Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire
Per ordinarne una copia: 3394551575 oppure yasuko@alice.it
© COPYRIGHT Piergiorgio Pescali - E' vietata la riproduzione anche parziale senza il consenso dell'autore

Visualizzazione post con etichetta Cambogia - Angkor Wat. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cambogia - Angkor Wat. Mostra tutti i post

Le origini mitoligiche della Cambogia

Le origini mitologiche della Cambogia affondano le radici in leggende tipicamente indiane.
Secondo le fonti cinesi e Cham, il primo re della dinastia Funan fu Kaundinya, un bramino di origine indiana proveniente dagli arcipelaghi indonesiani o dalla penisola malese. A seguito di un sogno, Kaundinya trovò presso l’albero sacro dedicato al suo dio personale, un arco con il quale si imbarcò lasciando che la sua nave venisse trasportata dai venti mandati dallo spirito divino. In breve tempo raggiunse le coste del futuro regno di Funan, allora abitate da una popolazione governata da Soma figlia del re dei Naga, ostile a Kaundinya. Questi, non facendosi intimorire, scoccò dal suo arco una freccia, che si conficcò nel vascello reale, costringendo la sovrana, impressionata da tale potenza, ad arrendersi e ad accettare di sposare il nuovo venuto. La stirpe generata da questa unione, oltre a dare inizio alla dinastia funanese, fu considerata come l’origine del popolo cambogiano.
Dal punto di vista allegorico, la freccia è simbolo di fecondità. Conficcandosi nello scafo della nave reale, costringe la protagonista femminile ad arrendersi alla controparte maschile, accettando la subalternità sia politica che famigliare.
La leggenda ha un fondamento storico che risale al 357 d.C., quando come re del Funan venne incoronato un membro della famiglia Kushan, del clan indiano dei Kanishka. Sembra che si debba a questo nuovo sovrano il rapporto tra il regno di Funan e la cultura indiana, in particolare iranica. L’abbigliamento e le acconciature delle statue del tempo, richiamano evidenti influssi sassanidi e zoroastrici, come, ad esempio, le immagini di Vishnu troppo simili a quelle di Surya. Si presume che addirittura il nome Kambuja, dato alla popolazione cambogiana dal regno Chenla, sia da ricollegarsi al Kambojas dell’Iran.
Proseguendo nella leggenda, al regno di Funan, nel VI secolo d.C. si sostituì quello di Chenla. Pur avendo legami con la dinastia indiana funanese, i sovrani di questo nuovo regno conservarono i propri miti sull’origine del loro popolo, generato grazie all’unione dell’asceta indiano Kambu, con la ninfa celestiale Mera, legata al culto di Shiva. I due, oltre a costituire il nucleo centrale del regno di Chenla, furono i capostipiti del nuovo popolo da essi generato: i Kambuja, figli di Kambu, da cui vengono fatti risalire sia i Khmer, che il nome Kampuchea, Cambogia.
A differenza di quella del Funan, che si considerava “dinastia lunare”, quella di Chenla era indicata come la “dinastia solare”.

© Piergiorgio Pescali

Le arti classiche khmer

La leggenda che descrive la nascita della razza khmer è uno dei più interessanti racconti che la letteratura del Sud-Est Asiatico abbia saputo produrre. Storia, etnologia, sincretismo religioso e surrealismo orientale si mescolano armoniosamente tra loro, dando vita ad una commovente storia d’amore. L’unione del mitico indiano Kambu, con la meravigliosa danzatrice Mera, rispetta, pur nella concezione fantastica, la realtà di due popoli che, incontrandosi pacificamente, si conglobano tra loro dando vita ad un'unica razza e cultura.
In tutti gli aspetti della vita delle popolazioni indocinesi, l’influenza che il subcontinente indiano ha esercitato nel corso dei secoli passati è visibile ancora oggi, ma in quella khmer si rende addirittura tangibile: musica e danza sono le arti che meglio rispecchiano queste peculiarità. Entrambe questi elementi sono parte integrante della vita khmer, tanto che difficilmente si scindono dalle più comuni faccende quotidiane.
La famosa “scala celeste”, trova nei musicisti khmer i suoi ultimi esecutori; le vibranti note riescono ad accompagnare lo spirito dei più attenti ascoltatori gradatamente al di sopra del mondo materiale, avvicinando la propria mente alle sfere celesti e, in ultimo stadio, al Nirvana.
Ogni stacco musicale è considerato un omaggio al Buddha e come tale deve essere suonato alla perfezione, senza alcuna ambiguità polifonica.
L’orchestra classica khmer, chiamata pinpeat, è composta solitamente da uno xilofono, due kapei (chitarre monocorde a manico rovesciato), un flauto, uno o più tamburi in pelle e due khloy (clarinetto di bambù).
Negli spettacoli popolari, la musica è sempre accompagnata dalla danza. E’ impossibile dire quale delle due arti sia il compendio dell’altra: nessuna potrebbe sopravvivere senza il reciproco supporto.
Nelle famiglie cambogiane, i bambini vengono educati sin dalla più tenera età a muoversi secondo movimenti ben precisi, rendendo più elastiche le articolazioni del corpo e degli arti. Mani e piedi, infatti, debbono flettersi armoniosamente, senza improvvise contrazioni. Assieme all’espressione del volto sono le mani, ed in particolare le dita delle danzatrici, che catturano l’attenzione dello spettatore. Dita affusolate, unghie lunghe colorate e ben curate, rappresentano dei punti cardine indispensabili affinché lo spettacolo riesca a raggiungere lo scopo prefisso: coinvolgere emotivamente il pubblico sino a farlo immedesimare idealmente nel personaggio protagonista, ricalcandone i sentimenti.
Un altro degli aspetti fondamentali del teatro khmer, è il trucco del viso. Si le danzatrici che i danzatori, vengono truccati in modo da far risaltare al massimo le parti del viso che dovranno rispecchiare gli stati d’animo del personaggio in cui si dovranno calare. Bocca e occhi sono evidenziati con decisi tratti di colore, mentre il resto del volto è schiarito, per accentuare il contrasto, con cipria.
La capacità espressiva e la sinuosa gestualità degli arti, mani e piedi, sembrano doti talmente naturali nel cambogiano, che non si può evitare di rimandare il pensiero alla leggendaria capostipite della razza khmer, quella Mera che, appunto, era danzatrice essa stessa.
L’abbigliamento è sempre sfarzoso, colorato e tempestato da pietre policrome. Un tempo, durante gli spettacoli di corte, i costumi venivano tessuti in seta di raso e le pietre erano zaffiri, rubini, diamanti, giade.
Il mokot, la mitra dalla tradizionale forma appuntita, oltre a servire per raccogliere i capelli, arricchisce l’insieme coreografico, dando quel tocco di regalità e solennità indispensabile in ogni recita.
Le rappresentazioni si svolgono solitamente sullo scenario di Angkor Wat e trattano temi di carattere sentimentale, con evidenti influssi religiosi e animasti. Sono sempre presenti i demoni della cosmologia prebuddista i quali, di volta in volta, si scontrano o si alleano con altri esseri ultraterreni secondo regole il più delle volte incomprensibili per il profano.
Le danze terminano quasi sempre con la sconfitta delle forze maligne ed il trionfo del bene, impersonificato dai due amanti, che coronano il loro sogno d’amore tra gli scroscianti applausi degli astanti.

© Piergiorgio Pescali

Cambogia - Furti d'arte

Il patrimonio storico e artistico della Cambogia è immenso; si stima che in tutto il paese siano disseminati circa 1.200 templi, il più famoso dei quali è il complesso di Angkor (che significa semplicemente “capitale”). Controllare e mantenere una simile quantità di opere è un impegno finanziario e umano immane, che la Cambogia non è in grado di sostenere da sola soprattutto quando le sue frontiere sono facilmente penetrabili e poco sorvegliate. Il problema del trafugamento delle opere non è recente: famoso è il caso dello scrittore André Marlaux, che nel 1923 fu arrestato perché trovato in possesso di oggetti trafugati dal sito di Angkor. Appena riapertasi al mondo, la Cambogia è stata assaltata dai collezionisti che, con la complicità di militari e funzionari del governo, hanno letteralmente smantellato intere costruzioni. L’UNESCO e il rinato EFEO (Ecole Française d’Extreme-Orient), in collaborazione con il Ministero della Cultura cambogiano, stanno correndo ai ripari, ma il sempre maggior afflusso del turismo di massa non facilita loro i compiti. Paradossalmente, la guerra e i Khmer Rossi sono stati i migliori custodi delle opere d’arte della Cambogia.

© Piergiorgio Pescali

Angkor Wat - La riscoperta europea

1431: il regno di Chen-la è in subbuglio. Ad ovest, truppe del Regno del Siam hanno varcato la frontiera e stanno rapidamente avanzando verso Angkor Thom, la fastosa capitale di quello che, un tempo, è stato l’impero più potente del Sud Est Asiatico. Il re Ponhea Yat, per evitare la cattura, decide di abbandonare la città con tutta la corte, rifugiandosi verso oriente, prima a Basan, poi a Phnom Penh. Chissà, forse pensa di organizzare un contrattacco e poter far ritorno ad Angkor -come già fece nel XIII secolo Jayavarman VII- e ridare splendore al suo regno.
Ma non vi sarà più nessun Jayavarman VII nella dinastia Khmer, la quale vede lentamente ridurre la propria influenza nell’esiguo territorio rimastogli. Angkor stessa, dopo essere stata saccheggiata, sprofonda nell’oblio della memoria, aiutata anche dalla rigogliosa vegetazione della giungla tropicale, che in pochi anni ricopre i favolosi monumenti.
Solo Angkor Wat, il complesso religioso costruito in trent’anni da Suryavarman II nel XII secolo, continua ad essere meta di pellegrinaggi di monaci e fedeli buddisti, oltre che di saltuari visitatori europei che ne descrivono, a volte liberando troppo la loro fantasia, le vestigia.
E’ comunque solo dopo il 1860 che l’Europa e la Francia in particolare, “riscoprono” il fascino di Angkor. Il merito va ascritto a Henri Mouhot, il quale, oltre a compilare una relazione, ritrae in diversi disegni il complesso. L’interesse francese per la zona archeologica -che nel periodo in questione è parte integrante del Regno del Siam- non è comunque immune da ambizioni di conquiste coloniali che Parigi nutre nella regione. Dal 1864 la Cambogia diviene protettorato francese e inglobata nella regione indocinese assieme a Laos e Vietnam. Nel 1907, grazie ad un trattato col Siam, anche le province occidentali di Battambang e Siem Reap, a cui appartiene Angkor, rientrano a far parte dei confini cambogiani.
L’evento, oltre che a riscattare in parte i colonizzatori aglio occhi dei colonizzati, permette alla prestigiosa Ecole Française d’Extreme-Orient (EFEO), di prendersi cura delle rovine, permettendo nel contempo l’accesso al turismo di massa. Angkor diviene talmente famosa che nel 1931, all’Esposizione Coloniale di Parigi, viene presentata una ricostruzione in scala reale della facciata di Angkor Wat, lanciando la cosiddetta “angkormania”. Scrittori, pittori, poeti, politici compiono “pellegrinaggi” nel sito, “scoprendo” altri monumenti di altrettanto struggente fascino e bellezza come il Ta Prohm, il Phimeanakas, il Banteay Srei e, sorpattutto, il Bayon, le cui facce dal sorriso appena accennato, hanno impegnato gli studiosi di tutto il mondo nel carpirne i segreti.
Gli anni Trenta sono anche un periodo di fioritura letteraria con il filone di romanzi ambientati ad Angkor, complici alcune disavventure capitate a personaggi illustri come André Malraux, che nel 1923 è stato accusato di aver sottratto dal complesso cambogiano alcune sculture. La vicenda verrà narrata nel libro La Voie Royale pubblicato nel 1930.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, offusca la fama di Angkor, che invece rimane sempre vivida nel nascente movimento Khmer, che utilizza il mito del grande monumento come portabandiera per le sue lotte anticoloniali. L’indipendenza e la figura carismatica di Sihanouk, rilanciano il monumento, che diviene di nuovo meta preferita di migliaia di turisti e archeologi. Ma di nuovo, negli anni Settanta, il coinvolgimento della cambogia nella Seconda Guerra d’Indocina, costringe le autorità prima a limitare le visite di stranieri, poi, dal 1972, a chiudere completamente l’area al turismo.
Neppure la ritrovata pace con la conquista del potere da parte dei Khmer Rossi nel 1975, permetterà agli archeologi ed ai restauratori di intervenire sui monumenti, tanto che questi nel 1979, quando il governo di Pol Pot viene ribaltato dall’invasione vietnamita, sono in grave stato di degrado e di abbandono.
Solo qualche anno più tardi squadre indiane e polacche iniziano a riparare i danni causati dall’incuria. E’ un lavoro costoso, delicato ed estremamente impegnativo che continua ancora oggi con gli aiuti dell’UNESCO e della rinata EFEO.

© Piergiorgio Pescali

Angor Wat - Arte e simbologia

Chissà cosa avranno pensato i primi missionari e commercianti europei che, nel XVII secolo, visitarono le rovine di Angkor...
Le cronache dell’epoca ci testimoniano un fermo rifiuto nel considerare tali opere come frutto di organizzazioni sociali autoctone. Così, come già avvenne per le città precolombiane, anche la costruzione di Angkor fu attribuita, a secondo delle fantasie di questo o quello studioso, a popolazioni di origine europea, ad Alessandro Magno, ai Romani o agli ebrei cinesi.
Poi, a causa della chiusura dei commerci, per due secoli, le pietre di Angkor furono dimenticate e servirono solo a reggere leggende che si narravano sul loro conto.
La colonizzazione francese portò nuovo vigore all’esplorazione naturalistico-archeologica: si risalirono fiumi, ci si inoltrò in foreste e nel 1860, Henri Mouhot, lavorando sulla base di racconti popolari, riuscì ad individuare per la terza volta, il sito di Angkor.
Fu, però, solo nel 1898, con la fondazione dell’Ecole Française d’Etreme Oriente, che si iniziò a coordinare un lavoro di restauro e di pulitura per liberare i monumenti dalle spire della rigogliosa vegetazione tropicale.
Gli studi su Angkor condotti in quel periodo, resero finalmente giustizia alla storia del popolo Khmer: il complesso era stato il centro politico, sociale, religioso, economico e culturale di un impero che, al tempo del suo massimo splendore, controllava gran parte della Thailandia, del Laos, la Cocincina e la Cambogia.
Fu il mitico Jayavarman II, fuggito dalla corte di Giava, che ricostruì nell’802 d.C., un regno indipendente dalle ceneri del defunto reame di Chenla.
Con la fondazione dei templi di Ak Thom e Phnom Kulen, inizia la gloriosa epopea di Angkor, che dominò il Sud Est Asiatico sino al XV secolo, con una parentesi tra il 1080 e il 1145, quando i Cham giunsero ad occupare la città.
Paradossalmente, fu proprio questo evento che ridiede vigore ad un’architettura ed uno stile oramai logoro e infiacchito. Con la riconquista della capitale (Angkor, in lingue khmer significa, appunto, “capitale”) da parte di Suryavarman II, inizia il rinascimento dell’impero.
Un’epoca tutta rivolta all’esaltazione del proprio essere, della natura ed a ripristinare i bacini d’irrigazione artificiali iniziati da Jayavarman II e che consentivano ad un milione di persone, di sostentarsi coltivando il riso.
L’impero, provato nel suo orgoglio, doveva ritrovare lo smalto perduto ed il sovrano era tenuto a ringraziare gli dei e testimoniare ai posteri il suo trionfo e la sua potenza.
Nasce quindi Angkor Wat, che rimane ancor oggi il tempio meglio conservato del sito, dato che fu abitato da monaci buddisti anche dopo il crollo definitivo del regno.
Visitare Angkor Wat, significa ripercorrere un itinerario cosmologico hindu che ha una parallela corrispondenza con le vicende storiche del tempo.
Come, nella mitologia classica induista, gli dei crearono il mondo con “L’agitazione del Mare di Latte”, così nella realtà Suryavarman ricreò l’impero Khmer infliggendo la disfatta ai Cham.
Angkor Wat era quindi il simbolo della rinascita di un nuovo e più potente impero e del suo fondatore.
Si ripete la stretta connessione re-dio, che aveva caratterizzato i primi secoli di Angkor.
Il percorso oggi compiuto in modo distaccato dai turisti estasiati, è il medesimo che, per secoli, migliaia di nobili, bramini, monaci, guerrieri, re, sudditi, percorrevano con animo ben differente, consci che stavano addentrandosi nel vortice della genesi della vita, oltre che entrare nel cuore di un regno potente e, in un certo senso, sovrumano.
I Naga, i serpenti acquatici che aiutano Vishnu nella sua opera di agitazione dell’oceano cosmico, accolgono il pellegrino che si appresta ad attraversare le acque marine, rappresentate dal lago che circonda il monumento.
Un primo ostacolo nel raggiungere la purezza del complesso centrale, è dato dalla galleria esterna, simbolo fisico delle montagne dell’inizio del mondo e dell’ignoranza dell’uomo, che impedisce la nitida visione del Monte Meru, il centro dell’Universo, simbolizzato dalla torre centrale.
Superata la prima galleria, si entra nella fase di purezza sovraterrena: il centro del complesso -e quindi del Cosmo- è ben visibile, ma non ancora raggiungibile. Occorre attraversare un oceano interno; i Naga continuano ad aiutare Vishnu nel suo lavoro, ma questa volta le loro spire si attorcigliano attorno al Monte Meru, lo stringono e lo scuotono roteandolo vorticosamente nel Mare di Latte per produrre l’ambrosia, il mitico nettare degli dei.
La galleria interna, lunga 475 metri, che circonda le cinque torri centrali, è la glorificazione di Suryavarman II. I sette bassorilievi che adornano, rappresentano scene mitologiche e storiche, ma la figura del sovrano è sempre presente, solitaria o associata a Vishnu.
Prima di procedere verso la scalata finale, il pellegrino deve compiere il rito di purificazione procedendo attraverso la galleria in senso orario (da ovest ad est e da est a ovest).
Nel primo androne è rappresentata la battaglia combattuta tra i Pandava ed i Kurava, una scena mitologica tratta dal poema epico del Mahabharata.
Nella prima metà della galleria sud si celebra la vittoria di Suryavarman II sui Cham. Il sovrano è seduto sul dorso di un elefante coperto da undici ombrelli, simbolo di potere. La supremazia della razza Khmer è evidente nel bassorilievo, se si confronta l’esercito ben armato e disciplinato di Suryavarman con i suoi alleati Thai, raffigurati come un’armata Brancaleone in stile orientale.
A fianco della scena della guerra di liberazione, si trova la serie di punizioni e di meriti che l’uomo deve aspettarsi dopo la morte. Certamente l’accoppiamento non è casuale, dato che il re Khmer si pone sul gradino più alto della scala dei valori per i meriti acquisiti in vita.
La scena dell’Agitazione del Mare di Latte, che domina l’idea progettuale del tempio, è ripetuta nella prima metà della galleria est, la parte cioè, rivolta verso il sorgere del sole, a simboleggiare l’origine della vita dopo l’oscurità ed il caos. E’ questo il bassorilievo più noto e meglio conservato di Angkor Wat. Al centro Vishnu-Suryavarman, dirige l’operazione di “frullatura” delle acque. A sinistra, gli Asura, guidati da Ravana, ed a destra gli dei celesti comandati da Hanuman, stringono il Vasuki, il dio-serpente che funge da corda.
Sotto di esso, ci sono i demoni marini; sopra le Apsara, ninfe divine nate dall’agitazione e che rappresentano nell’arte Khmer, l’ideale della bellezza femminile.
Tempestate di gioielli e raffigurate in atteggiamenti erotici, l’unico scopo della loro vita è quello di intrattenere sessualmente gli eroi Khmer e gli dei del pantheon hindu. Nella vita reale, le Apsara possono essere assimilate alle danzatrici di corte che, forse proprio per questa loro caratteristica, furono particolarmente perseguitate durante il periodo di Kampuchea Democratica.
In questa sezione di bassorilievi, è interessante notare come lo scultore, o gli scultori, siano riusciti a rendere il senso del movimento, anticipando di sette secoli l’invenzione dell’esposizione multipla fotografica, alla testa di Ravana, raffigurandola con ventuno lineamenti concentrici; una sensazione che, in un modo differente e meno efficace, sono riusciti a rendere solo gli egizi nei loro affreschi.
La seconda parte della galleria rivolta ad est, che non fu mai completata, rappresneta la guerra divina per il possesso dell’ambrosia; una continuazione, quindi, dell’”Agitazione del Mare di Latte”.
Nella galleria nord, le Trimurti induiste (Shiva, Brahma, Vishnu), sono scolpite in posizione meditativa con Ganesha, il dio-elefante, mentre attorno a loro infuria la battaglia tra demoni e dei.
Infine, nell’ultima parte della galleria ovest, che si ricongiunge all’entrata principale, è raffigurata una scena tratta dal Ramayana: la battaglia tra Rama e Ravana.
Il pellegrino ha compiuto la circonferenza del Monte Meru, aiutando il Naga ad avvolgere nella propria spirale il centro dell’Universo.
Ma, proprio quando la meta sembra raggiunta, un cunicolo cela la vista completa e liberatoria del monte sacro. Le scale si fanno più ripide e la fatica invita a desistere dall’impresa. Solo chi è armato di volontà, ha la forza di continuare. Ma alla fine gli sforzi verranno ricompensati: ecco, all’improvviso, ergersi il centro del Cosmo, il Monte Meru, la torre principale che contiene quello che i giapponesi chiamano “oku”, il punto più inaccessibile, il cuore dell’interno, ciò che dall’esterno è impossibile a vedersi.
Come in tutte le costruzioni consacrate, le dimensioni di Angkor Wat hanno un significato religioso ben preciso. La studiosa di Storia dell’Arte, Eleanor Mannika, ha calcolato che il ponte che collega Angkor Wat al mondo profamo, misurato il hat (l’unità di misura khmer), è pari a 432.000, tanti quanti sarebbero gli anni di decadenza del mondo, seguiti da 1.728.000 anni dell’”Età dell’Oro”, esattamente la distanza in hat che corre tra il primo gradino del ponte e la soglia del tempio.
Lo stretto collegamento tra simbologia sacra e costruzione fisica, ha determinato l’enorme dimensione del tempio, che ha richiesto trent’anni di continuo lavoro per essere portato a termine.
Certamente, mantenere e restaurare una simile opera, richiede costante applicazione e tecniche sofisticate che, attualmente, la Cambogia non possiede. A peggiorare ulteriormente la situazione, ha contribuito il lungo embargo internazionale e la guerra civile che ha sconvolto il paese sino a qualche anno fa e che aveva in Angkor uno dei punti nevralgici di contesa, per l’importanza psicologica che il suo controllo poteva avere sulla popolazione Khmer e sulla comunità internazionale.

© Piergiorgio Pescali

Angkor Wat

Il piccolo aereo della Air Cambodge vira cercando di allinearsi alla striscia d’asfalto dell’aeroporto di Siem Reap. Improvvisamente, quasi sulla linea dell’orizzonte, vedo ergersi tra la folta vegetazione della giungla cambogiana, le inconfondibili torri di Angkor Wat, quelle stesse che il pittore Paul Claudel negli anni Venti aveva paragonato a degli ananas. L’artista francese, nella sua genialità, non amò Angkor Wat, descrivendolo come “uno dei luoghi più maledetti e malefici che abbia mai visitato in vita mia.” Io, al contrario, ne sono rimasto affascinato, tanto da volerlo vistare ancora per la terza volta. E lo debbo confessare, ogni visita inietta in me nuove emozioni, nuovi sentimenti che si mischiano a reminiscenze storiche che permeano ogni pietra di questo luogo, cuore politico e religioso della Cambogia per oltre 500 anni.
I re che si sono succeduti ad Angkor, eredi di quel Jayavarman II che nell’802, dopo essere fuggito da Giava, fondò la dinastia, trovarono la loro ragion d’essere e il riconoscimento popolare in quella filosofia proveniente dall’India che voleva i re incarnazioni di dei, i cosiddetti devaraja. Per alimentare tale credenza, il monarca si ritirava ogni notte in una stanza del palazzo reale, dove si diceva si unisse con una naga, un serpente a nove teste, che per l’occasione assumeva le sembianze di una leggiadra fanciulla.
Il serpente, che in Oriente simboleggia il ritorno alla natura, è il motivo più ricorrente ad Angkor, sin dalle sue origini, quando Yasovarman I, secondo successore di Jayavarman II, fondò nell’877 d.C. Yashodharapura, la nuova capitale del regno. Di questo stanziamento, il cui nome significa “Città Splendente”, non rimangono che pochi ruderi del Bakheng, il mausoleo del re, dalla cui sommità lo sguardo può abbracciare l’intera piana sino al Tonlè Sap, il Grande Lago. E’ sempre da qui che ci si rende conto dell’imponenza delle opere agricole, i cosiddetti baray, bacini idrici da cui si diramava la fitta rete di canali d’irrigazione delle risaie che alimentavano la società angkoriana.
Sulla convenienza o meno di tali sistemi, vi sono due scuole di pensiero: quella propensa a valutare positivamente l’impatto sociale delle monumentali opere e quella invece che demitizza l’opulenza della comunità cambogiana dell’epoca, affermando che i costi umani sacrificati per realizzare e mantenere in attività tali progetti, sarebbero stati spropositati, andando a beneficio di una ristretta cerchia di cittadini privilegiati.
Ma la magnificenza del complesso ed il fascino che traspare dalle fredde pietre, riescono, almeno per un attimo, a far scordare ai visitatori le immani fatiche ed i drammi sopportati da migliaia di persone durante la costruzione.
Dopo l’abbandono di Yashodharapura, inizia la vera edificazione di Angkor sotto la guida di Rajendravarman (944-968), il quale progetta il Phimeanakas (Palazzo delle Dee Celesti), che fungerà da palazzo reale anche per i futuri monarchi. Camminando lungo il corridoio che un tempo attraversava le piscine dove le ancelle reali si bagnavano, immagino lo splendore del palazzo, al cui centro si ergeva una piramide ricoperta d’oro, sede del naga.
Il cerimoniale all’interno delle sale reali, era estremamente sofisticato e ritualizzato nei minimi particolari, secondo quanto raccontato dal diplomatico cinese Chou Ta-kuan, che visità Angkor nel 1296. Il monarca, oltre a doversi unire ogni notte con la creatura celeste, possedeva cinque mogli: la principale e altre quattro a cui erano associati altrettanti punti cardinali. I sacerdoti, a secondo della posizione degli astri, indicavano con quale delle concubine il re si sarebbe dovuto assopire.
Il primo drastico mutamento della società angkoriana, avvenne dopo il 1000, durante il regno di Suryavarman I, quando il buddismo inizia ad espandersi, accettato senza problemi dalla corte, che ne assimila anche le influenze artistiche.
Sembra che sotto la guida di Suryavarman I, il regno sia destinato a raggiungere il suo apogeo, ma alla sua morte, avvenuta nel 1050, l’impero di disgrega e la capitale viene occupata dai Cham provenienti dall’attuale Vietnam.
Occorreranno ottant’anni prima che un nuovo re Khmer si installi ancora a Angkor. E quando questo accade, nel 1131, la Cambogia inizia a conoscere l’era più gloriosa della sua storia.
Nei suoi diciannove anni di regno, Suryavarman II costruisce il più famoso monumento del Sud Est Asiatico: l’Angkor Wat (il Tempio della Capitale, da Angkor=capitale e Wat=tempio).
Sebbene non tutti i misteri di questo complesso siano stati svelati (ad esempio, la direzione verso ovest cui è orientato, farebbe presupporre che sia stato concepito come un enorme edificio funerario), le spedizioni archeologiche ne hanno in gran parte decifrato il significato simbolico.
Nato come tempio hinduista in una società in fase di cambiamento religioso, Angkor Wat si è in seguito trasformato in monastero buddista, abitato ininterrottamente sino ad oggi. Questo ha permesso di mantenere l’intera struttura in ottimo stato, a differenza degli altri monumenti, anche più recenti, dell’area, abbandonati dopo la caduta del regno nel XV secolo.
Coprire il tragitto dall’esterno verso l’interno, significa ripercorrere la cosmologia hindu sulle cui dottrine l’edificio è stato progettato e costruito. I naga mi accompagnano lungo il ponte che permette di avvicinarsi al tempio propriamente detto, ricostruzione allegorica del ponte d’arcobaleno che congiunge i cieli e la terra.
Attraverso l’oceano cosmico, rappresentato da fossato che circonda il complesso religioso, per approdare sui lidi terrestri, le gallerie che immettono nel recinto interno. Gli altorilievi che abbelliscono l’intero perimetro dell’arcata, descrivono scene del Mahabharata, l’epopea indiana. Tra di essi famosissima è la parte che illustra il Mescolamento dell’Oceano, con gli dei da una parte e i demoni dall’altra, nel tentativo di rimestare le acque lattiginose usando il Monte Meru come mestolo e Sesha, il serpente, come corda. Vishnu, il Dio Creatore a cui il costruttore di Angkor Wat ha originariamente dedicato il tempio, dirige tutta l’operazione al centro del rilievo.
La planimetria stessa di Angkor Wat riproduce il risultato di questa immane fatica. Addentrandomi ancora lungo il ponte celeste, giungo finalmente al tempio propriamente detto: qui alcuni gradini ricordano che il raggiungimento della liberazione e della pace eterna non è né lineare né semplice. Inoltre la stanchezza, sia fisica che mentale, aumenta più ci si avvicina alla meta: i gradini si fanno più fitti e le salite irte a tal punto da doversi aiutare con le mani nel tentativo di raggiungere la vetta del Monte Meru, dimora del pantheon hindu.
Questa, rappresentata dalla torre centrale del complesso (l’ananas di Paul Claudel), ospita il sancta sanctorum di tutto l’edificio. Attorno ad esso altre quattro torri emulano i picchi del monte, abitati dagli dei minori.
La costruzione in onore delle divinità di un complesso mastodontico come Angkor Wat, non è riuscita ad evitare che alla morte del grande Suryavarman II, una seconda ondata invasore di Cham, ponesse fine al periodo aureo. Come era accaduto pochi decenni prima, la capitale venne prima saccheggiata dagli invasori e poi riconquistata da un nuovo re Khmer.
Questa volta è Jayavarman VII, un ex monaco buddista, a porre le basi per l’ennesimo ed ultimo canto del cigno.
Jayavarman VII siede per trentasette anni sul trono, dal 1181 al 1218 e durante il suo governo ordina la costruzione dell’opera più imponente dell’intera storia cambogiana: Angkor Thom, la Grande Capitale.
Edificata rispettando i canoni classici della mitologia hindu già vista ad Angkor Wat, la città è inclusa in un quadrato di tre chilometri di lato e protetta da poderose mura con quattro porte d’accesso. Attorno ai bastioni un fossato largo fino a cento metri e popolato da coccodrilli, rendeva pressoché imprendibile la capitale.
Sebbene in parte diroccate, la vista di queste mura è ancor oggi impressionante. Passeggiando per i viali, non posso fare a meno di immaginare quale splendida città potesse essere Angkor Thom con i suoi giardini, i palazzi, i canali, le piscine all’aperto, ma soprattutto i templi, anzi il tempio per eccellenza: il Bayon.
Posto al centro geografico della capitale -e quindi dell’impero- il Bayon racchiude la nuova concezione religiosa introdotta dal nuovo re, che rimpiazza il culto di Shiva e Vishnu, con quello del buddismo Mahayana, forse per sfiducia nei confronti delle prime due divinità che non son riuscite a proteggere i Khmer dall’invasione dei Cham.
Ogni volta che visito il Bayon, mi assale un senso di inquietudine, di agitazione mentale che mai ho subito ad Angkor Wat, forse per il sapiente gioco di forme e per l’apertura di spazi che quest’ultimo tempio possiede, giungendo a rasserenare l’animo del visitatore.
Girovagando per i ruderi del Bayon sorvegliato attentamente da decine di sguardi di un volto sempre uguale, non posso non ricordare le angoscianti frasi di Pierre Loti, il pittore che nel 1912 scrisse dopo aver visto il luogo:
“tutto ad un tratto il mio sangue raggelò appena vidi un enorme sorriso guardarmi verso il basso. E poi un altro sorriso su un altro muro, poi tre, poi cinque, poi dieci...apparivano in ogni direzione.”
“Sorriso di Angkor”, così è stato chiamato questo enigmatico atteggiamento divenuto simbolo, assieme alle torri di Angkor Wat, dell’intero sito archeologico.
I volti raffigurati sarebbero, secondo l’interpretazione più accettata, quelli di Jayavarman stesso, che si sarebbe fatto rappresentare in veste di bodhisattva, il fedele buddista che raggiunta l’illuminazione, decide di reincarnarsi per salvare l’umanità.
Dal Bayon la Legge del Dharma si espanse in tutta la Cambogia e nei pressi di Angkor Thom sorsero monasteri che ospitavano migliaia di monaci. Il più famoso tra questi è il Ta Phrom, voluto dal monarca stesso nel 1186 e che sorge in piena giungla a tre chilometri dalla capitale.
Dimenticato per secoli, la fitta vegetazione si è ripresa la rivincita sulle aride e fredde pietre, avviluppando con le forti radici ogni anfratto, ogni spiraglio della costruzione sino a divenire un tuttuno con la laterite. La simbiosi è giunta ad un punto tale che la morte della pianta determinerebbe la disgregazione del monumento.
Molti descrivono l’atmosfera che si respira al Ta Phrom ricordando Indiana Jones; io preferisco ricordare la frase che mi ha rivolto un giovane monaco seduto su una radice che si diramava incuneandosi tra le crepe di una parete:
“L’uomo distrugge la natura pensando di costruire cose eterne, ma se venisse qui, al Ta Phrom, imparerebbe che agendo in questo modo distrugge ciò che lui stesso ha costruito.”

© Piergiorgio Pescali