L’allarme si ripete puntuale, lanciato pressoché ogni anno dal Programma Alimentare Mondiale (PAM): se non si corre immediatamente ai ripari, milioni di cittadini della la Corea del Nord rischiano di vedersi privare le loro già magre razioni alimentari. Secondo i dati forniti dall’organismo delle Nazioni Unite, dopo un quinquennio di incremento della produzione agricola, dal 2006 la situazione alimentare del Paese si è deteriorata, sino a raggiungere nel 2008 un deficit di 1,6 milioni di tonnellate di cereali. Torben Due, direttore dell’ufficio del PAM a Pyongyang, afferma che «circa due milioni di coreani, dislocati soprattutto nelle province settentrionali del Paese, sono a rischio di carestia a causa delle inondazioni. La mancanza di infrastrutture logistiche» continua Turben Due, «impedisce una soddisfacente gestione degli aiuti. Alcune zone interne sono ancora irraggiungibili, mentre la razione giornaliera di alimenti distribuita alla popolazione si è ridotta a soli 150 grammi pro capite, tre volte inferiore a quella del novembre 2007».
Di parere completamente opposto, invece, è Kim Ho Nyon, portavoce del Ministero dell’Unificazione sud coreano, che in una conferenza stampa, ha ribaltato l’allarme del PAM, dicendo che la situazione alimentare del nord non è affatto seria. Difficile capire chi abbia ragione, ma le rassicurazioni di Kim Ho Nyon appaiono più politiche che pratiche. Seoul, dopo l’elezione di Lee Myong-bak alla presidenza, ha raffreddato i rapporti con Pyongyang, arrivando a sospendere l’invio di aiuti. Jeon Jae Seong, del Dipartimento di Relazioni Internazionali della Seoul National University, spiega che «il governo di Lee Myong-bak vuole porre Kim Jong Il di fronte alle proprie responsabilità. Negando la crisi alimentare, la Corea del Sud assolve se stessa dalla decisione di aver interrotto il programma di sostegno alimentare».
Occorre uscire da Pyongyang e dai circuiti preconfezionati, per verificare di persona la reale situazione della Corea del Nord. La provincia di Ryanggang, nel nordest della nazione, è tra le più povere ed isolate. Avvicinarsi è difficoltoso ed i permessi per entrarvi, specialmente per gli stranieri, sono quasi impossibili da ottenere. Secondo l’organizzazione Human Rights Watch, è qui che verrebbero internati gli oppositori del governo, tra le 150 e le 200.000 persone. Quest’estate, con un gruppo di imprenditori sudcoreani, abbiamo avuto l’opportunità di soggiornare in questa provincia, il tempo e sbirciare un mondo completamente differente da quello offerto dalla propaganda del regime. Città fatiscenti, campi abbandonati per mancanza di fertilizzanti e di carburante, gente denutrita davanti a piatti di riso mischiato a verdura e mais, unici alimenti distribuiti nei negozi statali delle cooperative. Chi ha disponibilità finanziarie può usufruire dei mercatini privati che, dopo le riforme del 2002, sorgono un po’ ovunque nelle campagne. Qui è possibile trovare di tutto a prezzi quattro, cinque volte superiori a quelli imposti dal governo. «Sono solo i funzionari del partito e chi ha conoscenti all’estero che può permettersi di comprare carne, birra, olio, fagioli, o anche solo qualche chilo di riso in più della razione che garantisce lo stato» ci confidava un contadino con un banchetto di patate e peperoncini coltivati nel suo orticello di fronte a casa. Cassandra Nelson, dell’agenzia statunitense Mercy Corps, che coordina un programma di interventi umanitari in Nord Corea, afferma che il pericolo di carestia è reale: «stiamo distribuendo derrate alimentari a 550.000 persone ed al tempo stesso abbiamo attivi programmi sanitari in sei ospedali nordcoreani». La situazione sanitaria è drammatica: fatti salvi gli ospedali modello della capitale e di qualche altra città industriale, i medicinali sono introvabili e, nonostante la generosità dei medici e infermieri, la mortalità dei degenti è altissima. «Si muore per una semplice infezione perché non si trova penicillina, per inedia, per diarrea» ci conferma un medico australiano di Ausaid (Australia’s Aid Program) «A volte capita che mentre operiamo salti la corrente» aggiunge un suo collega nordcoreano.
La rete elettrica del Paese, fino agli anni settanta una delle migliori nel blocco socialista, non ha più avuto la possibilità di rinnovarsi ed oggi è fatiscente. Se a Pyongyang capita spesso di restare senza energia per diverse ore, nelle aree agricole trovare una lampadina è un’impresa. La dirigenza nordcoreana ha a lungo sostenuto la tesi che la scelta nucleare potesse rappresentare una soluzione. Due piccioni con una fava: risolvere il problema energetico avrebbe anche permesso ai militari di dotarsi dell’atomica non tanto per divenire una minaccia, quanto per avere una moneta di scambio internazionalmente riconosciuta sul mercato della politica. Il tempo ha dato ragione a Kim Jong Il: la Corea del Nord è stata depennata dal libro nero statunitense dei Paesi canaglia e il dialogo tanto atteso tra Pyongyang e Washington ora sembra indirizzato verso una buona strada. «Vogliamo che il dialogo continui» ci dice Na Seong-rae, consigliere del Ministro degli Esteri della Corea del Nord, e per farci vedere come potremmo trovare il paese tra qualche lustro, ci porta al Kaesong Industrial Complex (KIC), un parco industriale ad economia speciale dove una sessantina di ditte sudcoreane impiegano 22.800 lavoratori nordcoreani che guadagnano in media 60 dollari al mese. «Una piccola fortuna» spiega Na. Le riforme economiche, infatti, oltre a svalutare lo won, hanno tagliato numerosi servizi sociali garantiti dallo stato e, se prima bastavano pochi won per vivere decentemente, oggi il denaro, specie se in valuta pregiata, è un bene primario per garantirsi la sopravvivenza.
«Il mondo cambia e Kim Jong Il ci sta indicando la via per continuare a evolvere con lui» conclude Na Seng-rae. Nessun commento sulla malattia del Grande Leader e sulla sua eventuale successione, ma nella nazione si respira un’aria di incertezza che contribuisce a ristagnare la situazione. Sembra che tutti si limitino ad aspettare rinviando ogni decisione. Infatti, se Kim Jong il era già da tempo designato successore del padre, nessuno dei suoi tre figli oggi sarebbe in grado di assumere le redini del governo. Chi allora potrà essere il nuovo leader?
Per saperne di più dobbiamo uscire dalla Corea del Nord. A Seoul troviamo Hwang Jang Yop che è stato Segretario degli Affari Internazionali del Partito oltre che mentore di Kim Jong Il. Dopo la sua clamorosa fuga al sud, oggi è il Presidente del Comitato per la Democratizzazione della Corea del Nord. «Se Kim Jong Il dovesse morire, sarà il Partito a designare il successore. Neppure i militari hanno il potere che possiede la nomenclatura politica.» Insomma, per Hwang Jang Yop nulla cambierà nel futuro della nazione. Eppure già molto è cambiato dalla morte di Kim Il Sung.
@ Piergiorgio Pescali
S-21 - Nella prigione di Pol Pot

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Corea del Nord - breve scheda (Novembre 2008)
La Repubblica Popolare di Corea, nata il 9 settembre 1948, è retta dal Partito dei Lavoratori e Kim Jong Il ne è il capo di stato.
Nel 1953, a seguito della guerra con il Sud, si firmò un armistizio con gli Stati Uniti, intervenuti a fianco di Seoul, in base al quale veniva accettato lo status quo di una penisola divisa in due all’altezza del 38° parallelo.
Da allora i 23.500.000 nordcoreani vivono su una superficie di 120.540 kmq, mentre i 48.400.000 sudcoreani si assiepano in soli 98.480 kmq. La disgregazione del blocco socialista e del COMECON, portò l’economia della Corea del Nord ad affrontare la peggiore crisi della sua storia, crisi da cui si sta riprendendo con estrema fatica. Organizzazioni non governative calcolano che le diverse carestie che hanno colpito il Paese dal 1996 ad oggi, avrebbero causato circa 2 milioni di morti. Pyongyang e Seoul oggi stanno negoziando una soluzione per riportare la pace nella penisola e raggiungere, in futuro, un assetto federale per l’intera regione. L’ostacolo principale, oltre alla chiara divergenza politica delle due dirigenze, sta nell’integrazione economica. Secondo dati forniti dall’OSCE (Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica), il PIL, a parità di potere d’acquisto, della Corea del Nord sarebbe di 40 miliardi di dollari, mentre quello del Sud arriverebbe a 1.206 miliardi. Integrare due economie così diversificate richiederebbe sforzi che nessuno dei due governi è in grado di sostenere. Si cerca, quindi di intervenire direttamente nel nord sviluppando le grandi potenzialità naturali e umane presenti sul territorio.
@ Piergiorgio Pescali
Nel 1953, a seguito della guerra con il Sud, si firmò un armistizio con gli Stati Uniti, intervenuti a fianco di Seoul, in base al quale veniva accettato lo status quo di una penisola divisa in due all’altezza del 38° parallelo.
Da allora i 23.500.000 nordcoreani vivono su una superficie di 120.540 kmq, mentre i 48.400.000 sudcoreani si assiepano in soli 98.480 kmq. La disgregazione del blocco socialista e del COMECON, portò l’economia della Corea del Nord ad affrontare la peggiore crisi della sua storia, crisi da cui si sta riprendendo con estrema fatica. Organizzazioni non governative calcolano che le diverse carestie che hanno colpito il Paese dal 1996 ad oggi, avrebbero causato circa 2 milioni di morti. Pyongyang e Seoul oggi stanno negoziando una soluzione per riportare la pace nella penisola e raggiungere, in futuro, un assetto federale per l’intera regione. L’ostacolo principale, oltre alla chiara divergenza politica delle due dirigenze, sta nell’integrazione economica. Secondo dati forniti dall’OSCE (Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica), il PIL, a parità di potere d’acquisto, della Corea del Nord sarebbe di 40 miliardi di dollari, mentre quello del Sud arriverebbe a 1.206 miliardi. Integrare due economie così diversificate richiederebbe sforzi che nessuno dei due governi è in grado di sostenere. Si cerca, quindi di intervenire direttamente nel nord sviluppando le grandi potenzialità naturali e umane presenti sul territorio.
@ Piergiorgio Pescali
Dialogo sul nucleare in Nord Corea (Novembre 2008)
Il 27 giugno 2008 numerosi giornalisti sono stati testimoni diretti di uno dei momenti forse più significativi della storia delle relazioni tra Corea del Nord e Stati Uniti: la demolizione del reattore nucleare di Yongbyon. Il programma nucleare norcoreano, iniziato nel 1956, venne sviluppato grazie alla tecnologia sovietica. In seguito, però, gli scienziati nord coreani raggiunsero conoscenze tali da poter procedere da soli. I reattori di Yongbyon (uno da 5 megawatt ed un secondo da 50 Megawatt) vennero costruiti tra la fine degli anni Ottanta e Novanta, mentre la costruzione di un terzo reattore da 200 MWe venne interrotta a seguito degli Accordi di Pace nel 1994. Da allora le due Coree, gli USA, la Cina, il Giappone e la Russia continuarono a negoziare, tra alti e bassi, lo smantellamento delle centrali fino a raggiungere un accordo di massima che prevede da parte USA la cancellazione della Nord Corea dai Paesi canaglia e da parte nordcoreana l’abbandono del programma nucleare.
@ Piergiorgio Pescali
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Situazione religiosa in Nord Corea (Novembre 2008)
Si stima che i cattolici in Nord Corea siano circa 3-4.000, la maggior parte dei quali a Pyongyang. Sebbene non vi siano preti, nel 1988 sono state aperte una chiesa cattolica (la cattedrale di Changchung) e una protestante (la chiesa di Pongsu). Nello stesso anno venne fondata un’associazione di cattolici inserita all’interno della Federazione Cristiana Coreana, l’organo ufficiale nord coreano che si occupa degli affari religiosi. Nel 2006 venne inaugurata una chiesa ortodossa russa. Negli ultimi anni nel Paese si sono aperti spiragli di libertà religiosa: nel 2007 il vescovo di Daejeon e presidente della Caritas sudcoreana, Lazarus You Heung-sik, ha visitato il Paese. La stessa Caritas ha avviato programmi di sviluppo a Pyongyang e Nampo. Nel 2006 l’Associazione Cattolica della Corea del Nord ha proposto al direttore del Comitato di Riconciliazione Nazionale, mons. Thomas Aquinas choi Chang-hwa di organizzare una visita in Vaticano esprimendo il desiderio di incontrare il papa.
@ Piergiorgio Pescali
@ Piergiorgio Pescali
Reportage (Gennaio 2008)
Nella piazza Kim Il Sung di Pyongyang, centinaia di studenti allineati si muovono all’unisono seguendo il ritmo scandito dalla voce della coreografa. Nello slargo laterale, altre ragazze in divisa militare marciano seguite dalla loro istruttrice. Tutto intorno la vita scorre normalmente: le macchine dei funzionari di partito, di governo e delle organizzazioni non governative accreditate nel Paese, si incrociano con i tram e i pullman pieni di passeggeri che tornano a casa dopo una giornata di lavoro.
Ogni tanto, una delle centrali elettriche che alimentano diversi settori della città, cessa di funzionare ed allora i tram si fermano, le luci dei lampioni e delle case si spengono e su tutto cade un silenzio che urla la difficile situazione in cui l’intero Paese è costretto a vivere.
La crisi generalizzata che da anni sta colpendo l’economia nordcoreana, non risparmia nessun campo. Dal 1991, anno del dissolvimento dell’URSS e del COMECON, il sistema che garantiva l’interscambio economico tra i vari Paesi del blocco socialista, la Corea del Nord si è trovata di punto in bianco a dover fronteggiare, praticamente da sola, una situazione economica aggravata da un’impressionante serie di catastrofi naturali.
L’improvvisa morte del leader e fondatore della Repubblica Democratica Popolare di Corea, Kim Il Sung, avvenuta nel 1994, ha aggravato ulteriormente la già precaria condizione sociale, aprendo numerose e inquietanti incognite sul corso politico che il suo successore designato, Kim Jong Il, avrebbe impartito al governo. Le scene di pianti e di isteria collettiva trasmesse dalla televisione nordcoreana appena divulgata la notizia della dipartita del Grande Leader, si alternavano alle tensioni che lungo il 38° Parallelo andavano facendosi sempre più tangibili. Pochi giorni prima, Jimmy Carter, a nome dell’amministrazione Clinton, aveva incontrato Kim Il sung riuscendo faticosamente a strappargli la promessa di incontrare il collega della Corea del Sud. Al tempo stesso il problema della centrale nucleare di Yongbyon, da cui, secondo gli Stati Uniti veniva trattato il combustibile esausto per estrarre plutonio in quantità sufficiente per preparare due-cinque bombe atomiche, era un’altra questione insoluta che aggravava i rapporti tra Pyongyang e Washington.
La successione al vertice ora rimetteva tutto in discussione.
I giornali di tutto il mondo dipingevano Kim Jong Il esattamente come lo avevano descritto per anni i servizi segreti sudcoreani e statunitensi: un gigolò viziato, totalmente incompetente di politica ed economia, quanto esperto di belle donne. Sul suo conto si raccontava che era alcolizzato, amava le macchine sportive, in particolare le Ferrari, con cui scorrazzava per le strade della capitale divertendosi ad investire i pedoni, che possedesse un’intera collezione dei film di 007 e che, per trastullarsi nelle noiose notti nordcoreane, faceva rapire belle fanciulle scandinave.
Chiaro che, con un leader di questo genere, la Corea del Nord ed il mondo intero non avevano di che rallegrarsi.
Eppure bastarono pochi mesi perché Kim Jong Il sconfessasse tutti i suoi detrattori, sorprendendo gli analisti: in poche settimane venne firmato un trattato con gli USA in cui la Corea del Nord si impegnava a non proseguire ricerche nucleari rivolte a scopi militari e subito dopo cominciò ad aprire spiragli di dialogo con i suoi vicini. I vertici militari, il cui assenso è indispensabile per mantenere saldo il potere in Nord Corea, vennero rimpastati, così come quelli del Partito dei Lavoratori, mentre il carisma del nuovo leader, offuscato da quello del padre, fu rafforzato grazie ad una capillare campagna di propaganda. «Per salire i gradini del potere in un Paese come la Corea del Nord, non basta avere il pedigree di famiglia» mi dice Noriyuki Suzuki, direttore di Radiopress, l’agenzia giapponese che monitorizza ed analizza tutti i dispacci e i comunicati ufficiali di Pyongyang, «La concorrenza al posto di Segretario Generale del Partito era spietata e sarebbe bastato un minimo passo falso perché Kim fosse spodestato. Un pazzo o un burocrate robotizzato non avrebbe certo potuto giocare le sue carte con oculata saggezza come ha fatto lui.»
Sulla stessa linea è il parere di uno dei maggiori analisti sudcoreani del Nord, Lee Jong Suk dell’Istituto Sejong di Seoul: «Leggendo gli articoli dei mass media occidentali sembrava che si stesse giocando una partita a scacchi tra concorrenti a cui erano rimasti solo i pedoni e Kim Jong Il, che aveva a disposizione la Regina, le Torri, i Cavalli e gli Alfieri. In realtà la successione non è mai stata sicura e sono note le divisioni all’interno della famiglia stessa di Kim Il Sung, con la potente alleanza tra la seconda moglie del Grande Leader, Kim Song Ae che premeva per favorire il suo figlio naturale, Kim Pyong Il e il fratello di Kim Il Sung, Kim Yong Ju. Il fatto che Jong Il sia riuscito a sconfiggere le opposizioni gioca a favore della sua abilità come politico.»
Tutto questo, a detta degli stessi osservatori più esperti, dimostra quanto poco si conosca della Corea del Nord e dei suoi politici, al di fuori dei propri confini.
La figura di Kim Jong Il, pur continuando a venire dipinta con tinte fosche, viene rivalutata, in particolare in Sud Corea, dove lo stesso Nord non è più visto come un antagonista contro cui combattere, bensì come un interlocutore con cui dialogare e da aiutare. Specialmente ora che la contrapposizione con gli Stati Uniti di Bush rischia di creare tensioni sempre più pericolose nella regione. La recente nuova crisi nucleare, scoppiata in tutta la sua drammatica pericolosità nell’ottobre 2002 con la dichiarazione di Pyongyang di voler riattivare le centrali di Yongbyon e le ricerche nucleari, ha la sua origine dalla decisione di Bush di voler sospendere unilateralmente gli invii di combustibile sottoscritti dall’accordo del 1994. Seoul, comprendendo la pericolosità della situazione, ha chiamato ai tavoli delle trattative Pyongyang, contravvenendo alle disposizioni della Casa Bianca.
E Pyongyang ha risposto.
A livello economico le riforme suggerite dagli organismi finanziari internazionali e introdotte nel sistema, hanno cominciato a creare qualche crepa nel controllo statale della produzione e della distribuzione dei beni di consumo. I tradizionali mercati dei contadini che ogni decade vengono allestiti nei distretti nordcoreani, se prima erano appena tollerati dalle autorità, oggi hanno una sorta di protezione anche da parte del governo, che ha aumentato anche l’area di terreno ad uso privato concesso ad ogni famiglia. Nelle fabbriche, almeno le poche che il petrolio, oramai centellinato, permette di far funzionare, i lavoratori si sono visti assegnare salari in base alla produttività. Il problema è che, spesso e volentieri, questa è crollata non per negligenza degli operai, ma per i numerosi black-out che straziano la continuità lavorativa.
Nelle cooperative, i raccolti, dopo anni di carestie, hanno cominciato ad essere abbondanti, ma la micidiale mistura fatta di varie penurie, penuria di mezzi, penuria di parti di ricambio, penuria di carburante, non ha migliorato la situazione alimentare nei villaggi più isolati. I raccolti spesso marciscono sui campi dove sono accumulati per mancanza di mezzi di trasporto.
Persino i funzionari governativi di rango più elevato, quelli residenti a Pyongyang, ad esempio, incontrano molte difficoltà nell’espletare i loro impegni. La guida incaricata ad accompagnarmi in visita alla corea, obbligatoria per ogni straniero, mi fa immediatamente capire che la situazione economica è disastrosa e che un eventuale contributo per le spese di benzina è benaccetto, anche se non obbligatorio. La crisi non risparmia neppure l’apparato militare: le Forze Armate nordcoreane appaiono, anche al profano, deboli, male armate e, spesso, capita di vedere lungo le autostrade deserte che si diramano da Pyongyang, mezzi militari in panne o a secco di carburante. Anche a Panmunjom, al 38° parallelo dove le due Coree si incontrano, i soldati nordcoreani, seppur scelti tra i più robusti e alimentati con razioni più abbondanti rispetto ai commilitoni dislocati nelle zone interne, appaiono piuttosto mingherlini se confrontati con i colleghi sudcoreani.
Insomma, quello che gli Stati uniti continuano a definire il terzo esercito del mondo, pronto ad attaccare il Sud è, in realtà, molto meno temibile e aggressivo di quanto si voglia far apparire.
Del resto il governo, ansioso di ottenere aiuti, non fa mistero della crisi. La prima volta che sono sbarcato in Nord Corea, nel 1996, era difficile far ammettere ad un qualsiasi funzionario che il Paese era economicamente impantanato e i visitatori venivano convogliati in fabbriche, scuole, ospedali modello. Poi, piano piano, durante le successive visite, qualcosa è cambiato: altre porte hanno cominciato ad aprirsi. Prima spiragli, poi si sono spalancate, mostrando l’aspetto più reale della nazione: cittadini che spigolano chicchi di riso o grano, che raccolgono legna da ardere per far fronte ai rigidi inverni, ospedali regionali privi di medicine, orfanotrofi che ospitano bambini scheletrici. «C’è stato un periodo in cui si raccoglievano e si mangiavano cortecce, radici ed erbe selvatiche» mi dice Kim Hyoun-ho, Direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri. Oggi, grazie agli aiuti delle ONG presenti e dei Paesi donatori, la situazione comincia a migliorare, anche se il contrabbando con la Cina continua a rappresentare una pratica comune e chi ha i soldi per corrompere le guardie di frontiera, può importare ogni genere di mercanzia per rivenderla al fiorente mercato nero.
Chi, per lavoro o parentela, può contare su rapporti con l’estero, ha la possibilità di ottenere valuta pregiata, grazie alla quale comprare prodotti importati nei grandi magazzini delle città: stereo, televisori a colori, radio, telecamere, macchine fotografiche, pasta, liquori, vino, abbigliamento. Con i dollari, gli euro o gli yen c’è solo l’imbarazzo della scelta e in una società dove, teoricamente, la divisione di classe è ridotta al minimo, sono proprio questi status simbol occidentali ad individuare le reali differenze sociali esistenti nel Paese.
Ma i cambiamenti in atto in Corea del Nord non si individuano solo a livello economico o sociale: i diritti umani, che durante gli anni Sessanta-Ottanta venivano calpestati per lo meno come lo erano al Sud, oggi cominciano ad essere più rispettati. Le condizioni di vita nei campi di rieducazione (in realtà vere e proprie aree di centinaia di chilometri quadrati vietate anche ai cittadini liberi nordcoreani e adibiti ad ospitare migliaia di prigionieri), sono diventate più tollerabili. Le amnistie, la necessità di nuova forza lavoro e l’attento monitoraggio delle organizzazioni che si occupano di diritti umani, hanno indotto le autorità nordcoreane a chiudere numerosi campi e liberarne i detenuti.
Accanto a questi esempi di liberalizzazione, si è parallelamente sviluppata una maggiore libertà religiosa, già avviata, peraltro, alla metà degli anni Ottanta con l’inaugurazione di nuovi templi buddisti e chiese cristiane, tra cui quella cattolica di Changchung.
Anzi, proprio con il Vaticano il governo di Pyongyang ha mantenuto buoni rapporti. Le organizzazioni di assistenza sociale cattoliche, come la Caritas, Misereor, i frati Benedettini, lavorano già all’interno del paese, godendo della stima dei funzionari nordcoreani. Questa fiducia, riposta principalmente per via dell’assenza di secondi intenti politici a cui sottoporre gli aiuti, rischia però di essere rovinata dalla presenza delle sette cristiane e buddiste sudcoreane, giapponesi e statunitensi appostate lungo i confini settentrionali cinesi. Finanziate dai vari dipartimenti del governo USA, la maggior parte di queste chiese avvicinano i contrabbandieri nordcoreani dando loro soldi e pacchi viveri da distribuire nei villaggi all’interno della nazione. Si spera, così facendo, di creare un retroterra culturale e religioso adatto per stabilire eventuali chiese e punti di informazione per controllare la reale consistenza del regime. A Pyongyang e nelle principali città, questo lavoro è affidato a missionari che, camuffati da uomini d’affari, hanno la possibilità di girare in lungo e in largo ampie zone del Paese e contattare direttamente le famiglie. Elargendo generosamente yen e dollari, sembra si siano già creati una rete di proseliti i cui uomini più fidati sono veri e propri “dormienti”, informatori al servizio dei servizi segreti sudcoreani, statunitensi e giapponesi, pronti ad uscire allo scoperto e ad agire nel caso di una sollevazione popolare.
Un’ipotesi, questa della rivolta, che nessun governo della regione nordorientale dell’Asia si augura, perché la caduta improvvisa del regime di Kim Jong Il destabilizzerebbe, in modo forse irrimediabilmente pericoloso, i fragili equilibri instauratisi tra le varie capitali. E’ con questa paura che Seoul e, in misura più timida, Tokyo, hanno mostrato freddezza nei confronti di Bush e della politica da lui intrapresa nella regione. Il Rapporto Armitage, lungo i cui parametri si dipana la ragion di stato della Casa Bianca, afferma testualmente che «se non è possibile giungere ad una soluzione diplomatica, è meglio scoprirlo prima che dopo per proteggere meglio i nostri interessi di sicurezza. Se la Corea del Nord non lascia altra scelta che il confronto, questo deve essere giocato secondo i nostri termini, non i loro». Questo confronto coinvolgerebbe anche la Cina, la quale è una potenza fondamentale in Asia. Il ruolo che il Rapporto Armitage affida a Pechino, però, preoccupa gli alleati USA: «Nessun approccio con la Corea del Nord può essere vincente se non ci si assicura la cooperazione con la Cina. Pechino deve capire che sarà punita per il fallimento o sarà premiata per la sua cooperazione» ed ancora, «La cooperazione attiva della Cina è vitale e dato che Cina e USA dividono comuni interessi nella penisola coreana, ci si aspetta che la Cina agisca in maniera positiva. Nel caso scoppi un conflitto come risultante di una inadeguata cooperazione, Pechino dovrà assumersene la responsabilità».
Con queste premesse, appare chiaro che il futuro dell’Asia Nordorientale è più nelle mani di Washington che dei Paesi interessati ad un eventuale conflitto.
© Piergiorgio Pescali
Ogni tanto, una delle centrali elettriche che alimentano diversi settori della città, cessa di funzionare ed allora i tram si fermano, le luci dei lampioni e delle case si spengono e su tutto cade un silenzio che urla la difficile situazione in cui l’intero Paese è costretto a vivere.
La crisi generalizzata che da anni sta colpendo l’economia nordcoreana, non risparmia nessun campo. Dal 1991, anno del dissolvimento dell’URSS e del COMECON, il sistema che garantiva l’interscambio economico tra i vari Paesi del blocco socialista, la Corea del Nord si è trovata di punto in bianco a dover fronteggiare, praticamente da sola, una situazione economica aggravata da un’impressionante serie di catastrofi naturali.
L’improvvisa morte del leader e fondatore della Repubblica Democratica Popolare di Corea, Kim Il Sung, avvenuta nel 1994, ha aggravato ulteriormente la già precaria condizione sociale, aprendo numerose e inquietanti incognite sul corso politico che il suo successore designato, Kim Jong Il, avrebbe impartito al governo. Le scene di pianti e di isteria collettiva trasmesse dalla televisione nordcoreana appena divulgata la notizia della dipartita del Grande Leader, si alternavano alle tensioni che lungo il 38° Parallelo andavano facendosi sempre più tangibili. Pochi giorni prima, Jimmy Carter, a nome dell’amministrazione Clinton, aveva incontrato Kim Il sung riuscendo faticosamente a strappargli la promessa di incontrare il collega della Corea del Sud. Al tempo stesso il problema della centrale nucleare di Yongbyon, da cui, secondo gli Stati Uniti veniva trattato il combustibile esausto per estrarre plutonio in quantità sufficiente per preparare due-cinque bombe atomiche, era un’altra questione insoluta che aggravava i rapporti tra Pyongyang e Washington.
La successione al vertice ora rimetteva tutto in discussione.
I giornali di tutto il mondo dipingevano Kim Jong Il esattamente come lo avevano descritto per anni i servizi segreti sudcoreani e statunitensi: un gigolò viziato, totalmente incompetente di politica ed economia, quanto esperto di belle donne. Sul suo conto si raccontava che era alcolizzato, amava le macchine sportive, in particolare le Ferrari, con cui scorrazzava per le strade della capitale divertendosi ad investire i pedoni, che possedesse un’intera collezione dei film di 007 e che, per trastullarsi nelle noiose notti nordcoreane, faceva rapire belle fanciulle scandinave.
Chiaro che, con un leader di questo genere, la Corea del Nord ed il mondo intero non avevano di che rallegrarsi.
Eppure bastarono pochi mesi perché Kim Jong Il sconfessasse tutti i suoi detrattori, sorprendendo gli analisti: in poche settimane venne firmato un trattato con gli USA in cui la Corea del Nord si impegnava a non proseguire ricerche nucleari rivolte a scopi militari e subito dopo cominciò ad aprire spiragli di dialogo con i suoi vicini. I vertici militari, il cui assenso è indispensabile per mantenere saldo il potere in Nord Corea, vennero rimpastati, così come quelli del Partito dei Lavoratori, mentre il carisma del nuovo leader, offuscato da quello del padre, fu rafforzato grazie ad una capillare campagna di propaganda. «Per salire i gradini del potere in un Paese come la Corea del Nord, non basta avere il pedigree di famiglia» mi dice Noriyuki Suzuki, direttore di Radiopress, l’agenzia giapponese che monitorizza ed analizza tutti i dispacci e i comunicati ufficiali di Pyongyang, «La concorrenza al posto di Segretario Generale del Partito era spietata e sarebbe bastato un minimo passo falso perché Kim fosse spodestato. Un pazzo o un burocrate robotizzato non avrebbe certo potuto giocare le sue carte con oculata saggezza come ha fatto lui.»
Sulla stessa linea è il parere di uno dei maggiori analisti sudcoreani del Nord, Lee Jong Suk dell’Istituto Sejong di Seoul: «Leggendo gli articoli dei mass media occidentali sembrava che si stesse giocando una partita a scacchi tra concorrenti a cui erano rimasti solo i pedoni e Kim Jong Il, che aveva a disposizione la Regina, le Torri, i Cavalli e gli Alfieri. In realtà la successione non è mai stata sicura e sono note le divisioni all’interno della famiglia stessa di Kim Il Sung, con la potente alleanza tra la seconda moglie del Grande Leader, Kim Song Ae che premeva per favorire il suo figlio naturale, Kim Pyong Il e il fratello di Kim Il Sung, Kim Yong Ju. Il fatto che Jong Il sia riuscito a sconfiggere le opposizioni gioca a favore della sua abilità come politico.»
Tutto questo, a detta degli stessi osservatori più esperti, dimostra quanto poco si conosca della Corea del Nord e dei suoi politici, al di fuori dei propri confini.
La figura di Kim Jong Il, pur continuando a venire dipinta con tinte fosche, viene rivalutata, in particolare in Sud Corea, dove lo stesso Nord non è più visto come un antagonista contro cui combattere, bensì come un interlocutore con cui dialogare e da aiutare. Specialmente ora che la contrapposizione con gli Stati Uniti di Bush rischia di creare tensioni sempre più pericolose nella regione. La recente nuova crisi nucleare, scoppiata in tutta la sua drammatica pericolosità nell’ottobre 2002 con la dichiarazione di Pyongyang di voler riattivare le centrali di Yongbyon e le ricerche nucleari, ha la sua origine dalla decisione di Bush di voler sospendere unilateralmente gli invii di combustibile sottoscritti dall’accordo del 1994. Seoul, comprendendo la pericolosità della situazione, ha chiamato ai tavoli delle trattative Pyongyang, contravvenendo alle disposizioni della Casa Bianca.
E Pyongyang ha risposto.
A livello economico le riforme suggerite dagli organismi finanziari internazionali e introdotte nel sistema, hanno cominciato a creare qualche crepa nel controllo statale della produzione e della distribuzione dei beni di consumo. I tradizionali mercati dei contadini che ogni decade vengono allestiti nei distretti nordcoreani, se prima erano appena tollerati dalle autorità, oggi hanno una sorta di protezione anche da parte del governo, che ha aumentato anche l’area di terreno ad uso privato concesso ad ogni famiglia. Nelle fabbriche, almeno le poche che il petrolio, oramai centellinato, permette di far funzionare, i lavoratori si sono visti assegnare salari in base alla produttività. Il problema è che, spesso e volentieri, questa è crollata non per negligenza degli operai, ma per i numerosi black-out che straziano la continuità lavorativa.
Nelle cooperative, i raccolti, dopo anni di carestie, hanno cominciato ad essere abbondanti, ma la micidiale mistura fatta di varie penurie, penuria di mezzi, penuria di parti di ricambio, penuria di carburante, non ha migliorato la situazione alimentare nei villaggi più isolati. I raccolti spesso marciscono sui campi dove sono accumulati per mancanza di mezzi di trasporto.
Persino i funzionari governativi di rango più elevato, quelli residenti a Pyongyang, ad esempio, incontrano molte difficoltà nell’espletare i loro impegni. La guida incaricata ad accompagnarmi in visita alla corea, obbligatoria per ogni straniero, mi fa immediatamente capire che la situazione economica è disastrosa e che un eventuale contributo per le spese di benzina è benaccetto, anche se non obbligatorio. La crisi non risparmia neppure l’apparato militare: le Forze Armate nordcoreane appaiono, anche al profano, deboli, male armate e, spesso, capita di vedere lungo le autostrade deserte che si diramano da Pyongyang, mezzi militari in panne o a secco di carburante. Anche a Panmunjom, al 38° parallelo dove le due Coree si incontrano, i soldati nordcoreani, seppur scelti tra i più robusti e alimentati con razioni più abbondanti rispetto ai commilitoni dislocati nelle zone interne, appaiono piuttosto mingherlini se confrontati con i colleghi sudcoreani.
Insomma, quello che gli Stati uniti continuano a definire il terzo esercito del mondo, pronto ad attaccare il Sud è, in realtà, molto meno temibile e aggressivo di quanto si voglia far apparire.
Del resto il governo, ansioso di ottenere aiuti, non fa mistero della crisi. La prima volta che sono sbarcato in Nord Corea, nel 1996, era difficile far ammettere ad un qualsiasi funzionario che il Paese era economicamente impantanato e i visitatori venivano convogliati in fabbriche, scuole, ospedali modello. Poi, piano piano, durante le successive visite, qualcosa è cambiato: altre porte hanno cominciato ad aprirsi. Prima spiragli, poi si sono spalancate, mostrando l’aspetto più reale della nazione: cittadini che spigolano chicchi di riso o grano, che raccolgono legna da ardere per far fronte ai rigidi inverni, ospedali regionali privi di medicine, orfanotrofi che ospitano bambini scheletrici. «C’è stato un periodo in cui si raccoglievano e si mangiavano cortecce, radici ed erbe selvatiche» mi dice Kim Hyoun-ho, Direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri. Oggi, grazie agli aiuti delle ONG presenti e dei Paesi donatori, la situazione comincia a migliorare, anche se il contrabbando con la Cina continua a rappresentare una pratica comune e chi ha i soldi per corrompere le guardie di frontiera, può importare ogni genere di mercanzia per rivenderla al fiorente mercato nero.
Chi, per lavoro o parentela, può contare su rapporti con l’estero, ha la possibilità di ottenere valuta pregiata, grazie alla quale comprare prodotti importati nei grandi magazzini delle città: stereo, televisori a colori, radio, telecamere, macchine fotografiche, pasta, liquori, vino, abbigliamento. Con i dollari, gli euro o gli yen c’è solo l’imbarazzo della scelta e in una società dove, teoricamente, la divisione di classe è ridotta al minimo, sono proprio questi status simbol occidentali ad individuare le reali differenze sociali esistenti nel Paese.
Ma i cambiamenti in atto in Corea del Nord non si individuano solo a livello economico o sociale: i diritti umani, che durante gli anni Sessanta-Ottanta venivano calpestati per lo meno come lo erano al Sud, oggi cominciano ad essere più rispettati. Le condizioni di vita nei campi di rieducazione (in realtà vere e proprie aree di centinaia di chilometri quadrati vietate anche ai cittadini liberi nordcoreani e adibiti ad ospitare migliaia di prigionieri), sono diventate più tollerabili. Le amnistie, la necessità di nuova forza lavoro e l’attento monitoraggio delle organizzazioni che si occupano di diritti umani, hanno indotto le autorità nordcoreane a chiudere numerosi campi e liberarne i detenuti.
Accanto a questi esempi di liberalizzazione, si è parallelamente sviluppata una maggiore libertà religiosa, già avviata, peraltro, alla metà degli anni Ottanta con l’inaugurazione di nuovi templi buddisti e chiese cristiane, tra cui quella cattolica di Changchung.
Anzi, proprio con il Vaticano il governo di Pyongyang ha mantenuto buoni rapporti. Le organizzazioni di assistenza sociale cattoliche, come la Caritas, Misereor, i frati Benedettini, lavorano già all’interno del paese, godendo della stima dei funzionari nordcoreani. Questa fiducia, riposta principalmente per via dell’assenza di secondi intenti politici a cui sottoporre gli aiuti, rischia però di essere rovinata dalla presenza delle sette cristiane e buddiste sudcoreane, giapponesi e statunitensi appostate lungo i confini settentrionali cinesi. Finanziate dai vari dipartimenti del governo USA, la maggior parte di queste chiese avvicinano i contrabbandieri nordcoreani dando loro soldi e pacchi viveri da distribuire nei villaggi all’interno della nazione. Si spera, così facendo, di creare un retroterra culturale e religioso adatto per stabilire eventuali chiese e punti di informazione per controllare la reale consistenza del regime. A Pyongyang e nelle principali città, questo lavoro è affidato a missionari che, camuffati da uomini d’affari, hanno la possibilità di girare in lungo e in largo ampie zone del Paese e contattare direttamente le famiglie. Elargendo generosamente yen e dollari, sembra si siano già creati una rete di proseliti i cui uomini più fidati sono veri e propri “dormienti”, informatori al servizio dei servizi segreti sudcoreani, statunitensi e giapponesi, pronti ad uscire allo scoperto e ad agire nel caso di una sollevazione popolare.
Un’ipotesi, questa della rivolta, che nessun governo della regione nordorientale dell’Asia si augura, perché la caduta improvvisa del regime di Kim Jong Il destabilizzerebbe, in modo forse irrimediabilmente pericoloso, i fragili equilibri instauratisi tra le varie capitali. E’ con questa paura che Seoul e, in misura più timida, Tokyo, hanno mostrato freddezza nei confronti di Bush e della politica da lui intrapresa nella regione. Il Rapporto Armitage, lungo i cui parametri si dipana la ragion di stato della Casa Bianca, afferma testualmente che «se non è possibile giungere ad una soluzione diplomatica, è meglio scoprirlo prima che dopo per proteggere meglio i nostri interessi di sicurezza. Se la Corea del Nord non lascia altra scelta che il confronto, questo deve essere giocato secondo i nostri termini, non i loro». Questo confronto coinvolgerebbe anche la Cina, la quale è una potenza fondamentale in Asia. Il ruolo che il Rapporto Armitage affida a Pechino, però, preoccupa gli alleati USA: «Nessun approccio con la Corea del Nord può essere vincente se non ci si assicura la cooperazione con la Cina. Pechino deve capire che sarà punita per il fallimento o sarà premiata per la sua cooperazione» ed ancora, «La cooperazione attiva della Cina è vitale e dato che Cina e USA dividono comuni interessi nella penisola coreana, ci si aspetta che la Cina agisca in maniera positiva. Nel caso scoppi un conflitto come risultante di una inadeguata cooperazione, Pechino dovrà assumersene la responsabilità».
Con queste premesse, appare chiaro che il futuro dell’Asia Nordorientale è più nelle mani di Washington che dei Paesi interessati ad un eventuale conflitto.
© Piergiorgio Pescali
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