Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

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FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Oslo si prepara a ricevere Aung San Suu Kyi


La nebbia risale lungo Aker Brygge, il quartiere di Oslo che si affaccia sul porto cittadino. Addentrarsi in questa foschia che tutto avvolge, riporta alla mente la storia di questa città. La bruma del tempo offusca i natali di Oslo: nessuna data precisa puntella l’inizio della sua origine, nessuno studio etimologico fissa il significato del nome. Persino l’anno in cui divenne capitale della Norvegia, è motivo di dibattito: per alcuni è il “Syttende Mai”, il 17 maggio 1814, giorno in cui, dopo la secessione dalla Danimarca, venne emanata la costituzione. Ma lo scettro regale passò solo di mano senza fermarsi ad Oslo: dai danesi scivolò agli svedesi, per cui la capitale dell’impero continuò a restare fuori dai confini nazionali. Per altri, invece, la data dell’investitura di Oslo come capitale della Norvegia, è il 1905, anno in cui la nazione si staccò dalla Svezia per divenire uno stato finalmente indipendente. La nemesi definitiva avvenne nel 1925 quando la città abbandonò il nome di Christiania affibbiatole dal re danese Cristiano IV nel lontano 1624, per riprendere quello originario, Oslo. Quattro secoli di occupazione straniera non avevano certo favorito lo sviluppo della città, così all’indomani dell’indipendenza la capitale della Norvegia rischiava di sfigurare di fronte alla regalità di Stoccolma, alla bellezza trasgressiva di Copenhagen o all’elegante neoclassicità di Helsinki. La Oslo degli anni Sessanta, era ancora la città angosciante descritta da Munch sul finire del XIX secolo e dal cui sentimento nacque il celebre “Urlo”: “Camminavo con due amici; quando il sole cominciò a tramontare il cielo si tinse improvvisamente di rosso sangue. Mi fermai esausto, sporgendomi sulla balaustra. Sopra il fiordo blu scuro e la città, c’erano lingue di fuoco e di sangue mentre i miei amici continuavano a camminare; restai là, tremando di ansia e sentii un urlo infinito passare attraverso la natura”. Il lavoro di recupero architettonico voluto dall’amministrazione comunale a partire dagli anni Ottanta, ha però contribuito a cambiare completamente il volto della città. Sebbene Oslo non possa competere con le altri capitali scandinave sul piano dell’interesse storico, il genio degli architetti e degli urbanisti norvegesi qui si è espresso al meglio, ridando slancio al turismo. I contrasti storici, anziché disturbare, sono valorizzati così da formare una sorta di simbiosi. E’ il caso della fortezza Akershus, uno dei pochi lasciti medioevali di Oslo, che domina il modernissimo quartiere Aker Brygge, ricavato dalla parte industriale Ottocentesca della città. I coinvolgenti e variegati musei, primo fra tutti quello delle navi vichinghe, il parco delle sculture di Vigeland, e la magnifica Opera House garantiscono un livello culturale di tutto rispetto accompagnato da una delicata gradevolezza fotografica. Ma ciò di cui Oslo può andar veramente fiera, è il fatto di essere una città ospitale e multiculturale. Qui convivono una ventina di nazionalità differenti, qui hanno avuto luogo alcuni dei più importanti incontri internazionali che hanno contribuito a smussare attriti e conflitti. Una caratteristica che neppure Anders Breivik, l’attentatore che nel 2011 ha seminato morte e sgomento in tutta la Norvegia, è riuscito ad intaccare. E non è certo un caso che dal 1901 la capitale norvegese sia sede del più importante riconoscimento alla pace: il Premio Nobel. Non tutti i vincitori si sono dimostrati all’altezza dell’onore ricevuto, ma il 16 di giugno, Oslo attende con trepidazione una figura che questo premio lo ha veramente meritato e sofferto sulla propria pelle: Aung San Suu Kyi, libera, finalmente, di ricevere un premio che le era stato assegnato nel 1991, ma che il regime militare birmano non le aveva mai permesso di ritirare di persona.

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Norvegia: evitare altre Utoya


Furuset è un quartiere nella periferia orientale di Oslo. Il sabato e la domenica gli abitanti della capitale vi arrivano per visitare l’Ikea, ma nel resto della settimana nell’area risiedono immigrati africani, pakistani, medio orientali che, dalla fine degli anni Novanta, hanno superato di numero i norvegesi. Qui, accanto ad una chiesa luterana, sorge la più grande moschea del paese, nella squadra di hockey sul ghiaccio l’attaccante  di punta si chiama Shayan Zahedi, i negozi di macelleria vendono carne halal e nelle scuole i bambini norvegesi sono la minoranza. Certamente Furuset non è la Norvegia del futuro, ma è un buon banco di prova per testare i cambiamenti di una società che, in soli 15 anni, ha visto raddoppiare il numero di stranieri. «Se fino alla metà degli anni Novanta si guardava all’immigrato con curiosità, oggi esso rappresenta l’11% della popolazione. Alla curiosità si è sostituito il confronto.» mi dice Anne Haagensen, antropologa all’Università di Oslo. Dei 550.000 immigrati (su una popolazione totale di 4,7 milioni di abitanti), il 42% ha cittadinanza norvegese e 200.000 sono musulmani. La Norvegia non è mai stata meta di immigrazione e questo ha permesso alla società di costruirsi, nel corso dei secoli, un tessuto culturale uniforme e ben distinto dalle altre nazioni scandinave. «Un cambiamento così repentino porta comunque conseguenze, e affrontare la multiculturalità è una sfida a cui il modello norvegese dovrà far fronte nei prossimi anni» conclude Haagensen. Tra le conseguenze, naturalmente, c’è anche Anders Breivik, l’attentatore che il 22 luglio, dopo aver fatto saltare un’autobomba di fronte all’ufficio del primo ministro, ha ammazzato a sangue freddo 77 persone nell’isola di Utoya. Ad armarlo è stata una miscela micidiale di frustrazione nei confronti di una classe politica considerata traditrice e passiva nei confronti dell’islam e di autoimmolazione al martirio. Nella sua lucida quanto atroce idea di difesa dell’Europa, il dito di Breivik ha sparato convulsamente sia contro i marxisti che contro papa Benedetto XVI, il papa traditore, “codardo, incompetente, corrotto e illegittimo” che ha “abbandonato la cristianità”.   «La tragedia ci ha scossi non tanto emotivamente, quanto socialmente» spiega Erikka Oyhovden, maestra di una scuola primaria a Bergen. «Ci siamo accorti che abbiamo aperto le porte senza essere pronti al multiculturalismo. Ora dobbiamo domandarci come integrare gli immigrati nel nostro sistema». Per spiegarsi meglio, Erikka propone come esempio la sua classe, dove su 30 bambini, 10 sono figli di immigrati di prima generazione. «Hanno poca dimestichezza con la lingua norvegese ed ho quindi dovuto ridimensionare gli standard scolastici e gli obiettivi fissati all’inizio dell’anno. Questo ha generato una serie di proteste da parte dei genitori norvegesi, alcuni dei quali hanno spostato i propri figli in altre scuole». La disponibilità del governo di Oslo ad accogliere in particolar modo rifugiati politici, ha, in un certo senso, ampliato i problemi: «Chi scappa da una situazione di guerra o di dittatura non ha avuto la possibilità di formarsi culturalmente e, il più delle volte, porta con sé problemi psicologici difficili da recuperare almeno fino alla seconda o terza generazione» afferma Dag Nystrom, dell’Associazione Psicologi Norvegesi. Il dibattito che si è aperto in questi giorni verte proprio su come integrare questa fetta di popolazione non nata in Norvegia, in una società molto coesa e con una lingua così difficile da assimilare. «E’ difficile prospettare come la società norvegese cambierà a fronte di ciò che è successo» ammette Tore Bjorgo, esperto di terrorismo internazionale al Norwegian Istitute of International Affairs, «ma in Norvegia abbiamo la virtù di mantenere la mente fredda; il che ci ha aiutato a non creare un clima di panico e isteria, permettendo al nostro primo ministro, immediatamente poche ore dopo gli attentati, di ribattere che in Norvegia ci sarà più apertura e più democrazia.»Certo, comunque, che ci saranno partiti e movimenti che dovranno rivedere certe loro posizioni, primo fra tutti il Partito del Progresso (PdP), in cui Breivik ha militato sino al 2006, per poi uscirne perché considerato troppo moderato. La propaganda anti immigrazione e antimusulmana del PdP, ha creato l’humus di molte campagne razziste e nazionaliste in Norvegia e se certamente il partito non è responsabile delle azioni di Breivik, non può negare le sua estraneità nell’aver iniettato una buona dose di xenofobia al suo elettorato. «Nel partito siamo tutti imbarazzati e disgustati che Breivik abbia fatto parte del movimento fino al 2006. Non sappiamo perché ne sia entrato, ma è chiaro perché ne sia uscito» spiega Siv Jensen, leader del Partito, impegnata in un tentativo di recuperare consensi per le elezioni locali previste nel prossimo settembre. Ma non sarà solo la classe politica a dover fare un atto di coscienza sulle proprie azioni; anche i norvegesi sono chiamati a dare prova del loro operato. Parallelamente alla crescita della presenza degli immigrati nella nazione, i consensi al Partito del Progresso con cresciuti in modo esponenziale: se nel 1993 solo 6 elettori su 100 davano il loro voto al PdP, nel 2009 erano ben 23. L’incremento maggiore lo si è registrato nelle regioni settentrionali, dove la Janteloven, la legge che scoraggia l’iniziativa individuale a favore del collettivismo, e la cultura norvegese sono più radicate. Nel Finnmark, ad esempio gli ultraconservatori sono passati dal 2% nel 1993 al 22% nel 2009, mentre nel Troms hanno registrato un incremento dal 4 al 25%. «Non sappiamo cosa scaturirà da questa tragedia» dichiara Thomas Hegghammer, esperto di terrorismo alla Norwegian Defense Research Estabilishment, «E’ probabile che il Partito Laburista acquisterà voti nelle prossime consultazioni, ma a lungo periodo penso si assisterà a ciò che è successo negli altri paesi scandinavi: i partiti conservatori costringeranno i socialdemocratici a spostarsi più a destra.». Ma, come ha detto il primo ministro Jens Stoltenberg “ci sarà una Norvegia prima e una Norvegia dopo il 22 luglio 2011. Sta comunque a noi a decidere come sarà la Norvegia”.

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Norvegia: il processo Breivik


In Norvegia il nervo centrale del sistema di giustizia è basato sulla riabilitazione del colpevole nella società. La filosofia del recupero ha dato ottimi risultati, con un tasso di recidività solo del 20% ed il primo ministro Jens Stoltenberg ha ribadito che, anche nel caso di Breivik, il governo non interverrà per cambiare l’iter giudiziale affermando che “è importante garantire la separazione tra potere legislativo e giudiziario”. In questo modo l’attentatore di Utoya rischia al massimo 21 anni di carcere, che potrebbero essere portati a 30 se l’accusa venisse cambiata in crimini contro l’umanità. Ci sarebbe anche la possibilità, mai applicata sino ad oggi, che il tribunale riveda la sentenza ogni 5 anni, allungando così la pena detentiva. L’importanza del rispetto dei diritti della persona che viene sancito nella Costituzione norvegese, è ribadito anche nei confronti di Anders Breivik: “Dobbiamo prenderci cura di lui in un modo umano” ha detto Knut Bjarkeid, direttore della prigione di Ila, dove è detenuto in regime di isolamento Breivik. Per altre 4 settimane gli sarà vietato l’accesso ai media, ai giornali e non potrà ricevere lettere. Entro la fine dell’anno, secondo il Pubblico Magistrato Tor-Aksel Busch, saranno formulate le accuse a carico di Breivik, mentre il processo inizierà nel 2012.
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Scandinavia: la nuova destra

I paesi scandinavi sono famosi per il loro sistema sociale, capillare, funzionale e protettivo nei confronti della famiglia. Ciò, però, che non affiora dalle cronache, è che sta emergendo con forza una miriade di movimenti ultraconservatori che, spesso, sfociano in aperte rivendicazioni neonaziste. L’attacco di Breivik a Utoya ha aperto questo vaso di Pandora. Conscio del pericolo già in tempi non sospetti, è stato Stieg Larsson, lo scrittore di tendenze trotskiste, famoso in Italia per la trilogia Millennium. Morto nel 2004, Larsson ha creato Expo, l’associazione che monitora e analizza l’estremismo di destra nei quattro paesi della Scandinavia. A condurla oggi c’è Daniel Poohl, che si mostra preoccupato per il successo che stanno avendo le idee razziste e neonaziste tra i giovani. «I movimenti più organizzati sono localizzati in Svezia e in Danimarca, ma stiamo registrando un aumento dei consensi anche in Finlandia e, cosa assolutamente nuova, in Norvegia.» Tra i movimenti più attivi c’è il Movimento Nazionalsocialista Danese, gli svedesi Fronte Nazionalsocialista, il Movimento di Resistenza Svedese, La Resistenza Ariana, il Reich Front, la Fratellanza Ariana. In maggio, in Finlandia è stato fondato ufficialmente il partito Nazionalsocialista, che presenta la svastica come proprio simbolo, mentre in Svezia, dove periodicamente vi sono raduni di neonazisti scandinavi, secondo Expo vi sarebbero un migliaio di attivisti e circa 10.000 simpatizzanti. In Norvegia il movimento di punta dell’estrema destra extraparlamentare è il Zorn 88, dove 8 sta per l’ottava lettera dell’alfabeto (“H”) e 88 indica le iniziali del saluto nazista Heil Hitler. Zorn 88 è stato fondato nel 1988 da Erik Rune Hanse (morto nel 2004) ed è politicamente attivo sotto l’ombrello del Movimento Nazionalsocialista Norvegese. Tutti i gruppi ultraconservatori sono federati nell’organizzazione transnazionale Blood and Honour. Le idee che accomunano il variegato mondo neonazista scandinavo riguardano la supremazia bianca, la forte opposizione alla globalizzazione, un macronazionalismo paneuropeo, l’acceso accento antisemita della loro propaganda e una religione neopagana e teosofica che critica apertamente il cristianesimo. Accanto all’attivismo politico c’è anche un impegno sociale che spazia dalla musica al volontariato a favore delle classi più deboli colpite dalla crisi economica. I siti ufficiali dei movimenti neonazisti sono stati tutti oscurati, ma le idee, le discussioni circolano ampiamente nei siti “mirror” di internet o nei numerosi blog: dai document.no e Fjordman divenuti famosi perché considerati fonti di ispirazione ideologica per Anders Breivik, ai più noti Gates of Vienna, Atlas Shrugs, Jihad Watch.

© Piergiorgio Pescali

Norvegia dopo Breivik

L’orgoglio norvegese è stato appena intaccato dal doppio attentato che Anders Behring Breivik ha attuato il 22 luglio scorso con l’autobomba esplosa nel centro di Oslo e la carneficina di Utoya. I 4 milioni e settecentomila norvegesi, dopo un breve periodo di sconcerto e di incredulità, hanno reagito con ciò che hanno di meglio nella loro cultura: la razionalità nordica. Quella razionalità che noi mediterranei tanto rifiutiamo preferendola all’emotività, sta salvando la Norvegia da isterismi collettivi e da comodi j’accuse. “Non è facile distinguere chi è pazzo e chi no” scrisse lo scrittore norvegese e premio Nobel per la letteratura, Knut Hamsun. Così, mentre da noi l’azione di Breivik viene liquidata come un gesto compiuto da un folle, qui in Norvegia la classe politica, gli intellettuali e i sociologi si stanno interrogando sui reali motivi che hanno portato ad un figlio di questa stessa patria che afferma di amare, a compiere un gesto così estremo. Jens Stoltenberg, leader del Partito Laburista e primo ministro norvegese, ad una mia domanda sulla mitezza della pena a cui potrebbe incorrere Breivik (il massimo consentito dalla legislazione è di 25 anni di carcere) mi risponde che «non dobbiamo cercare punizioni, bensì eliminare le cause che hanno portato a questo comportamento così antisociale». Tore Bjorgo, esperto di terrorismo internazionale al Norwegian Istitute of International Affairs, appoggia le parole del leader del governo: «La Norvegia non deve farsi prendere dal panico. Al contrario, deve avere la forza di rimanere un paese tollerante ed aperto, come lo è sempre stato». Ed è questa l’atmosfera che si respira ad Oslo e a Bergen, i due principali centri norvegesi, dove la percentuale di immigrati è superiore ad ogni altra città della nazione. La comunità musulmana (11% della popolazione di Oslo e 3% a Bergen), si è stretta attorno ai norvegesi dimostrando la propria solidarietà alla politica filopalestinese di Oslo: «L’atto di Breivik è un chiaro tentativo di contrapporre la comunità norvegese a quella islamica. Inoltre basta leggere il suo manifesto per capire che uno dei fini degli attentati è stato quello di minare le relazioni tra governo norvegese e Palestina.» afferma Mohammed Hamdan, presidente del Consiglio Islamico della Norvegia. E’ fuor di dubbio che l’azione omicida è stata a lungo fertilizzata da una crisi economica che ha portato lo stato a dover tagliare numerosi sussidi statali che sono tuttora il giusto vanto della Norvegia. L’arrivo di numerosi immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa, avrebbe poi creato la miscela socialmente esplosiva. Non è un caso che Breivik, nel suo manifesto spedito poco prima degli attentati, si scaglia in ugual misura contro i marxisti e contro papa Benedetto XVI, i primi rei di aver creato una società multiculturale, il secondo considerato un traditore della cristianità “codardo, incompetente, corrotto e papa illegittimo” per aver teso la mano ai musulmani. «Le parole di Breivik sono blasfeme» ammonisce il reverendo luterano Olav Fykse Tveit, segretario del Concilio Mondiale delle Chiese, ricordando di aver spedito una lettera di solidarietà al papa. Ma “un migliaio di parole non lasciano un’impressione così profonda quanto una sola azione” scrive Henrik Ibsen. E più mi dirigo verso nord, più trovo conferma della frase del drammaturgo. Ad Alta, cittadina del Finnmark, la regione più settentrionale della Norvegia, Nina Kokkin e Gerd Fahlstrom, due universitari della facoltà di Sociologia, affermano che il gesto di Breivik, pur nella sua assurdità, trova una giustificazione nella difficile situazione economica nazionale. «Nel Finnmark, la contea più lontana da Oslo, la società si è politicamente spaccata: in sedici anni il Partito del Progresso (il partito di estrema destra, ndr) è passato dal 2 al 22%, indicando che i norvegesi si stanno stancando della politica dei laburisti». Secondo Nina e Gerd la lacerazione di sta estendendo su tutto il paese: mentre, infatti, nelle ultime elezioni generali del 2009, i laburisti hanno ottenuto il 35% dei consensi (nel 1993 erano il 37%), il Partito del Progresso ne ha raccolti 23%, contro il 6% del 1993. E Breivik ha trascorso gli anni di formazione politica proprio nel Partito del Progresso. L’avanzata dei conservatori radicali preoccupa Daniel Poohl, caporedattore di Expo, l’organizzazione che studia l’estremismo di destra in Scandinavia, fondata dallo scrittore trotskista Stieg Larsson, noto in Italia per la sua trilogia di romanzi polizieschi Millennium. Secondo Poohl la Norvegia era l’unico paese scandinavo a non aver mai avuto frange neonaziste organizzate, come invece esistono in Svezia, Danimarca e Finlandia. “In tutti e quattro i Paesi scandinavi esistono partiti e movimenti più o meno legali che si rifanno esplicitamente all’ideologia nazista. La Norvegia si pensava fosse il paese meno coinvolto in questo processo: i membri del Vigrid, del Blood and Honour e del Movimento Nazional Socialista Norvegese sono sempre state frange disorganizzate e incoerenti. Gli attentati del 22 luglio, però, dimostrano che qualcosa sta cambiando anche in questa nazione”. Chi si scaglia con maggiore veemenza contro Breivik sono proprio loro, i conservatori: «Nel partito siamo tutti imbarazzati e disgustati che Breivik abbia fatto parte del movimento fino al 2006. Non sappiamo perché ne sia entrato, ma è chiaro perché ne sia uscito» spiega Siv Jensen, leader del Partito del Progresso. L’atto di Breivik è forse isolato, ma le idee di cui si è alimentato sono ancora radicate nell’Europa. Chiudere le porte creando dei compartimenti stagni soffocherebbe ogni cultura. Affinché le civiltà possano sopravvivere, occorre cercare le chiavi per aprire gli usci. Solo in questo modo le idee potranno ritrovare nuovi stimoli e rinvigorirsi. © Piergiorgio Pescali