istituita in Corea del Nord e la più promettente tra quelle finora realizzate. Dopo il parziale fallimento della Rajin-Sonbong e il tragicomico tramonto dell’area di Sinuiju (l’amministratore designato, il miliardario cinese Yang Bin, è stato arrestato dalle autorità del suo Paese per evasione fiscale proprio il giorno in cui avrebbe dovuto assumere la presidenza della nuova Zona), Kaesong sembra essersi finalmente dimostrata la scelta strategicamente appropriata. La città, oltre ad essere facilmente raggiungibile da Seoul in quanto si trova a pochi chilometri dal 38° Parallelo, è un gioiello del patrimonio storico e artistico dell’intera Corea circondato da paesaggi idilliaci. «La Corea del Nord, oltre ad offrire lavoratori altamente qualificati e colti, ha un costo di manodopera bassissimo. Inoltre non abbiamo i problemi di comunicazione linguistica che si propongono in altri Paesi.» mi dice un dirigente della Hyundai. Parole che solo otto anni fa, quando iniziai a visitare regolarmente questo Paese, sarebbero state impensabili. Ma la Corea del Nord cambia, cambia velocemente, da un anno con l’altro, tanto che Charles Pritchard, fino all’agosto scorso consulente di Bush sul Paese comunista e dimessosi perché in contrasto con la politica dello scontro voluta dalla Casa Bianca, si è detto colpito dal fermento economico e sociale presente nella nazione notato durante la visita effettuata nel gennaio di quest’anno. Anche Roger Barrett, ex militare inglese ed ora direttore della Korea Business Consultants è ottimista sul futuro economico nordcoreano; tanto ottimista da prevedere la nascita di una nuova tigre asiatica proprio a Pyongyang nonostante investire qui non sia ancora redditizio. Troppi impedimenti burocratici, moneta non convertibile, tecnologia antiquata, blackout elettrici e l’embargo statunitense verso i prodotti Made in DPRK (Democratic People’s Republic of Korea) rendono gli investimenti stranieri infruttuosi. Nonostante questo, grandi multinazionali come la Fila, Heineken e Nike hanno già concluso accordi con il governo per la costruzione di nuovi insediamenti produttivi. «L’apertura all’estero e i primi accessi in Internet già disponibili a Pyongyang, hanno definitivamente fatto crollare il muro che separava la Corea del Nord dal mondo capitalista.» afferma Peter Levy, un canadese che lavora per una compagnia mineraria a Tanchon. Alla festa della fondazione del Partito del Lavoro, nell’ottobre scorso, numerosi giovani indossavano magliette Adidas, scarpe Nike, mentre alla collina Mansu, dove l’enorme statua bronzea di Kim Il Sung allunga il suo braccio ad indicare la via del socialismo all’intera nazione, gli alunni di una scuola si inchinavano davanti al fondatore della patria con cartelle decorate dai vari personaggi della Walt Disney. Tra tutto questo “global” possiamo includere anche i cartoni animati di Asterix e Obelix, trasmessi in mezzo mondo, ma disegnati (chi l’avrebbe mai detto) da artisti nordcoreani.
Le riforme economiche varate da Kim Jong Il il 1 luglio 2002 e applaudite dal mondo capitalista, stanno però mostrando i primi gravi segni di squilibrio sociale. I prezzi al consumo si sono gonfiati in media di 55 volte contro un aumento dei salari di 18 volte. Chiaro che questi, se prima erano adeguati alle necessità quotidiane, ora non sono neppure sufficienti a far fronte ai bisogni primari. «L’80% degli stipendi viene speso per l’alimentazione. Una famiglia riesce a vivere a stento» dichiara Marcul Noland, specialista di economia coreana all’Institute of International Economics. Inoltre, per la prima volta in cinquant’anni, i nordcoreani sono costretti a regolare la loro vita sulla base di effetti economici a loro del tutto sconosciuti e imprevedibili come l’inflazione, la fluttuazione dei prezzi nel mercato mondiale, le mode dettate dalle società più avanzate. La svalutazione della moneta locale, (oggi occorrono 150 won per comprare un dollaro quando prima delle riforme ne bastavano 2,5) e il taglio dei sussidi alle aziende che non producono profitto, hanno creato nuova povertà e disoccupazione mentre l’introduzione di forme meritocratiche ha allungato gli orari di lavoro e intensificato i ritmi. Da tutto questo risulta che anche nelle città, relativamente immuni dalle carestie che hanno imperversato le zone rurali negli anni Novanta, si stanno creando sacche di povertà e miseria. Almeno un milione di poveri in più, secondo Masood Hyder, coordinatore del WFP in Nord Corea. La divisione di classe che si sta producendo nel paese è mostrata chiaramente dai prodotti che, per la prima volta nella storia della Corea del Nord, sono stati importati dalla Cina nel 2003, come i 69.000 televisori a colori da 21 e 29 pollici per un valore di 6,3 milioni di dollari. «Se sei un membro del governo e hai parenti o amici in Cina o in Giappone che possono spedirti valuta pregiata, sei relativamente immune agli effetti inflazionistici. Se sei un contadino puoi consumare ciò che produci. Se sei un operaio o un impiegato hai ben poche possibilità di mantenere il livello di vita che avevi in precedenza» conclude Hazel Smith, dell’United States Institute for Peace. Insomma, se prima c’erano i soldi, ma mancavano i prodotti, oggi ci sono i prodotti ma mancano i soldi. Il grosso enigma che si presenta alla Corea del Nord di oggi, è come far fronte all’afflusso di capitali stranieri, di cui non può più fare a meno, mantenendo al tempo stesso un Paese socialmente e ideologicamente coerente con la dottrina del Juche. E’ inevitabile che una delle due forze in contrapposizione, capitalismo e Juche, debba soccombere, o sopravvivere adeguandosi all’altra.
«Non penso che la Corea del Nord torni ad essere la nazione che abbiamo conosciuto per 50 anni.» profetizza Toshifumi Suzuki, vice Direttore del Keidanren, l’Associazione degli Industriali Giapponesi; «Le forze messe in moto dalla politica di Kim Jong Il sono ormai inarrestabili e sono nettamente indirizzate verso l’abbandono dell’economia socialista».
Nelle campagne i mercatini dei contadini (la parola privato è formalmente bandita dal lessico legislativo), un tempo solo tollerati, ora sono addirittura incentivati dallo stato, che non riesce più a far fronte alla distribuzione alimentare. In un villaggio poco distante da Myohyangsan, il negozietto che vende prodotti statali ha gli scaffali miseramente vuoti. Le tessere annonarie, che danno diritto alle famiglie di prendere le loro razioni mensili sono diventate inutili. «Molti hanno smesso di venire qui sapendo di non trovar nulla e si recano direttamente al mercatino dei contadini.» spiega la commessa. Per permettere la diffusione di questi traffici, il governo ha aumentato la superficie di terreno coltivabile privatamente, fermo restando che prima di mettere sul mercato i propri prodotti, ogni famiglia deve raggiungere una quota minima di produzione nell’azienda collettiva.
Eppure la quantità di raccolti è ancora inferiore alle necessità dei 22 milioni di nordcoreani. Alla fine di gennaio Masood Hyder aveva chiesto 345.000 tonnellate di aiuti alimentari. In diversi avevano risposto all’appello (tra cui gli Stati Uniti, con 77.000 tonnellate), ma la ristrutturazione agricola è ancora un problema aperto. «Si sono accavallati contemporaneamente troppi fattori negativi» mi dice Kim Woon Keun, specialista agricolo del Korea Rural Economic Institute di Seoul, «Da una parte errori gestionali, crollo dell’economia socialista, investimenti a favore dell’industria pesante che hanno penalizzato l’agricoltura; dall’altra alluvioni, embarghi». Il paradosso è che i raccolti sono abbondanti, ma la mancanza di carburante e pezzi di ricambio meccanici impedisce che le messi siano portate nei silos prima dell’arrivo delle piogge. Gli Stati Uniti, che in base agli accordi del 1994 si erano impegnati a rifornire annualmente la Corea del Nord di 3,3 milioni di barili di petrolio in cambio della rinuncia di Pyongyang dello sviluppo della bomba nucleare, hanno ritirato il loro impegno dopo che Bush ha ribadito l’iscrizione della Corea del Nord tra i Paesi che appoggiano il terrorismo. La risposta di Pyongyang è stata immediata, ma la ripresa del programma atomico annunciata a Yongbyon è vista dalla maggioranza degli scienziati atomici più come pretesto utilizzato per convincere Washington a non interrompere l’afflusso di oro nero che una reale minaccia. Del resto le relazioni con i vicini, ed in particolare con la Corea del Sud, sono più che soddisfacenti e nessuno crede ad una guerra innescata dall’esercito di cartapesta nordcoreano. Tantomeno nessuno desidera un crollo del regime stile sovietico, che porterebbe milioni di profughi a bussare alle porte di Cina, Corea del Sud e Giappone. Sarebbe comunque difficile organizzare una politica del dissenso in un Paese dove ogni tentativo di critica alla politica ufficiale o alle persone di Kim Il Sung e Kim Jong Il è punito con l’arresto. Si pensa che in tutto il Paese vi siano circa 200.000 prigionieri dispersi in 12 campi di lavoro dalle condizioni di vita massacranti. Alcuni segnali, lasciano comunque ben sperare: le organizzazioni umanitarie a sfondo cristiano sono il veicolo prediletto da Kim Jong Il per alleviare le sofferenze della popolazione. Ma se Pyongyang è ben disposta verso le Chiese cosiddette “storiche”, è invece infuriata con quella costellazione di miriadi di comunità e sette che proliferano in Corea del Sud con l’aiuto finanziario degli Stati Uniti. Migliaia di sudcoreani e cinesi si sono stanziati lungo i 1.300 chilometri del confine sino-coreano per accogliere i cittadini nordcoreani che attraversano la frontiera alla ricerca di cibo e di commercio, facendo opera di proselitismo religioso caratterizzato da un violento anticomunismo. Con l’avvento dell’amministrazione Bush, questa pratica è divenuta ancora più audace, in particolare con i missionari della Full Gospel Church, che entrano nel Nord con un visto d’affari e si spingono a predicare casa per casa elargendo dollari e yen ai convertiti. «Rispettiamo la chiesa cattolica perché, a differenza di altre confessioni, non cerca di interferire con la nostra politica.» afferma Kim Hyoun-ho, Direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri.Anche Kim Jong Il sa che per farsi accettare dall’Europa deve passare prima dalle stanze del Vaticano

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Colloqui a Sei e povertà (Ottobre 2006)

A seguito dell’avvento dell’amministrazione Bush alla casa Bianca, il dialogo tra Nord Corea e Usa, progredito incessantemente durante l’era Clinton, si interruppe. Solo grazie alla mediazione cinese, Washington e Pyongyang accettarono di sedersi al tavolo delle trattative con i rappresentanti di Cina, Corea del Sud, Russia e Giappone per dare vita ad una serie di negoziati denominati “Colloqui a Sei”. La Corea del Nord, temendo che gli USA avessero intenzione di intervenire militarmente nel Paese, chiese un piano di sicurezza regionale, la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e il ritiro delle sanzioni economiche. Da parte loro, gli USA chiesero l’abbandono del programma nucleare e il disarmo delle Forze Armate nordcoreane. I primi incontri, avvennero il 27-29 agosto 2003 succedendosi per altre cinque volte fino al novembre 2005, quando Bush, nell’intento di stroncare l’economia di Kim Jong Il, decise di congelare i capitali nordcoreani nelle banche estere, provocando il ritiro di Pyongyang dai negoziati e la nuova escalation nucleare. Da allora le tensioni tra i due Paesi si sono acutizzate con il risultato che, all’inizio del XXI secolo, i 22 milioni di nordcoreani si sono ritrovati a vivere in condizioni peggiori degli anni 80, anni in cui l’economia ha cominciato a stagnare a causa del crollo del COMECON. Per ridare vigore al Paese, Kim Jong Il ha varato riforme economiche di stampo capitalistico (introduzione proprietà privata, incentivi sulla produzione, mercatini liberalizzati). Oggi la popolazione cittadina riesce a sopravvivere grazie alle rimesse dei parenti all’estero, mentre in campagna l’incentivazione dell’iniziativa privata, ha permesso di aumentare le riserve alimentari. Nonostante la presenza di organizzazioni umanitarie, la situazione sanitaria è al collasso, mentre significativi miglioramenti si riscontano nel campo dei diritti umani.

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Colloqui a Sei (9.10.2006)

A seguito dell’avvento dell’amministrazione Bush alla casa Bianca, il dialogo tra Nord Corea e Usa, progredito incessantemente durante l’era Clinton, si interruppe. Solo grazie alla mediazione cinese, Washington e Pyongyang accettarono di sedersi al tavolo delle trattative con i rappresentanti di Cina, Corea del Sud, Russia e Giappone per dare vita ad una serie di negoziati denominati “Colloqui a Sei”. La Corea del Nord, temendo che gli USA avessero intenzione di intervenire militarmente come accaduto in Afghanistan, chiese un piano di sicurezza regionale, la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Washington e il ritiro delle sanzioni economiche. Da parte loro, gli USA chiesero alla controparte l’abbandono del programma nucleare e il disarmo regionale a partire dalle Forze Armate nordcoreane. I primi incontri, avvennero il 27-29 agosto 2003 succedendosi per altre cinque volte fino al novembre 2005, quando Bush, nell’intento di stroncare l’economia di Kim Jong Il, decise di congelare i capitali nordcoreani nelle banche estere, provocando il ritiro di Pyongyang dai negoziati e la nuova escalation nucleare.

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