Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

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FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Myanmar - 2012. Mostra tutti i post
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Myanmar: Intervista ad Aung San Suu Kyi ad Oslo (18 giugnoi 2012)


Ci sono voluti 21 anni, ma alla fine Aung San Suu Kyi ha potuto ritirare personalmente il premio Nobel per la pace assegnatole nel 1991 e mai consegnatole per la proibizione dei militari di rientrare in Myanmar, una volta abbandonato il paese.

L’abbiamo incontrata durante uno dei rari momenti di relax che la sua fitta agenda le consent

-Ventiquattro anni di assenza sono tanti. Come si è preparata ad incontrare l’Europa dopo aver vissuto per lungo tempi in Inghilterra?-
ASSK: -Durante il viaggio in aereo ero eccitatissima. Guardavo dal finestrino passare sotto di me, ad appena sette-otto chilometri, terre e paesi dalle culture, lingue, religioni diverse. Erano paesi senza frontiere, dall’aereo non le puoi vedere, e mi dicevo che se io ora sono libera di viaggiare da un Paese all’altro, altre persone non lo sono per diversi motivi. Dobbiamo lottare anche per loro. Ora sono in Europa, un continente che conosco bene perché ci sono vissuta per tanti anni. Per ora ho visitato solo la Svizzera e la Norvegia, poi andrò in Inghilterra, mia seconda patria. Non so cosa troverò. Amici che non vedevo da anni, città che forse sono cambiate, stili di vita. Sono davvero curiosa e elettrizzata!-

-Cosa ha provato quando ha stretto in mano il premio?
ASSK –Emozione, naturalmente, ma anche un senso di liberazione e di felicità. Liberazione perché il mio arrivo ad Oslo dopo 23 anni di restrizioni di movimento, è un segno che le cose in Birmania stanno cambiando. Felicità perché, oltre a conoscere direttamente persone che si sono sempre battute attivamente per la democratizzazione della Birmania, potrò finalmente portare il premio al mio popolo che ha sofferto e continua a soffrire per i 50 anni di dittatura militare.-

-Lei è ancora scettica sulla reale democratizzazione in atto in Myanmar, o Birmania come preferisce chiamarla. Eppure dal 2010 ad oggi ci sono stati chiari segni di buona volontà da parte del governo di Thein Sein-
ASSK –Thein Sein è una persona credibile e aperta alle riforme, ma all’interno del Tatmadaw esistono ancora elementi contrari alla democratizzazione. E’ per questo che ricordo sempre che non bisogna abbassare la guardia.-

-Lei si è sempre dichiarata favorevole all’embargo economico verso la Birmania dei generali. Ora sta cambiando opinione, chiedendo ai turisti di visitare il paese e alle compagnie internazionali di investire nella nazione. Come mai se, come lei stessa ha appena detto, esiste il pericolo di una controriforma democratica che potrebbe riportare la Birmania alla dittatura militare?-
ASSK: -E’ vero, esiste sempre questo pericolo, ma occorre anche dare una chance al processo di riforma e a chi questo processo lo sostiene. Penso che l’apertura del paese all’esterno, con l’arrivo di stranieri e di investitori dai paesi democratici, possa cementificare le fondamenta dello stato democratico che stiamo costruendo.-

-Le economie mondiali, USA e Europa in testa, cercheranno in tutti i modi di recuperare il terreno perduto negli investimenti in Birmania a causa del boicottaggio. Non pensa che una rincorsa al profitto possa portare allo sfruttamento incontrollato dei lavoratori e a rendere la Birmania un campo di battaglia tra USA, Cina e India?-

ASSK: -Già oggi c’è uno sfruttamento dei lavoratori. Solo da poco tempo i sindacati in Birmania sono liberalizzati ed in alcune fabbriche i lavoratori si stanno organizzando per chiedere maggiori diritti. Certamente l’aumento degli investimenti nel paese potrà portare allo sviluppo di una sorta di capitalismo selvaggio, ed è per questo che dobbiamo controllare attentamente ogni richiesta. Inoltre è anche vero che Cina, India e Stati Uniti potrebbero scontrarsi in Birmania come è successo altrove. Solo un governo veramente democratico e rappresentativo potrà evitare che questo accada. E’ anche per questo che sono venuta in Europa. Per chiedere aiuto a voi affinché il nostro Paese non venga immolato sull’altare del profitto.-

-Lei è entrata nel parlamento pur essendo contraria alla Costituzione del paese. Non è un controsenso?-
ASSK: -Continuiamo a non accettare la Costituzione e ci battiamo affinché possa essere cambiata in modo democratico. Non accettiamo, ad esempio, che il 25% dei seggi debba essere assegnato ai militari perché questo blocca ogni emendamento che non sia accettato da loro.-
-La parte più delicata della democratizzazione birmana è quella che interessa le minoranze etniche. Nessuno, nemmeno suo padre, è mai riuscito a porre fine ai conflitti periferici della nazione. Come pensa di riuscirci lei?-
ASSK: -Il segreto sta nell’ascoltare le richieste di queste componenti etniche che fanno parte integrante dello stato birmano. I generali della giunta birmana sino ad oggi hanno pensato solo a sfruttare le risorse economiche degli stati etnici per il loro tornaconto personale. Occorre cambiare prospettiva e permettere che siano le rappresentanze etniche stesse a gestire le loro risorse per il bene di tutta la nazione.-
-In alcuni stati della Birmania si cominciano a riscontrare i primi scontri a sfondo etnico e religioso, come quelli in atto nell’Arakan tra buddisti e musulmani. Forse avevano ragione coloro che avvisavano del pericolo di una democratizzazione troppo repentina?

ASSK: -Gli scontri nell’Arakan sono dovuti alla politica delle passate giunte militari che hanno negato alle popolazioni locali una giusta autodeterminazione. Gli scontri c’erano anche prima, non sono nati dopo l’avvio del processo democratico. Musulmani e buddisti hanno vissuto pacificamente assieme per secoli in quella regione; è stata la politica della giunta militare a rompere quell’equilibrio naturale che si era raggiunto. Ora dobbiamo ristabilirlo ma, come dimostrano i recenti avvenimenti, non è facile.


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Aung San Suu Kyi inizia il tour in Europa (14 giugno 2012)

Dal 13 giugno Aung San Suu Kyi visiterà l’Europa. Sarà la sua seconda volta dal 1989 che la Lady uscirà dal Myanmar, dopo la recente visita a Bangkok. Il lungo viaggio, che durerà ben due settimane, toccherà Svizzera, Norvegia, Gran Bretagna, Irlanda e Francia. Tra i numerosi appuntamenti ufficiali, Aung San Suu Kyi sarà ospite di istituti internazionali, tra cui l’ILO e la sala del comune di Oslo, dove le leader birmana riceverà il premio Nobel per la Pace assegnatole nel 1991 e che non ha mai potuto ritirare per il divieto imposto dai militari di rientrare in Myanmar nel caso ne fosse uscita. Da allora il paese asiatico ha subito radicali cambiamenti passando dagli anni della speranza di un’apertura al dialogo durante il governo del moderato Khin Nyunt, al periodo più buio e drammatico dello xenofobo Than Shwe, grazie al quale ogni tipo di opposizione venne vietata, i prigionieri politici si moltiplicarono, la popolazione si impoverì e nel 2007 le manifestazioni indette dai monaci furono represse dall’esercito. E’ stato il ritiro a vita privata di Than Shwe e del suo vice Maung Aye a ridare slancio alla democratizzazione del paese. Ad appena una settimana dalle elezioni generali del 7 novembre 2010, il regime mantenne la promessa di liberare Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari che si protraevano, a fasi alterne, dal 1989. Ed il Myanmar che si affaccia oggi sulla scena internazionale, di cui la Lady è rappresentante parlamentare, sta convincendo sempre più i governi occidentali delle positive intenzioni del gabinetto Thein Sein. Particolarmente ottimisti sono gli Stati Uniti, che in un recentissimo rapporto del Dipartimento di Stato sulla situazione dei diritti umani, hanno trovato parole di elogio per il Myanmar a causa dei miglioramenti sociali attuati. In effetti la lista dei prigionieri politici birmani stilata periodicamente dall’AAPPB (Assistance Association for Political Prisoners in  Burma), ha visto diminuire drasticamente il numero di detenuti: da 2.000 che erano nel 2010, sono oggi 471. Ancora tanti, sicuramente, ma non c’è nessuna nazione al mondo che, nel contempo, ha liberato così tanti oppositori. Tra questi, oltre naturalmente ad Aung San Suu Kyi troviamo nomi noti come il comico Zarganar e il monaco buddista U Gambira, organizzatore delle proteste del 2007. Anche in campo sindacale i lavoratori cominciano a godere di alcuni diritti. Le organizzazioni di rappresentanza sono ora riconosciute, così come il diritto di sciopero anche se, dopo 50 anni di proibizioni, la titubanza e la paura, assieme alla repressione ancora in atto, frenano  la partecipazione attiva dei lavoratori. Per rilanciare economicamente e socialmente la nazione, Thein Sein ha chiesto ai dissidenti birmani all’estero di rientrare in patria, offrendo loro l’amnistia. Nel suo ultimo viaggio in Thailandia, la stessa Aung San Suu Kyi ha promesso ai rifugiati birmani (circa 155.000) di riportarli nelle loro case. Bisognerà, però, vedere se questi profughi, la maggioranza dei quali è nata e vissuta in Thailandia, accetterà di varcare il confine. Molti di loro, infatti, preferirebbero continuare a vivere oltrefrontiera piuttosto che rifarsi una vita in una nazione ancora instabile e dove ogni forma di governo, sia locale che centrale, è dominata dall’etnia bamar, a cui la stessa Aung San Suuy Kyi appartiene.
Fino ad ora, infatti, la carta democratica si è giocata principalmente nella regione centrale della nazione asiatica, quella che gli inglesi, al tempo del colonialismo, chiamavano Birmania.  E’ in quest’area, che si estende lungo il bacino dell’Ayeyarwaddy fino a Mytkyina, che si è sempre decisa la politica dell’intero Myanmar. E sono sempre stati politici di etnia bamar, o birmana, a dettare le sorti di una nazione formata da 135 entità etniche differenti. I bamar, a cui appartiene anche Aung San Suu Kyi, e che rappresentano il 68% della popolazione del Myanmar, hanno sempre negato una rappresentanza significativa alle minoranze culturali e linguistiche. Neppure Aung San, eroe nazionale e padre della stessa Suu Kyi, si è mai mostrato accondiscendente con la periferia della nazione, trattando i gruppi etnici con il pugno di ferro e negando loro ogni autonomia. La fase di apertura democratica avvenuta nel paese, è stata quella più semplice, perché interessava un  solo gruppo etnico. Ora occorre estendere il pluralismo all’esterno della regione birmana. Ed è qui il passo più difficile che dovrà compiere Thein Sein. L’influenza di Aung San Suu Kyi potrà facilitare solo in parte il compito del gabinetto di Nay Pyi Taw. La Lady, infatti, nelle zone periferiche del Myanmar non è popolare come lo è nella regione etnica a cui appartiene. Shan, Chin, Kin, Wa, Rakhine, Mon, gelosi della propria autonomia, continuano a mantenere propri eserciti e diffidano anche della bamar Suu Kyi. Lo dimostrano gli scontri che qualche settimana sono scoppiati proprio nel Rakhine, la zona a maggioranza musulmana al confine con il Bangladesh dove, dal 10 giugno, è stata dichiarato lo stato di emergenza. L’indebolimento del potere centrale e l’allentamento della morsa dei militari, ha indotto la comunità musulmana a ribellarsi contro quella buddhista sostenuta dai generali birmani. Come molti altri gruppi etnici del Myanmar, ai Rakhine è negata la cittadinanza birmana e, spesso, anche la possibilità di pregare nelle moschee. La posizione di Thein Sein si fa sempre più delicata perché  accontentare le istanze di questi popoli significherebbe, coinvolgere anche la politica etnica dei paesi limitrofi come Cina, Thailandia, Laos, India e, in esteso, anche Vietnam. Tutte nazioni, queste, che hanno enormi problemi di convivenza e di diritti umani con le popolazioni montane. Ecco perché ora, dopo tanti slogans e promesse, anche la Lega Nazionale per la Democrazia si troverà costretta a ritirare certe prese di posizione “liberali” assunte nel passato. Spiace dirlo, ma l’unica organizzazione transnazionale capace di avere una rappresentanza su tutto il territorio è il Tatmadaw, l’esercito. Anche Aung San Suu Kyi sa che senza il Tatmadaw non può esistere il Myanmar, ed è per questo che, specialmente negli ultimi mesi, ha smorzato i toni contro i militari e la stessa Cina, accettando di entrare a far parte di un parlamento retto da una costituzione da lei stessa criticata perché garantisce che il 25% dei seggi venga assegnato ai militari. La strada verso la democrazia in Myanmar è sicuramente a buon punto, ma è giunta ad una svolta. Perché possa procedere, ora occorre inoltrarsi oltre i confini etnici. Ed è qui che il gioco si farà duro. Anche per Aung San Suu Kyi.

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Myanmar: democratizzazione che avanza (febbraio 2012)


Con la liberazione di Shin Gambira, il giovane monaco considerato l’organizzatore delle manifestazioni che nel 2007 avevano infiammato le città birmane, continuano le riforme del nuovo governo di Thein Sein. Oramai sono in pochi a considerare solo “di facciata” le aperture avviate alla fine del 2010, quando Aung San Suu Kyi venne liberata sette giorni dopo le elezioni generali. Nel giro di pochissimi mesi la situazione sociale e politica del Myanmar è stata stravolta: da una dittatura militare governata da una triade di vecchi militari rintanati nel proprio guscio ed incuranti delle condizioni in cui viveva la popolazione, ad una proto democrazia che sta seguendo, finora senza troppi intoppi, una via verso il pluralismo e verso lo sviluppo economico. Than Shwe, il generale a capo del paese e del Tatmadaw dall’inizio del 2000, sembra si sia definitivamente ritirato a vita privata, lasciando (non troppo inaspettatamente) ogni forma di potere all’ex primo ministro Thein Sein, nuovo uomo forte del paese asiatico. La visita di Hillary Clinton, avvenuta nel dicembre 2011, e il recente riconoscimento del governo birmano da parte degli Stati Uniti, hanno aperto nuove prospettive diplomatiche per Nay Pyi Daw. Gli stessi birmani, dapprima scettici sulle reali intenzioni di apertura indicate da Thein Sein, oggi si sono convinti che la “road to democracy” è stata intrapresa e non hanno più timore nell’appoggiare pubblicamente Aung San Suu Kyi e il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia. Il premio Nobel per la pace scenderà nell’arena elettorale il prossimo aprile, quando si dovranno scegliere i 34 seggi parlamentari lasciati vacanti dai ministri del nuovo governo. La sua elezione sembra scontata, resta da vedere in che modo lei, figlia dell’eroe nazionale Aung San e spina nel fianco dei regimi militari sin dal 1988, riuscirà a mantenere le numerose e impegnative promesse fatte ai suoi fans negli anni passati.


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Myanmar: la primavera del Myanmar


Il Myanmar, la nazione che fino al 1989 era ufficialmente chiamata Birmania, dopo cinquant’anni di dittatura militare, sta conoscendo un periodo di riforme politiche e sociali senza precedenti. Le elezioni del 7 novembre 2010, immediatamente seguite dal rilascio di Aung San Suu Kyi e dal ritiro dei due generali più intransigenti, Than Shwe e Maung Aye, hanno concesso spazi sempre maggiori alle riforme democratiche. Le perplessità di governi e associazioni che, almeno all’inizio, avevano accolto con riserva le aperture del neo primo ministro Thein Sein, sembrano meno incisive. La Lega Nazionale per la Democrazia, il partito fondato da Aung San Suu Kyi alla fine degli anni Ottanta, è stato legalizzato, riportando l’opposizione all’interno della vita politica birmana. La stessa Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel lontano 1991, è ora libera di viaggiare per l’intero paese e di partecipare alle elezioni suppletive che si terranno il prossimo aprile. Dopo anni di arresti domiciliari, avrà l’opportunità di entrare nel parlamento birmano e, come ha avuto modo di specificare lo stesso Thein Sein, di poter ricoprire una carica ufficiale all’interno del governo. A livello internazionale gli Stati Uniti hanno riallacciato i rapporti diplomatici con Nay Pyi Taw (la città che nel 2006 ha sostituito Yangon come capitale) e la stessa Hillary Clinton ha potuto abbracciare Aung San Suu Kyi e incontrare i vertici del governo. Al tempo stesso i legami con Pechino, strettissimi fino al 2010, si stanno allentando. Imprese giapponesi, sudcoreane, thailandesi, singaporeane, ma soprattutto indiane, stanno siglando appalti di milioni di dollari per la costruzione di infrastrutture e per sfruttare il ricchissimo sottosuolo birmano. Le ditte europee e statunitensi, tenute lontano dal paese da un embargo economico voluto per indebolire il regime militare, sono già pronte a inondare il Myanmar con i loro progetti. La francese Total, una delle pochissime aziende della Comunità Europea che, sfidando le sanzioni, ha sempre investito nella nazione asiatica, sta preparando un piano di ampliamento che sfrutti i ricchi giacimenti di idrocarburi offshore. La Chiesa cattolica, nella voce dell’arcivescovo di Yangon, mons. Charles Bo, si è sempre opposta all’isolamento economico e politico imposto dai governi occidentali al Myanmar in quanto non avrebbe fatto altro che spingere i militari nelle braccia della Cina. Alla luce dei fatti, la posizione dell’arcivescovo si è dimostrata lungimirante. Pechino ha trasformato il vicino in una sorta di serbatoio da cui prelevare pietre preziose, legname, energia per alimentare la propria crescita economica, dando ben poco in cambio. Alla primavera politica birmana, però, non è ancora seguita una rinascita sociale ed economica, anche se nelle principali città stanno sorgendo cantieri. Le strutture sociali pubbliche, quando ci sono, sono spesso fatiscenti e solo alcune organizzazioni umanitarie hanno il permesso di sopperire alla loro mancanza. Ci sono prove che, persino durante la fase di aiuti umanitari succeduta al tifone Nargis, le ONG per poter intervenire nelle regioni più colpite, dovevano pagare tangenti alle amministrazioni locali. Inoltre le nazionalità etniche non birmane (il 32% della popolazione) stanno faticosamente cercando una loro autonomia che possa preservare le tradizioni, lingue, culture, religioni. Ci si aspetta molto da questo nuovo corso sociale e politico e, se Aung San Suu Kyi verrà eletta, sarà chiamata a mantenere fede alle sue promesse di sviluppo, democrazia e di rispetto delle minoranze etniche fatte durante la sua prigionia. Nel frattempo le agenzie turistiche stanno promuovendo il Myanmar come nuova destinazione e si stanno costruendo mega strutture che ben poco si adattano all’ambiente e alla cultura locale. La devastazione del turismo di massa già operata in Thailandia, Cambogia e Vietnam rischia di stravolgere il delicato equilibrio birmano. I siti archeologici di Bagan e di Mrauk U, magnifici quanto delicati, non riuscirebbero a sopportare l’afflusso di bande di turisti interessati più alle comodità dell’albergo di lusso, piuttosto che alla storia delle pietre. Inoltre, se lo sviluppo economico non riuscirà a soddisfare i bisogni primari della popolazione, nel paese si rischierà di assistere alla decadenza civile e morale a cui sono piombate le nazioni vicine.


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Myanmar: imboccata la via per la democrazia in Birmania, ora occorre ampliarla al Myanmar


Accelerato il processo di democratizzazione in Birmania, ora aspettiamo di vederlo ampliato a tutto il Myanmar. L’elezione di Aung San Suu Kyi al parlamento nazionale non è importante perché rappresenta una svolta democratica nel paese (questa era già iniziata dopo la seconda metà del 2011), quanto perché sancisce il riconoscimento del governo di Thein Sein delle forze di opposizione in un parlamento che, fino a quattordici mesi fa, era dominato dai militari. Ma sino ad ora, la carta democratica si è giocata principalmente nella regione centrale della nazione asiatica, quella che gli inglesi chiamavano Birmania.  E’ in quest’area, che si estende lungo il bacino dell’Ayeyarwaddy fino a Mytkyina, che si è sempre decisa la politica dell’intero Myanmar. E sono sempre stati politici di etnia bamar, o birmana, a dettare le sorti di una nazione formata da 135 entità etniche differenti. I bamar, a cui appartiene anche Aung San Suu Kyi, e che rappresentano il 68% della popolazione del Myanmar, hanno sempre negato una rappresentanza significativa alle minoranze culturali e linguistiche. Neppure Aung San, eroe nazionale e padre della stessa Suu Kyi, si è mai mostrato accondiscendente con la periferia della nazione, trattando i gruppi etnici con il pugno di ferro e negando loro ogni autonomia. La fase di apertura democratica avvenuta nel paese, è stata quella più semplice, perché interessava un  solo gruppo etnico. Ora occorre estendere il pluralismo all’esterno della regione birmana. Ed è qui il passo più difficile che dovrà compiere Thein Sein. L’influenza di Aung San Suu Kyi potrà facilitare solo in parte il compito del gabinetto di Nay Pyi Taw. La Lady, infatti, nelle zone periferiche del Myanmar non è popolare come lo è nella regione etnica a cui appartiene. Shan, Chin, Kin, Wa, Rakhine, Mon, gelosi della propria autonomia, continuano a mantenere propri eserciti e diffidano anche della bamar Suu Kyi. Accontentare le istanze di questi popoli significherebbe, inoltre, coinvolgere anche la politica etnica dei paesi limitrofi come Cina, Thailandia, Laos, India e, in esteso, anche Vietnam. Tutte nazioni, queste, che hanno enormi problemi di convivenza e di diritti umani con le popolazioni montane. Ecco perché ora, dopo tanti slogans e promesse, anche la Lega Nazionale per la Democrazia si troverà costretta a ritirare certe prese di posizione “liberali” assunte nel passato. Spiace dirlo, ma l’unica organizzazione transnazionale capace di avere una rappresentanza su tutto il territorio è il Tatmadaw, l’esercito. Anche Aung San Suu Kyi sa che senza il Tatmadaw non può esistere il Myanmar, ed è per questo che, specialmente negli ultimi mesi, quando era chiaro che sarebbe stata candidata (ed eletta) al parlamento, ha smorzato i toni contro i militari e la stessa Cina. La strada verso la democrazia in Myanmar è sicuramente a buon punto, ma è giunta ad una svolta. Perché possa procedere, ora occorre inoltrarsi oltre i confini etnici. Ed è qui che il gioco si farà duro. Anche per Aung San Suu Kyi.
© Piergiorgio Pescali



Myanmar - Come sta cambiando il paese (31 marzo 2012)


La partecipazione della Lega Nazionale per la Democrazia e della sua leader, Aung San Suu Kyi, alle elezioni suppletive del prossimo aprile, è, per molti, una dimostrazione sulla reale volontà di democratizzazione intrapresa dal nuovo governo di Thein Sein. La visita di Hillary Clinton a Yangon e Nay Pyi Taw lo scorso dicembre, ha segnato l’inizio di una nuova fase di relazioni diplomatiche ed economiche tra Stati Uniti e Myanmar. A ruota si sono allineati anche i governi della Comunità Europea, che hanno tolto il veto di visto a numerosi esponenti del regime militare. L’amministrazione Obama ha allentato anche la morsa sull’embargo imposto alla giunta militare che, nella realtà dei fatti, si è dimostrato controproducente sia per il popolo birmano, che ne ha subito le pesantissime conseguenze, sia per la politica internazionale. E’ stata, difatti, la Cina a beneficiare maggiormente della politica sanzionatoria, trasformando il Myanmar in una sorta di forziere personale da cui attingere le ricchissime risorse naturali: petrolio, gas naturale, pietre preziose, legname, energia idroelettrica. Più volte, intellettuali e organizzazioni umanitarie impegnate all’interno del Paese avevano denunciato la scarsa utilità dell’embargo costato, secondo uno studio statunitense, 60-80.000 posti di lavoro solo nell’industria tessile. Non è un caso, infatti, che le voci più favorevoli alle sanzioni provenivano dall’estero. La crisi economica mondiale e la continua ricerca di nuovi sbocchi per i mercati, ormai saturi, hanno contribuito a sdoganare il governo birmano. Pechino, se da una parte guarda con interesse la fase di apertura politica di un vicino con cui condivide caratteristiche etniche, dall’altra è preoccupato per l’invasione di nuovi concorrenti, specie indiani e americani. Lo scorso settembre, proprio quando Washington e Nay Pyi Taw stavano trattando i termini della visita di Hillary Clinton, Thein Sein ha sospeso i lavori della diga di Myitsone che, con i suoi 3,6 miliardi di dollari, rappresentava il più grande investimento cinese in terra birmana. Al tempo stesso concludeva un accordo con l’India per lo sviluppo del porto di Sittwe. Da parte loro, le aziende europee sono già pronte ad investire nell’economia vergine del Myanmar. Aspettando accordi più sostanziosi per lo sviluppo di servizi e trasporti, aziende come la francese Total e l’americana Chevron, che non hanno mai ubbidito al divieto dei loro paesi nel fare affari con la giunta birmana, stanno ampliando i loro accordi sull’estrazione off-shore di gas naturale. La stessa Thailandia, che dipende per il 25% del suo fabbisogno energetico dalle riserve birmane, si sta proponendo con maggior forza sul mercato energetico del Myanmar. Nel frattempo i tour operator stanno preparandosi ad invadere la nazione. Numerosi imprenditori hanno già firmato contratti per la costruzione di mega strutture nei posti più suggestivi: dalle spiagge incontaminate di Chaung Tha e Ngapali, ai delicatissimi siti archeologici di Bagan e Mrauk-U. Il pericolo è di trasformare il Myanmar in una seconda Cambogia o Thailandia, importando in questa terra le piaghe di un turismo poco rispettoso dei valori tradizionali e, soprattutto, della dignità delle persone.
© Piergiorgio Pescali


Myanmar: l'anno della svolta (capitolo di Asia Maior dedicato al Myanmar) di Piergiorgio Pescali


1. Introduzione: le elezioni, il giro di boa (nonostante tutto)



Le elezioni del 7 novembre 2010, nonostante la significativa defezione dell’NLD (National League for Democracy) e i clamorosi brogli a favore dell’USDP (Union Solidarity and Development Party), hanno segnato una nuova alba per la democrazia birmana.

Sebbene da più parti si continui a dubitare delle reali intenzioni riformiste della nuova dirigenza, dai governi dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e del Giappone si sono levate parole di speranza e di approvazione verso la politica adottata da Thein Sein, il nuovo presidente birmano. Ciò che comunque risulta importante, sono i sempre più frequenti segnali di cauto ottimismo che giungono direttamente dal Myanmar, in particolare dalla stessa Aung San Suu Kyi. Dal giorno della sua liberazione, il 13 novembre 2010, la «Lady» non sembra aver subito, almeno fino alla chiusura di questo scritto (31 dicembre 2011), quelle temute restrizioni nelle attività politiche profetizzate dai suoi sostenitori; anzi, la sua libertà di movimento e di azione è sicuramente superiore a quanto si potesse supporre alla vigilia della liberazione.

Cantare vittoria è, ad ogni modo, ancora troppo presto: il Myanmar è appena agli inizi di quella trasformazione politica, economica e sociale che, se attuata, segnerà il ritorno al pluralismo e la proietterà al di fuori dal limbo in cui essa stessa si è ritratta. Ancora tante, forse troppe, sono le incognite che potrebbero far deragliare il treno della democrazia, ma il 2011 è stato sicuramente l’annus mirabilis per questa nazione.





2. Thein Sein: da primo ministro a presidente

Il nuovo parlamento del Myanmar il 4 febbraio 2011, eleggeva con una maggioranza di 405 voti, l’ex generale Thein Sein presidente dell’Unione del Myanmar [NLM 5 febbraio 2011, «Meeting of Group of Pyidaungsu Hluttaw representatives-elect of Presidential Electoral College held», p. 7]. Ciò che poteva far presagire un’apertura futura del governo birmano alle istanze democratiche, non era tanto la scelta del moderato Thein Sein quanto, piuttosto, la non elezione del suo rivale: il generale in pensione «Thiha Thura» Tin Aung Myint Oo, delfino di Than Shwe e leader della linea dura del Tatmadaw (l’esercito del Myanmar). Il posto di primo ministro, ricoperto da Thein Sein nel precedente gabinetto, aveva fatto credere a molti che il neo presidente non fosse altro che una «marionetta» messa al suo posto da Than Shwe per poter controllare dall’esterno le future mosse [TI 25 febbraio 2011 «Burma’s President-Elect: A Clever Puppet?»]. È stato lo stesso Than Shwe a sciogliere, il 30 marzo, l’SPDC (State Peace and Development Council), inaugurando ufficialmente l’era di un governo civile birmano dopo quasi sessant’anni di dittatura militare e ritirandosi in pensione [RUM 2011a]. Il giorno stesso veniva notificato il nuovo gabinetto, formato da 34 ministeri [RUM 2011b].

Nel suo discorso di insediamento, Thein Sein  lasciava trasparire i primi indizi di sostanziali riforme, in particolar modo la necessità di «promulgare leggi per scuole private» e la cooperazione con «organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, le INGO e le NGO» [NLM 31 marzo 2011, «We have to strive our utmost…»,  p. 5].

Esaltava, però, al tempo stesso le repressioni del «1988, [quando] il governo del Tatmadaw salvò il paese dalle condizioni di deterioramento che si registravano in vari settori, contribuendo a ricostruire la nazione» [ibidem, p. 1]. Un chiaro ammiccamento verso i militari senza i quali, sia ben chiaro, il governo e l’unità del Myanmar sarebbero ancora impossibili, ma che ha gettato delle oscure ombre sulle reali intenzioni di cambiamento di Thein Sein. Vale la pena di ricordare che le manifestazioni dell’agosto del 1988 contro le riforme economiche e politiche, varate dal regime di New Win, erano state represse nel sangue, causando poche centinaia di vittime, secondo il governo, e centinaia di migliaia, secondo le fonti più accreditate.

L’impronta che il neo primo ministro ha voluto dare alla sua gestione è più tecnica e meno politica: Mya Aye, il nuovo ministro dell’Istruzione, è un ex rettore universitario, mentre Pe Thet Khin, a capo del dicastero della Salute, è un dottore ed ex rettore della Facoltà di Medicina della Yangon University. Sebbene l’NLD non sia rappresentato in parlamento, il presidente, in una significativa mossa di apertura verso l’opposizione, ha comunque chiamato U Myint, consigliere economico di Aung San Suu Kyi, a presiedere il Comitato di Consulenza Economica [W/DVB 28 aprile 2011,  «Presidential ‘advisors’ raise eyebrows»].





3. I cento giorni oscuri e la svolta

Per più di tre mesi (dall’aprile al giugno 2011), la nuova dirigenza birmana ha agito nell’ombra e ben poche notizie trapelavano dai filtri della censura. Il motivo di questo silenzio era dovuto alla ricerca di un nuovo equilibrio nell’inedito assetto politico del governo. L’ex numero uno del Myanmar, il generale Than Shwe, ben sapendo la fine poco gloriosa riservata ai suoi predecessori (Ne Win e Khin Nyunt sono stati posti agli arresti domiciliari), si è protetto da eventuali ritorsioni ponendo suoi accoliti in alcuni posti chiave del nuovo direttorio. Oltre ad aver occupato la vice presidenza con il già citato «Thiha Thura» Tin Aung Myint Oo, Than Shwe ha eletto a capo delle forze armate Min Aung Hlaing, che nel 2009 si era distinto nel guidare il Tatmadaw contro i ribelli del Kokang. La nomina di Min Aung Hlaing, considerato moderato, è comunque temporanea, dato che nel 2016, con il raggiungimento del pensionamento obbligatorio, dovrà abbandonare il posto di comando. I tre mesi di limbo sono quindi serviti a riequilibrare i nuovi poteri createsi nel paese, resi ancora più instabili da un parlamento formalmente multipartitico.

Durante questo periodo, Thein Sein si è premurato di tessere legami con le potenze estere per rafforzare la sua posizione interna. La Cina ha continuato, e continua tuttora, a rappresentare la pedina più importante per la stabilità governativa. La prima delegazione straniera ad incontrare il presidente birmano è stata proprio quella di Pechino, cortesia ricambiata da Thein Sein, poco più di un mese dopo, con la sua prima visita ufficiale nella Repubblica Popolare Cinese [TCP 4 aprile 2011, «PRC delegation first to meet new Myanmar premier»]. Ma la novità del nuovo governo è l’apertura mostrata verso paesi sino ad allora considerati ostili, se non addirittura nemici.

Da maggio a luglio il governo di Nay Pyi Taw ha incontrato delegazioni australiane, della Comunità Europea e statunitensi, tra cui una guidata dal senatore repubblicano John McCain, accanito sostenitore di Aung San Suu Kyi e instancabile detrattore del governo birmano. Tutte le delegazioni hanno riconosciuto i progressi sulla via della democrazia, ma hanno comunque chiarito che «ogni sviluppo nelle relazioni dovrà essere costruito non solo a parole, ma su azioni concrete» [McCain 2011].

La risposta di Nay Pyi Taw è stata pressoché immediata: il 19 luglio, giorno dedicato alla commemorazione dei martiri, per la prima volta da nove anni ad Aung San Suu Kyi è stato permesso di ricordare pubblicamente l’anniversario dell’assassinio di suo padre, Aung San, di fronte ad una folla di tremila persone [W/NLD 19 luglio 2011, «Dichiarazione n. 13/07/11»]. Pochi giorni dopo, il 25 luglio, la leader dell’NLD ha incontrato il ministro del Lavoro e del Welfare Aung Kyi, che, nel governo precedente, guidava lo speciale «ministero per le relazioni con Daw Aung San Suu Kyi», cioè svolgeva ufficialmente il ruolo di mediatore fra il regime e Aung San Suu Kyi [W/DVB 25 luglio 2011, «Govt and Suu Kyi’s ‘satisfied’ with talks»].  L’incontro si è poi ripetuto il 12 agosto con un comunicato congiunto in cui le due parti si impegnavano a «cooperare per raggiungere la stabilità dello stato e lo sviluppo sociale secondo le esigenze e i desideri del popolo» [NLM 13 agosto 2011, «Press Release», p. 13].

Due giorni dopo, Aung San Suu Kyi si recava, assieme al vice presidente dell’NLD, U Tin Oo, a Bago, per il suo primo viaggio politico dopo la liberazione [W/NLD 15 agosto 2011, «Daw Aung San Suu Kyi’s trip successful…»].

Da questo momento, le riforme politiche e ideologiche del governo birmano si sono fatte sempre più frequenti e convincenti: a partire dal 16 agosto dal «New Light of Myanmar», il quotidiano espressione della linea ufficiale del governo birmano, sono state tolte le frasi di propaganda e le invettive contro i giornali e le agenzie di informazione straniere (in particolare la BBC e la CNN), mentre, il 17 agosto, Thein Sein, affermava ufficialmente che «i cittadini del Myanmar che vivono all’estero per diverse ragioni, possono rientrare in patria se non hanno commesso crimini. Per i cittadini che hanno commesso un crimine e che ora vivono in un paese straniero, se torneranno in patria verrà concessa loro clemenza» [NLM, 18 agosto 2011, «Individual and organization…», p. 8]. Di questa amnistia hanno approfittato diversi esuli politici, rientrati nel Myanmar dopo anni di esilio. Lo stesso Harn Yawnghwe, direttore dell’Euro Burma Office di Bruxelles, dopo aver effettuato un viaggio in forma privata in Myanmar, ha detto di aver trovato «un’atmosfera migliore di quanto mi fossi aspettato» [TI 10 novembre 2011, «An Exile Returns»].





4. Il ritorno di Aung San Suu Kyi

Lo storico incontro tra Aung San Suu Kyi e il presidente Thein Sein, avvenuto il 19 agosto, ha decretato il definitivo ritorno del premio Nobel per la Pace alla vita politica attiva nel Myanmar. Ricevendo la «Signora» nella sua villa assieme alla moglie, Thein Sein non solo ha riconosciuto nella leader dell’NLD un valido interlocutore, ma anche un possibile alleato contro gli elementi conservatori che ancora potrebbero ostacolare le riforme da lui messe in atto. Significativa è la fotografia con cui il «New Light of Myanmar» ha illustrato l’incontro: alle spalle dei due protagonisti campeggiava il ritratto di Aung San, tornato ad essere l’eroe della patria dopo che Than Shwe aveva cercato di offuscarne la memoria e l’importanza storica [NLM 20 agosto 2011, «President U Thein Sein, Daw Aung San Suu Kyi vow to cooperate for national interest» p. 9].

Thein Sein si è anche detto disponibile a lavorare anche con quelle forze che non approvano la costituzione redatta nel 2008 [RFA 22 agosto 2011, «Suu Kyi, President Reach ‘Agreement’»,].

In settembre la stessa Aung San Suu Kyi ha potuto scrivere, per la prima volta dopo 23 anni, un suo articolo su un giornale birmano, il «Pyithu Khit News Journal», e una sua intervista è stata pubblicata sul settimanale «The Messenger», diretto da Zaw Min Aye, figlio dell’ex generale Tin Aye, presidente dell’Union Election Commission [TM 5 settembre 2011, «Intervista a Daw Aung San Suu Kyi»]. La pubblicazione degli articoli su Aung San Suu Kyi è stata seguita dallo sblocco dei siti internet stranieri, che ha permesso ai birmani di leggere le notizie di agenzie o siti considerati ostili al regime, come BBC, Reuters, Radio Free Asia, Irrawaddy, Democratic Voice of Burma, YouTube, e Voice of America [RWB 20 settembre 2011, «Many news websites unblocked, but 17 journalists and three netizens still held»]. Ciononostante, la censura nella stampa del Press Scrutiny and Registration Department, rimane ancora restrittiva in un paese dove i giornali sono strettamente legati al governo.

Ma la vera svolta è avvenuta il 18 novembre, quando l’NLD ha annunciato l’intenzione di rientrare nella politica birmana, costituendosi partito riconosciuto all’interno della costituzione della nazione [NLD, 18 novembre 2011, «Central Committee Special Statement»]. La scelta ha innescato una serie di reazioni e di conseguenze rivoluzionarie per il futuro del Myanmar, tra cui lo scioglimento di alcune fra le principali storiche organizzazioni d’opposizione al governo ufficiale birmano. Alla fine di novembre hanno quindi cessato di esistere l’NCGUB (National Coalition Government of the Union of Burma), l’MPU (Members of Parliament Union-Burma), l’NLD-LA (National League for Democracy-Liberated Area) e l’NCUB (National Council of the Union of Burma) [W/M 28 novembre 2011, «Foreign-based dissident organizations reorganizing their missions»].

Al tempo stesso, il rientro della legalità dell’NLD ha aperto ad Aung San Suu Kyi la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica del Myanmar, candidandosi alle elezioni suppletive del 2012, quando si dovranno tenere le elezioni in 48 seggi lasciati liberi dai membri parlamentari che sono stati reclutati nel nuovo governo di Thein Sein [NLD 18 novembre 2011, «NLD’s Central Committee Meeting Held»].





5. Il ritorno delle democrazie occidentali

Le aperture del governo hanno condotto le democrazie occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti, a rivedere, almeno in parte, la politica nei confronti del Myanmar.

Il momento più importante di questa distensione è stata la visita del Segretario di Stato Hillary Clinton a Nay Pyi Taw e Yangon, annunciata (non a caso) da Barak Obama lo stesso giorno in cui l’NLD ratificava la sua decisione di partecipare alle elezioni suppletive [W/TWH]. Nei tre giorni di viaggio in Myanmar (30 novembre-2 dicembre), Clinton ha incontrato sia Thein Sein che Aung San Suu Kyi. La visita, più che tentare di riprendere un dialogo interrotto da decenni di tensioni, è stata un segnale lanciato dalla Casa Bianca alla Cina e alla Corea del nord, affinché non interferissero nella vita economica, politica e militare del Myanmar, ora che Washington sta riannodando i fili con Nay Pyi Taw. «Essere amici di un [paese] non significa non esserlo con altri. Dal nostro punto di vista, non vediamo questo [dialogo] alla luce di una competizione con la Cina», ha dichiarato in modo piuttosto sibillino Clinton, cautelandosi nei confronti delle possibili reazioni da parte del gigante asiatico. [W/DS].

Per quanto riguarda l’allentamento delle sanzioni, dopo aver asserito di non sapere «se il sentiero verso la democrazia [imboccato dal governo] sia irreversibile o no», il segretario di Stato americano ha comunque accettato che l’FMI (Fondo Monetario Internazionale) e la Banca Mondiale iniziassero a condurre studi per la riduzione della povertà e per lo sviluppo delle zone rurali. Una «concessione» significativa, che lasciava presagire fiducia e cauto ottimismo da parte di Washington verso la classe dirigente birmana. Del resto, è stata la stessa NLD a chiedere ai paesi occidentali di verificare la possibilità di una revisione delle sanzioni in atto verso la nazione birmana [NLD 8 febbraio 2011, «Sanctions on Burma: A Review»]. L’insostenibilità della politica di penalizzazione economica, voluta in primo luogo dagli Stati Uniti, ha portato il Myanmar ad un pericoloso avvicinamento alla Cina, mentre il boicottaggio economico ha causato la perdita di 60-80.000 posti di lavoro nell’industria tessile, la principale del paese [Rarick 2006, pp. 60-63; Kurlantzick 2011, p. 3]. Inoltre, la crisi che attanaglia le economie dei paesi industrializzati ha imposto una drastica revisione delle politiche «umanitarie», per permettere l’apertura di nuovi mercati, specie se ancora poco sfruttati come quello birmano.

Gli sviluppi riscontrati nel 2011 hanno indotto anche i paesi membri dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations) a ritirare i veti sulla candidatura del Myanmar alla presidenza dell’ASEAN Summit del 2014, un anno prima delle prossime elezioni generali birmane [ASEAN, p. 39]. L’evento non è importante tanto per il prestigio riconosciuto al paese ospitante, quanto per il fatto che al Summit partecipano le rappresentanze della diplomazia internazionale. Senza l’approvazione dei maggiori capi di stato, tra cui Barack Obama (presente a Bali proprio il giorno in cui veniva ratificata la presidenza a Nay Pyi Taw), sarebbe stato difficile per le nazioni dell’ASEAN concedere l’onore a Thein Sein.





6. I diritti umani e i conflitti etnici

Il principale motivo di preoccupazione, in vista di un definitivo coinvolgimento delle democrazie occidentali con il governo birmano, rimangono le voci sulle violazioni dei diritti umani.  Nel paese 1.995 prigionieri politici languono nelle carceri (1.638 secondo altre fonti) e il Tatmadaw reprime ancora con le armi le richieste autonomiste delle minoranze etniche, impedendo loro una vita priva di tensioni e di intimidazioni [W/UN, p. 11; W/AAPP, p. 1].

Il rappresentante per le Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Myanmar, Tomas Ojea Quintana, ha potuto recarsi nel paese asiatico molte volte dall’agosto 2011, ottenendo il permesso di visitare anche la prigione di Insein [W/UN, p. 13]. L’ispezione ha evidenziato gravi violazioni dei diritti basilari dei prigionieri.

Il governo, in una delle sue periodiche amnistie, il 12 ottobre ha liberato 6.359 prigionieri, di cui 207 politici (secondo la NLD solo 184) [W/AAPP 2011b, p. 1; NLD 13 ottobre 2011, «Some political prisoners released»]. Nonostante i plausi internazionali, l’amnistia ha sempre fatto parte dei programmi di tutti i governi birmani. Nella lista dei prigionieri rilasciati non figura U Gambira, il giovane monaco buddista che, nel 2007, era stato tra gli organizzatori delle manifestazioni represse da Than Shwe. Il comico satirico Zarganar, il più famoso tra i prigionieri a cui sono state aperte le porte della cella, prendendo spunto dalla detenzione di Gambira, così come da quella di altri attivisti politici, ha dichiarato di non credere che in Myanmar ci siano dei cambiamenti in atto: «Aunty [Aung San Suu Kyi] ha detto che stiamo avviandoci verso un cambiamento […]. Io non sono convinto e avrò dubbi sulle cosiddette riforme fino a quando tutti i prigionieri [di coscienza] non saranno rilasciati» [DVB 13 ottobre 2011, «Zarganar: ‘Use my life as a deposit’»].

Resta comunque il fatto che «il nuovo governo ha rafforzato diversi punti verso [il miglioramento] della situazione dei diritti umani» [W/UN, p. 2], istituendo anche la Myanmar National Human Rights Commission, il cui presidente è Win Mra, di etnia Rakhine, e il suo vice, il musulmano U Khin Maung Lay [RUMc].

Il coinvolgimento di esponenti delle minoranze etniche nella commissione per i diritti umani ha voluto enfatizzare la volontà già espressa da Thein Sein nel suo discorso inaugurale, di aprire un dialogo con le componenti etniche del Myanmar.

Contrariamente a quanto era stato proclamato dal precedente governo dominato dai militari dell’SPDC, il neo presidente ha ritirato la richiesta di trasformare gli eserciti delle singole etnie in Guardie di Frontiera sotto il comando del Tatmadaw, sperando di trovare consenso nelle aree periferiche del paese.

Questa iniziativa, però, non ha evitato che, tra il giugno e il luglio 2011, scoppiassero furiosi combattimenti prima con il KIO (Kachin Independence Organization) e, in seguito, con l’SSAS (Shan State Army South), che si aggiungevano a quelli già in corso con l’UWSA (United Wa State Army), il NDAA-Mongla (National Defence Alliance Army-Mongla) e la 5th Brigade DKBA (Democratic Karen Buddhist Army).

Nel tentativo di riprendere i negoziati, nell’agosto 2011, il governo birmano ha fatto sapere che avrebbe intrapreso colloqui di pace con i singoli eserciti etnici, facendo chiaramente intendere di aver abbandonato la politica di un accordo di pace «globale» a livello nazionale, tanto osteggiata dalle autorità etniche.

La decisione sembra sia stata parzialmente vincente: nel giro di tre mesi (settembre-novembre 2011), delegazioni governative hanno stretto accordi e armistizi prima con l’UWSA, il NDAA-Mongla [NLM 9 settembre 2011, «Shan State Government, ‘Wa’ Special Region (2) sign initial peace agreements», p. 16; 9 settembre 2011, «Shan State Government, Mongla  Special Region (4) sign initial peace agreements», p. 16] e la 5th Brigade DKBA e poi con lo Shan State Army South, il Chin National Front e la Karen National Union. Contemporaneamente, a Ruili, nello Yunnan, si conducevano colloqui con il KIO, con cui il Tatmadaw aveva iniziato un sanguinoso conflitto il 9 giugno, causando la fuga di 15.000 civili dalle zone di guerra [W/UN, p. 9].

Basta leggere le innumerevoli sigle degli eserciti coinvolti nei colloqui con il governo centrale di Nay Pyi Taw (e sono solo la minima parte delle decine dei gruppi armati in lotta nel Myanmar), per individuare la complessità della questione etnica presente nel paese.

A questo si aggiungano, inoltre, i delicati equilibri di potere internazionali correlati alle singole nazioni etniche e la spinosa questione dei diritti umani negati sia dall’una che dall’altra parte; si otterrà così un puzzle di straordinaria complessità, che ogni paese, per quanto democratico possa essere, farebbe fatica a risolvere.

Le violazioni dei più elementari diritti sono frequenti da entrambe le parti, come evidenziato dalle organizzazioni umanitarie: «i militari birmani sono responsabili di abusi contro civili nelle aree di conflitto, incluso l’utilizzo di lavoro forzato, uccisioni extragiudiziarie ed espulsione forzata della popolazione. I gruppi etnici armati sono stati coinvolti in seri abusi come il reclutamento di bambini soldato, l’esecuzione di prigionieri di guerra birmani e l’uso indiscriminato di persone per la bonifica di campi minati nelle aree civili» [HRW, p. 1].

È in atto, comunque, un tentativo di apertura culturale da parte del governo centrale: dopo aver varato, il 27 gennaio, la Myanmar Special Economic Zone Law per garantire lo sviluppo locale delle comunità etniche, Thein Sein ha accordato alle scuole statali l’insegnamento delle lingue e delle culture locali.





7. Le riforme economiche

Anche in campo sindacale, il governo ha imboccato la strada della liberalizzazione, rimpiazzando il Trade Unions Act del 1962 (che, di fatto, vietava ai lavoratori birmani di riunirsi in associazioni per la difesa dei loro diritti), con una nuova legge che garantisce il riconoscimento delle organizzazioni sindacali ed il diritto di sciopero [RUMc]. La nuova legislazione, assieme al decreto che consente ai birmani di organizzare manifestazioni di protesta, permetterà alle compagnie straniere di investire con una maggiore tranquillità etica nella ricca (di materie prime) nazione asiatica.

La propensione mostrata da Thein Sein ad ascoltare la voce del popolo, del tutto nuova nel Myanmar dei militari, ha portato, il 30 settembre, a sospendere temporaneamente (fino al 2015) i lavori di costruzione della tanto contestata diga di Myitsone, nel nord del paese [NLM 1° ottobre 2011, «The goverment is elected by the people, and it has to respect people’s will»]. La decisione ha avuto enorme eco sulla stampa internazionale e la stessa Aung San Suu Kyi ha elogiato la scelta del governo [NLM 1° ottobre 2011, «Questions and answers»].

La sospensione dei lavori della diga sull’Ayeyawady, va ben oltre il senso di democrazia espresso dal governo. Il progetto, infatti, era finanziato dalla China Power Investment Corporation di Lu Qizhou, un imprenditore cinese strettamente legato al Partito Comunista Cinese e, con una spesa di 3,6 miliardi di dollari, sarebbe stato il più grande investimento di Pechino in Myanmar [KDNG 2011, «Damming the Irrawaddy», p. 12]. Lo smacco per il governo cinese è stato evidente e molti sono stati coloro che hanno ravvisato nella mossa di Thein Sein un percorso di smarcamento dalla dipendenza economica verso il vicino e, al tempo stesso, un segnale di apertura verso Washington.

Da parte cinese il voltafaccia di Nay Pyi Taw è stato un’umiliazione non solo per la perdita di prestigio internazionale, ma anche per le pesanti conseguenze economiche che esso rappresenta. Il 90% dei 3.200 megawatts di energia che la centrale idroelettrica di Myitsone avrebbe prodotto sarebbero, difatti, stati assorbiti dalla Cina [KDNG, p. 11].

Se Lu Qizhou ha addossato alle organizzazioni non governative straniere la responsabilità di aver spinto il governo birmano a prendere una decisione così drastica [W/CPIC 2011], Thein Sein ha spiegato che il blocco del progetto sarebbe dovuto alle devastanti conseguenze naturali ed umane che comporterebbe la sua realizzazione [NLM 1° ottobre 2011, «The goverment is elected by the people...»]. Un’osservazione che nessuno, nei precedenti governi, avrebbe osato fare.

L’apertura del governo ad altri investitori si è concretizzata con una serie di accordi con l’India, la principale potenza economica rivale della Cina in Myanmar. Thein Sein sembra voler equilibrare la presenza delle due nazioni nel paese, attualmente fortemente sbilanciata a favore di Pechino (il commercio con la Cina è pari a 4,7 miliardi di dollari, mentre quello con l’India di 1,28 miliardi di dollari [MoC]).

La visita di Thein Sein a Delhi del 12 ottobre si è conclusa con una serie di accordi tra le due nazioni. Al Myanmar l’India ha concesso un prestito di 500 milioni di dollari per lo sviluppo di progetti d’irrigazione, mentre alla Essar Group sono stati definitivamente assegnati i lavori per lo sviluppo del porto di Sittwe [EG 14 maggio 2010, «Essar wins prestigious infrastructure project in Myanmar»].

Naturalmente Pechino continua a rappresentare il maggior partner commerciale per Nay Pyi Taw: nessuna delle due economie può fare a meno dell’altra. Al Myanmar serve la tecnologia cinese, mentre alla Repubblica Popolare le riserve petrolifere birmane, stimate sui 3,2 miliardi di barili, sono indispensabili per lo sviluppo della sua economia [W/BP 2010]. Inoltre, fino a che al Myanmar sono preclusi gli accessi ai fondi delle istituzioni monetarie internazionali per via delle sanzioni, la Cina è l’unico finanziatore disponibile.

Assieme a Bangkok, Pechino è il principale investitore petrolifero nel Myanmar; l’8 ottobre la China National Petroleum Corporation ha iniziato a costruire la quarta sezione dell’oleodotto e del gasdotto che, nel maggio 2013 dovrebbe trasportare 22 milioni di tonnellate di petrolio e 12 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno nelle fabbriche cinesi. Lo sviluppo dell’industria petrolifera ha fatto schizzare nel 2010 gli investimenti diretti stranieri a 20 miliardi di dollari, contro i 329 milioni di dollari del 2009 [MoNP 2011].

Sebbene tale cifra sia gonfiata, a detta dello stesso governo birmano, da progetti che difficilmente potranno ripetersi nei prossimi anni, l’economia del Myanmar si sta sviluppando nell’ordine del 10% annuo [W/ADB].

Con tali premesse di sviluppo, sia economico che politico, nel 2011 il paese si apprestava ad affrontare un nuovo periodo di transizione con una ventata di ottimismo e di fiducia che non si riscontrava da decenni. Thein Sein stava cercando consensi sia all’interno che all’esterno del Myanmar per puntellare la via verso la democrazia. Alla chiusura dell’anno, i governi occidentali erano ormai chiamati a sostenere questo sforzo. Un loro eventuale rifiuto non avrebbe fatto altro che riportare il Myanmar nel baratro,  in modo analogo a quanto era a suo tempo avvenuto in Iran, quando il presidente riformista Mohammad Khatami era stato abbandonato dai governi europei e dagli Stati Uniti, spianando la strada a Ahmadinejad.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

Chiave delle abbreviazioni dei riferimenti bibliografici usati nel testo



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