Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Bhutan. Mostra tutti i post
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Bhutan, dove la felicità si sotituisce al profitto


Può il solo denaro trasformarsi in un indice in grado di valutare lo sviluppo umano raggiunto da una nazione o da un popolo? San Francesco (ma non solo lui) lo escludeva in modo assoluto. Per secoli, invece, è stata proprio la quantità di liquidità a disposizione del singolo o della comunità a gerarchizzare le classifiche di benessere economico e sociale stilate dagli economisti. Ancora oggi la ricchezza di una nazione la si valuta in riferimento al PIL (Prodotto Interno Lordo), sebbene questo parametro negli ultimi decenni sia stato rivisto e ridimensionato. La Rivoluzione Russa, con la sua forte impronta ideologica a sfondo sociale, fu la prima grande ondata di pensiero che cominciò a stravolgere in modo concreto questo modo di intendere l’economia: non più una società basata sul profitto e sui doveri, ma una comunità in cui il singolo cittadino aveva anche dei diritti ed in cui il talento e la conoscenza divenivano valori primari. Sull’ondata di questa nuova visione, nel dopoguerra nacque una nuova classe di economisti secondo cui la qualità della vita, intesa come accessibilità ai servizi primari di sviluppo culturale e umano, avrebbe dovuto prevalere sull’aumento del reddito. Uno di questi fu Amartya Sen, l’indiano Premio Nobel per l’economia nel 1998. Ma l’idea di una rivoluzione della classifica della ricchezza delle nazioni sulla base dello sviluppo umano rimase a lungo solo nella mente di alcuni illuminati studiosi, fino a quando, nel 1972, il monarca di un minuscolo e sconosciuto regno incastonato tra le cime dell’Himalaya, decise di inaugurare una nuova politica economica ed al Prodotto Interno Lordo subentrò la Felicità Interna Lorda. Quel re “illuminato” era Jigme Singye Wangchuck ed il paese che per primo al mondo si “ribellò” alla visione unicamente materialista del benessere era il Bhutan. Oggi, a quarant’anni di distanza, la scelta controcorrente di Jigme Wangchuck non sembra più così utopistica; molti istituti di ricerca economica hanno inserito voci difficilmente quantificabili materialmente tra il pacchetto che indica lo sviluppo di un paese. Tra i concetti che compongono il FIL rientrano aspetti psicologici, religiosi, sanitari, educativi, culturali, la possibilità di spendere il proprio tempo libero, la partecipazione alla vita sociale e politica del paese dagli ambiti più ristretti a quelli nazionali e, non ultimo, la sensibilità ecologica. Chi visita il Bhutan riesce sicuramente a farsi un’idea di cosa significhi basare la propria filosofia economica e politica sul concetto di Felicità Interna Lorda. Il piccolo regno, grande quanto la Svizzera, è un’oasi di pace e di serenità, se paragonato alle regioni turbolente dell’India e della Cina con cui confina. Sebbene le aree interne siano ancora difficilmente accessibili, la rete stradale permette il rapido movimento della popolazione e la pulizia che si incontra nei villaggi contrasta con l’abbandono di molte cittadine indiane e cinesi. Un ruolo importantissimo, se non basilare nella struttura sociale del Bhutan, viene data alla scuola Drukpa del buddismo, che, assieme alla lingua dzongkha è la base su cui si costruisce la cultura di stato. La storica ostilità che contrapponeva il buddismo bhutanese a quello tibetano, ha portato, nel passato, a conflitti militari tra i due stati. Oggi questa animosità si è affievolita, ribaltandosi, all’interno della nazione, sulla numerosa comunità Lotshampa, popolazione di origine nepalese e religione induista, che dalla fine del XIX secolo si stabilì nella parte meridionale del regno. I Lotshampa rappresentano il 40% dell’intera popolazione del Bhutan ed i Bhote, l’etnia principale di fede buddista e lingua dzongha, intimoriti dal repentino aumento demografico dei nepalesi, li hanno discriminati per anni cercando di sradicare la loro cultura emarginandoli socialmente e politicamente. Si capisce quindi il paradosso del Bhutan: un paese che fa della Felicità Interna Lorda il proprio motto è anche quello che ha la più alta percentuale di rifugiati politici al di fuori dei suoi confini: circa 100.000 su 800.000 abitanti.

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Bhutan - Reportage (Agosto 2009)

Le ali dell’aereo della Druk Air sembrano sfiorare le montagne attorno la valle di Paro fino a quando l’aeroporto, uno dei pochi al mondo dove si atterra ancora a vista, appare all’orizzonte. Sotto di me si estende il Bhutan, un Paese grande quanto la Svizzera, incastonato come una gemma nella catena himalayana. Catapultato in un mondo dove la vita sembra scorrere disinteressandosi di ciò che accade al di fuori dei suoi confini, qui si concretizza la favola esotica dello Shangri-La. Lo stesso nome ufficiale della nazione, Druk Yul, Paese del Drago Tonante, ricorda che storia e leggenda si intersecano in un nodo inestricabile. Nelle valli si trovano rocce con impresse le impronte lasciate da Guru Rimpoche, il monaco indiano che nel VII secolo portò il buddismo nella regione, o laghi in cui Pema Lingpa si è tuffato per riemergere con libri sacri, meritandosi l’appellativo di terton, cercatore di testi antichi. In pochi luoghi al mondo le vicende storiche e mitologiche si permeano a vicenda come in Bhutan. Persino oggi si chiamano in causa gli astrologi reali per valutare decisioni politiche: le celebrazioni per il centesimo anniversario della monarchia bhutanese, che si sarebbero dovute svolgere nel 2007, sono state posticipate al 2008 perché questa data risultava astralmente propizia. «Ciò che per voi è puro mito o superstizione, per noi è storia e storiografia» mi dice, nel suo inglese impeccabile, Tshering Denkar, insegnante di storia alla scuola superiore di Paro. E’ insieme a lei che, dalle rovine del Drugyal Dzong, intravedo le nevi del Jomolhari. Al di là, a sole due giornate di viaggio, si estende il Tibet, per difendersi dal quale, nel 1647, Ngawang Namgyal eresse questo dzong, o monastero-fortezza. Nel corso dei cento anni successivi le truppe del Dalai Lama tentarono per ben cinque volte di sconfiggere i rivali della setta Drukpa Kagyud, che nel Bhutan avevano trovato fervida accoglienza, ma vennero sempre respinti. I formidabili bastioni naturali e l’abilità militare dei bhutanesi, consentirono al Paese di mantenere le proprie caratteristiche culturali, religiose e la propria indipendenza. Oggi, però, eserciti meno potenti, ma più insidiosi, stanno scalfendo i driglam namzha, i valori tradizionali. Il 50% dei 700.000 bhutanesi ha meno di 25 anni e, dopo un lungo e felice isolamento, sono ansiosi di conoscere ciò che “sta al di fuori”, come definisce il mondo esterno Tenzin Dorji, voce della rock band bhutanese Who’s Your Daddy. Televisione e internet sono i veicoli tramite cui vengono più facilmente assimilati i comportamenti digressivi e poco valgono le censure dei canali ritenuti più offensivi alla morale bhutanese, come MTV, Fashion TV o i programmi di wrestling. Barbara Crossette, autrice del libro So Close to Heaven: The Vanishing Buddhist Kingdoms of the Himalayas è chiara sul futuro della nazione: «Il Bhutan si trova di fronte ad un bivio: integrarsi all’economia regionale, e allora deve accettare i cambiamenti sociali che ne derivano, o mantenere la purezza dei valori culturali e sociali; in questo caso dovrà rivedere tutti i programmi economici e politici varati sino ad oggi». I 18.000 turisti che ogni anno visitano il Paese, assieme ad una gran quantità di valuta pregiata portano modelli di vita assimilati acriticamente dalla gioventù bhutanese. E nonostante il Paese si sia dotato di un singolare computo dello sviluppo chiamato Prodotto di Felicità Lorda, che misura l’evoluzione della nazione sulla base di valori umani e ambientali, la richiesta di beni materiali è in continuo aumento. Gli effetti dell’espansione socio-economica iniziata nel 1974, sono evidenti: gli echi del drago tonante, sono sovrastati dagli aerei e dalle macchine che percorrono i 5.000 chilometri di strade, mettendo in pericolo le foreste che ricoprono, per legge, il 60% del territorio. Anche i mantra cantilenanti dei monaci, le urla di gioia degli arcieri, eroi sportivi nazionali, sono sempre più spesso dominati dalle note di Eminem o dei Nirvana. E se la vendita del tabacco è vietata, niente paura: un po’ di marijuana la si trova sempre, visto che cresce rigogliosa nelle valli del paese. L’entrata del Bhutan nel novero delle giovani democrazie, avvenuta per volere dell’ex re Jigme Singye Wangchuck, è l’ultimo passo per la completa integrazione al mondo esterno, ma non trova tutti d’accordo: «Siamo sempre stati felici con il sistema che abbiamo avuto sino ad oggi: perché cambiare?» lamenta Tsheltrim Wandgu, un contadino di Jakar. Gli esempi del Nepal e dell’India sono, purtroppo, evidenti e il timore è che anche il pacifico Bhutan cada nella spirale della violenza. E’ già accaduto nel 1964, con l’assassinio del Primo Ministro Jigme Palden Dorji e, più recentemente nel 1988, quando un censimento rivelò che l’etnia di origine nepalese e hinduista giunta in Bhutan dal XIX secolo, stava sopravanzando la maggioranza Bhote buddista. L’esempio del Sikkim, che nel 1975 vide abolire in un sol colpo monarchia e indipendenza con un referendum il cui risultato fu influenzato dall’etnia nepali, indusse il governo di Thimphu a varare una serie di leggi sulla cittadinanza assai restrittive. In base a queste nuove disposizioni circa 100.000 Lhotshampa (letteralmente “gente del sud”, nome con cui vengono definiti dal governo le etnie nepali) fuggirono in Nepal dove ora languono in sette campi profughi, donando al Bhutan il poco invidiabile primato del paese con la percentuale di profughi più alta al mondo. Nonostante le pressioni internazionali, Thimphu ha sempre rifiutato di accogliere i 106.000 esuli, adducendo come giustificazione che solo il 25% di loro avrebbe diritto di cittadinanza. «In realtà sono tutti bhutanesi. Il Bhutan ha paura che il rientro dei rifugiati possa importare ideologie che destabilizzerebbero il sistema.» spiega Silas Bogati, direttore della Caritas Nepal, che ha diversi progetti nei campi profughi. La questione dei rifugiati getta una macchia indelebile sul governo bhutanese, ma, fortuna per lui, sono ben pochi in Occidente coloro che ne sono a conoscenza. Un altro dramma dimenticato.

© Piergiorgio Pescali

Bhutan - Scheda

Il Butan come entità politica nasce nel 1616, quando il lama della setta Drukpa, Ngawang Namgyal, unifica i vari regni e dando vita al Tsa Yig, il codice che rimarrà in vigore sino al 1904. Alla fine del XIX secolo è il governatore di Trongsa, Ugyen Wangchuck che, con l’aiuto dei britannici, riunifica di nuovo il regno dando vita alla dinastia che ancora oggi regna. Il quarto re, Jigme Singye, dà il via ad un intenso sviluppo economico e sociale che in soli 30 anni porta il Bhutan a diventare uno dei paesi socialmente più avanzati del subcontinente. L’analfabetismo viene ridotto dal 90 al 40%, il sistema sanitario migliorato a tal punto che oggi un bhutanese può sperare di vivere 66 anni (nel 1974 la vita media era di 46 anni). E nonostante il 30% della popolazione viva sotto il livello di povertà, il singolare sistema di monitoraggio di sviluppo introdotto da re Jigme Singye, indica che l’indice di soddisfazione popolare si assesta sopra l’80%. Nel 2008 le prime elezioni della storia hanno dato la vittoria al Partito della Pace e Prosperità del popolare Primo Ministro Jigme Thinley. Secondo il programma di Jigme Singye, che nel 2006 ha passato lo scettro al figlio Jigme Kesar Namgyal Wangchuck, il processo democratico dovrebbe concludersi con il varo di una nuova costituzione che porterebbe la monarchia ad un livello di mera rappresentanza.

© Piergiorgio Pescali

Il Bhutan tra India e Cina

Sebbene il Bhutan appartenga culturalmente all’area cinese, l’impervia catena himalayana da cui è separato, ha portato i governanti a rivolgersi verso l’India, con cui condivide le pianure del Duar. I rapporti storici con il Tibet, del resto, non sono mai stati pacifici: la setta Gelukpa che regnava a Lhasa non ha mai digerito di avere confinante uno stato che seguiva la dottrina degli odiati rivali Kagyupa e Nyngmapa. Il Trattato di Punakha del 1910, stipulato con la Gran Bretagna ed in base al quale Londra si impegnava a difendere il Bhutan dalla Cina guidandone la politica estera, fu sostituito pari pari nel 1949 dal Trattato di Amicizia tra India e Bhutan. La dipendenza di Thimphu da New Delhi si esplica, in modo a volte invadente, in termini economici e militari. I turisti indiani non sono tenuti a pagare l’esorbitante tassa di 200 dollari giornalieri imposta agli stranieri, l’esercito bhutanese è addestrato dagli indiani e persino l’approvvigionamento di materiale bellico deve essere approvato da New Delhi. Nel 2003, su insistenza indiana, il Bhutan si è impegnato in una guerra contro i gruppi indipendentisti assamiti che gestivano una trentina di campi sul suo territorio.
Ma in un contesto di sviluppo economico in rapida crescita, l’accaparramento di risorse è divenuta una delle principali priorità di India e Cina. Secondo recenti stime il potenziale elettrico del Bhutan è pari a 30.000 MW, di cui solo 1.300 utilizzati, e tutti a favore di New Delhi. Recentemente Pechino ha dato segni di voler avvicinarsi al piccolo Paese, con cui nel passato ha avuto scaramucce per la definizione dei confini. Il nuovo governo scaturito dalle elezioni del 2008, dovrà affrontare il nuovo corso politico mantenendo una più equa distanza dai due colossi asiatici. Il timore di seguire l’esempio del Sikkim o del Tibet è sempre presente nella politica bhutanese e l’avvicinamento troppo evidente ad una o all’altra nazione potrebbe portare a conseguenze poco piacevoli per Thimphu.

© Piergiorgio Pescali

Elezioni in Bhutan - 24 Marzo 2008

Il 24 marzo, anche il Bhutan entrerà nel novero delle democrazie mondiali. Almeno nominalmente. A dare l’annuncio è stato l’attuale re ventisettenne, Jigme Keshar Namgyal Wangchuck, ma a deciderne la data sono state le stelle e i pianeti. Sono stati infatti i quattro astrologi della corte reale che, scrutando il cosmo, hanno indicato al re, laureato ad Oxford, il giorno fausto perché il piccolo regno himalayano apra le porte alla sovranità popolare. Questa commistione di superstizione e di modernità, è la base su cui i bhutanesi vogliono costruire il loro futuro. Per secoli il Bhutan si è isolato dal mondo esterno, coltivando gelosamente le proprie culture e tradizioni. Solo a partire dal 1961, il re Jigme Singye Wangchuck, padre dell’attuale monarca, iniziò una politica di lenta, ma costante, modernizzazione segnata dall’introduzione di un sistema monetario, dell’elettrificazione di alcune aree attorno alla capitale Thimpu sino ad arrivare, nel 1974, ad accogliere i primi turisti e nel 1999 ad accendere il primo apparecchio televisivo nel Paese. L’ultimo passo di questa politica di adeguamento ai tempi moderni, sono le elezioni di marzo. Per “istruire” i bhutanesi alla democrazia in veste occidentale (un uomo un voto), un concetto astratto a molte culture asiatiche, lo scorso 21 aprile 2007 si sono indette consultazioni fasulle. Quattro partiti fittizi, con nomi che richiamavano il simbolo del Bhutan, il Drago Tuonante, identificati da diversi colori, si sono dati battaglia nei seggi elettorali. Non si può dire sia stato un successo: solo 125.000 persone, il 28% degli aventi diritto al voto, hanno posto la loro scheda nelle urne. Ed il vincitore è risultato essere il partito del Giallo Dragone Tonante che, oltre ad esporre il colore della casa regnante, aveva come motto “cultura e tradizione”. Nelle elezioni “vere”, quelle del 24 marzo, si affronteranno due partiti: il progressista Partito Democratico Popolare (PDP) e il conservatore Partito dell’Armonia, formato dall’unione del Partito di Unità Popolare e dal Partito del Popolo, dato per superfavorito e guidato dal Primo Ministro Khandu Wangchuck. In seguito i delegati eletti renderanno l’Assemblea Nazionale il massimo organo esecutivo del Paese, ridimensionando il ruolo del sovrano. Ma basteranno queste votazioni per rendere il Bhutan democratico? Il regno, in nome della salvaguardia della religione buddista e della tradizione nazionale, ha creato un sistema xenofobo e intollerante. Un bhutanese su sette vive rifugiato in Nepal o in India da quando, alla fine degli anni Settanta, re Jigme obbligò l’etnia di origine nepalese Lhotshampa a vestire l’abito nazionale, il Drukpa bakkhoo, a parlare il dzongkha, il dialetto delle popolazioni settentrionali e a convertirsi alla religione nazionale. La campagna “Una nazione, un popolo”, assieme al concetto di Felicità Interna Lorda inventato dallo stesso sovrano per rimpiazzare l’indice di benessere economico Prodotto Interno Lordo, estraneo ai valori locali, non ammettevano diversità di vedute oltre a quella bhutanese. La democratizzazione, secondo molti osservatori, servirà anche per permettere alla casa regnante di trasferire lo scottante problema dei profughi all’Assemblea Nazionale. Ma il Parlamento dovrà anche fronteggiare la crisi in atto con la Cina, con cui il Bhutan non ha rapporti diplomatici. Ultimamente truppe cinesi sono sconfinate nel regno e, da qui, nella regione indiana dell’Arunachal Pradesh, reclamata da Pechino. L’India, unico Paese regionale con cui il Bhutan ha relazioni economiche e diplomatiche, ha recentemente siglato nuovi accordi militari con Thimpu, scatenando le ire della Cina. Il mantenimento dell’equidistanza tra i due colossi sarà il principale compito che il nuovo governo dovrà porsi. Un ulteriore avvicinamento all’India, renderebbe la Cina più pericolosa. E in questo gioco d’equilibrismo non serviranno gli indovini di corte.

© Piergiorgio Pescali