Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire
Per ordinarne una copia: 3394551575 oppure yasuko@alice.it
© COPYRIGHT Piergiorgio Pescali - E' vietata la riproduzione anche parziale senza il consenso dell'autore

Visualizzazione post con etichetta Corea del Nord - 2014. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Corea del Nord - 2014. Mostra tutti i post

La Disinformazione: la bufala della nazionale di calcio Nord coreana in galera con il rischio di pena capitale

L’Associazione “Nessuno tocchi Caino” ha pubblicato il 4 ottobre 2014 un articolo in cui si afferma che tutti i giocatori della nazionale di calcio nordcoreana sarebbero stati incarcerati dopo la sconfitta subita con la Corea del Sud il 2 ottobre (http://www.nessunotocchicaino.it/news/index.php?iddocumento=18308411&srcday=0&srcmonth=0&srcyear=0&mover=)
La stessa associazione attribuisce la notizia nientepopodimeno che al Rodong Sinmun, il giornale ufficiale del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori di Corea.
L’articolo termina citando la fonte da cui la redazione di “Nessuno tocchi Caino” ha copiato pari pari la notizia: il National Report (http://nationalreport.net/north-korean-soccer-team-detained-scheduled-execution-loss-south-korea/) che nella pagina del sito, accanto al nome della testata, afferma di essere “La fonte di notizie indipendenti numero 1 in America” (“America’s #1 Independent News Source”) (www.nationalreport.net).
Lo stesso articolo viene riportato anche da una fonte più autorevole: Nuova Agenzia Radicale (http://www.agenziaradicale.com/index.php/diritti-e-liberta/3004-corea-del-nord-nazionale-di-calcio-in-galera-rischia-pena-capitale-dopo-la-sconfitta-con-la-corea-del-sud) la quale inizia subito citando il Rodong Sinmun come fonte primaria, evidenziando in grassetto quelle che, secondo l’articolista dell’agenzia, sarebbero le notizie più importanti: i giocatori dopo la partita sarebbero stati immediatamente “stati trasferiti in una prigione di massima sicurezza”, che l’esecuzione capitale dei giocatori “è stata pienamente sostenuta” dalla redazione stessa del Rodong Sinmun e che Kim Jong Un “intendeva giustiziare in pubblico” i calciatori nordcoreani.
Dulcis in fundo si cita ancora un’ipotetica indagine compiuta dalla FIFA nel 2010 sulla sorte del giocatori della nazionale nordcoreana i quali “erano stato gravemente torturati dopo aver perso tutte e tre le partite della Coppa del Mondo”.
Siamo ancora alla solita disinformazione.
Se le redazioni di “Nessuno tocchi Caino” e di “Nuova Agenzia Radicale” avessero, come avrebbero dovuto fare, controllato meglio la fonte da cui traevano l’articolo, si sarebbero accorte in pochi istanti che National Report è un giornale satirico, che riporta notizie volutamente false e ironicamente esagerate, non solo sulla Corea del Nord, ma anche su argomenti più disparati.  Restando nel campo della Corea del Nord, sul giornale si legge che “Il leader nord coreano Kim Jong Un sarebbe stato rapito dall’ISIS” o che “Kim Jong Un ha obbligato i nordcoreano ad accorciarsi il pene”.
Ma, anche senza fare tanta fatica di spulciare gli articoli del sito, la notizia avrebbe dovuto già sollecitare i dubbi delle redazioni italiane per il solo fatto che si afferma che la partita di calcio tra le due Coree sarebbe stata disputata in casa (notizia riportata da entrambe i siti senza, evidentemente, verificare l’attendibilità). Oltretutto si afferma che la nazionale di calcio nordcoreana sarebbe stata scortata “fino a un bus in attesa, con il quale sarebbero poi trasferiti in una prigione di massima sicurezza” (grassetto del testo originale di “Nuova Agenzia Radicale”, ma la stessa frase è stata riportata da “Nessuno tocchi Caino”.
In realtà la partita, finale dei Giochi Asiatici 2014, si è svolta non a Pyongyang, ma allo stadio Munhak di Incheon, in Sud Corea. Impossibile, dunque che i giocatori siano stati trasferiti direttamente dallo statio ad una prigione di massima sicurezza nordcoreana. A meno che sia stata una prigione sudcoreana. Ma a questo punto, immaginiamo che il governo di Pyongyang avrebbe colto immediatamente l’occasione per denunciare alla comunità internazionale l’accaduto. Cosa che non ha fatto. Almeno sino a quando ai redattori di National Report non verrà l’idea di scrivere un articolo su questo argomento.

Siamo sicuri che troverebbero altre redazioni (speriamo non le stesse coinvolte in questa occasione) pronte a riportare la notizia sui loro siti. 

Copyright ©Piergiorgio Pescali

La Disinformazione: la Corea del Nord di Federico Rampini

La Repubblica ha pubblicato un divertente articolo di Federico Rampini (http://viaggi.repubblica.it/articolo/corea-del-nord-ecco-i-turisti/230494?ref=HRLV-19) in cui descrive un viaggio da lui compiuto nel 2007 dicendo di aver visto «I mega-monumenti alla gloria dei tre monarchi del regime (i tre Kim che si sono succeduti dinasticamente), di dimensioni tali che potrebbero essere visibili dalla luna».
È alquanto singolare che Rampini abbia potuto vedere, già nel 2007, quattro anni prima della morte di Kim Jong Il, ben tre mega-monumenti che ritraggono i leader nordcoreani.
Nel 2007, all’epoca del viaggio del nostro inviato, sulla collina Mansudae c’era solo una statua, quella di Kim Il Sung. La seconda statua, quella di Kim Jong Il, è stata aggiunta solo nel 2012, cinque anni dopo la visita di Rampini, mentre ancora oggi non c’è alcuna mega-monumento dedicato a Kim Jong Un, l’attuale leader del Paese.
Rampini dovrebbe, inoltre, attenersi un po’ meno alle leggende metropolitane e un po’ più alla scienza (una sbirciatina al sito NASA non farebbe male ogni tanto) quando afferma che le statue possono essere viste dalla Luna.
Neppure la Muraglia Cinese può essere scorta dal nostro satellite, figuriamoci statue, per di più non ancora costruite… http://www.nasa.gov/vision/space/workinginspace/great_wall.html.
Suggestiva l’immagine del contadino “patriota” che rincorre il prode inviato speciale di La Repubblica con il forcone per difendere la patria da un’ipotetica avanguardia di attacco statunitense. La «paranoia diffusa per la propaganda martellante sull'aggressione imminente da parte della Corea del Sud e del suo alleato americano» è scomparsa da anni in Corea del Nord. Gli organi di informazione statali, consci che quasi tutte le famiglia nordcoreane posseggono, seppur clandestinamente, una radio che può captare programmi cinesi, hanno praticamente smesso di descrivere il Paese confinante come una nazione affamata e sottosviluppata. E, a meno che la CCTV (la televisione cinese) e le radio cinesi non abbiano creato un apposito canale dedicato esclusivamente a diffondere notizie per i nordcoreani, la maggior parte dei cittadini del Nord sa come si vive in Corea del Sud. I DVD delle soap opera sudcoreane, in vendita nei mercatini privati ormai presenti in quasi tutti i distretti, spopolano e la sera tengono i nordcoreani incollati agli schermi dei televisori di importazione cinese.
I sessantamila nordcoreani che lavorano a stretto contatto con dirigenti sudcoreani nel centinaio di ditte di Seoul che hanno fabbriche al Nord, non possono evitare di condividere opinioni e immagini con i loro colleghi del Sud.
Infine, quello che Rampini definisce «improvviso benvenuto agli stranieri» parlando del boom turistico, è un fenomeno in atto già dal 2010. Le agenzie di viaggio che organizzano viaggi in Corea del Nord sono decine, tra cui alcune anche in Europa e nella stessa Italia.
Rampini ci aveva già dimostrato la sua giornalistica preveggenza grazie ai reportage dal Myanmar, con analisi superficiali tutte rivolte a lodare acriticamente Aung San Suu Kyi e la Lega per la Democrazia, oggi entrambe in grave crisi per la scarsa capacità politica della prima e la corruzione che ha infettato la seconda.
Ora, visto che gli astroarticoli sul Paese del Sud Est Asiatico del sagace inviato speciale si sono dimostrati poco professionali, ci riprova con la Corea del Nord.

Con scarsi risultati anche qui, a quanto pare.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

I muri dell'uomo

Lo scorso febbraio si è svolto un incontro tra i leaders delle comunità greco e turco cipriota, Nicos Anastasiades e Dervis Eroglu, che non solo ha riproposto il problema della divisione di Cipro, tema particolarmente delicato all’interno dell’Unione Europea, ma ha presentato all’intera comunità internazionale la realtà di un mondo ben più frazionato e diviso politicamente di quanto si sia portati a pensare.
La caduta del Muro di Berlino, avvenuta nel 1989, fu festeggiata dal mondo Occidentale e dall’Est Europeo come uno dei passi più importanti per la conquista della pace nel mondo. Est ed Ovest, nazioni e popoli retti da sistemi politici ed economici antagonisti si ritrovarono improvvisamente accomunati in un’unica terra che correva da Lisbona a Mosca. La Cortina di Ferro, quella striscia fatta di fili spinati, torrette di avvistamento, fossati, steccati, muri di cemento era stata finalmente abbattuta ponendo fine all’eredità della Seconda Guerra Mondiale.
O, almeno, questo era quello che quasi la totalità dei media affermavano.
Ci volle, però, poco per accorgersi che la divisione tra capitalismo e socialismo, era solo una delle tante sezioni in cui era spezzettato il mondo; la punta di un iceberg ben più massiccio e duro da sciogliere.
Nel corso dei cinque decenni che trascorsero tra la caduta del Terzo Reich e la pacifica invasione di Berlino Ovest da parte dei berlinesi dell’Est, altre barriere furono costruite tra l’indifferenza di gran parte dell’opinione pubblica e della classe politica internazionale ed altre ancora ne sono state erette subito dopo.
Così, se all’atto della caduta del Muro di Berlino, nel mondo esistevano una quindicina di sbarramenti fisici, oggi ve ne sono più del triplo ed altri se ne stanno costruendo.
All’ultimo retaggio della Guerra Fredda ancora oggi esistente, il muro che divide le due Coree, se ne sono aggiunti altri, sicuramente più paradossali. Come definire, altrimenti, gli sbarramenti esistenti all’interno della Comunità Europea che impediscono ai suoi cittadini la libera circolazione nei loro stessi stati o addirittura nelle loro stesse città? La Linea Verde di Cipro e il Muro della Pace di Belfast sono i più celebrati dai media, ma ne esiste uno anche tra Spagna e Gibilterra.
E’ interessante notare che l’erezione di questi nuovi divisori sta seguendo la traslazione del fulcro economico mondiale dall’Europa all’Asia, E’ in questo continente che, attualmente, si concentrano la maggioranza delle barriere fisiche. Ai muri tra India e Pakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakhstan, Arabia Saudita e Iraq, a breve si aggiungeranno nuove palizzate che divideranno il Pakistan dall’Iran e dall’Afghanistan, mentre la Russia ha in progetto la costruzione di un muro con la Cecenia per fronteggiare l’impeto indipendentista e jihadista.
La guerra civile siriana ha visto nascere numerose palizzate che dividono città in piccole zone religiose. E’ il caso del muro che separa i quartieri di Bab Amr e al-Insha’at ad Homs.
Molti muri sono stati oggetto di reportage e di cronache da parte dei media o di proteste dei movimenti d'opinione (ad esempio il muro tra Israele e Palestina), altri, invece, sono passati inosservati. Come il cosiddetto Muro dei Rohingya che il Myanmar sta costruendo al confine con il Bangladesh per impedire ai musulmani Rohingya di "invadere" il paese e preservare lo spirito buddista o, per lo stesso motivo religioso, il progetto della costruzione di un muro che dividerà la Malesia musulmana dalla Tailandia buddista.
Più tristemente famosa è la barriera fatta di sassi, sabbia, reti metalliche costruita dal Marocco lungo i 2.700 chilometri di frontiera tra il Sahara Occidentale e gli stati della Mauritania ed Algeria per fronteggiare eventuali attacchi Sahawari. Dal 1975 l’esercito di Rabat occupa l’intero territorio (266.000 kmq) nonostante le Nazioni Unite continuino ad insistere affinché ai 500.000 abitanti venga concesso il diritto di scegliere quale possa essere il loro destino.
Col tempo, le recinzioni hanno cambiato anche la loro funzione. Se, fino alla fine del XX secolo, la maggioranza di esse aveva un carattere prettamente politico e antiterroristico, al passaggio del millennio si sono moltiplicati i muri antimmigrazione.



Il muro costruito da Israele (foto ©Piergiorgio Pescali)


I primi sbarramenti costruiti a tale scopo sono stati piantati nel 1975 dal Sud Africa al confine con il Mozambico. Nel 1998 è stata la Spagna a erigere le ormai note palizzate che separano le enclavi di Ceuta e Melilla dal Marocco, mentre dal 2002 gli Stati Uniti continuano ad allungare la serie di sbarramenti al confine con il Messico, che oggi hanno raggiunto la lunghezza complessiva di 560 chilometri.
Anche la Cina, preoccupata per una sempre più massiccia immigrazione clandestina di nordcoreani, dal 2006 ha in fase di costruzione sbarramenti con la Corea del Nord. La maggiore facilità di movimento oggi esistente all’interno della Repubblica Democratica di Corea ha intensificato l’afflusso di coreani verso le regioni di confine creando non pochi problemi alle autorità di Pechino.
Il boom economico dei piccoli paesi del Golfo Persico ha indotto Emirati Arabi ed Oman a separare i loro confini per evitare la porosità degli stessi e impedire l’osmosi di immigrati asiatici tra le due nazioni. Così è stato tra Arabia Saudita e Yemen; Turkmenistan ed Uzbekistan; Brunei e Malesia; Botswana e Zimbabwe; Israele ed Egitto, Grecia e Turchia.
Ma il record assoluto spetta all’India, paese che, pur continuando a recitare il ruolo di patria del pacifismo gandhiano, sta circondando l’intero Bangladesh di una serie di sbarramenti formati da filo spinato e cemento che, una volta ultimati, raggiungeranno la lunghezza di 3.200 chilometri ed isoleranno i 155 milioni di abitanti della nazione musulmana dal resto del continente.
Una terza tipologia di pareti divisorie tra stati sono quelle che vengono costruite ufficialmente a puro scopo di difesa da catastrofi naturali o per rallentare una desertificazione in atto.
Ne sono un esempio i muri costruiti dall’Arabia Saudita al confine con l’Oman, gli Emirati Arabi, il Qatar e la Giordania, o quello tra Zimbabwe e Zambia e Sud Africa e Zimbabwe. Israele sta progettando di innalzare una palizzata lungo il confine meridionale con la Giordania che, se realizzata, autoisolerebbe completamente lo stato di Tel Aviv dalle nazioni confinanti.
Caratteristica comune di questi nuovi steccati costruiti “per difese naturali”, è che sono tutti prolungamenti di barriere già esistenti rendendo, di conseguenza, difficile separare l’effettiva utilità preventiva nei confronti di cataclismi, da quelle prettamente politiche o sociali.


Il muro costruito da Israele (foto ©Piergiorgio Pescali)



I muri dovrebbero, nell’ottica di chi li costruisce, garantire un senso di sicurezza alla comunità tenendo lontani i pericoli (umani, naturali o di qualunque altro genere) contro cui sono stati eretti. Forse, per un breve lasso di tempo, è così, ma a lungo andare l’autoisolamento rende la comunità più debole e insicura perché un muro, per qualunque motivo venga costruito, impedisce di vedere al di là del proprio orticello.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

Corea del Nord: The Interview, il film che sta mettendo in crisi i rapporti tra Nord Corea e Stati Uniti

The Interview è un lungometraggio che dovrebbe essere inserito nei circuiti cinematografici dal prossimo 10 ottobre. Il film è scritto dal canadese Seth Roger che, assieme a Evan Goldberg, ha diretto anche le riprese. La trama è piuttosto semplice e ricorda, nel suo svolgimento, l’assassinio di Ahmad Shah Massud, il comandante dell’Alleanza del Nord antitalebana, avvenuto il 9 settembre 2011.
Il giornalista Dave Skylark, interpretato dall’attore americano James Franco e il suo produttore Aaron Rapoport, interpretato dal canadese Seth Rogen, conducono il popolare programma televisivo Skylark Tonight.


La locandina del film The Interview


Quando scoprono che Kim Jong Un è un appassionato spettatore del programma, chiedono ed ottengono un’intervista con il leader nordcoreano. Mentre si preparano a volare a Pyongyang, un agente della CIA li contatta e li recluta per assassinare Kim Jong Un.
Nei pochi minuti del video promozionale si vede un Kim Jong Un (l’attore americano di origini coreane Randall Park) accanito fumatore di sigari, appesantito e fortemente sovrappeso esplicitamente dipinto in modo canzonatorio.
L’agente della CIA incaricata di istruire i due giornalisti sulle abitudini del leader nordcoreano, spiega che “il popolo crede a qualunque cosa egli dica, compreso il fatto che (Kim Jong Un) può parlare ai delfini, non urina e non defeca”.
La stessa Corea del Nord, appellata come “il paese più pericoloso della Terra” viene dipinta a colpi di stereotipi, dove i militari sono i cattivi di turno intrattenendosi a sbevazzare e gozzovigliare assieme al loro leader, mentre il popolo fatica a sopravvivere.
“The Interview” sarebbe stato concepito da Seth Rogen prima del 2011, quando al potere in Corea del Nord c’era Kim Jong Il, durante una discussione sulla possibilità che dei giornalisti avessero accesso al massimo leader nordcoreano portando a termine un assassinio commissionato dalla CIA. La morte del Grande Leader, avvenuta nel dicembre 2011, ha costretto i produttori a cambiare soggetto, orientandosi verso il figlio, Kim Jong Un.
Durante la conferenza stampa durante la quale è stata proiettata l’anteprima del film, Rogen ha spiegato che per preparare la sceneggiatura ha letto tutto quanto ha potuto su Kim Jong Un chiedendo anche ad esperti del settore consigli sulla scrittura. Se, però, la pellicola rispecchia ciò che si è visto nel trailer, Seth Rogen non sembra essersi scelto conoscitori così attenti della società nordcoreana e del suo leader.
Rogen, comunque, non è nuovo a provocazioni a scopo propagandistico: durante gli MTV Movie Award del 2008 è salito sul palco assieme proprio a James Franco fumando uno spinello finto al fine di promuovere il suo film Strafumati.
James Franco, co-protagonista accanto a Seth Rogen, è stato Harry Osborn, il figlio del cattivo Green Goblin (Willem Dafoe) in Spider Man del 2002, 2005 e 2007.
La sceneggiatura e le immagini del trailer hanno scatenato, come era ovvio aspettarsi, le immediate proteste di Kim Myong Chol, direttore del Centro per la Pace tra Corea del Nord e Stati Uniti e portavoce non ufficiale del governo nordcoreano in Giappone.
Kim Myong Chol ha obiettato che “produrre e proiettare nelle sale un film sul complotto per uccidere il nostro leader è un chiaro atto di terrorismo e di guerra che non sarà assolutamente tollerato” aggiungendo che “l’insana e spericolata follia USA” di utilizzare un “regista gangster” per sfidare la leadership nordcoreana ha infuso “una ventata di odio e rabbia” tra il popolo nordcoreano e i militari. “Se l’amministrazione USA permetterà e difenderà l’uscita e la visione del film, saranno prese contromisure spietate”.
Sempre Kim Myong Chol ha affermato che “un film che traccia l’assassinio di un leader straniero rispecchia quello che gli USA hanno fatto in Afghanistan, Iraq, Siria e Ucraina”. “Non dimentichiamo, poi, chi ha assassinato Kennedy, gli stessi americani” avvisando “Obama che deve stare attento nel caso i militari USA vogliano uccidere anche lui”.
Il 25 giugno, pochi giorni dopo le parole di fuoco di Kim Myong Chol, la KCNA, l’agenzia di stampa nordcoreana, ha emesso un lungo comunicato ufficiale attribuito al portavoce ufficiale del Ministero degli Esteri in cui si afferma che “I nemici sono andati oltre i limiti di tolleranza nei loro deprecabili film urtando la dignità della suprema leadership della DPRK. L’anteprima di un film che insulta e che descrive l’assassinio della suprema leadership della DPRK sta per essere proiettato negli USA, culla del terrorismo internazionale, ed ha scioccato la comunità mondiale. In questa isteria provocatoria gli USA hanno raggiunto l’incoscienza arrivando a corrompere un regista canaglia per ferire la dignità della leadership suprema della DPRK. Questo atto di spavalderia nel non temere la punizione del Cielo ha causato l’ira del popolo della DPRK.”
Il comunicato continua affermando che la sfrontatezza degli statunitensi “rivela, comunque, la loro paura; paura causata dal roseo e brillante futuro della DPRK sotto la leadership dell’impareggiabile grande uomo (Kim Jong Un, ndr). E’ l’ultimo disperato tentativo di coloro che sono stati sopraffatti da un sogno.”
Riprendendo le parole di Kim Myong Chol, anche la KCNA indica come “assolutamente intollerabile la distribuzione di questo film negli USA in quanto azione terroristica e di guerra scatenata per privare il popolo della DPRK della sua base ideologica e far crollare il sistema sociale.”
Il comunicato termina con chiare minacce verso Washington: “É loro (del popolo nordcoreano, ndr) ferma determinazione distruggere senza pietà tutto ciò che osi ferire o attaccare, anche minimamente, la suprema leadership del Paese.
Coloro che diffamano la nostra suprema leadership e commettono atti ostili contro la DPRK non potranno mai fuggire alla severa punizione che verrà loro riservata secondo la legge, ovunque essi siano nel mondo.
Se l’amministrazione USA convive a appoggia la proiezione del film, provocherà una forte e spietata contromisura.”
Quali contromisure Pyongyang intenda adottare nessuno lo sa, ma nelle prigioni della Corea del Nord sono ancora detenuti tre cittadini statunitensi e non è azzardato pensare che saranno proprio loro i primi a subire le conseguenze di “The Interview”.

Il giorno seguente alla pubblicazione del comunicato della KCNA sul film, sempre l’agenzia di stato ha avvisato che lo stesso Kim Jong Un avrebbe “guidato il lancio di prova di un nuovo missile tattico ultrapreciso appena sviluppato”. Marie Harf, portavoce del Dipartimento di Stato americano ha spiegato che la Corea del Nord avrebbe sì lanciato tre razzi dalle sue coste sudorientali, ma escluderebbe che si tratti di armi dotate di nuove sofisticate tecnologie. Secondo Kim Min-seok, del Ministero della Difesa sudcoreano, Pyongyang avrebbe solamente migliorato tecnologie già esistenti piuttosto che aver sviluppato nuovi sistemi missilistici.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

Corea del Nord: nasce NADA, l'Agenzia Spaziale nordcoreana (Aprile 2014)

E’ nata NADA, acronimo di National Areospace Development Administration (Kukgaujugaebalkuk in coreano), l’agenzia spaziale della Corea del Nord. Lo sviluppo della ricerca e del programma spaziale nordcoreano è, per la verità, iniziato già da tempo, ma solo nel 2013 la 12° Assemblea del Popolo ne aveva ufficializzato l’esistenza. La NADA è stata creata proprio il giorno in cui cade il primo anniversario della legge sulla ricerca spaziale nordcoreana, un testo che contesta il monopolio statunitense e rigetta la militarizzazione dello spazio da parte delle grandi potenze del globo.
L’emblema, la cui vaga somiglianza con quello della NASA statunitense è stata sottolineata da molti commentatori, riporta al centro di un cerchio di colore blu scuro il nome dell’agenzia in lettere latine sovrastato dall’acronimo DPRK (Democratic People’s Republic of Korea, il toponimo ufficiale della Corea del Nord). Inscritta nella parte inferiore il nome dell’agenzia in caratteri coreani: Kukgaujugaebalkuk.
Nella parte superiore la costellazione dell’Orsa Maggiore (priva, quindi, della stella Polare), che, secondo la Korean Central News Agency, l’agenzia di stampa di Pyongyang, dovrebbe rappresentare la glorificazione del programma spaziale voluto da Kim Il Sung e Kim Jong Il.
Due anelli di colore azzurro si intersecano in senso longitudinale e latitudinale per simboleggiare le orbite satellitari.
La legge spaziale ratificata nel 2013 segue il lancio in orbita del satellite nordcoreano Kwangmyongsong-3 avvenuto nell’aprile 2012, in occasione del centesimo anniversario della nascita di Kim Il Sung alla presenza di numerosi esponenti della stampa estera e tecnici addetti ai lavori.
Nessuno, però, ha, sino ad oggi, registrato alcun segnale proveniente dall’oggetto spaziale nordcoreano ed alcuni scienziati e tecnici hanno ipotizzato che, seppur definito un successo da Pyongyang, anche questo lancio sia stato funestato da incidenti come quelli che hanno distrutto i quattro satelliti che la Corea del Nord aveva precedentemente tentato di mettere in orbita.
Nell’iconografia celeste del regime nordcoreano Kim Il Sung è spesso associato al sole, Kim Jong Il alla Stella Polare (Kwangmyongsong in coreano), mentre Kim Jong Un alla Via Lattea (Unha in coreano). E’ forse per evitare ogni possibile equivoco nel presentare, anche involontariamente, un leader superiore all’altro, che nel logo della NADA si è scelto di inserire l’Orsa Maggiore piuttosto che la ben più evocativa Orsa Minore che include, appunto, la Stella Polare.
Nonostante la legge emanata dalla 12° Assemblea del Popolo affermi che il programma spaziale nordcoreano non ha nulla a che vedere con progetti a scopo militare, risulta chiaro che ogni ricerca in tal senso andrà anche a beneficio del sistema missilistico della nazione. Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud temono che Pyongyang possa giungere alla tanto agognata testata missilistica miniaturizzata in grado di trasportare testate nucleari ben oltre il Pacifico.

La forza militare, ed in particolare nucleare, della Corea del Nord viene da sempre mostrata dal regime come testimonianza delle conquiste tecnologiche e scientifiche che permetteranno alla nazione di mantenere la propria indipendenza e, al tempo stesso, di costruire una società tecnologicamente avanzata a vantaggio dei cittadini. La rapidità con cui il governo libico, alleato di Pyongyang, è crollato nonostante lo stesso Gheddafi avesse accettato di interrompere il programma nucleare in cambio di riconoscimenti politici, ha condotto Kim Jong Un a concludere che se il leader africano avesse mantenuto l’arsenale militare intatto, le potenze europee non avrebbero attaccato il suo paese. Dal 2006 ad oggi, la Corea del Nord ha condotto tre test nucleari e fonti militari statunitensi ipotizzano che il paese abbia accumulato plutonio sufficiente per la costruzione di 6-12 bombe atomiche. Ma un conto è possedere armi nucleari, un altro è poterle indirizzare sui bersagli. Pyongyang non avrebbe ancora missili testati capaci di lanciare testate atomiche: i Taepodong-2, i più potenti missili oggi a disposizione delle forze armate nordcoreane capaci di raggiungere le coste orientali USA, sono estremamente vulnerabili dato che hanno bisogno di una rampa di lancio fissa e diversi giorni (se non settimane) di preparazione prima del lancio. Tutti gli altri missili, dai KN-02 ai Nodong, hanno un  raggio di azione relativamente corto (al massimo 1.600 km), ma soprattutto non sarebbero in grado di trasportare una testata nucleare se non miniaturizzata, che attualmente Pyongyang non dispone.

Copyright ©Piergiorgio Pescali

La Disinformazione: Nord Corea ed il taglio di capelli alla Kim Jong Un


La Corea del Nord è, ormai da tempo, fonte di disinformazione da parte dei media occidentali. Dopo la falsa notizia dell’esecuzione di Jang Song Thaek da parte di 120 cani affamati, ecco spuntare un’altra novità: l’ordine di Kim Jong Un di tagliare i capelli secondo il suo stile. Questa volta, però, la fonte primaria non è un giornale satirico e poco conosciuto al grande pubblico, ma la RFA (Radio Free Asia) di Washington che riporta la testimonianza anonima di un nordcoreano.
Come spesso accade per notizie di costume, l’annuncio è stato immediatamente ripreso da siti e giornali internazionali e italiani che hanno stravolto la notizia infarcendola di particolari che RFA non aveva pubblicato.
Restando in Italia, tutti i principali quotidiani e periodici hanno pubblicato articoli fuorvianti con titoli altrettanto ingannevoli affermando che l’imposizione del taglio è stata imposta a tutti i cittadini nordcoreani e voluta dallo stesso Kim Jong Un che avrebbe promulgato la legge.
In realtà l’articolo di RFA non parla di legge, ma di “raccomandazione” (ed anche in Corea del Nord una raccomandazione non è un’imposizione), mentre Kim Jong Un è estraneo alla sua approvazione visto che, in realtà, la sollecitazione proviene da un dipartimento del partito e non dal Comitato Centrale e neppure dal governo nordcoreano. Inoltre, dulcis in fundo, l’esortazione è stata fatta solo agli studenti universitari e non a tutti i cittadini della Corea del Nord come, invece, viene indicato nella maggioranza degli articoli pubblicati in questi giorni.
Del tutto priva di fondamento, infine, è la notizia (pubblicata, tra gli altri, da Vanity Fair e da Internazionale) che le donne avranno a disposizione solo 18 tagli di capelli tra cui scegliere nei negozi di parrucchiere. In realtà la leggenda metropolitana dei 18 tagli di capelli risale a ben prima della notizia pubblicata da RFA: è stata messa in circolazione da alcuni siti che hanno ripreso alcune fotografie scattate da alcuni turisti in visita in Corea del Nord che hanno ripreso dei cartelloni posti sulle vetrine di alcuni negozi di acconciatura che ritraevano modelli di tagli
Tra i numerosissimi siti e giornali italiani che hanno disinformato i lettori (tra questi tutti i principali quotidiani e periodici nazionali), eccone alcuni:
Vanity Fair, che titola sul suo sito: “I Nord coreani? Per legge dovranno tagliarsi i capelli come Kim Jong Un – La nuova legge approvata dal regime. E le donne possono scegliere soltanto tra 18 acconciature «legali»
Anche l’ANSA ha manipolato la notizia dalla fonte primaria titolando: “Kim Jong-un impone un suo taglio di capelli – Nordcoreani costretti a rasatura ai lati e ciuffo sparato”
Neppure Internazionale è sfuggita alla disinformazione con il titolo “Nordcorea, Kim Jong-Un impone anche il taglio dei capelli: il suo” aggiungendo, nell’articolo che “tutti gli uomini della Corea del Nord dovranno avere lo stesso taglio di capelli, ossia quello del “Caro leader” Kim Jong-Un. La decisione è stata annunciata circa due settimane fa dal governo per la sola capitale Pyongyang, ma la norma è ormai valida in tutto il paese, stando a quanto riferito da media sudcoreani”
Copyright ©Piergiorgio Pescali



La Disinformazione: Corea del Nord - Razzi intervistato dalle Iene (gennaio 2014)

Errare humanun est, perseverare autem diabolicum.
Il senatore Razzi intervistato dalle Iene.
A parte la storpiatura dei nomi di Kim Jong Un sia da parte della giornalista (Kim Iong Un) che di Razzi (Kim So Un), ecco l'intervistatrice partire a razzo nel chiedere al senatore notizie sul tipo di morte riservata a Jang Song Thaek (chiamato semplicemente "zio").
Nonostante la notizia si sia rivelata una bufala e sia stata oramai smentita da settimane, il servizio riparte con la storia dello sbranamento di Jang Song Thaek da parte di 120 cani. La giornalista delle Iene basa gran parte del servizio proprio su questa non-notizia, arrivando additrittura a regalare una ciotola per cani a Razzi.
Vista la competenza della giornalista sulla questione, la ciotola gliela avrei ridata immediatamente.

A rendere più patetico il ruolo del giornalismo nostrano, il giorno dopo numerosi siti hanno ripubblicato l'intervista guardandosi bene dall'informare il lettore che la notizia centrale (lo sbranamento dello "zio" da parte di 120 cani famelici) era un clamoroso falso. Ecco alcuni siti in questione (non tutti, of course) e l'intervista delle Iene.


A titolo di cronaca: anche Ballarò con Crozza hanno partecipato alla carneficina dell'etica giornalistica (ricordate il dobermannellum?).

http://www.blitzquotidiano.it/blitztv/le-iene-antonio-razzi-corea-del-nord-kim-jong-un-democratico-video-1779999/
http://www.giornalettismo.com/archives/1331027/le-incredibili-spiegazioni-di-razzi-sulla-corea-del-nord-alle-iene-che-fanno-ridere-tutti/
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/01/28/crozza-razzi-a-ballaro-in-corea-del-nord-ce-dobermannellum/263078/



Il video dell'intervista a Razzi delle Iene