Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

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FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Cambogia - 1997. Mostra tutti i post
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Kampuchea Democratica: l'intervista a Pol Pot nel 1997

Questa è l’intervista fatta a Pol Pot nel dicembre 1997, quattro mesi prima che morisse. Ero già stato diverse volte nelle zone occupate dai Khmer Rossi e ad Anlong Veng, loro quartier generale; avevo avuto modo di conoscere Khieu Samphan e altri dirigenti del movimento, ma Pol Pot continuava a rimanere inavvicinabile. Poi, alla metà del 1997, successe qualcosa di decisivo. Nel maggio 1998 erano previste nuove elezioni generali in Cambogia ed i Khmer Rossi, oramai isolati politicamente e finanziariamente, sentivano la necessità di rientrare nella politica nazionale. La fazione ideologicamente più pura e dura, quella guidata da Pol Pot, era, però, contraria proponendo la continuazione della lotta armata per raggiungere il potere senza compromessi.

Pol Pot

Dalla parte opposta stava la fazione più pragmatica, guidata da Son Sen e Ta Mok, che aveva già avuto contatti con esponenti del Funcipec, il partito di Ranariddh, figlio di Sihanouk, che dal 1993 divideva il posto di primo Ministro con il suo rivale, Hun Sen, presidente del Partito del Popolo Cambogiano.
I contrasti tra le due linee di pensiero si fecero inconciliabili e i Khmer Rossi vicini a Pol Pot cercarono di prendere il sopravvento eliminando la figura avversaria più rappresentativa: Son Sen, ucciso assieme a tutta la sua famiglia.
Fu Ta Mok, però, ad essere avvantaggiato degli eventi: era lui che controllava l'esercito Khmer Rosso e fu lui che, con una sorta di colpo di stato interno, destituì Fratello Numero Uno dal potere.
In pochi giorni tutto quanto ad Anlong Veng venne rivoluzionato: Pol Pot venne posto agli arresti domiciliari e, in un ultimo disperato tentativo di sopravvivenza, Ta Mok aprì le porte del quartier generale ad alcuni giornalisti che per anni avevano seguito più da vicino il movimento dei Khmer Rossi. Il primo fu il corrispondente della Far Eastern Economic Review, Nate Thayer. Poche settimane dopo fu il mio turno, secondo giornalista occidentale ad avvicinare l'ex leader di Kampuchea Democratica dal 1979.

-Come preferisce essere chiamato, col suo nome di nascita, Saloth Sar, o col suo nome di battaglia, Pol Pot?-
-Dato che ho speso gli ultimi 45 anni della mia vita a combattere per il mio Paese e per il popolo, preferisco essere chiamato con il nome di battaglia, Pol Pot.-

-Questo significa che ha dimenticato la sua famiglia?-
-Affatto! Durante tutti questi anni ho sempre pensato alla mia famiglia.-

-Però da quando si è dato alla lotta armata, non ha mai voluto incontrare alcuno dei suoi parenti. Anzi, alcuni di loro, tra cui anche suoi fratelli e sorelle, sono morti proprio per le dure condizioni di lavoro a cui erano stati sottoposti.-
-Ci sono due condizioni storiche e politiche da tener conto: la prima è che subito dopo la liberazione del Paese, si era nel caos più completo. Dovevamo procurare il cibo per cinque milioni di cambogiani e due di questi erano ammassati a Phnom Penh. L’immediato trasferimento nelle campagne perché anche loro potessero lavorare nelle risaie, era una condizione necessaria per la sopravvivenza di tutti. Inoltre c’era sempre il pericolo di bombardamenti da parte americana. In secondo luogo, cosa avrebbe detto il popolo se avessi ordinato che i miei parenti ricevessero un trattamento di riguardo? Avrebbe pensato che erano cambiati gli uomini al potere, ma il modo di gestirlo era rimasto identico.-

-Analizzando il periodo di potere Khmer Rosso a ventidue anni di distanza, ammette finalmente di aver commesso degli errori?-
-Abbiamo commesso degli errori, dovuti soprattutto all’inesperienza. Del resto, chi non ne ha compiuti? Abbiamo costruito e idealizzato la nostra politica continuando a pensare ed operare secondo l’esperienza della lotta rivoluzionaria, senza passare alla fase post-rivoluzionaria, che ci avrebbe permesso di accelerare lo sviluppo della Cambogia. Ma considerando tutto, penso che il nostro governo sia stato positivo per il popolo. Penso che rispetto alla Cambogia di oggi, Kampuchea Democratica era molto più libera, democratica, indipendente e progredita.-

-Quindi non rigetta nulla di ciò che ha fatto.-
-No, tutto quello che ho fatto è stato per il bene della Kampuchea e del popolo khmer. Ripeto che abbiamo commesso degli errori, ma la maggior parte della dirigenza dei Khmer Rossi era in buona fede e gli errori sono stati commessi da chi aveva travisato le nostre parole o da chi voleva trarre beneficio personale dalla rivoluzione. Quelli non erano Khmer Rossi, ma traditori.-

-Però quei traditori, come li chiama lei, hanno commesso crimini contro il loro stesso popolo. E voi, dirigenti, avete permesso che questi crimini si compissero.-
-Non potevamo controllare uomo per uomo tutti i capi. Abbiamo dato delle direttive, alcuni hanno travisato quelle direttive commettendo degli errori.-

-Alcuni dei capi Khmer Rossi sono stati eliminati alla S-21. La S-21 era la macchina di eliminazione dei Khmer Rossi considerati traditori da altri Khmer Rossi. La maggior parte dei circa 20.000 prigionieri condotti alla S-21 e poi giustiziati, erano comunisti e rivoluzionari. Autentici. Perché li avete eliminati?-
-I traditori rischiavano di far deragliare la rivoluzione. Non so se siano stati, come dice lei, giustiziati. Non ne ho mai avuto notizia, così come non ho mai avuto notizia della S-21-

-La maggior parte dei suoi ex compagni, da Ieng Sary a Khieu Samphan, ha dichiarato di essere pentita per ciò che è stata Kampuchea Democratica.-
-Posso solo dire che la storia non può essere cancellata negando le scelte e le azioni compiute.-

-Lei però continua a negare la responsabilità della morte di centinaia di migliaia di cambogiani; continua a negare la stessa esistenza della S-21, dei “killing fields”...-
-Come ho detto prima non nego nulla di ciò di cui mi ritengo responsabile. Non nego che durante il periodo in cui siamo stati al governo abbia, anche personalmente, commesso degli errori, ma le cifre che ha appena citato sono decisamente esagerate. Della S-21 non ne ho mai avuto notizia, penso che sia stata una messa in scena della propaganda vietnamita per giustificare la loro invasione di Kampuchea Democratica, così come i fantomatici “killing fields”, una invenzione cinematografica di grande effetto.-

-Mi permetta però di ricordarle che gli stessi suoi ex compagni di governo oggi ammettono che tra il 17 aprile 1975 ed il 7 gennaio 1979 in Cambogia si era instaurato un clima di terrore di cui lei, in qualità di primo ministro e segretario di partito, è stato il solo responsabile. E i killing fields non sono un'invenzione cinematografica, ma una realtà visibile a chiunque e testimoniata da centinaia di migliaia di persone.-
-I miei compagni occupavano anche loro, assieme a me, posti di alta responsabilità. È comprensibile che dopo il cambiamento di rotta politica avvenuto all’interno del movimento, tentino di riproporsi in una nuova prospettiva. Ma vorrei evitare di continuare a parlare di questi argomenti. Io, lo ripeto, non ha mai sentito parlare di una S-21 né di uccisioni di massa, altrimenti sarei intervenuto di persona.-

-Quindi se lei potesse tornare al potere attuerebbe la stessa politica che aveva intrapreso durante il periodo tra il 1975 e il 1978?-
-Penso che la nostra linea era giusta allora e lo sarebbe anche oggi. Solo amplierei il controllo sui dirigenti affinché non si possa, in futuro, parlare di uccisioni e di ingiustizie. Ma anche noi nel 1978 stavamo gradualmente introducendo delle importanti riforme in Kampuchea Democratica.-

-Quali?-
-La reintroduzione del denaro, la possibilità di gestire mercati privati, l’apertura delle frontiere, il ritorno dei monaci nelle loro pagode. Ma il Viet Nam non voleva tutto questo, ed ha quindi deciso di invadere il nostro paese.-

-Come giustifica la sua avversione per il Viet Nam?-
-Non è una mia avversione, ma quella di tutto il popolo Khmer. Il Viet Nam si è annesso nei secoli precedenti la regione del Delta del Mekong, che apparteneva culturalmente, storicamente e etnicamente ai Khmer. Nel 1975 si preparava ad annettere il resto della Cambogia. Abbiamo le prove di questo. Non avevano però previsto la nostra vittoria, almeno non prima della loro, e si sono così trovati nell’impossibilità di compiere i loro piani di conquista.-

-Dice di avere le prove del piano di annessione della Cambogia al Viet Nam. Quali sarebbero?-
-Discorsi all’interno del Partito dei Lavoratori del Viet Nam, lettere, preparativi militari, attacchi e provocazioni alle frontiere, spostamenti massicci di popolazioni verso il confine cambogiano per occupare le terre che appartengono ai khmer e soprattutto infiltrazioni di elementi vietnamiti nel nostro Partito.-

-Le purghe effettuate durante il suo governo sono quindi da addebitarsi alla politica di purificazione dall’elemento vietnamita all’interno dell’amministrazione di Kampuchea Democratica al fine di assicurare l’integrità stessa della nazione?-
-Certamente. E la conferma è che oggi a Phnom Penh c’è una marionetta infiltrata dai vietnamiti nel nostro partito (Hun Sen, nda).-

-C’è oggi un paese che indicherebbe come esempio di modello sociale?-
-Ogni Paese ha una storia e una situazione politica, sociale, culturale propria. Ultimamente non ho viaggiato molto, (ride, nda) quindi non ho diretta esperienza di sistemi sociali in atto...-

-Che cosa era l'Angkar, l'Ufficio 870, il Partito Comunista di Kampuchea?-
-Erano tutte esperienze mutuate dalla storia, dall'idea e dalla pratica. L'Angkar era la nuova Kampuchea, il nuovo sistema che avrebbe portato il popolo khmer a rappresentare un nuovo modo di sviluppo e di società. L'Ufficio 870 eravamo noi, io, Nuon Chea, Khieu Samphan...

-Ma perché utilizzare nomi sconosciuti alla popolazione, come l'Angkar, o in codice, come “870”? Perché tenere segreto l'esistenza di un Partito Comunista in una nazione che comunista, in un certo senso, lo era?
-Eravamo circondati da nemici. Il segreto era tutto e la nostra sopravvivenza era legata al mantenimento di questi segreti. Noi eravamo comunisti, ma non nel senso che voi occidentali date a questo termine. Ho trovato nell’idea marxista degli spunti per condurre la lotta politica in Cambogia. Ma li ho trovati anche leggendo Rousseau, Gandhi, Voltaire.-

-Come si spiega che è più odiato all’estero che in Cambogia?.-
-Perché i cambogiani mi conoscono meglio che all’estero.-


-Come vorrebbe essere ricordato dai suoi connazionali?-

-Come un uomo giusto e onesto. Come un uomo che ha lottato sino all’ultimo per difendere la Cambogia dalla distruzione ad opera dei vietnamiti.-

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Storia della Cambogia (1977-1997)

La Cambogia, ultima nazione indocinese ad essere coinvolta nella guerra del Viet Nam, è oggi l’unica a non esserne ancora uscita. Eppure chiunque nel 1977 avesse ipotizzato per i successivi vent’anni ciò che poi si è effettivamente verificato nel Paese indocinese, sarebbe stato tacciato per visionario e utopista, a dimostrazione che la Storia non si percepisce sulla base di un futuro prossimo.
Quell’anno i Khmer Rossi erano saldamente al potere e la trasformazione della società cambogiana era in pieno fervore. Dei dirigenti storici più rappresentativi verso il popolo, Hou Youn era stato eliminato immediatamente dopo la resa di Phnom Penh, mentre Hu Nim lo sarebbe stato entro un anno; rimaneva solo Khieu Samphan, che aveva sostituito nell’aprile del 1976 Sihanouk nella carica di Capo dello Stato. Morto Mao, la bandiera della rivoluzione culturale veniva impugnata da Pol Pot il quale, incurante degli avvertimenti dello stesso timoniere, bruciava le tappe nella speranza di costruire una società comunista che fosse presa a modello da tutti gli altri Paesi socialisti del mondo. L’abolizione del denaro; lo sfollamento delle città verso le campagne per ristabilire l’equilibrio produttori-consumatori sbilanciato pesantemente verso questi ultimi all’atto della liberazione della nazione; la riorganizzazione di una società corrotta e immorale su una nuova base d’ordine militare e puritano ed infine, proprio nel 1977, la costituzione di mense comuni che diminuissero il ruolo della famiglia nella comunità, erano tappe obbligate per chi aveva abbracciato la teoria del marxismo arricchendola con letture di Rousseau e frequentando i circoli della gauche francese.
Anche se si è stati propensi a giudicare il governo dei Khmer Rossi in termini quasi esclusivamente negativi, addossando ad esso responsabilità che oltrepassano i reali e indiscussi errori compiuti, alla base della situazione attuale, la Storia rende in parte giustizia ai quarantaquattro mesi di potere socialista -anzi, direi quasi comunista- rivalutando molti degli spetti positivi raggiunti, in particolare la “purificazione” di stampo religioso della società, una più equa distribuzione delle ricchezze, l’aumento della produzione agricola. Con la collettivizzazione delle risaie, i cicli di lavorazione, non essendo più a discrezione di migliaia di piccoli e medi proprietari, bensì coordinati da organismi centrali, comportavano notevoli risparmi di energia umana e una semplificata progettazione dei servizi logistici che davano i loro frutti nell’incremento cerealicolo. L’errore fatale commesso dalla dirigenza dei Khmer Rossi fu quello di voler somministrare medicine troppo potenti ad una malato già moribondo. La diagnosi elaborata a suo tempo dall’intellighenzia era giusta, ma la cura prospettata insopportabile e anziché guarire, il paziente è entrato in coma. Gli intellettuali, come gli abitanti delle città, non abituati ai duri lavori nei campi, non erano mai stati a contatto con gli ambienti insalubri della campagna, con la rude natura dei contadini khmer. Inevitabili erano quindi le malattie che prostravano il fisico ed il morale. La maggior parte delle morti che, a testimonianza di quanto poco sia stato studiato il periodo, vengono quantificate da un minimo di ottocentomila ad una massimo di quattro milioni (su una popolazione di cinque milioni di abitanti!), si sono avute proprio per cause debilitanti.
Non bisogna inoltre pensare che le condizioni di vita in Kampuchea Democratica fossero standardizzate su tutto il territorio: vi erano delle regioni, quelle prese ad esempio dai detrattori del governo, dove la rigidità e la sorveglianza era estrema, altre invece - ed erano la maggior parte - in cui vigeva maggior elasticità.
Questa, in sintesi era la situazione della Cambogia nel 1977 e per gran parte dell’anno successivo. Verso la metà del 1978, una rivolta anti Pol Pot guidata da due dirigenti Khmer Rossi, Heng Samrin e Hun Sen, getta le basi per l’invasione vietnamita che si scatenerà in dicembre, subito dopo l’entrata del Viet Nam nel COMECON, per concludersi il 7 gennaio 1979 con la caduta di Phnom Penh.
All’ordine e alla disciplina di Kampuchea Democratica si sostituiscono il caos e l’anarchia che caratterizzano i primi mesi di vita della neonata Repubblica Popolare di Kampuchea. Le Nazioni Unite, nonostante le vivaci proteste provenienti da organizzazioni internazionali umanitarie, riconoscono al rappresentante di Kampuchea Democratica il seggio vacante all’Assemblea. E se per tre anni e mezzo era stata la Cambogia ad isolarsi dal mondo esterno, ora è il mondo esterno che isola la Cambogia. Particolarmente accorata è la denuncia a questo status quo che Eva Mysliwiec pubblica nel libro “Punire i poveri; l’isolamento internazionale della Kampuchea”. La vicenda del piccolo Paese sembra scuotere le coscienze del mondo occidentale che tributa grandi successi di pubblico e critica a due lavori ambientati nella Cambogia dei Khmer Rossi: il libro di Molyda Szymusiak, “Il racconto di Peuw, bambina cambogiana” e il film “Urla nel silenzio”.
A causa dell’invasione vietnamita, la nazione rimane divisa in due, anzi, tre parti.: la zona attorno alla capitale e a Battambang, dove le forze governative hanno la situazione sotto controllo ed in cui si concentrano gli sforzi di ricostruzione della dirigenza filovietnamita con l’aiuto di organismi di volontariato; una seconda zona nominalmente governata da Phnom Penh, ma che in realtà è oggetto di frequenti attacchi da parte dei Khmer Rossi e quindi chiusa ad ogni forma di intervento; ed infine una terza zona, la cosiddetta “zona liberata”, dove vige il controllo militare e politico del governo di coalizione formato dai Khmer Rossi, dal FUNCIPEC di Sihanouk e del KPLNF di Son Sann. Paradossalmente è in questa terza fascia, che occupa tutta la zona occidentale e settentrionale del Paese, che i contadini hanno il più alto tenore di vita e i Khmer Rossi trovano incondizionato appoggio. A chi non accetta di vivere sotto i bombardamenti dell’una o dell’altra parte, non rimane altro che rifugiarsi nei campi profughi allestiti in Thailandia.
La situazione rimane in stallo per diversi anni, durante i quali le diverse fazioni si incontrano per cercare di giungere ad un accordo. Questo traguardo viene ostacolato prima dalla presenza di centocinquanta-duecentomila soldati di Hanoi entro i confini del Paese e poi, dopo il ritiro di questi completato nel settembre 1989, da una parola: “genocidio”, con cui il Segretario Generale del Partito Comunista Cambogiano Heng Samrin, vuole identificare il governo di Kampuchea Democratica nella stesura degli accordi. Da parte sua Hun Sen, per ripulirsi dalla nomea di essere a capo di un governo corrotto e emanazione di Hanoi, nel 1989 trasforma la Repubblica Popolare di Kampuchea in Stato di Cambogia.
Il 23 ottobre 1991 si giunge comunque alla firma degli accordi di Parigi, secondo i quali la Cambogia dovrebbe cadere sotto la giurisdizione del SNC (Concilio Nazionale di Sicurezza), un governo ad interim composto da un numero uguale di membri appartenenti a tutte le fazioni firmatarie del trattato e presieduto da Sihanouk. Il SNC verrà controllato da un organismo delle Nazioni Unite, l’UNTAC. I Khmer Rossi ottengono un’importante vittoria: la decisione di Heng Samrin di far decadere la pretesa che l’aggettivo “genocida” accompagni ogni volta il sintagma “il governo di Kampuchea Democratica”.
Il 14 novembre Sihanouk ritorna a Phnom Penh dopo undici anni di assenza. Nello stesso mese i primi berretti blu dell’UNTAC giungono in Cambogia comandati dal giapponese Yasushi Akashi. In soli due anni la nazione subirà una trasformazione sociale, etnica e culturale choccante, da cui non si ancora riavuta. Con le Nazioni Unite giungono, senza alcun filtro di controllo, centinaia di NGO, i trecentosessantamila profughi dislocati per anni lungo il confine thailandese, la maggior parte dei quali non ha mai visto la Cambogia o non ha mai lavorato in una risaia, affaristi vietnamiti, thai, malesi, cinesi i quali, anziché costruire industrie, investono i loro capitali in hotels, night clubs, case da affittare a duemila dollari al mese agli ufficiali stranieri (occidentali) e, ciliegina sulla torta, prostituzione, droga e AIDS. I prezzi dei beni di consumo, non più controllati dallo stato, salgono alle stelle, mentre molti ettari di risaie sono inservibili perché minati. I Khmer Rossi, ritenendo che la situazione del Paese non sia ancora pronta per il voto, chiedono prima un rinvio delle elezioni poi, vistosi negata la proposta, rifiutano di parteciparvi consigliando chi desiderasse ugualmente votare, di dare la preferenza al FUNCIPEC. Ed è questa formazione che, contro ogni più rosea previsione della vigilia, vince la tornata elettorale conquistando il 45% delle preferenze (58 seggi) contro il 38% del Partito del Popolo Cambogiano di Hun Sen (l’ex Partito Comunista) ed il 3% del Partito Buddista Liberal Democratico del filostatunitense Son Sann. Nel settembre 1993 l’UNTAC, considerando terminata la missione, lascia un Paese con un governo bicefalo senza alcuna parvenza di democrazia, una nuova monarchia, un’economia inesistente che alimenta la corruzione e una guerra civile dilagante. In pratica il nuovo Regno di Cambogia si differenzia ben poco dallo Stato di Cambogia di due anni prima. Nonostante i toni trionfalistici che accompagnano i titoli sulle pagine dei giornali di tutto il mondo, la missione dell’UNTAC è stata un fiasco su tutti i fronti. E tra tentativi di colpi di stato (due in dieci mesi, nel 1993 subito dopo le elezioni e nel luglio 1994), si giunge al gennaio 1995 quando, a seguito di una promessa di amnistia, cominciano le prime defezioni dalle file dei Khmer Rossi, tra cui si annoverano nomi altolocati come Sar Kim Lemouth, Ministro delle Finanze del governo khmer rosso e Ieng Sary, ex Ministro degli Esteri di Kampuchea Democratica. A causa di queste rese, la guerriglia perde vigore, ma la situazione della nazione, anziché migliorare, peggiora progressivamente. Viene imposta la censura alla stampa e i giornalisti che non la rispettano o mostrano simpatia per la guerriglia, sono oggetto di attentati o vengono imprigionati. Nascono nuove fabbriche, per lo più tessili, ma gli operai devono accettare condizioni capestro che ricordano racconti di letteratura di primo Ottocento. Le frontiere vengono aperte a chiunque senza il minimo controllo e assieme ai turisti arrivano in Cambogia anche i ladri di opere d’arte, i quali saccheggiano e profanano i siti archeologici che la guerra aveva sino ad allora “protetto” dai nuovi barbari. La corruzione raggiunge tali livelli che i più anziani paragonano il nuovo corso a quello del malfamato Lon Nol. Le nuove strade che collegano il Paese al Laos, alla Thailandia e al Viet Nam vengono percorse quotidianamente dai corrieri della droga che discendono dal Triangolo d’Oro.
Ed oggi in Cambogia si è ricominciato a parlare di elezioni, previste per il novembre 1988. In ballo non vi è solo la conduzione del Paese, ma affari di milioni di dollari in affari loschi e tangenti. Così alla guerra dichiarata che i reparti di Khmer Rossi continuano a combattere nelle campagne, si è aggiunta la guerriglia urbana che sta insanguinando le strade di Phnom Penh. La società cambogiana non riesce ad assimilare i cambiamenti che le vengono imposti dall’affrettata apertura voluta dai suoi dirigenti. Nelle università si torna ad osannare i Khmer Rossi e in particolare Khieu Samphan, visto come esempio di incorruttibilità e coerenza. L’unico rivale che sembra in grado di contrastare la popolarità crescente di Khieu è Sam Rainsy, ex Ministro delle Finanze dimessosi ed espulso dall’Assemblea Nazionale perché aveva denunciato la corruzione che dominava negli ambienti governativi.

© Piergiorgio Pescali

Cambogia: reportage dopo il colpo di stato (2.10.1997)

Hegel analizzava la Storia partendo da principi teoretici speculari a quelli utilizzati dai suoi contemporanei. Ciò che per la storia cosiddetta “di massa” era il punto fermo da cui si sarebbero poi dipanati gli avvenimenti futuri, per Hegel rappresentava, invece, il punto d’arrivo, il sugello, la conclusione di un lungo processo storico “preparativo”.
Marx ed Engels, condividendo tale visione scientifica, la perfezionano, arricchendola di nuove teorie che verranno raccolte principalmente nel libretto “La Sacra Famiglia”, purtroppo ancora oggi poco conosciuto negli stessi ambienti di sinistra che si ricollegano al pensiero dei due fondatori del movimento comunista.
L’avvento della tecnologia informatica e satellitare, che ha consentito di rendere quasi nulli i tempi di circolazione delle notizie, abbinato all’incalzante e quasi spasmodico susseguirsi di cambiamenti radicali degli ultimi anni, ha talmente compresso l’onda sinusoidale del “corso e del ricorso” degli avvenimenti storici, da annullare in noi la percezione a lungo raggio della Storia. In poche parole, siamo divenuti immanentisti, isolando gli avvenimenti delle singole realtà locali come se fossero prodotti confezionati in contenitori sigillati, senza alcun legame che li riconduca ad un unico filo logico, quello, per intenderci, della Storia.
A questa regola sono fuggiti, almeno sino ad ora, i popoli asiatici e in particolare quelli di formazione filosofico-religiosa buddista e taoista. Sono gli stessi che hanno accolto le teorie marxiste con l’ortodossia e il fervore tipici dei primi rivoluzionari russi. Non è un caso che i Paesi dove il marxismo ha conquistato il maggior consenso popolare e gli unici che ancora oggi sopravvivono all’incalzare del cosiddetto libero mercato, sono raggruppati nella porzione di terra denominata Est Asiatico, roccaforte per millenni della propagazione delle idee di Shakyamuni e Lao Tze. Le cui idee, occorre precisarlo, di correlazione inscindibile tra causa ed effetto, hanno rappresentato per molti teorici e militanti comunisti, le chiavi per aprire le porte al marxismo nel continente. Mao Zedong, Ho Chi Minh, Kim Il Sung, Pol Pot: tutti le hanno utilizzate con successo per spiegare la loro azione rivoluzionaria al popolo, che di marxismo non aveva ancora neppure sentito pronunciare la parola.
E’ sulla base di queste coordinate che occorre rifarsi per comprendere gli ultimi avvenimenti che hanno sconvolto la Cambogia.
La cronologia è nota a tutti coloro che hanno seguito, anche di sfuggita, il dipanarsi dei fatti: gli accordi che il 4 luglio 1997 avevano portato alla costituzione di un’alleanza tra il Partito di Kampuchea Democratica (PKD, Khmer Rossi) e il Funcinpec di Norodom Ranariddh e che avrebbe permesso al primo di presentarsi alle elezioni previste per il maggio 1998, sono stati seguiti il 5 luglio dal putsch di Hun Sen, leader del Partito del Popolo Cambogiano (PPC).
Per giorni Phnom Penh e le città più importanti del Paese sono state oggetto di cruenti combattimenti tra le fazioni rivali. Infine, il 25 luglio il leader storico del PKD, Saloth Sar, è stato processato dai suoi stessi compagni e condannato all’ergastolo.
In due soli mesi la situazione politica dell’intera regione viene sconvolta, ma Hun Sen sa bene che non si ripeterà la ridda di critiche internazionali che avevano accompagnato la sua presa di potere nel gennaio 1979, realizzatasi grazie all’invasione vietnamita.
Gli USA, che dalla fine della Seconda Guerra d’Indocina, si sono limitati a controllare che la situazione della regione non degenerasse, non se la sentono di appoggiare un Ranariddh alleato dei Khmer Rossi (anche se dal 25 luglio il PKD ha mutato nome in Partito di Unità Nazionale e i suoi membri non vogliono essere più identificati con i Khmer Rossi di Pol Pot). Il leader del Funcinpec alle Nazioni Unite viene accolto con freddezza e da Washington non ottiene neppure che l’azione di Hun Sen venga identificata come “colpo di stato”.
Il futuro della nuova Cambogia non sembra affatto compromesso: l’Asean stessa, che ha rifiutato più per proforma che per reale condanna, l’ammissione cambogiana nell’organizzazione prevista per la fine di luglio, non può permettersi di prolungare più di tanto l’estromissione. Il suo perso politico e strategico all’interno dello scacchiere internazionale verrebbe mutilato pesantemente proprio nel momento in cui l’economia dei suoi Paesi fondatori traballa pericolosamente. Inoltre il Trattato di Cooperazione Militare firmato di recente tra USA e Giappone, ripropone in modo drammatico il punto interrogativo sulle reali intenzioni di Tokyo nell’Asia Orientale. Con una Cina ancora economicamente in fase di sviluppo e una Corea del Nord che solo dei demagoghi possono definire un pericolo nucleare, esclusivamente un’Asean unita e forte può sperare di equilibrare la bilancia militare nella regione, attualmente pesantemente spostata verso l’asse Tokyo-Washington.
Chi potrebbe trarre maggior profitto della nuova instabilità cambogiana è la Cina, che dopo la morte di Deng Xiaoping, il ricongiungimento di Hong Kong e il recente congresso del Partito Comunista, tenta faticosamente di riacquistare peso politico nel continente.
Già impegnata sul fronte coreano come Paese chiave nella mediazione tra Pyongyang e Seoul, ora Pechino vede attraverso la breccia cambogiana lo spiraglio per entrare nella regione sud est asiatica, sino ad ora ermeticamente chiusa ad essa. Sihanouk, il carismatico, anche se ambiguo, re cambogiano, dopotutto vive a Pechino e se Hun Sen vuole legittimare il proprio governo anche agli occhi dei Khmer, deve assicurarsi la benedizione del re. Una delle prime mosse politiche attuate dal nuovo regime di Phnom Penh è stat quella di chiudere l’Ufficio Commerciale di Taiwan e allontanare tutti i cittadini di Formosa dal Paese per ingraziarsi i favori di Pechino presso Norodom Sihanouk. Naturalmente la risposta della Cina non si è fatta attendere e alla fine di agosto il nuovo leader cambogiano ha potuto incontrare il monarca, il quale si è dichiarato disponibile a rientrare nel suo regno appena la salute glielo permetterà.
Pechino ora punta a colmare il vuoto lasciato da Washington con la politica del bastone e della carota: da una parte occupa militarmente le isole Spratly, nel Mar Cinese Meridionale e compie esplorazione off-shore in acque contese da Viet Nam, Malesia, Filippine, Brunei e Cina, appunto; dall’altra offre a questi stessi Paesi i suoi servigi per calmare la situazione a Phnom Penh e il suo appoggio alla richiesta di revisione della Dichiarazione di Diritti Umani che gli USA e l’Unione Europea si ostinano a non accogliere.
L’appoggio dell’Asean è fondamentale alla Cina per liberare i confini meridionali, specie quello con il Viet Nam, e focalizzare la sua attenzione nella regione dello Xinjang, sconvolto da moti secessionisti musulmani, e lungo la frontiera indiana, recentemente resasi incandescente per il riacutizzarsi della questione del Kashmir.
Gli USA, che con il Segretario di Stato Madeleine Albright hanno ricominciato ad interessarsi direttamente all’area sudorientale dell’Asia, si vedono costretti a restare sulla difensiva, specie dopo che il Primo Ministro Malese Mahathir ha pesantemente denunciato il finanziere newyorkese George Soros di essere il responsabile principale della politica di deprezzamento delle valute dei Paesi dell’Asean. L’Amministrazione Clinton, reduce dalla agguerritissima campagna contro l’ammissione del Myanmar nell’Asean, non vuole rischiare di perdere l’ultima chance che gli si presenta per rimettere piede in Indocina: aiutare oggi Hun Sen evitando di estendere l’embargo già in atto verso Yangoon anche a Phnom Penh, potrebbe significare ricevere dei favori domani. Inoltre una Cambogia stabile potrebbe rappresentare una sorta di salvagente per le imprese statunitensi impegnate sul mercato vietnamita nel caso Hanoi indurisca le sue posizioni in merito alle leggi sul lavoro. Spostare ingenti quantità di capitali a pochi chilometri di distanza in un mercato finanziario senza regole come è quello cambogiano, risulta sempre assai comodo. Ed è per questo che il Viet Nam è, tra i paesi limitrofi, quello che trarrà immediato beneficio economico dal colpo di stato di luglio. Ma quanto durerà? Le elezioni di maggio, necessarie sia a Hun Sen per avere un mandato popolare, sia all’Asean per mostrare al mondo intero che la situazione della regione si è definitivamente normalizzata, dovranno comunque essere attuate. Poco importa se, come è accaduto con quelle del 1993, non si insegna ai leaders il significato di democrazia.
La stabilità esterna della Cambogia è inversamente proporzionale a quella presente entro i suoi confini. Parola, quest’ultima, che nel contesto cambogiano è divenuta un eufemismo, dato che la nazione è divenuta base di smercio di traffici illeciti: droga, armi, contrabbando, tutto riesce a passare la frontiera-colabrodo. E di questi commerci ne traggono beneficio sia uomini d’affari (famoso tra questi è Theng Bunma, l’uomo più ricco del Paese e intimo amico di Hun Sen), sia politici. Questa sporcizia morale viene spesso a scontrarsi, nei paragoni della gente, all’onestà del regime di Kampuchea Democratica. Tra le innumerevoli accuse rivolte alla dirigenza Khmer Rossa, non sono mai comparse le parole “corruzione” e “ostentazione”. E nelle società asiatiche a base filosofica buddista la modestia e l’umiltà sono le due virtù necessarie per ottenere la fiducia di un popolo. I Khmer Rossi hanno avuto sempre un appoggio popolare ampio nelle campagne, anche dopo il 1979. Un sondaggio dell’UNTAC eseguito nel 1993, aveva appurato che se il Partito di Kampuchea Democratica si fosse presentato alle elezioni, avrebbe ottenuto una media nazionale del 15%, con punte anche dell’80% nelle zone rurali ad occidente della nazione. La crisi del PKD è cominciata con l’apertura della Cina al mercato capitalista. In cambio di sovvenzionamenti e di investimenti, Pechino avrebbe dovuto interrompere l’appoggio politico e militare alla guerriglia comunista non solo in Cambogia, ma anche in Thailandia e in Malesia, cosa che Deng Xiaoping fece. Inoltre dopo l’armistizio del 1994 tra l’Esercito di Liberazione Wa e la giunta militare di Yangoon, questa riprese il controllo delle miniere di rubini nel Nord del Paese, inondando i mercati di Bangkok di pietre preziose e causando la caduta vertiginosa del loro prezzo. Le miniere di Pailin, principale fonte di finanziamento dei Khmer Rossi, perdono di valore e molti cambogiani che vi lavoravano si trasferiscono in altre zone, dando all’esercito reale informazioni sui movimenti delle truppe, la loro consistenza e, soprattutto sulla difficoltà finanziaria cui sta andando incontro il PKD. Pailin verrà conquistata dai carri armati di Phnom Penh poche settimane dopo. A indebolire ulteriormente il movimento vi sono le numerose defezioni, importanti non solo dal punto di vista numerico, ma soprattutto dal punto di vista qualitativo: numerosi sono i generali e i dirigenti che scelgono la via del compromesso con il governo abbandonando la lotta armata. Tra questi Ieng Sary, ex Ministro degli Esteri di Kampuchea Democratica e ex cognato di Pol Pot.
Ma anche chi rimane cerca di avviare un processo di rientro, cui anche Pol Pot, all’inizio sembra essere favorevole. Si ribella solo quando i funzionari governativi del Funcinpec che intavolano le trattative, insistono su una sua consegna al tribunale internazionale. La spaccatura è inevitabile: Pol Pot, solo, da una parte; Son Sen (che verrà ucciso), Ta Mok (che sfugge alla cattura aiutato dagli stessi contadini che lo proteggono) e Khieu Samphan dall’altra. Riemerge la vecchia spaccatura tra i Khmer Rossi che si ispirano alla strategia rivoluzionaria agricola di Mao Zedong, perdente nel 1975 con l’uccisione di Hu Nim e Hou Youn e di cui rimane solo Khieu Samphan come rappresentante, e i Khmer Rossi che si rifanno al problema culturale proposto dalla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria cinese, di cui è principale rapprentante Pol Pot stesso.
Forse è stato questo l’errore principale di Saloth Sar: quello di non essersi ricordato di quanto diceva Mao; adattare la strategia al momento storico di ciascun Paese.

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Sindacati in Cambogia (3.2.1997)

“E’ giusto che i più elementari diritti dei lavoratori cambogiani siano calpestati in nome del MFN?” chiede Sok Thea, studente dell’Università Reale di Phnom Penh in una lettera pubblicata dal Cambogia Daily. La Cambogia, dopo aver ottenuto dagli USA e dalla CEE lo status di MFN (Most Favourite Nation), è entrata in una fase di sviluppo preindustriale che ha portato in pochissimi mesi più di ventimila cambogiani ad abbandonare i villaggi per entrare nelle fabbriche cittadine. Il costo del lavoro bassissimo e la mancanza di leggi che tutelino gli operai locali, hanno funto da calamita verso le multinazionali, specie quelle con capitale cinese e malese, che in Cambogia han trovato un territorio vergine, libero dalla concorrenza ed un governo accondiscendente, corrotto e corruttibile.
Le condizioni a cui sono costretti i lavoratori, il 90% dei quali donne, sono intollerabili e al di sotto di ogni minima dignità umana:sette giorni di lavoro su sette a quattordici ore al giorno per trenta dollari al mese; denudamenti e percosse per chi non ubbidisce alle direttive padronali, nessuna copertura medica, assicurativa; licenziamenti improvvisi per le donne incinte, malati e chiunque non riesca a raggiungere il livello di produzione richiesto; impedimento di recarsi alle toilette senza permessi e, come se non bastasse, obbligo di prestare gratuitamente straordinari nel caso la ditta lo richieda.
Di fronte a questo sfruttamento ottocentesco, tre donne intraprendenti, Ou Mary, Om Navy e Phuong Sophon, hanno sfidato governo e multinazionali fondando, il 10 dicembre scorso, il primo sindacato cambogiano: il Free Trade Union of Workers of the Kingdom of Cambodia (FTUWKC), che dopo pochi giorni di vita ha già occupato le prime pagine dei giornali locali indicendo scioperi di massa a cui hanno partecipato 4-5.000 operai pari al 25% della forza lavoro industriale cambogiana.
Un primo sciopero ha visto i lavoratori della Garment Factory Ltd ottenere aumenti salariali da 30 a 37 dollari, tre mesi di maternità retribuita al 50% del salario, 47 ore settimanali, ulteriori incentivi per chi non perde più di 2 giorni di lavoro al mese. Immediatamente e coraggiosamente altri lavoratori hanno incrociato le braccia, contagiati da quelli che un alto funzionario del governo cambogiano ha definito essere i bacilli del democraticismo sindacale.
Attualmente è il turno della Tack Fat Garmente Cambodia, una fabbrica con sede a Hong Kong che, a quanto sembra è coinvolta nel traffico di droga e riciclaggio di denaro sporco. Il suo rappresentante, Johnny Wong rifiuta di incontrare i sindacati perché “sono organizzazioni illegali, non riconosciute dal governo e quindi senza alcun potere di negoziazione”. In appoggio alla Tack Fat è intervenuto anche Sar Kheng, co-Ministro degli Interni, che denuncia il Free Trade Union e il suo presidente Ou Mary, di essere un’emanazione del semiclandestino Khmer Nation Party dell’odiato Sam Rainsy. Affermazione, questa, che ha un fondo di verità, in quanto il KNP è l’unico movimento nel panorama politico cambogiano ad appoggiare apertamente i sindacati, concedendo loro assistenza legale e consigli. Neppure il CPP dell’ex comunista filovietnamita Hun Sen si è sbilanciato a tanto ed è questo cordone ombelicale che lega il FTUWKC al KNP che rischia di creare fratture interne: Chan Trabuth, leader di una fazione dissidente minoritaria del sindacato, afferma che “Sam Rainsy usa il sindacato per il suo partito. Pur appoggiando politicamente Sam Rainsy, noi non vogliamo avere commistioni con la politica.”
Per ora, comunque, il sindacato cambogiano ha già concluso accordi con quattro fabbriche ed il governo di Phnom Penh sta già evidenziando i primi cedimenti: non essendo riuscito, non solo a smantellare, ma neppure ad arginare il fronte delle rivendicazioni, sta mettendo in cantiere una nuova legge sulla regolamentazione del lavoro.

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Hun Sen si rafforza (12.7.1997)

Il governo di Hun Sen sta riscuotendo i primi successi sia in politica interna che in quella estera. Alle Nazioni Unite Norodom Ranriddh ha espresso un clamoroso mea culpa per aver stretto un’alleanza con i Khmer Rossi ed aver quindi aperto loro la porta del governo di Phnom Penh, mentre la radio governativa cambogiana ha annunciato che uno dei più popolari ex-membri del Funcipec, Toan Chay, governatore di Siem Reap, ha deciso di fondare un altro partito che parteciperà alle elezioni del 1998. Ranariddh, nel tentativo di guadagnare il favore dei governi occidentali come Stati Uniti e Francia, ha forse commesso un errore imperdonabile denunciando gli accordi che aveva stipulato con i Khmer Rossi. In questo modo rischia di alienarsi l’indispensabile aiuto della guerriglia comunista nell’emergente Resistenza che i suoi generali, con estrema fatica, stanno cercando di organizzare nel Nord-Ovest della Cambogia. L’incauta dichiarazione di Ranriddh ha inoltre fornito a Hun Sen la tanto cercata giustificazione per il colpo di stato del 5 luglio. Il nuovo premier ha infatti sempre sostenuto che, pur non avendo organizzato direttamente quello che lui chiama “rimpasto di governo”, essendo in vacanza in Viet Nam, lo aveva appoggiato perché il Paese “grazie ai leaders del Funcipec stava per essere di nuovo consegnato nelle mani dei Khmer Rossi.” L’imbarazzo delle truppe di opposizione, formate da reparti del Funcipec e da ex-Khmer Rossi, è enorme. A Pailin, dove mi trovo, i combattimenti continuano ad imperversare nelle campagne, ma sembra che i militari del PPC abbiano domato la resistenza a Siem Reap, la capitale culturale del Paese. Per ora, almeno qui, sia ex-Khmer Rossi che Funcipec hanno deciso di continuare a combattere uniti sino a nuovi ordini. La Radio dei Khmer Rossi, che trasmette da Anlong Veng, dove mi recherò tra qualche giorno, non ha ancora commentato le scottanti frasi dell’ex co-Premier, ma secondo alcuni ex membri del movimento, se ora il nuovo leader è veramente Khieu Samphan c’è la possibilità che i guerriglieri comunisti capiscano la “ragion di stato” delle parole di Ranariddh e continuino a collaborare militarmente. Per quanto riguarda la nascita del nuovo partito comandato da Toan Chay, nessuno ne è rimasto sorpreso. Già a maggio Toan, molto amato sia dai militari che dalla gente comune per i suoi appelli populisti, aveva deciso di uscire dal Funcipec per creare un suo partito che facesse da ponte tra i due principali blocchi politici del Paese. Il fatto che abbia deciso di restare in Cambogia, riconoscendo il nuovo governo, lo ha dipinto agli occhi dei ribelli come un fantoccio nelle mani di Hun Sen. Quest’ultimo ha ora un disperato bisogno di accogliere nell’Assemblea Nazionale un discreto numero di partiti che facciano da vassalli al suo PPC nella vita politica cambogiana e diano una parvenza di democrazia. Il conglomerato avrà come compito principale quello di accompagnare la Cambogia alle elezioni del 1998 assicurando la vittoria al partito dell’attuale Primo Ministro.
Lo scoglio più arduo da superare per Phnom Penh è rappresentato dal veto imposto dagli stati membri dell’Asean all’accoglimento della Cambogia in seno al gruppo. Per Hun Sen sarebbe uno smacco troppo grande, soprattutto perché la Cambogia avrebbe dovuto entrare nell’Alleanza assieme al Laos, lo stato più povero della regione, e al Myanmar, sino a ieri la nazione più criticata per le violazioni dei diritti umani. Un’esclusione della sola Cambogia porrebbe il governo di Hun Sen in pessima luce non solo di fronte ai suoi connazionali, del cui parere forse non si preoccupa neppure molto, ma anche nei confronti dei governi internazionali, del cui appoggio Phnom Penh ha estremo bisogno per non ricadere nell’isolamento già sperimentato negli anni Ottanta. Lo stesso Viet Nam, forse riconoscendo l’errore fatto nel 1979 quando ha dato le redini della nazione a Hun Sen, si è premunito già da tempo a “scaricare” il suo protetto definendolo all’inizio del 1997 “un pericoloso nazionalista”. Hanoi, che ha appena inaugurato una politica di distensione con Washington, non vuole avere problemi con i vicini e con tutta probabilità adotterà una politica neutrale in seno all’Asean.

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I legami tra Hun Sen e Theng Bunma

Quando l’8 luglio, la torre di controllo dell’aeroporto di Siem Reap negò l’atterraggio ad un C-130 americano che avrebbe dovuto imbarcare i circa 200 turisti rimasti intrappolati dai combattimenti tra le fazioni rivali del Funcinpec e del PPC, molti pensarono che il motivo fosse da attribuirsi agli scontri in corso. In realtà, già dal giorno prima, il fronte si era temporaneamente spostato 25 chilometri a ovest della città e l’aeroporto si trovava in una zona ritenuta piuttosto sicura da improvvisi attacchi. Il “mistero” venne svelato allorché, solo poche ore dopo, l’atterraggio venne concesso a due elicotteri di fabbricazione russa Mi-26, donati al governo cambogiano da quel Theng Bunma, Presidente della Camera di Commercio Cambogiana e uomo più ricco del Paese, il cui nome è stampato dal maggio 1995 sulla lista nera di tutte le dogane statunitensi. Il messaggio che si voleva lanciare era chiaro: i turisti venivano portati in salvo grazie alla magnagniminità di Bunma, nonostante la stessa nazione a cui appartenevano alcuni di quei viaggiatori stranieri lo bandisse dal suo territorio. E, secondo le regole dell’etichetta asiatica, ogni favore si tramuta, per chi lo riceve, automaticamente in debito che, prima o poi, dovrà essere contraccambiato. Kenneth Quinn, ambasciatore USA a Phnom Penh, dovrebbe essersi sentito beffato ancora una volta, dopo che, pochi mesi prima e contro la sua stessa volontà era stato costretto a volare assieme al co-Primo Ministro Hun Sen a Pailin proprio su uno di quei due elicotteri. Sa bene, Kenneth Quinn, che l’amicizia che lega Theng Bunma a Hun Sen è l’unica coalizione che esce vincente dal colpo di stato del 5 luglio riuscendo ad intrecciare potere finanziario e politico. Se gli Stati Uniti volessero allacciare legami sempre più stretti con il paese Indocinese, tutte le intermediazioni dovranno passare al vaglio dei due padri-padroni della nazione. E cosa ancor più importante, l’operazione di “salvataggio” di Siem Reap ha interessato cittadini dei maggiori Paesi donatori di Phnom Penh, tra cui Giappone e Australia. Per comprendere quanto importante sia per Phnom Penh contare sull’assistenza straniera, basti dire che più del 50% del gettito di bilancio del governo cambogiano proviene dagli aiuti esteri; nel caso venisse a interrompersi il flusso di denaro nelle casse cambogiane, il Paese piomberebbe da un giorno all’altro in una spaventosa siccità finanziaria, autentica panacea per la guerriglia che Khmer Rossi e Funcinpec stanno conducendo nelle zone nord orientali, al confine con la Thailandia. L’estromissione di Ranariddh dal governo ha eliminato uno degli ultimi ostacoli che impedivano al duo Hun Sen-Bunma di disporre a proprio piacimento del Paese e delle sue infrastrutture. Se Hun Sen ha giustificato il putsch con il fatto che il suo ex collega stava consegnando la Cambogia nelle mani dei Khmer Rossi, lui ha compiuto un atto parallelo ma di direzione opposta, regalando lo Stato ad un presunto trafficante di droga e di armi, violento e intollerante almeno quanto i guerriglieri che tanto combatte. Il 7 gennaio 1996 lungo le rive del Mekong a Phnom Penh, Hun Sen inaugurava un nuovo parco realizzato grazie ai finanziamenti di Bunma che, poco modestamente, portava il suo nome. Nel discorso di prammatica il Premier confermava il suo indissolubile legame con l’uomo d’affari: “Il governo cambogiano non abbandonerà mai Bunma, che ha aiutato il nostro partito (il Partito del Popolo Cambogiano).” Parole profetiche. Senza i suoi aiuti (tra gli altri tre milioni di dollari senza interessi per rafforzare l’ala pro-PPC dell’esercito) forse Hun Sen non avrebbe mai potuto compiere il colpo di mano. Gli analisti si aspettano in breve tempo una intensificazione del traffico di stupefacenti che dal Triangolo d’Oro raggiungerebbe le due maggiori porte di uscita cambogiane: il porto di Kompong Speu e l’aeroporto di Poechentong. Notizie a riguardo non mancano: uno dei 16 piloti russi ingaggiati da Theng Bunma ha affermato sibillinamente che tra carichi di sigarette, alcolici, tessuti, “è capitato di trasportare altri tipi di mercanzia.”, mentre il generale di polizia Skadavy M. LyRoun, capo del Cambodian National Anti-Drug Task Force e dell’Interpol di Cambogia, prima della presa di potere di Hun Sen era più esplicito: “Già nel marzo 1995 il Dipartimento di Stato Americano aveva redatto un rapporto in cui si indicavano alti gradi militari e potenti uomini d’affari come finanziatori di autorità politiche del Funcinpec e del PPC per agire liberamente nel mercato della droga.” Appena due mesi dopo lo stesso Dipartimento iscriveva il nome di Theng Bunma nella lista delle persone indesiderate.

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Cambogia - Intervista a rappresentanti della Resistenza Cambogiana

Il 1 e il 2 novembre a Castel Goffredo (MN), si è svolto un convegno dal titolo “L’attuale situazione in Cambogia” organizzato dall’Osservatorio di Cooperazione di Castel Goffredo e da “Progetto Continenti” di Parma, una ONG che da anni opera nel paese asiatico. All’incontro hanno partecipato anche rappresentanti della Resistenza che si oppone al governo di Hun Sen. Due di loro, Sakou Samoth, direttore della rivista culturale parigina “Angkor” e Chhuy Sok, consigliere del Presidente del Partito della Nazione Khmer Sam Rainsy, hanno accettato di essere intervistati. Alcune loro risposte, se troveranno conferma ufficiale, sono a dir poco sorprendenti, dato che negano che ieri come oggi, vi sia mai stato un accordo tra Funcinpec e Khmer Rossi.
Quale è l’attuale situazione della Resistenza dopo il colpo di stato di Hun Sen?
In settembre i partiti dell’opposizione hanno formato l’UDC (Unione Democratica Cambogiana), una forza che comprende quattro gruppi politici: il Partito della Nazione Khmer (PNK) di Sam Rainsy, il Partito Democratico Liberale Khmer (PDLK) di Son Sann, il Funcinpec di Ranariddh e il gruppo che fa capo a Son Soubert. L’UDC, che è appoggiata dalle grandi democrazie mondiali come gli USA, la Gran Bretagna, la Germania, il Canada, la Norvegia, l’Australia, i Paesi Bassi, sta lottando per riportare in Cambogia la democrazia, la giustizia e la libertà.
Accanto all’attività diplomatica vi sono anche azioni militari all’interno del territorio cambogiano?
Certamente. La Resistenza militare è sotto il comando del Generale Nyek Bun Chhay. Dopo un periodo di difesa, ora la Resistenza sta cominciando a guadagnare il terreno perduto, ed oggi il fronte è giunto sino a Samlaut, 40 chilometri all’interno della Cambogia. Stanno inoltre organizzandosi anche altri focolai della Resistenza nelle varie regioni del paese.
Ha citato quattro partiti che compongono la Resistenza cambogiana, ma ha accuratamente evitato di nominare il Partito della Solidarietà Nazionale (gli ex Khmer Rossi). Esiste un accordo per una collaborazione tra voi e il PSN o no? Il Generale Bun Chhay, che comanda le vostre stesse forze militari, è stato il principale artefice dell’accordo del 4 luglio tra Khieu Samphan e Norodom Ranariddh.
Ci sono state molte dicerie su questa “collaborazione”. Si sapeva che c’erano stati contatti segreti sia dalla parte del Funcinpec sia dalla parte del Partito del Popolo Cambogiano (PPC) di Hun Sen per ottenere l’appoggio dei Khmer Rossi. Attualmente quello che posso dire con sicurezza è che non esiste alcun accordo ufficiale tra UDC e i Khmer Rossi. Molto probabilmente vi sono stati e vi sono tuttora dei contatti personali, forse anche un’intesa, ma questa, ammesso ci sia, non ha alcun riconoscimento formale.
Ma il Funcinpec, che è il maggior partito della coalizione, ha firmato un accordo con i Khmer Rossi il 4 luglio. Quest’alleanza è stata rinnegata, oppure mi sta dicendo che non vi è mai stato alcun accordo il 4 luglio?
L’accordo del 4 luglio è stato un pretesto escogitato da Hun Sen per compiere il colpo di stato; in realtà è stato un abile trucco che ha dato via libera al secondo Primo Ministro di fare ciò che da tempo aveva in mente: posticipare le elezioni o conquistare il potere tutto per sé. In realtà non vi è mai stato alcun accordo preciso. E’ vero che erano in corso dei negoziati, ma è anche vero che questi contatti venivano portati avanti sia dal Funcinpec sia dal PPC da molto tempo.
Ha introdotto l’argomento delle elezioni, e vorrei restare per un attimo su questo tema. E’ ovvio che le elezioni del 1998 saranno tenute comunque da Hun Sen per legittimare il suo governo agli occhi dell’Asean e della comunità internazionale. In base a quali condizioni l’UDC potrebbe decidere di partecipare alle consultazioni cambogiane?
E’ nostro interesse chiedere votazioni libere e democratiche, ed in questo senso entro dicembre, quando si terrà il congresso dell’UDC, il PNK porrà all’ordine del giorno una richiesta di intervento da parte delle Nazioni Unite o di qualche organismo internazionale perché controllino il regolare svolgimento delle stesse.
La Cambogia è l’unica nazione che manca all’Asean per completare il puzzle di un Sud Est Asiatico unito. E’ una pedina troppo importante perché la sua ammissione possa essere rinviata ancora troppo a lungo, soprattutto perché rappresenta l’ultima porta aperta per la Cina per stabilirsi nella regione. Sarà molto probabile, quindi che l’ammissione cambogiana non tarderà molto ad essere ratificata dopo le elezioni del maggio prossimo, in qualunque modo esse vengano svolte. In questo caso come vi comporterete nei confronti dell’Associazione?
Secondo la mia opinione la posizione assunta dall’Asean è chiara ed in piena sintonia con la politica statunitense, la quale è nettamente contraria al colpo di stato di Hun Sen e contro la violazione dei diritti umani. Sarà molto difficile che si ammetta indiscriminatamente un paese che non rispetti i diritti dell’uomo. No, secondo me, l’Asean non ammetterà la Cambogia.
Ha però ammesso il Myanmar nonostante la ferma opposizione di Madeleine Albright.
E’ una situazione che non può essere paragonata a quella cambogiana. La Cambogia è uscita dal suo passato attraverso l’aiuto internazionale e l’investimento di milioni di dollari, che ha permesso di tracciare un nuovo cammino democratico. Il colpo di stato vanifica tutti questi sforzi, quindi sarà assai difficile che gli USA e gli altri paesi possano ignorare il supruso di Hun Sen. Inoltre nessuno può nascondere il fatto che il governo di Hun Sen è filovietnamita: la non ammissione della Cambogia all’Asean sarebbe un segnale diretto ad Hanoi per dire “Attento, non puoi essere un paese egemone senza che noi reagiamo!”. C’è inoltre la Thailandia che è contraria all’ammissione di una Cambogia filovietnamita: un’influenza di Hanoi così forte alle sue frontiere non potrà mai essere accettata da Bangkok.
Dal punto di vista economico molti imprenditori hanno accolto con favore il putsch di Hun Sen, dato che non è mai stato ben visto un governo bicefalo nel paese. Come vede il futuro economico della Cambogia sotto Hun Sen?
Chi ragiona in questi termini non sono gli imprenditori, ma gli speculatori; gente che investe capitali per un guadagno immediato. I veri imprenditori, invece, investono pensando ad un guadagno a lungo termine ed hanno quindi necessità di stabilità politica. Dal mio punto di vista il futuro economico della Cambogia sarà assai buio: il riel è svalutato quasi del 100% e voglio vedere chi è quell’investitore che rischia di gettare dollari in un paese dove non esiste potere d’acquisto. Negli ultimi mesi le maggiori compagnie straniere si sono ritirate dalla Cambogia, tanto che la Royal Air Cambodge, dopo il ritiro della Malesia, che controllava una grossa fetta di capitale, è fallita ed ora la Cambogia si trova senza una propria compagnia aerea.
Come vede politicamente il futuro del suo paese?
Se non è l’anno prossimo, sarà tra qualche anno, ma in Cambogia ritorneranno libere elezioni e in questo quadro l’UDC avrà la possibilità di guidare il passaggio della nazione verso la democrazia.
Sempre con Ranariddh? Sam Rainsy ha la fama di essere stato uno dei pochi membri onesti del passato governo Ranariddh-Hun Sen, e questa sua onestà, assieme alla lotta alla corruzione, gli è costata il posto di Ministro delle Finanze e il seggio all’Assemblea Nazionale in seno al Funcinpec. Nel caso si formasse un nuovo governo con Norodom Ranariddh, pensa che ci sarà un posto per Sam Rainsy o piuttosto non verrà di nuovo messo da parte?
E’ mia opinione personale che Sam Rainsy rappresenta una pedina troppo importante per l’UDC e per l’avvenire della Cambogia. La sua fama ha varcato anche i limiti della città e si è espansa nelle campagne. Se parteciperemo e vinceremo le elezioni, Sam Rainsy sarà uno dei principali leader del nuovo governo cambogiano e, soprattutto, sarà leader di un partito diverso da quello di Ranariddh.

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Cambogia - Intervista al Generale Nhiek Bunchhay

Fedelissimo di Norodom Ranariddh, il generale Nhiek Bunchhay è stato uno dei militari più in vista in Cambogia prima che il colpo di stato di Hun Sen lo costringesse a fuggire da Phnom Penh per rifugiarsi nella giungla; ricercatissimo da giornalisti e fotografi perché era l’uomo grazie al quale si ottenevano i contatti per entrare nelle zone controllate dai Khmer Rossi, proprio per questa fiducia che il movimento di guerriglia poneva su di lui, era ultimamente divenuto la pedina più importante del Funcipec. E’ stato anche per merito del generale Bunchhay che dirigenti storici Khmer Rossi come Ieng Sary che hanno deciso di abbandonare la lotta armata, oggi sono stati reintegrati nella società cambogiana senza che si ricorresse a postume vendette. E se sino a pochi giorni fa anche Khieu Samphan stava pensando di uscire dall’inestricabile foresta di Anlong Veng per entrare legalmente nell’arena politica cambogiana lo si deve ai servigi di questo militare. Non è un caso che solo pochi mesi fa, nel bel mezzo delle trattative segrete tra i Khmer Rossi e Ranariddh, Hun Sen aveva progettato di eliminare fisicamente i generali Nhiek Bunchhay e Ho Sok, due dei pochissimi a cui non riusciva dettare legge.
Prima che partisse per la Francia e poi per gli Stati Uniti assieme a Norodom Ranariddh, sono riuscito a incontrare il generale per poche ore nella provincia di Poipet, al confine con la Thailandia.
D: -Generale, cosa pensate di ottenere dall’Assemblea delle Nazioni Unite?-
Bunchhay: -Una condanna al colpo di stato criminale di Hun Sen e quindi la delegittimazione internazionale del suo governo.-
D: -Vi aspettavate questo atto di forza?-
Bunchay: -Si, ne avevo parlato con alcuni membri del partito, ma non avevamo la possibilità di contrastarlo. Hun Sen controlla la quasi totalità dell’esercito cambogiano.-
D: -Ora che siete attestati nelle province occidentali, pensate di continuare la lotta armata e inaugurare una nuova guerra civile in Cambogia?-
Bunchhay: -Questo non dipende da noi. Hun Sen ha compiuto un atto illegale. Attualmente è lui nell’illegalità. Il colpo di stato è l’unica scelta che poteva fare per mantenere il potere e tutti i traffici illeciti che controlla. Sapeva benissimo che il popolo cambogiano non lo avrebbe mai eletto in modo libero e democratico.-
D: -Penso comunque che più che del Funcipec, Hun Sen avesse timore dei Khmer Rossi, che erano ad un passo dall’accordo con Norodom Ranariddh.-
Bunchhay: -Ma i Khmer Rossi sono poche migliaia di persone, come possono decidere l’esito di elezioni in cui partecipano milioni di votanti?-
D: -Non direi che il movimento di Khieu Sampahn abbia un seguito troppo esiguo. Nel sentire il suo nome si esaltano gli studenti universitari e nelle campagne i contadini non disdegnerebbero una riforma agraria di stampo comunista.-
Bunchhay: -Quello che dice è vero, ma che diritto ha Hun Sen di decidere chi deve e chi non deve partecipare alla direzione del Paese? I Khmer Rossi non sono più quelli degli anni Settanta, Pol Pot non li governa più.-
D: -Lei è stato e, presumo, continua ad essere il mediatore preferito tra Khieu Samphan e Norodom Ranariddh. Mi saprebbe dire quale posizione han preso i Khmer Rossi nei confronti del colpo di stato?-
Bunchhay: -Di aperta condanna. La Radio dei Khmer Rossi ha denunciato il fantoccio Hun Sen e la sua azione da vero tiranno.-
D: -Lei è stato uno degli ultimi a recarsi ad Anlong Veng e, a quanto dice, ad aver visto Pol Pot. Come è la situazione?-
Bunchhay: -Se ne renderà conto lei stesso, dato che ha ricevuto il permesso di andarci. Ad ogni modo Anlong Veng è controllata da Khieu Samphan, come del resto tutte le truppe dei Khmer Rossi non fedeli a Pol Pot. Mi chiede di Pol Pot. Sì, lo visto, o meglio, l’ho intravisto il 23 giugno quando mi sono recato ad Anlong Veng. Era provato, sia dalla malaria sia dal fatto che oramai deve rassegnarsi al fatto che non è più lui a comandare i Khmer Rossi.-
D:-Gli ha parlato?-
Bunchhay: -No, non ho potuto. Era guardato a vista da tre Khmer Rossi armati ed era rinchiuso in una casa. Penso che sia davvero finito. L’unico che forse può ancora difenderlo è Noun Chea, ma non so se sia ancora vivo.-
D: -Si trova ancora ad Anlong Veng?-
Bunchhay: -Non so.-
D: -Durante la sfilza di notizie che rimbalzavano sulla sorte di Pol Pot, ad un certo punto Hun Sen e Norodom Ranariddh avevano annunciato, in una conferenza stampa comune, che l’ex leader dei Khmer Rossi era stato catturato vivo e che sarebbe stato presto estradato per essere processato. Gli USA avevano già offerto l’aereo con cui avrebbe viaggiato e il Canada aveva accettato l’estradizione. Poi di Pol Pot nessuno ha saputo nulla. Può dire cosa è accaduto realmente?-
Bunchhay: -Effettivamente le truppe dei Khmer Rossi fedeli a Khieu Samphan ci avevano promesso di consegnare Pol Pot alle nostre truppe per l’estradizione, ma in seguito hanno deciso di trattenerlo ad Anlong Veng per chiarire certi particolari del suo tradimento. E’ in quel momento che l’ho visto. Poi, quando tutto sembrava risolversi, Hun Sen ha rovinato di nuovo tutto. Ed io non credo alle coincidenze.-

© Piergiorgio Pescali

Cambogia - Colpo di Stato di Hun Sen (9.7.1997)

A Phnom Penh è tornata la calma, ma nessuno si illude che durerà. I negozi dei cambogiani di etnia cinese che vendono l’oro, termometro della situazione del Paese in mancanza di altre notizie, sono aperti solo poche ore al giorno e non tutti, segno che l’attività politica non si è ancora stabilizzata. All’Olympic Market, uno dei più forniti della città e dove nei giorni normali si fatica ad entrare, i pochi venditori che espongono gli oggetti hanno raddoppiato i prezzi. Poco male sino a che si tratta di stoviglie, vestiario, beni voluttuari, ma anche la frutta, la carne, il pesce, hanno raggiunto cifre poco abbordabili per i già magri bilanci dei cambogiani. “T’lai nah”, “E’ caro”, si sente spesso sospirare dalle donne che, nonostante tutto, riescono a racimolare qualche banana, un poco di riso e qualche confezione di spaghetti “Made in Thailand”. Il Tuol Tom Pong Market, dove solitamente si concentrano i venditori youn, cioè vietnamiti, di Phnom Penh, è pressoché deserto. Del resto in città regna il terrore, alimentato dai soldati di Hun Sen che rastrellano casa per casa i più noti simpatizzanti del Funcipec. Ed in questo pogrom è facile vendicarsi di antichi torti o appianare con metodi sbrigativi diatribe che si prolungano da anni. Basta che uno dichiari che il proprio vicino di casa sia un fedele sostenitore di Ranariddh, ed ecco arrivare una pattuglia che mette a soqquadro tutto l’appartamento e, spesso, arresta l’indiziato. Passando per Issarak Boulevard vedo un gruppo di soldati entrare in un edificio fatiscente. Sento delle grida e subito dopo un uomo dal volto scavato dalle rughe viene spinto nella strada deserta. Incespica, bracolla per qualche passo e cade. Istintivamente, mentre uno dei soldati cerca di prenderlo per il bavero della camicia, si copre la testa con le mani, quasi per ripararsi dai pugni che, forse, ha già preso e che prenderà. Viene trascinato mentre sull’uscio la sua famiglia lo guarda inebetita, incredula di ciò che sta accadendo. “Kmai grahorm”, Khmer Rosso, mi dice quasi sottovoce un ragazzo sulla ventina che guarda anche lui la scena. Ma sarà veramente un Khmer Rosso o tutto fa parte di un copione prestabilito ed a cui i militari si prestano volentieri? Torno a casa e la televisione manda in onda la faccia da giovanotto serio e compassato di Hun Sen. “Due ministri fedeli a Ranariddh si sono suicidati” dice, ma non so quanta gente crederà alla tesi ufficiale. Poi continua con il solito comizio tra il propagandistico ed il paternalistico, ripercorrendo le tappe che lo han condotto a compiere “un gesto indispensabile per lo sviluppo del Paese che, per colpa di Norodon Ranariddh stava per essere di nuovo dato in mano ai Khmer Rossi.” Naturalmente nessun accenno al fatto che anche lui, Hun Sen, ha fatto parte del movimento fino al maggio 1978. Sopra di me sento un rombo differente da quello degli elicotteri che sorvolano di continuo Phnom Penh; non sembra neppure provenire dai motori un poco sbuffanti degli aerei da trasporto dell’aeronautica militare cambogiana che riforniscono di munizioni, viveri, e truppe fresche le province occidentali del Paese, dove continuano gli scontri. Guardo in alto e vedo la sagoma di un aereo di linea che si slancia veloce verso il cielo. L’aeroporto è stato riaperto. L’Hotel Cambodiana, dove esiste un centro di raccolta delle ambasciate e della Croce Rossa Internazionale, si sta finalmente svuotando dei turisti e dei volontari delle NGO che vogliono lasciare il Paese. Con la loro partenza, forse si spegnerà anche l’interesse mostrato dalla comunità internazionale verso questo Paese. I grandi conglomerati industriali hanno infatti evitato di installare impianti in Cambogia perché un governo bicefalo e bisticcione non dava garanzie di efficienza e di stabilità. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale aveva salutato con fiducia la data delle elezioni fissate per il maggio 1998, non tanto per una questione di democrazia, quanto perché avrebbero consegnato la Cambogia nelle mani di un solo uomo; Hun Sen, Ranariddh o chi altro, questo non aveva alcuna importanza. Una Cambogia guidata da un solo Primo Ministro, con Ministeri retti da un solo rappresentante avrebbe significato in teoria una burocrazia meno asfissiante, confini più protetti e quindi più sicuri, una politica economica chiara e decisa. “Per noi il colpo di stato di Hun Sen ha solo significato un’accelerazione dei tempi. Lasciamo passare la bufera e nel giro di pochi mesi la Cambogia sarà meta di delegazioni economiche giapponesi, thailandesi, malesi, americane, francesi...” dice un uomo d’affari taiwanese. Forse il suo cinico pragmatismo lo ha portato a considerare gli eventi in senso troppo ottimista, ma è pur sempre vero che la stessa Asean, di cui la Cambogia dovrebbe entrare a far parte alla fine del mese, ha più volte dichiarato che il Paese avrebbe necessità di giungere ad un gabinetto al cui vertice ci dovrebbe essere un unico rappresentante. Hun Sen l’ha accontentata.

© Piergiorgio Pescali

Cambogia - Attentato a Hun Sen (29.5.1997)

Poco più di un mese fa, il 25 aprile, durante un incontro con gli Ambasciatori accreditati a Phnom Penh, Hun Sen ebbe a dichiarare che mai avrebbe organizzato un colpo di stato in Cambogia perché il Paese era già saldamente sotto il suo controllo. L’attentato subito ieri alla periferia della capitale, è la prova che il vero burattinaio di quel teatrino che è il governo cambogiano, è effettivamente lui, Hun Sen, ma i fili delle marionette che è obbligato a muovere stanno diventando tanti, troppi. E ogni tanto qualcuno gli si ingarbuglia tra le dita. Già, perchè Hun Sen non è mai stato un buon marionettista; e neppure fedele. Prima ha tradito i suoi compagni Khmer Rossi poi, con la caduta del COMECON, ha abiurato l’idea comunista, tanto che oggi neppure i vietnamiti, suoi alleati per quasi due decenni, gli accreditano fiducia. Hun Sen è la vittima di quel Paese che lui stesso ha portato al caos dopo averlo liberato da Pol Pot. Incapace di gestirlo, ha dovuto chiamare le Nazioni Unite, i cui soldati hanno permesso che si tenessero libere elezioni -che Hun Sen non è stato capace di vincere- ma che non sono stati in grado di istruire la nuova classe dirigente alle regole di un governo non tanto democratico, quanto illuminato e credibile. E’ in questo che il gabinetto cambogiano, unico al mondo ad avere tutti gli incarichi sdoppiati, ha fallito miseramente. In Cambogia non si governa, ci si sgambetta a vicenda. Il 30 marzo, quando diciannove persone morirono dilaniate da una bomba durante un comizio del Fronte Unito Nazionale di Sam Rainsy, Hun Sen, dopo aver auspicato l’arresto degli attentatori, chiese l’incarcerazione anche degli organizzatori del comizio perché favorevoli al FUNCIPEC di Norodom Ranariddh, l’odiato-amato rivale con cui occupa la poltrona di Primo Ministro. Nell’aprile 1978 ad Oslo, all’indomani del’invasione vietnamita a Kampuchea Democratica, Charles Meyer pronunciò un discorso in cui ammoniva: “Non crediamo alla fama di mitezza che godono i khmer; appena le circostanze lo permettono liberano un potenziale di violenza che noi neppure possiamo immaginare.” Ancora una volta la storia si ripete ed oggi la Cambogia si sta preparando alle elezioni che si terranno nel novembre 1998 senza andar troppo per il sottile.Norodom Ranariddh vive oramai 24 ore su 24 asseragliato nella sua villa-bunker a Phnom Penh, Sam Raisny non è ancora stato messo fuori gioco perchè è troppo popolare tra il popolo; i Khmer Rossi che hanno abbandonato la lotta armata debbono circolare sotto stretta sorveglianza. La dirigenza della nazione è talmente coinvolta nella corruzione, nei traffici illeciti, che abbandonare la scena significherebbe perdere affari di milioni di dollari, senza valutare la possibilità di essere smascherati. La crescita economica cambogiana, che il FMI stima attorno al 6,5%, è in gran parte finanziata dal traffico della droga, che ha trovato nelle permeabili frontiere della nazione facili processi osmotici. Secondo fonti ufficiali statunitensi, nel solo 1996 la quantità di stupefacenti transitati in Cambogia è aumentata di dieci volte rispetto all’anno precedente. Ed il principale trafficante sembra sia quel Theng Bunma, Presidente della Camera del Commercio Cambogiana grande amico e finanziatore di Hun Sen che ha occupato il podio dell’uomo più ricco della nazione ed al quale tutto è permesso e perdonato. Anche il fatto di sparare contro un aereo di linea della Royal Air Cambodge perchè la compagnia gli aveva perso il bagaglio.

© Piergiorgio Pescali