Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

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S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

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FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Corea del Nord - 2001. Mostra tutti i post
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Reportage (2001) (II)

-Benvenuto nella Repubblica Democratica Popolare di Corea!- Kim Chon mi accoglie, per la terza volta in pochi anni, all’aeroporto di Pyongyang. Stesse formalità, stessi riti. Nulla sembra cambiato. Sulla strada che porta in città, ecco sbucare, nascosti tra la vegetazione, le solite canne affusolate della batteria di artiglieria antiaerea posizionate verso sud.
Il rito continua: prima di raggiungere l’hotel, ci fermiamo a rendere omaggio alla grande statua bronzea di Kim Il Sung, il cui sguardo, dalla collina di Mansu, domina l’intera capitale. Il braccio disteso indica il percorso da intraprendere per raggiungere il futuro luminoso dell’avvenire socialista e per non lasciare adito a dubbi, incertezze o deviazioni ideologiche controrivoluzionarie, sguardo e mano del Grande Leader fissano un punto ben preciso: la torre del Juche che, dall’altro lato del fiume Taedong, svetta a 170 metri da terra. “Il popolo è l’unico maestro della Rivoluzione e ognuno, non solo è responsabile del proprio destino, ma ha la possibilità di modellarlo.” Questa, in sintesi, l’idea che ha plasmato la vita politica, sociale e economica di una nazione per cinque decenni: contare sulle proprie forze, costruire il futuro adattando idee, sviluppo, vita pubblica e privata e, perché no, religione, al popolo coreano. In parte ha funzionato, almeno qui a Pyongyang. La città rimane una delle poche metropoli asiatiche ancora a misura d’uomo con ampi parchi, viali alberati, un tasso di inquinamento pressoché inesistente, servizi piuttosto efficienti.
Anche i negozi di valuta locale, quelli frequentati dagli operai coreani, tanto per interderci, sono ben forniti. –La sola cosa che manca è la fila.- scherza una guida cinese di Harbin, che da quindici anni viaggia nei “Paesi Fratelli”. Gli scaffali, il cui grado di saturazione di merci è stato per decenni l’unico indice di prosperità sociale secondo i parametri occidentali, offrono una discreta varietà di prodotti, dagli alimentari ai capi di vestiario.
Perfino lo stereotipo della commessa negligente o della cameriera imboscata, crolla: il senso di solidarietà verso i compatrioti e dell’ospitalità verso gli stranieri, hanno la meglio sul menefreghismo tanto biasimato dai turisti che visitano i Paesi ex o ancora Socialisti.
Ma questo, qui a Pyongyang, lo avevo notato anche nelle precedenti visite. Nulla quindi è cambiato? Possibile che i ripetuti incontri e le reciproche aperture tra Nord e Sud, non abbiano influito per nulla sulla vita dei nord coreani?
No, non è possibile e il primo approccio “internazionale” lo dimostra.
Seduto al bar del Koryo Hotel, osservo diversi clienti che devono Coca Cola (sì, proprio la bevanda capitalista per eccellenza!) con una scorza di limone che galleggia tra cubetti di ghiaccio, mentre l’impianto stereofonico inonda la sala delle note di “Russians” di Sting, anziché delle tradizionali musiche patriottiche. Le quali continuano, però, ad occupare le frequenze della radio e della TV nelle case, nelle fabbriche, nei bar, negli uffici pubblici.
“Ardete, torce della fede! Dietro al Partito marciamo con vigore! E’ così bello vivere nel nostro Paese! Nei panorami del Socialismo mi sento sempre più giovane!” cantano i bambini della Mangyondae Schoolchildren’s Palace, il fiore all’occhiello dell’istruzione nord-coreana. Da qui usciranno le future leve che guideranno il Paese nei prossimi decenni. Sono bambini dai 3 ai 15 anni, la cui crescita non è scandita solo dagli slogan di Partito, le cui parole d’ordine possono semmai servire ad indirizzare le masse, non certo a formare le classi dirigenti. Nella aule della Mangyondae School vengono impartite nozioni di economia, arte, tecnologia, letteratura, lingue. Figli della nomenclatura, verrebbe da pensare, ma non è così. Al termine della giornata di lezioni, i bambini corrono dai loro genitori, che li aspettano nell’atrio dell’entrata dell’edificio sotto un’onnipresente statua di Kim Il Sung. Ne noto alcuni che, anziché affrettarsi, gironzolano per le aule: -Mia madre e mio padre abitano a Kanggye (una cittadina nel Jagang, vicino al confine con la Cina, ndr).- mi dice uno di loro. –Sono contadini e non possono trasferirsi qui, quindi alloggio nella scuola. Li vedo tre volte all’anno.-
E finalmente, alla Kim Il Sung University mi imbatto in una delle più significative novità introdotte dal dialogo Nord-Sud: nella Facoltà di Economia sono stati adottati, a titolo sperimentale, testi provenienti direttamente dalla Corea del Sud inerenti all’esperienza di sviluppo agricolo di questo Paese. Debitamente alleggeriti di dati e di teorie ancora individuate come reazionarie, i libri sono però un segno che Kim Jong Il è realmente intenzionato a introdurre un sistema di economia mista nel Paese, iniziando appunto dall’agricoltura.
Già nel 1996, durante il mio primo viaggio in Corea del Nord, nei pressi di Wonsan, avevo intravisto dei mercatini seminascosti, dove i contadini locali potevano vendere la propria merce prodotta nei loro orticelli. La guida aveva reagito con evidente imbarazzo alla vista di quel tassello di mercato libero che non avrebbe mai dovuto essere mostrato ad uno straniero, per lo più occidentale.
Oggi la teoria di un embrione capitalista controllato è accettata da tutti. Il problema che si pone alla dirigenza nordcoreana, è piuttosto un altro: evitare che questo germe si diffonda in altri strati della nazione, disgregando un tessuto economico e sociale già debilitato a causa di fattori interni e, soprattutto, esterni.
-La Corea del Nord, così come l’abbiamo analizzata e vista per 50 anni, non esisterà più.- afferma Toshifumi Suzuki, vice Direttore del Keidanren, l’Associazione degli Industriali Giapponesi; -L’era di Kim Jong Il sta producendo cambiamenti irreversibili nel sistema.-
Eppure, solo due anni fa il mondo intero biasimava il governo nordcoreano per l’atteggiamento preso di fronte alla carestia costata centinaia di migliaia di morti (cifre ufficiali di Pyongyang) e forse milioni (cifre occidentali). Oggi tutto questo sembra definitivamente un ricordo del passato: lo stesso Ministro dell’Agricoltura sud coreano, Park Ji Won, ha affermato che la produzione di cereali al Nord è cresciuta di 500.000 tonnellate solo lo scorso anno, mentre l’economia ha ripreso a viaggiare ad un ritmo di crescita pari al 6,5%.
-Pur con gli aiuti ricevuti, nessun Paese al mondo sarebbe riuscito a superare una crisi così grave senza drastiche ristrutturazioni o senza una ribellione popolare.- mi dice Kim Woon Keun, esperto della situazione alimentare del Nord presso l’Istituto Economico Rurale di Seoul, incontrato a Pyongyang; -La Corea del Nord è sorprendentemente riuscita ad uscire dalla crisi senza che ne venisse sconquassato l’intero sistema.-
Tutto questo cosa dimostra? Chiedo a Woo Keun:
-Dimostra che anche un regime statuario e dispotico come quello di Pyongyang, è capace di rigenerarsi dal proprio interno e di coagulare un appoggio popolare notevole, che non può essere addebitato solo alla capillare sorveglianza dell’apparato in seno alle masse.-
Riprendo la strada verso l’albergo. Nel bar un gruppo di ragazzi giapponesi si divertono col karaoke. Appesi al muro i due ritratti di Kim Il Sung e Kim Jong Il li guardano impassibili.

© Piergiorgio Pescali

Reportage (2001)

Lo skyline dell’hotel Ryugyong è visibile da qualsiasi punto di Pyongyang. Secondo l’ambizioso progetto, una volta terminato, sarebbe dovuto essere l’albergo più alto del mondo, con i suoi 105 piani, e gli ospiti stranieri avrebbero potuto gustare yakbap osservando il magnifico panorama della città da uno dei sei ristoranti girevoli che formano la parte terminale dell’edificio. Doveva essere l’ennesima celebrazione delle conquiste del socialismo nordcoreano, una freccia pronta a scoccare verso il cielo infinito, verso il glorioso avvenire promesso da Kim Il Sung, invece si è trasformato in uno dei segni più tangibili della crisi economica che per anni ha attanagliato i 22 milioni di cittadini di questa singolare e per molti versi unica, nazione.
-Abbiamo avuto il coraggio e l’onestà di sospendere i lavori e destinare i soldi stanziati per il completamento dell’hotel, ai bisogni più essenziali del popolo.- Kim Chon, la mia guida personale (tutti in Corea del Nord ne debbono avere una, volenti o nolenti), tenta di addolcire l’amaro boccone.
Fino a pochi anni fa era vietato parlare di crisi economica, oggi accade il contrario: pur di ricevere valuta pregiata e aiuti dai coreani residenti in Giappone, dai turisti, dalle compagnie sudcoreane e giapponesi, dalle associazioni di sviluppo umano, il governo tenta di appiattire gli indici di sviluppo.
Eppure, al primo impatto il visitatore straniero non può evitare di notare che il livello di vita a Pyongyang è piuttosto alto, se paragonato con altre metropoli asiatiche. I due milioni di cittadini possono contare su negozi ben forniti, una capillare rete di trasporti, servizi efficienti, università, scuole, asili, teatri, parchi di divertimento. Il tasso d’inquinamento dell’aria e delle falde idriche è tra i più bassi dell’intero continente, favorito anche dal fatto che qui non esiste praticamente traffico privato e le industrie pesanti viaggiano a ritmi rallentati. Persino il Ministro della Cultura sud coreano, Park Ji-won, ha affermato pubblicamente che la produzione di cereali al Nord nel 1999 è aumentata di 500.000 tonnellate e che la crescita economica ha raggiunto il 6,5%. Tutto questo coglie di sorpresa chiunque giunga nella capitale, turista, diplomatico, uomo d’affari che sia. I sudcoreani arrivati a Pyongyang in giugno e poi in agosto, hanno trovato una nazione del tutto differente da quella descritta loro per cinquant’anni dalla stampa locale: -La Corea del Nord non è esattamente la nazione barbara ed arretrata che ci aspettavamo di vedere. Il potenziale di sviluppo è altissimo e le basi, sia materiali che culturali, sono ottime per intraprendere un dialogo di cooperazione tra le industrie del Nord e del Sud.- Chi mi parla in tali termini del Paese, è nientemeno che Kim Woon-kyu, Presidente della Hyundai Engineering and Costruction, incontrato a Pyongyang durante una visita in una fabbrica modello. Il suo diretto superiore e fondatore della Hyundai, Chung Ju-yung è nato nella parte settentrionale della penisola emigrando al sud nel 1933 a 18 anni. Da allora non ha mai più scordato la terra natia ed ha dedicato la sua vita per realizzare due sogni: costruire un impero commerciale ed espanderlo in Corea del Nord. Oggi, sotto l’ala protettrice di Kim Jong Il, centinaia di turisti sudcoreani si imbarcano su navi della Hyundai dirette al Nord, dormono nello Hyundai Hotel e visitano su autobus Hyundai i Monti Kumgang, il cui nome, che significa Diamante, evoca paesaggi fiabeschi, quali realmente sono.
Ma che ci fa una compagnia capitalista in un Paese che ha sempre demonizzato il capitale?
Chiunque abbia una seppur superficiale conoscenza del mondo asiatico, sa che per vivere e capire l’Asia occorre essere capace di convivere con le contraddizioni. E la Corea del Nord è un’enorme contraddizione: a partire dall’ideologia. Si afferma che il Paese è l’ultimo baluardo del comunismo marxista-leninista. Errore: la Corea del Nord è l’UNICO baluardo di una dottrina mai più riproposta in alcun altra nazione al mondo, quella del Juche, anzi, del kimilsunghianesimo, orrenda cacofonia che esprime molto più fedelmente l’idea di come sia retta la politica e l’economia della nazione. “Il popolo è l’unico maestro della Rivoluzione e ognuno, non solo è responsabile del proprio destino, ma ha la possibilità di modellarlo.” Questa, in sintesi, l’idea che ha plasmato la vita politica, sociale e economica di una nazione per cinque decenni: contare sulle proprie forze, costruire il futuro adattando idee, sviluppo, vita pubblica e privata e, perché no, religione, al popolo coreano. Tutto il resto è in sovrappiù. Di Marx rimane solo qualche isolato ritratto; di Lenin neppure quello. In Corea del Nord il socialismo ha assunto i connotati nazionalistici e divinizzanti tipici dei Paesi Asiatici. In Cina c’è Mao Zedong, in Vietnam Ho Chi Minh, qui in Corea del Nord Kim Il Sung, al cui onore vengono erette statue e dedicati fiori.
-Che bisogno abbiamo di chiese o di religioni? Noi abbiamo Kim Il Sung!- afferma una delle sorveglianti di Mangyondae, la casa natale del Grande Leader. Attenzione, non è una forzatura dettata dal regime, i nord coreani hanno realmente elevato il fondatore della nazione al rango divino. Per accorgersene non servono i panegirici delle guide o dei libri pubblicati dalla Korea University Press di Tokyo: basta recarsi (da soli, questo è possibile) alla collina Mansu, dove sorge la celeberrima statua bronzea di Kim. Ai suoi piedi, fiori sempre freschi vengono lasciati da semplici famiglie, scolarette infilate nella candida divisa bianca con foularino rosso, operai che passano frettolosi mentre si recano in fabbrica. Oppure andare con la guida (questo è obbligatorio) al Palazzo Presidenziale, dove la salma imbalsamata dell’ “Eterno Presidente” (la Costituzione dell’8 Settembre 1998 ha sancito che la carica di Capo dello Stato non verrà mai più ricoperta da alcun altro in Corea del Nord), è esposta al pubblico. La fila di persone in attesa di sfilare davanti alla teca di cristallo continuamente monitorata da fotocellule e strumenti che misurano la temperatura e l’umidità dell’aria, è lunghissima e quasi tutti coloro che si trovano di fronte al Padre della Patria scoppiano in lacrime. Sincere.
-Non c’è dubbio, il popolo adora Kim Il Sung. E’ stato lui a ricostruire il Paese da zero, a ridare una dignità al popolo coreano distrutto moralmente e fisicamente dal colonialismo giapponese.- mi confida Chan Song-keun, futuro prete cattolico nordcoreano (regime permettendo) e “parroco” dell’unica chiesa cattolica di Pyongyang, consacrata il 2 ottobre 1988. Ecco un’altra contraddizione riscontrata in Corea: la religione, intesa nel senso marxista del termine, l’ “oppio dei popoli”. Durante e dopo la carestia del 1995-1997, Pyongyang ha avuto come principale interlocutore e mediatore internazionale proprio le organizzazioni cattoliche come la Caritas o addirittura il Vaticano. Questo ha fatto sì che il governo nordcoreano abbia più volte invitato esponenti della Chiesa a visitare il Paese, arrivando addirittura ad ipotizzare una visita papale. E non è certamente un caso che il primo incontro tra i due leader coreani, sia giunto proprio quando a capo del gabinetto di Seoul c’era un cattolico come Kim Dae-jung. –Oggi siamo veramente ad un passo da una decisione storica: il Comitato per l’Evangelizzazione della Corea del Nord, che lavora da Seoul, potrebbe molto presto avere il permesso di lavorare anche al Nord e incontrare i nostri fedeli.- annuncia Chan Song-keun. Chi ci guadagna in tutti questi cambiamenti, o aperture, è certamente il nuovo leader nordcoreano: il “Caro Leader” Kim Jong Il. La sua figura è stata nell’ombra sino alla morte del padre, anche se Hwang Jang-yop, l’ideologo e tutore di Kim figlio, fuggito in Corea del Sud nel 1997, aveva detto che la successione era già pronta sin dalla fine degli anni Ottanta, nonostante la forte opposizione di gruppi interni alla famiglia, che preferivano a Jong Il, lo zio e fratello di Kim Il Sung, Kim Yong-ju oppure Kim Pyong Il, fratellastro del “Caro Leader”. L’esiguità di notizie su Kim Jong Il aveva creato una vera e propria letteratura fantastica sulla vita del rampollo: c’era chi lo definiva pazzo, chi invece genio; chi diceva che si divertiva a correre a 180 all’ora per le vie di Pyongyang a bordo di Ferrari investendo i passanti, chi invece affermava che amava la vita riservata. –Kim Jong Il non è nulla di tutto questo. E’ solo un uomo che sente su di sé una responsabilità enorme: quella di conservare il carisma lasciatogli dal padre e al tempo stesso il dovere di traghettare la Corea del Nord verso forme economiche più adatte al mondo odierno.- sentenzia Noriyuki Suzuki, analista politico di Radiopress un’agenzia di Tokyo che monitorizza e studia i comunicati ufficiali di Pyongyang. Il carisma non è riuscito a conservarlo, ma il potere, quello sì. E oggi sono in molti a gioire di questo Segretario di Partito, primi fra tutti gli Stati Uniti, i quali, in segno di fiducia per la politica nordcoreana, hanno tolto le sanzioni in vigore dal 1953, appoggiando anche la candidatura di Pyongyang nell’FMI e nella Banca Mondiale.
Ma per mantenere saldo il controllo del potere, a Kim Jong Il non serve solo l’appoggio internazionale. I militari costituiscono ancora il fulcro attorno a cui ruota la vita politica della nazione, che senza di essi sarebbe impossibile da governare. Così ecco che Kim deve giocare le sue carte: solo tre anni fa la Corea del Nord sembrava sul punto di implodere. Gli aiuti internazionali l’hanno salvata, consentendo al tempo stesso al Premier di contenere l’assalto dei generali. Ma per continuare a garantirsi la simpatia esterna, Kim Jong Il è obbligato a fare continue concessioni, tra cui la riduzione delle spese militari e dell’esportazioni di armi, pari a 500 milioni di USD annui. E’ chiaro, quindi, che solo una saggia e oculata amministrazione del potere, basato su un delicatissimo gioco di equilibri, di aperture e di chiusure, potrà garantire una lunga vita al “Caro Leader”. E, francamente, è ciò che tutti, nel Nord Est Asiatico, si auspicano.

© Piergiorgio Pescali

Kim Jong Il (2001)

Ricordate il 9 luglio 1994? Erano i giorni in cui a Napoli si riunivano i “Grandi” del G-7, accolti dall’allora Primo Ministro Berlusconi. Tutto era stato predisposto perché i leaders delle nazioni più potenti della terra, primo fra tutti Clinton, benedicessero la politica economica italiana, ma all’alba di quel fatidico 9 luglio, una notizia distrasse le attenzioni del mondo intero dal vertice, focalizzandole migliaia di chilometri più a est: Kim Il Sung, il padre fondatore della Corea del Nord, il “Grande Leader”, era morto il giorno precedente. Una bella sfortuna davvero per il povero Berlusconi, che si ritrovò improvvisamente senza riflettori della scena internazionale, ora puntati su un uomo di cui raramente aveva avuto modo di parlare e per di più ora defunto. –Kim Il Sung, chi era costui?- avranno pensato milioni di italiani (e forse molti stessi ministri del governo del Polo). –Kim Il Sung si è mostrato guastafeste nel morire, quasi quanto lo era stato da vivo.- scrisse stizzito sul Giornale, Alberto Pasolini Zanelli. Sullo stesso quotidiano, lo si definiva “Grande Fratello”, ridando al termine tutto il significato negativo e parossistico datogli da George Orwell (come cambiano i tempi! Oggi milioni di italiani rimangono ipnotizzati di fronte al tubo catodico al solo sentirne il nome!)
Scene di isteria collettiva, liquidate come adunate obbligatorie dalla stampa europea e americana, riempivano i teleschermi. Ma quel 9 luglio di sei anni fa, apriva interrogativi ben più pressanti: data per scontata la successione al potere di Kim Jong Il, ci si accorse improvvisamente di quanto fosse sconosciuto il “Caro Leader”. I mass media riempivano pagine di aneddoti biografici zeppi di “sentito dire” dati per certi. Così Kim Jong Il poteva essere dipinto come un alcolizzato all’ultimo stadio, che passava il suo tempo a sollazzarsi tra stupende fanciulle scandinave (chissà perché nei letti dei leaders comunisti asiatici ci sono sempre bellezze nordiche; ricordate Mao Zedong?), per poi trasformarsi all’improvviso in un genio della politica, timido e introverso, morigerato nella vita privata e disponibile ai cambiamenti sociali imposti dai tempi.
Alcuni analisti ipotizzavano anche un colpo di stato incruento all’interno del Partito da parte dei militari, che avrebbero relegato Kim Jong Il ad un ruolo secondario o addirittura subalterno ad essi.
Oggi, dopo sei anni di governo, è possibile analizzare i risultati ottenuti dalla gestione del “Caro Leader”.
-Che sono sorprendentemente positivi dal punto di vista politico.- mi dice Kim Woon-kyu, Presidente della Hyundai Engineering and Costruction, il chaebol sudcoreano presente nel Nord con un complesso turistico nella regione di Kumgang e che spera di installare nel Paese socialista i suoi stabilimenti produttivi. Il consolidamento ed il riconoscimento della leadership di Kim Jong Il a Pyongyang, non è mai stato scontato, come molti media occidentali assicuravano. Solo con un’accorta politica di avvicendamento di persone a lui fedeli nei posti chiave dell’esercito e del Partito dei Lavoratori, il Caro Leader ha potuto evitare di essere estromesso.
-Per salire i gradini del potere in un Paese come la Corea del Nord, non basta avere il pedigree di famiglia- afferma Noriyuki Suzuki, direttore di Radiopress, l’agenzia giapponese che monitorizza ed analizza tutti i dispacci e i comunicati ufficiali di Pyongyang, -La concorrenza al posto di Segretario Generale del Partito era spietata e sarebbe bastato un minimo passo falso perché Kim fosse spodestato. Un pazzo o un burocrate robotizzato non avrebbe certo potuto giocare le sue carte con oculata saggezza come ha fatto lui.-
Sulla stessa linea è il parere di uno dei maggiori analisti sudcoreani del Nord, Lee Jong Suk dell’Istituto Sejong di Seoul: -Leggendo gli articoli dei mass media occidentali sembrava che si stesse giocando una partita a scacchi tra concorrenti a cui erano rimasti solo i pedoni e Kim Jong Il, che aveva a disposizione la Regina, le Torri, i Cavalli e gli Alfieri. In realtà la successione non è mai stata sicura e sono note le divisioni all’interno della famiglia stessa di Kim Il Sung, con la potente alleanza tra la seconda moglie del Grande Leader, Kim Song Ae che premeva per favorire il suo figlio naturale, Kim Pyong Il e il fratello di Kim Il Sung, Kim Yong Ju. Il fatto che Jong Il sia riuscito a sconfiggere le opposizioni gioca a favore della sua abilità come politico.-
E’ comunque opinione di tutti gli osservatori che la Corea del Nord ha imboccato la via d’uscita dall’isolamento internazionale a cui era, volontariamente o no, relegata. Il principale catalizzatore di questa apertura è stata la carestia che per tre anni, dal 1995 al 1997, ha decimato i raccolti di grano e riso, ma non c’è dubbio che i segni premonitori del nuovo corso nordcoreano si erano già presentati mesi prima, con l’accordo nucleare con gli Stati Uniti nel 1994, che aveva garantito la fornitura di ingenti quantità di combustibile e la costruzione di nuovi reattori nucleari più moderni e sicuri.
Dalla firma di quel trattato, conclusasi poche settimane dopo la morte del padre, Kim Jong Il si è guadagnato sempre più la stima e la simpatia dei governi amici e non: ha allacciato relazioni con Giappone, Australia, Canada, USA, Italia e Sud Corea, riaperto l’ufficio di rappresentanza a Panmunjom, incontrato il Presidente sudcoreano Kim Dae-jung, organizzato gli incontri tra le famiglie divise dalla guerra. Da parte loro gli USA hanno finalmente tolto parte delle sanzioni in vigore dal 1953 ed il 30 luglio il Segretario di Stato Madeleine Albright, ha sostenuto la candidatura della Corea del Nord all’FMI e alla Banca Mondiale.
Ma basta l’appoggio internazionale per garantire al leader nordcoreano il mantenimento delle redini del governo? Se da una parte la dirigenza attualmente al vertice a Pyongyang ha bisogno di un riconoscimento esterno, dall’altro questo potrebbe volere come contropartita la diminuzione delle spese militari e dell’esportazioni di missili, esponendo Kim Jong Il al rischio di un indebolimento interno.
-E questo- dice Suh Jae Jean, Capo Analista dell’Istituto di Ricerca sull’Unificazione Nazionale di Seoul, -non è conveniente per nessuno dei Paesi che si affacciano sul Pacifico.-
Una guerra, per di più nucleare, non è ipotizzabile, ma oggi le guerre non si fanno solo con le armi.

© Piergiorgio Pescali