Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

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S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

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FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Cina - Xinkijang - 2008. Mostra tutti i post
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Xinkijang - Storia

Per secoli è stato il Turkestan, un termine di origine iraniana che significa Terra del Popolo Turco, crocevia di innumerevoli carovaniere che formavano quella ragnatela di sentieri chiamati Via della Seta, percorsi da mercanti di ogni razza, fede e cultura. Marco Polo descrisse ampiamente questa terra che «aguale è al Gran Cane e adorano Malcometto (…) e sono tra greco e levante (…) e sonvi molti mercanti che cercano tutto il mondo; e sono gente iscarsa e misera, che mal mangiano e mal beono». Da queste lande, abitate prevalentemente da uiguri di ceppo turco, partirono gli Unni alla conquista di un’Europa ancor più divisa di quanto fossero loro, popolazioni nomadi, di poca disciplina, ma dotate di un gran senso di solidarietà tra clan. Poca nazione, molta comunità, insomma. E proprio questo scarso senso nazionale ha permesso alle varie potenze di manipolare gli uiguri per i loro interessi strategici. A partire dalla Cina, che iniziò a controllare il Turkestan nel II secolo a.C., per continuare con la Gran Bretagna, che nel 1862 armò e appoggiò Yakub Beg in una rivolta musulmana contro i Qing, prima che questi nel 1884 si annettessero l’intera regione chiamandola Xinkjiang, “Nuove Terre”. Una sorta di Nuovo Mondo in cui l’aggettivo sottintendeva un riordino completo della regione in funzione antiturca, antirussa e, in seguito, antisovietica. Nei piani cinesi, lo Xinkjiang avrebbe dovuto essere un’appendice indipendente dell’impero, ma ad esso indissolubilmente legata. La caduta dei Qing nel 1911 consegnò la regione ad una serie di signori della guerra anticomunisti e al tempo stesso sanguinari. L’ultimo di loro, Sheng Shikai, massacrò 200.000 comunisti, intellettuali, studenti e nazionalisti musulmani. Solo nel 1940 emerse una figura carismatica, Osman, che 12 novembre 1944 portò il Turkestan Orientale ad un breve periodo d’indipendenza terminato nell’agosto 1949, quando l’aereo che trasportava i leader turkestani a Pechino per discutere il futuro della nazione con i comunisti, precipitò. Con esso si schiantarono le ultime speranze di indipendenza. Osman, che uiguro non era, bensì kazako, lottò fino al 1951, anno in cui venne arrestato e giustiziato. Da allora gli uiguri non hanno più saputo eleggere un leader veramente rappresentativo e questo, assieme alla sclerotizzazione dell’intera regione centro-asiatica, divisa tra i comunisti cinesi e sovietici, con i confini chiusi ermeticamente ad ogni occhio indiscreto, abbandonò gli uiguri al loro destino, permettendo a Pechino di trasferire nello Xinkjiang milioni di cinesi di razza han e di trasformare il deserto di Taklamakan nel più importante sito di test nucleari del Paese.

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Xinkijang - Scheda

La Regione Autonomia Figura dello Xinkjiang, con 1,6 milioni di kmq, è la più grande provincia della Cina, ma anche la più povera. I suoi 17 milioni di abitanti, hanno subito il più macroscopico cambiamento di bilanciamento etnico dell’intera nazione dal 1949 ad oggi. Nel 1949, alla vigilia dell’annessione forzata da parte della Cina, vivevano nella regione 4.333.000 abitanti, 76% dei quali uiguri, 10% kazaki e 6,7% han. Oggi, a causa di una politica di trasferimento forzato, gli han rappresentano il 38% della popolazione, mentre gli Uiguri sono scesi al 48%, i kazaki al 7%. La variegata composizione etnica comprende 16 delle 56 minoranze riconosciute ufficialmente nel censimento cinese. L’Islam, giunto nel 934 portato dalla dinastia turco-persiana che dominava Bukara e il Centro Asia, è tuttora la religione predominante tra gli uiguri, anche se solo in questi ultimi anni è stato valorizzato imponendosi come elemento unificatore e di distinzione dalla Cina.
Il suolo dello Xinkjiang è ricco di petrolio (si stimano riserve per 20 miliardi di barili) e di uranio. Il governo di Pechino sta cercando di incrementare l’agricoltura con la tecnica dell’irrigazione goccia a goccia importata da Israele per creare lavoro per gli uiguri, mentre l’industria rimane saldamente nelle mani degli han.

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Xinkijang e terrorismo

Tra gli Uiguri separatisti la Cina ha identificato un centinaio di organizzazioni che operano all’interno della regione e negli stati adiacenti. Alcune prospettano uno stato secolare pan-turco, altri invece uno stato teocratico panislamico. Questi sono i principali movimenti:
Movimento Islamico del Turkestan Orientale (ETIM, Eastern Turkestan Islamic Movement); conterebbe circa 500 guerriglieri in campi islamici del Tajikistan, Cecenia e Afghanistan. Pechino li ha collegati con Osama Bin Laden. Il suo leader, Hasan Mahsun è stato ucciso il 2 ottobre 2003 nel sud Waziristan, dall’esercito pakistano.
Casa dei Giovani del Turkestan Orientale (HETY, Home of East Turkestan Youth): ha 2.000 guerriglieri, molti con esperienza militare. Il gruppo è anche chiamato Xinkjiang Hamas. Molti membri operano tra lo Xinkjiang, il Tajikistan e il Kazakhstan ed è il movimento più organizzato e radicale tra tutti i partiti uiguri.
Centro Nazione del Turkestan Orientale (ETNC, East Turkestan National Center), presieduto da Reza Berken, un colonnello dell’esercito turco in pensione. Il quartier generale è a Istanbul e chiede l’indipendenza con metodi non violenti. Fondato nel 1998, l’ETNC raggruppa più di 40 organizzazioni uigure indipendentiste.

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Xinkijang e Olimpiadi

Le dichiarazioni rilasciate all’unisono dal governatore dello Xinkjiang, Nur Bekri, e dal Segretario Generale del Partito Comunista locale, Wang Lequan, sui due attentati sventati dalle autorità cinesi nelle scorse settimane, hanno risollevato la questione delle istanze indipendentiste uigure nella provincia situata all’estrema periferia occidentale della Cina. Nur Bekri ha affermato che venerdì scorso un gruppo di terroristi avrebbe cercato di prendere possesso di un aereo di linea della China Southern Airlines, diretto da Urumqui a Pechino, con l’intenzione di farlo precipitare sulla capitale cinese. Sarebbe stato il coraggio dell’equipaggio ad impedire che il volo CZ 6901 si trasformasse in una tragedia troppo simile a quella dell’11 settembre. Poche ore prima era stato Wang Lequan a rivelare che, durante un raid effettuato nel gennaio scorso a Urumqui, due estremisti sarebbero stati uccisi e altri quindici arrestati mentre preparavano un attentato contro le Olimpiadi che si inaugureranno ad agosto. Non è sfuggita, agli osservatori più attenti, la singolare simultaneità degli annunci e la contemporaneità di questi con le manifestazioni che si stavano consumando a Lhasa, capitale di un’altra regione calda del Paese, il Tibet, che, con lo Xinkjiang, condivide le richieste di indipendenza. Se Pechino rimane piuttosto tranquilla sulla questione tibetana, considerando il fatto che lo stesso Dalai Lama ha ormai accantonato ogni richiesta di secessione e la cultura buddista non si è mai espressa in forma violenta, ben diverso è l’atteggiamento rivolto verso lo Xinkjiang. La comunione religiosa degli uiguri con le vicine repubbliche islamiche del Centro Asia, ha sempre insospettito i leaders del Partito Comunista, che dal 1949 hanno cercato di diluire l’etnia turcofona trasferendo milioni di han nella provincia e favorendo la diaspora musulmana. Ogni tentativo di proclamare la cultura locale, veniva tacciato di terrorismo. I timori di Pechino si sono concretizzati col dissolvimento dell’URSS, quando i movimenti islamici hanno cominciato ad aiutare finanziariamente e militarmente le organizzazioni autonomiste. L’attenzione del mondo verso questa parte del pianeta, non è mai stata particolarmente premurosa, favorendo la politica di repressione cinese e, a volte, appoggiandola. La Cina, infatti, ha ottenuto che gli Stati Uniti inserissero uno dei gruppi più attivi militarmente, l’East Turkestan Islamic Movement (ETIM) nella lista dei movimenti terroristici. Inoltre il Dipartimento di Stato USA ha rimosso nel 2008 il regime di Pechino dalla lista dei dieci paesi meno rispettosi dei diritti umani, accogliendo le riforme economiche e i cambiamenti sociali in atto come una passo positivo verso la democratizzazione del Paese. Una mossa che ha lasciata esterrefatta Mebiya Kadeer, la militante uigura più famosa, dal 2005 emigrata negli Stati Uniti dopo essere stata imprigionata per sei anni con l’accusa di aver diffuso documenti segreti. Mebiya, oggi sessantunenne, non crede alla teoria del complotto terroristico antiolimpico descritta da Wang Lequan e Nur Bekri: «La verità è che è il governo cinese stesso ad aver inventato l’attacco terroristico, al fine di giustificare una maggiore repressione degli uiguri». E’ indubbio che, sfruttando le Olimpiadi e le norme di sicurezza, Pechino cerchi di intensificare il soffocamento delle domande indipendentiste, tacciando questa politica come lotta al terrorismo. Mark Allison, collaboratore di Amnesty International a Hong Kong, teme proprio questo: «Quando la Cina ha rivelato l’esistenza di attività terroristiche islamiche pronte a colpire le Olimpiadi, non ha portato alcuna prova. Le restrizioni imposte dal governo cinese agli investigatori indipendenti, impediscono di effettuare verifiche delle accuse lanciate.» Rimane fuor di dubbio, però, che dopo l’11 settembre gli uiguri cinesi sono stati influenzati pesantemente dalla politica jihadista. Ancora prima del 2001, nelle carceri afgane dell’Alleanza del Nord di Massud, erano imprigionati militanti uiguri che combattevano con i Taleban ed era stata provata la stretta connessione tra ETIM e il movimento pakistano Harkat-ul-Jihad-al-Islami, affiliato ad al-Qaeda. Nel 2006, inoltre, sul sito in lingua araba di al-Tajdeed, veniva proposto un video che mostrava guerriglieri uiguri con M-16, AK47, lanciamissili e granate al termine del quale venivano indicati i volti dei nemici da uccidere: i leaders del Partito Comunista Cinese. Insomma, il governo cinese ha buon gioco nel trovare giustificazioni in atti che ben poco potrebbero avere a che fare con la lotta al terrorismo. Lo sa bene Nurmenet Yasin, scrittore uiguro che nel 2004 pubblicò sul Kashgar Literature Journal un racconto che aveva come protagonista un piccione blu il quale, dopo aver vagato per il mondo, torna a casa e viene imprigionato da piccioni di diverso colore. Piuttosto che rimanere chiuso in gabbia e nonostante abbia la solidarietà degli altri uccelli, il piccione blu si suicida. Nurmenet sta scontando dieci anni di prigione perché il racconto «incitava al separatismo». Il blu, infatti, è il colore nazionale uiguro.

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Xinkijang e Islam

L’Islamismo nello Xinkjiang è giunto nel X secolo dopo Cristo, quando si chiamava ancora Turkestan, portato dai persiani, arabi e mongoli convertitisi dopo che il loro impero si era assestato nel Medio Oriente. La Sunna fu immediatamente influenzata dalle tradizioni locali. Situato lungo la Via della Seta, l’islam uiguro entrò in contatto con diverse culture, religioni, lingue, venendone influenzato e rimanendo aperto e tollerante. La esigua densità demografica contrapposta a immensi spazi aperti intervallati da deserti, favorirono lo sviluppo del sufismo, corrente mistica eretica caratterizzata da una forte sincreticità. L’apertura dei confini negli anni Ottanta, permise a molti uiguri di entrare in contatto con le madrase pakistane e con un islam più settario. Al loro ritorno portarono una religione e una lettura del Corano assai differente da quella tradizionale, entrando in conflitto con gli imam locali. La repressione cinese contribuì a spingere molti giovani nelle spire dei movimenti islamici militanti sperando di trovare così una forza propulsiva alle loro richieste nazionaliste.

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Cina: Olimpiadi e secessione

Non riconosco più il quartiere di Dongcheng, situato a pochi passi dalla Città Proibita, a Pechino. Due anni fa era un labirinto di case e hutong dove si potevano ancora vedere i bambini bighellonare per i vicoli e le donne chiaccherare sui gradini delle abitazioni. I turisti raramente si avventuravano fin qui; preferivano stiparsi nella vicina Wanfujing, la via commerciale più famosa di Pechino dove i negozi che vendono prodotti ultratecnologici si alternano a McDonald’s e vetrine che espongono vestiti di Valentino. Dongcheng, invece, era un pezzo di Cina anni Ottanta miracolosamente sopravvissuto alla modernizzazione e alla speculazione edilizia. Ora, però, tutto è cambiato: le formidabili ruspe olimpiche hanno trasformato questo distretto ed almeno altri sette nella municipalità della capitale, in un ammasso di cantieri freneticamente al lavoro ventiquattro ore su ventiquattro. Le vecchie abitazioni sono state demolite per lasciare spazio a uffici e complessi residenziali di lusso. «Dal 2000, un totale di un milione e mezzo di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case.» mi dice Gao Zhisheng, avvocato di un gruppo di residenti sfrattati a forza. Per loro i giochi olimpici hanno trasformato Pechino in una enorme città proibita. «Ad ogni Olimpiade assistiamo a prepotenze del genere» lamenta Jean du Pleiss, direttore del COHRE (Center on Housing Rights and Evictions) di Ginevra, «Nel 1988 a Seoul furono trasferite 720.000 persone mentre 30.000 furono gli sfollati per le Olimpiadi di Atlanta nel 1996». Da parte sua, il governo cinese rigetta ogni accusa: secondo il portavoce del Ministero degli Esteri, Jiang Yu, solo 6.000 famiglie sarebbero state trasferite a causa dei giochi olimpici e tutte hanno avuto adeguata sistemazione a spese dello stato. La verità, come insegna il buddismo, sta nel mezzo. Se è vero che le città cinesi sono oggetto di profonde trasformazioni sin dall’inizio degli anni Ottanta, è altrettanto vero che il make up delle metropoli interessate ai giochi, è stato più profondo e radicale rispetto alle altre. A Shanghai non si è risparmiato neppure il quartiere di Huaihai Zonglu, dove sorge l’edificio in cui, nel 1921, venne fondato il Partito Comunista Cinese. Tutto, nel Paese di Mezzo, è in continua trasformazione. Del resto, pur non esistendo una traduzione esatta nel vocabolario cinese alla parola filosofia, si propende ad assegnare a questa idea l’ideogramma dao¸ che significa via, la cui radice indica movimento. E la base del pensiero cinese, della sua politica, del suo continuo mutare è questo dao¸ che si contrappone al pensiero occidentale che ruota, invece, attorno ad un unico perno fisso: l’Essere Supremo, il Logos, Dio. E’ un concetto basilare per comprendere ciò che accade ed è accaduto in Cina in questi ultimi decenni: la rivoluzione comunista, quella culturale, la drastica virata di Deng Xiaoping sintetizzata dal concetto “un Paese, due sistemi”, impensabile in Occidente. In soli tre decenni la Cina è diventata una delle economie di successo del mondo e le Olimpiadi, un affare da due miliardi di dollari, stanno a dimostrarlo. Le grandi manifestazioni di massa con coreografie dove ogni singolo partecipante deve seguire rituali e tempistiche ben precise per permettere il successo dello spettacolo, rendono l’idea della politica cinese. Non è possibile andare per la propria strada, pena il crollo dell’intero sistema. «Questo concetto comunitario è la base su cui si fonda la nazione stessa. Ogni forma di dissenso viene repressa perché potenziale elemento esplosivo per una caduta a domino di tutta la nazione» mi spiega Yuesheng Wang, Direttore del Dipartimento di Economia e Commercio Internazionale alla Peking University. E per reprimere il dissenso viene utilizzato ogni modo e ogni pretesto. Così, ecco che la sicurezza per gli ospiti olimpici diviene l’alibi per aumentare la pressione diretta contro le istanze indipendentiste delle regioni orientali. Tibet e Xinkjiang sono le due province che più preoccupano Pechino: entrambe hanno movimenti popolari che lottano affinché venga riconosciuto alle loro regioni uno status nazionale a tutti gli effetti. Altri sfrattati, questa volta culturali. Ma la differenza tra Tibet e Xinkjiang è abissale: caratterizzato da una religione particolarmente apprezzata in Occidente e trainato da un leader carismatico come il Dalai Lama il Tibet ha sempre avuto un ruolo di primo piano nell’impegno sociale dell’opinione pubblica. Viceversa, la lotta secessionista degli uiguri di fede musulmana, non ha mai riscontrato eccessive simpatie nelle nostre democrazie. «E’ passata del tutto inosservata la criminalizzazione da parte di Pechino dell’associazionismo turkmeno, appoggiata anche dagli Stati Uniti, i quali dal 2002 hanno inserito il principale movimento che lotta per l’indipendenza uigura, l’East Turkestan Islamic Movement (ETIM), tra i movimenti terroristici legati ad al-Qaida.» confida Abdujelil Karakash, presidente dell’East Turkestan Information Centre (ETIC). L’occasione olimpica ha offerto alla Cina l’opportunità di intensificare la soppressione di ogni forma di protesta incarcerando centinaia di sospetti indipendentisti e stipulando trattati di rimpatrio forzato con le repubbliche del Centro Asia, dove avevano trovato rifugio migliaia di uiguri. Ancora oggi nello Xinkjiang, il solo utilizzo della lingua locale nei luoghi pubblici è passibile di arresto, mentre il deserto del Talikiman, simbolo della lotta uigura contro i mongoli prima e i cinesi poi, è stato trasformato in una immensa discarica di scorie nucleari. Infine, il continuo trasferimento di han nella provincia ha ridotto in minoranza l’etnia uigura. In Tibet, invece, proprio grazie alla popolarità che nutre la causa in Europa e negli Stati Uniti, sono stati i tibetani che hanno sfruttato l’approssimarsi dei giochi, riversando in strada tutta la loro irritazione. «Il governo cinese che, paradossalmente, dagli anni Novanta ha implementato in Tibet una politica di apertura, moderazione e di dialogo opposta alla fermezza usata nello Xinkjiang, è stato preso in contropiede e pesantemente criticato da tutti i governi europei e americani.» sostiene M.C. Goldstein, studioso e autore dei saggi sulla questione tibetana. Passività uigura, attività tibetana. Due modi opposti di porsi di fronte ad un medesimo problema che hanno portato Pechino a dare differenti risposte maneggiando con estrema cautela la questione tibetana. L’approssimarsi delle Olimpiadi non ha fatto altro che esporre in vetrina tutte le complessità che affliggono la Repubblica Popolare Cinese, fino ad ora celate da un’attenta gestione logistica che impediva a giornalisti e organizzazioni umanitarie di entrare direttamente in contatto con i problemi. «Pechino è infuriata: dopo aver perso i giochi olimpici del 2000 ed aver atteso questi per oltre un decennio, ora i tibetani e gli uiguri stanno rovinando tutto» afferma Mark Allison, collaboratore di Amnesty International a Hong Kong. Bisognerà però aspettare che si spengano i riflettori delle Olimpiadi per sapere quali saranno le reali risposte che Hu Jintao vorrà dare alle questioni autonomiste.

© Piergiorgio Pescali