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S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.
IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Corea del Nord: incerto il ruolo avuto da Kim Kyong-hui nel destino di Chang Song-thaek (dicembre 2013)
Corea del Nord: incerto il ruolo avuto da Kim Kyong Hui, la moglie di Chang Song-thaek, nel destino del marito. Secondo alcune fonti Kyong Hui, generale dell'esercito nordcoreano e sorella di Kim Jong Il (padre dell'attuale leader Kim Jong Un), sembra abbia avuto un ruolo decisivo nella condanna del marito. Secondo altre, invece, ne sarebbe del tutto estranea. Kim Hyong Hui è l'ultima erede diretta della famiglia di Kim Il Sung, fondatore e presidente eterno della Corea del Nord, essendone la figlia. Dipinta dalla maggiora parte degli analisti come donna spregiudicata e ambiziosa, ha sposato Song-thaek nonostante il padre Kim Il Sung fosse contrario.
Corea del Nord: le immagini del processo di Chank Song-thaek (dicembre 2013)
Chank Song-thaek: per la prima volta la KCNA mostra le foto del tribunale che ha processato l'ex numero 2 del regime nordcoreano.
Cora del Nord: le immagini in diretta dell'arresto di Chang Song-than (Dicembre 2013)
Le immagini (Reuter/KCNA) in diretta dell'arresto di Chang Song-thaek durante la sessione parlamentare a Pyongyang. E' la prima volta che l'agenzia di stato rilascia immagini di questo tipo all'estero. Nelle immagini si vedono due guardie in uniforme avvicinarsi a Chang Song-thaek mentre lui si sta alzando. Nel successivo fotogramma Chank Song-thaek è scortato fuori dalla sessione dalle stesse guardie armate. Song-thaek sembra quasi senza forze tanto che viene sostenuto dai due agenti. Nel terzo fotogramma Kim Jong Un osserva imperterrito e senza alcuna espressione lo svolgersi della scena. Chang Song-thaek, considerato fino a qualche giorno fa una delle figure più potenti del Partito dei Lavoratori di Corea, è lo zio acquisito di Kim Jong Un, avendo sposato la sorella di Kim Jong Il.
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Immagini Reuters/KCNA
Corea del Nord: Differenze e similitudini tra Kim Jong Un e Kim Jong Il
Stessa
famiglia, stili diversi. Quando, il 27 settembre 210 Kim Jong Il presentò
ufficialmente il figlio Kim Jong Un come proprio successore, pochi lo
conoscevano e, ancor meno, erano coloro che lo reputavano in grado di mantenere
saldo il potere della famiglia Kim. In un paese dove l’anzianità è sinonimo di
saggezza e rispetto, come avrebbe potuto un giovane di nemmeno trent’anni conquistarsi
la stima reputata al padre e al nonno Kim Il Sung? Eppure Kim Jong Un è
riuscito a ritagliarsi un posto unico nella storia e nella politica del paese.
A differenza del padre, sempre molto distaccato dal popolo e più interessato
all’establishment militare, Jong Un si è immediatamente posto in empatia con il
popolo. Se la successione di Kim Jong Il era rimasta incerta per tre anni, quella
di Kim Jong Un ha forzato le tappe. Facendosi ritrarre spesso tra membri delle
forze armate ha confermando la politica son’gun
(prima i militari) del padre; immergendosi tra i contadini, nelle scuole, nelle
fabbriche si è dimostrato erede di Kim Il Sung. Poche settimane dopo la morte
del padre, la TV nordcoreana aveva già trasmesso un documentario agiografico Kim
Jong Un che, di volta in volta, cavalcava un destriero (chiaro riferimento alla
figura mitologica di Chollima), a bordo di un carro armato, di un caccia da
combattimento e mentre si divertiva ad una festa. Kim Jong Un è la sintesi dei
suoi due predecessori.
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Corea del Nord - Le riforme economiche (2013)
Il 31
marzo 2013 l’Assemblea Suprema del Popolo ha riconfermato Pak Pong Ju come
primo ministro della Corea del Nord. Pong Ju è stato uno degli artefici delle
riforme economiche che hanno rivoluzionato la società nordcoreana e la fiducia
mostrata dalla leadership indica che le trasformazioni sono apprezzate.
L’inflazione incontrollata derivata dalle riforme introdotte da Kim Jong Il nel
2002, oggi sembra essersi leggermente assestata. Le merci nei negozi statali
sono introvabili e l’amministrazione sembra aver demandato ai mercati privati
l’80% delle transazioni dei beni di prima necessità. La privatizzazione della
produzione agricola e dei mercati rafforzata nel 2009, ha permesso la nascita
di una classe media. Senza aiuti internazionali, però, la Corea del Nord non
potrà mai accedere ai finanziamenti necessari per trasformare la sua industria
e le sanzioni finanziarie imposte dagli Stati Uniti costringono il paese a
rimanere in un limbo economico da cui difficilmente si potrà districare. Pyongyang
sta quindi incentivando gli investimenti stranieri, che nel 2010 hanno
raggiunto i 1.500 miliardi di dollari riservando particolare interesse ai
conglomerati sudcoreani e alle ditte europee (oggi una trentina di aziende del
Vecchio continente ha propri impianti in Corea del Nord).
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Corea del Nord - L'arsenale missilistico (giugno 2013)
La forza militare, ed in particolare nucleare,
della Corea del Nord viene da sempre mostrata dal regime come testimonianza
delle conquiste tecnologiche e scientifiche che permetteranno alla nazione di
mantenere la propria indipendenza e, al tempo stesso, di costruire una società
tecnologicamente avanzata a vantaggio dei cittadini. La rapidità con cui il
governo libico, alleato di Pyongyang, è crollato nonostante lo stesso Gheddafi
avesse accettato di interrompere il programma nucleare in cambio di
riconoscimenti politici, ha condotto Kim Jong Un a concludere che se il leader
africano avesse mantenuto l’arsenale militare intatto, le potenze europee non
avrebbero attaccato il suo paese. Dal 2006 ad oggi, la Corea del Nord ha
condotto tre test nucleari e fonti militari statunitensi ipotizzano che il
paese abbia accumulato plutonio sufficiente per la costruzione di 6-12 bombe
atomiche. Ma un conto è possedere armi nucleari, un altro è poterle indirizzare
sui bersagli. Pyongyang non avrebbe missili testati capaci di lanciare testate
atomiche: i Taepodong-2, i più potenti missili oggi a disposizione delle forze
armate nordcoreane capaci di raggiungere le coste orientali USA, sono
estremamente vulnerabili dato che hanno bisogno di una rampa di lancio fissa e
diversi giorni (se non settimane) di preparazione prima del lancio. Tutti gli
altri missili, dai KN-02 ai Nodong, hanno un
raggio di azione relativamente corto (al massimo 1.600 km), ma
soprattutto non sarebbero in grado di trasportare una testata nucleare se non
miniaturizzata, che attualmente Pyongyang non dispone.
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Corea del Nord - Reportage II (giugno 2013)
Jeoung Min-jee e Jae-hwa
sono una coppia di sposi sulla quarantina con due figli, originari della
provincia di Nampo, sulla costa orientale della penisola coreana. Il padre di Min-jee
è un Eroe del Lavoro che, negli anni Ottanta, ha ottenuto il permesso di
trasferirsi con la famiglia nella capitale: «Siamo
stati fortunati; vivendo a Pyongyang abbiamo evitato gli anni peggiori della
carestia» spiega Min-jee, oggi collaboratore della Christian Friends of
Korea, una ONG statunitense che gestisce diversi progetti in Corea del Nord.
Parlare della carestia e delle difficoltà economiche del paese, oggi non è più
un tabù. «Anzi, il più delle volte è lo stesso governo ad ingigantire le cifre
della povertà e della malnutrizione per ottenere maggiori aiuti internazionali»
mi dice un funzionario della Croce Rossa. Il paese, già in continua evoluzione
sociale, politica e strutturale dal 2002, dopo la salita al potere di Kim Jong
Un ha accelerato il passo. Le condizioni economiche della nazione sono in
costante miglioramento: «L’emergenza è
terminata e le morti per fame sono quasi scomparse» afferma un delegato della
FAO in visita nella nazione, il quale mi ricorda che, tra il 1995 e il 2011,
Corea del Sud, Cina, Stati Uniti e Giappone hanno donato complessivamente 11,8
milioni di tonnellate di aiuti alimentari. Sempre secondo l’organismo
internazionale, nel 2011 la produzione di derrate alimentari in Corea del Nord
è aumentata dell’8,5% rispetto all’anno precedente e nel 2012 l’incremento
dovrebbe assestarsi attorno all’8%. «Nonostante
la produzione di cereali lavorati sia salita a 4,66 milioni di tonnellate, ogni
anno la nazione deve importare quasi 800.000 tonnellate di cibo per far fronte
allo spettro della fame»» mi dice Hajime Izumi, direttore del Centro di
Studi Coreani alla University of Shizuoka, in Giappone. Questa dipendenza,
pesantissima alla metà degli anni Novanta, quando il crollo del Comecon aveva
privato Pyongyang degli aiuti garantiti dai paesi socialisti, è andata mano a
mano riducendosi, ma ha costretto Kim Jong Il a diminuire, e poi ad
interrompere, la distribuzione delle razioni di cibo. Una vera rivoluzione
nella vita dei nordcoreani che, per la prima volta dalla fondazione della
nazione, si son dovuti ingegnare nel cercare altre fonti di sostentamento. Il
denaro, praticamente inutile visto che tutto (dal cibo ai vestiti, dalle
abitazioni ai servizi sociali) veniva garantito e distribuito dallo stato, cominciò
ad acquisire importanza ed oggi almeno il 75% del salario medio di una famiglia
nordcoreana proviene dall’economia privata. Non è facile accorgersene, ma in
ogni quartiere di Pyongyang e in ogni città della Corea del Nord oggi sono
stati aperti ristorantini e birrerie gestite privatamente da famiglie. Poco
distante dalla stazione ferroviaria, in una traversa di Chollima Street, la
famiglia Son gestisce, con un certo successo, un locale frequentato da
residenti. Con 5 euro mangio pulgoki (carne
alla brace), raengmyeon (una sorta
zuppa di capelli d’angelo con verdure) e dolce. «Quasi tutti i giorni il ristorante è pieno» afferma con orgoglio
Gum-sun, la proprietaria del locale. Come lei, migliaia di famiglie hanno
oramai intrapreso attività in proprio grazie alla fitta rete di commerci, più o
meno leciti, con il mercato cinese. In ogni città nordcoreana oramai esistono
due mercati paralleli: i jangmadang, quelli
ufficiali, e i golmokjang, non
riconosciuti dalle autorità, ma da esse tollerati. E’ in questi ultimi che si concludono
la maggior parte degli scambi commerciali. A Sinuiju, al confine con la Cina,
il golmokjang Chaeha-dong, aperto
dopo le riforme economiche del 2002, si è ingrandito talmente che nel 2013 è
stato trasferito in periferia ed ora si estende su un’area doppia rispetto al
precedente. «Mercati come questo sorgono
in ogni città al confine con la Cina e si stanno espandendo anche nelle
province interne» afferma Fu Xue, una commerciante cinese che trascorre
quasi tutto il suo tempo lungo il confine sino-coreano vendendo mercanzia ai
nordcoreani. «Un tempo ero io a imporre
il prezzo, oggi i coreani trattano e il guadagno si assottiglia». Un segno,
questo, che l’economia di mercato sta insinuandosi nella mentalità dei
nordcoreani.
Gironzolo tra i tavolini
che espongono piccoli elettrodomestici, scarpe, vestiti e, naturalmente, un
assortimento incredibile di alimentari. Tutto viene pagato in yuan o in
dollari. Un chilo di riso costa sui 5 yuan, pari a 6.500 won, quasi quanto lo
stipendio mensile di un impiegato nordcoreano che, in media, guadagna 7.000 won,
equivalenti a 51 dollari al cambio ufficiale, ma che crollano a soli due
dollari al mercato nero. «Kim Jong Un ha
reintrodotto la distribuzione delle razioni» spiega Kim Yong-bin,
funzionario del Dipartimento Internazionale del Partito del Lavoro Nordcoreano,
che continua: «Attualmente il 40% della
popolazione riceve razioni sufficienti, ad altri vengono date due o tre volte
l’anno, ma speriamo, nel giro di poco tempo, di estendere la distribuzione a
tutto il popolo in modo che i coreani non debbano ricorrere a commerci privati
per poter soddisfare le proprie necessità». La dichiarazione di Yong-bin dimostra
non solo quanto stia cambiando l’atteggiamento del governo nei confronti dei
propri cittadini, ma anche il riconoscimento di un’economia alternativa
protocapitalista sempre più rilevante che va di pari passo con un allentamento
del controllo sociale. Praticamente ogni famiglia nordcoreana possiede un
lettore DVD e, nonostante sia formalmente proibito, i telefilm e le soap opera
sudcoreane sono un bestseller nei mercati. E con l’avvento dei telefonini (si
calcola che tra 1,5-2 milioni di nordcoreani abbiano un cellulare) e di
internet, il governo ha praticamente smesso di censurare le notizie provenienti
dall’estero. «Ormai più nessuno in Corea
del Nord crede che nel Sud si muoia di fame e si viva peggio che al Nord»
spiega un nordcoreano che viaggia spesso all’estero per lavoro. La propaganda,
un tempo incentrata a biasimare la dittatura sudcoreana e a dipingere un
governo che opprimeva ed osteggiava la volontà di riunificazione espressa dal
popolo (il che era vero fino alla fine degli anni Novanta), oggi è praticamente
scomparsa dai media nordcoreani, semplicemente perché è chiaro che non sarebbero
più creduti.
La diffusione delle
notizie, ha permesso anche di creare una sorta di social-community,
incoraggiando singoli cittadini a muovere critiche contro le autorità locali. Se
un tempo il governo centrale avrebbe semplicemente ignorato o, peggio,
considerato le accuse come un atto di offesa al regime, oggi queste vengono
perlomeno tollerate e, a volte, ascoltate. Numerose commissioni d’inchiesta
hanno verificato la fondatezza delle denunce e gli amministratori sono stati
sollevati dal loro incarico. Del resto non è più possibile nascondere alcune
evidenti realtà: a Pyongyang arrivano continuamente uomini d’affari che nei
fine settimana giocano a golf, il mastodontico hotel Ryugyong, iniziato negli
anni Ottanta e abbandonato per due decenni, è oggi un hotel di lusso gestito
dalla catena tedesca Kempinski, mentre a Rason i cinesi giocano d’azzardo nel
casinò dell’Emperor Hotel, dove una camera costa 500 dollari a notte. Solo una
decina d’anni fa tutto questo sarebbe stato bollato come esempio di decadimento
della società capitalista.
Le aperture volute da Kim
Jong Il e accelerate dal figlio hanno avuto ripercussioni anche sui diritti
umani. Sebbene le organizzazioni preposte al loro controllo continuino ad
accusarne il deterioramento, le evidenze dei fatti mostrano un segnale in
controtendenza. Da una quindicina d’anni, infatti, le condanne non sono più
collettive o famigliari, bensì individuali. Questo ha portato le autorità a
punire il singolo cittadino, mentre la sua famiglia, un tempo trasferita assieme
al colpevole nei campi di rieducazione, oggi continua a rimanere libera anche
se soggetta a restrizioni (trasferimenti coatti, lavori socialmente meno ambiti
e retribuiti, proibizione di vivere e frequentare le città).
In questa terra, la Corea
del Nord non è certamente il migliore dei mondi in cui vivere, ma non è neppure
il peggiore.
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Corea del Nord: Reportage (Giugno 2013)
L’ennesima guerra mancata nella penisola coreana ha visto
vincitori entrambe i principali protagonisti: Corea del Nord e Stati Uniti. La
prima ha ottenuto il riconoscimento di unica potenza nucleare e militare in
grado di impensierire Washington, la seconda è riuscita a cogliere l’occasione
per dislocare il sistema missilistico che Mosca e Pechino tanto avevano
osteggiato e che, per ragioni diplomatiche, non era mai riuscita a far
accettare al Giappone.
La Cina è, naturalmente, furiosa con Pyongyang per questa mossa
che le è costata la supremazia militare nella regione.
E Pyongyang sa bene che, dopo le condanne cinesi ai test
nucleari e l’approvazione delle sanzioni invocate dall’ONU, non può più fidarsi
ciecamente del vicino. Così, il paese sta cercando di diversificare i propri
partner commerciali guardando ad ovest, in particolare all’Iran, al Pakistan e
all’Europa. La dipendenza nordcoreana dalla Cina è pesantissima: nel 2012 il
70% del commercio totale di Pyongyang, stimato attorno agli 8 miliardi di
dollari, era rivolto alla Cina. Due anni prima era del 57%. Per contro, stanno
aumentando considerevolmente le transazioni con la Corea del Sud, che hanno raggiunto
gli 1,97 miliardi di dollari. In particolare Pyongyang ha importato merci dal
Sud pari a 896 milioni di dollari (il 13,4% in più rispetto al 2011),
esportando verso Seoul 1,07 miliardi di dollari (il 19,3% in più rispetto al
2011). Un segno, questo, che testimonia, più di quanto facciano le
dichiarazioni dei governi di Kim Jong Un e di Park Geun-hye, quanto stia
cambiando l’atteggiamento reciproco di Pyongyang e Seoul.
I media nordcoreani, un tempo infarciti di propaganda
antisudcoreana, oggi hanno sensibilmente smorzato i toni: «Sono ormai moltissimi i nordcoreani che sentono le notizie ascoltando programmi
radio provenienti dalla Corea del Sud e osservano la vita quotidiana del sud
guardando dvd sudcoreani e cinesi» mi dice Jane Kim, coordinatrice della
ONG East West Coalition, che continua: «Oramai
le notizie possono arrivare senza il filtro della censura ed il governo sa che,
continuando a dipingere una Corea del Sud povera socialmente ed economicamente,
perderebbe solo la propria credibilità. Quindi ha semplicemente deciso di
evitare di parlarne».
Sebbene sia formalmente proibito ascoltare programmi trasmessi
dall’estero e guardare video non approvati dal governo, le autorità chiudono
due occhi, ben sapendo che è oramai impossibile arginare l’inondazione di
flussi mediatici e commerciali dall’esterno. Ogni città della nazione ha uno o
più mercati golmikjang, i mercati non
ufficiali, ma tollerati dal governo, che permettono ai privati di vendere merci
proprie. A Hyesan, lungo il confine settentrionale con la Cina, la guida mi permette
di visitarne uno. A differenza di Sinuiju, la principale città nordcoreana posta
sulla frontiera con la Cina, dove le autorità locali hanno raddoppiato gli
spazi destinati ai golmikjang, qui le
bancarelle sono assiepate l’una con l’altra, ma i prodotti esposti ed i prezzi
(tutti in yuan o in dollari) sono simili: un paio di scarpe costa 250 yuan, un
paio di pantaloni 80, un soprabito 200 yuan. Il settore riservato agli
alimentari è quello più nutrito. Il ripristino della distribuzione alimentare
voluto da Kim Jong Un nel gennaio 2012 ha, fino ad ora, interessato solo il 40%
della popolazione. «Sono soprattutto alti
funzionari di partito, coloro che abitano nelle città, famiglie di poliziotti,
di militari e operai che lavorano nei complessi legati alle Forze Armate» spiega
un dirigente della FAO, in visita a Pyongyang. E’ lui stesso ad ammettere che
la situazione economica del paese sta migliorando costantemente dal 2002,
nonostante la Corea del Nord abbia necessità di ricevere annualmente almeno
800.000 tonnellate di cibo per scongiurare la fame. «Il maggior donatore di aiuti alimentari a Pyongyang è Seoul, che, in
16 anni, dal 1995 al 2011, ha spedito al nord 5 milioni di tonnellate di aiuti,
seguita dalla Cina, con tre tonnellate e dagli Stati Uniti, 2.400.000
tonnellate». Paradossalmente è proprio il governo nordcoreano a sciorinare
dati più negativi di quanto sia la realtà. «E’
un espediente per ottenere più aiuti, ma il miglioramento delle condizioni di
vita dei nordcoreani è ormai troppo evidente per poter continuare a giocare al
ribasso» afferma un impiegato della Croce Rossa. Sacche di malnutrizione
esistono ancora, ma la morte per fame, che nella seconda metà degli anni
Novanta aveva mietuto almeno 600.000 vittime, oggi è scongiurata.
E’ proprio da quella pesantissima crisi, che la società
nordcoreana ha cominciato a cambiare nel suo interno: l’interruzione della
distribuzione alimentare, colonna portante dell’economia sociale del paese, ha
costretto i coreani a cercare altre forme di sussistenza, trovandole nel
denaro. Oggi il 75% delle entrate di una famiglia media, proviene da forme di
economia privata. In ogni città del paese fioriscono ristorantini, bar, negozi
a gestione famigliare. A Wonsan ne frequento uno, particolarmente alla moda:
una birreria dove giovani e anziani si radunano giocando a ping pong. Qui si
discute, si guarda la televisione, si parla al telefonino con gli amici e, a
volte, si continua la conversazione nel vicino ristorante dove, per 3-5 euro, si
possono assaggiare piatti giapponesi cucinati con ingredienti provenienti dalle
bancarelle dei golmikjang. Chiedo
come possono, con lo stipendio che guadagnano, permettersi tutto questo. Un
impiegato nordcoreano riceve in media 7.000 won al mese, una bella cifra se il
cambio ufficiale di 135 won per dollaro fosse quello reale. In realtà i 7.000
won si riducono a soli due dollari con il cambio del mercato nero. E visto che
gli scaffali dei negozi statali, dove un chilo di riso costerebbe solo 44 won
al chilo, sono spesso vuoti, i nordcoreani devono rivolgersi ai mercati
privati, dove lo stesso chilo di riso costa tra i 4.000 ed i 6.000 won.
Eppure in molte parti della Corea del Nord, il guadagno medio di
una famiglia è di 100.000 won al mese. Come è possibile? «Semplice» mi risponde una ragazza nordcoreana che lavora come
aiuto cameriera in un ristorante privato: «ci
siamo ingegnati e abbiamo sostituito lo stato dove questo non arrivava».
Così un piccolo commerciante che ha la possibilità di gestire un negozio di
alimentari, riesce anche a guadagnare tra i 300 ed i 500 dollari al mese e la
cameriera riesce a portare in famiglia quasi 50 dollari. Si spiega così anche
il proliferare di telefonini, molti dei quali Nokia e Apple, utilizzati da
quasi due milioni di nordcoreani. «In
teoria non sarebbe possibile effettuare chiamate all’estero, ma chi abita al
confine con la Cina o chi lavora a Kaesong non ha problemi ad utilizzare linee
internazionali. Così le notizie trapelano e si diffondono in poche ore in tutto
il paese» sostiene un diplomatico occidentale residente a Pyongyang il
quale, però, conferma la difficoltà che hanno analisti e politici nel seguire
le vicende interne del Partito dei Lavoratori di Corea: «E’ una cortina impenetrabile e solo pochissime persone sono a
conoscenza di ciò che avviene nel suo interno».
Lo sa bene Alejandro Cao de Benòs de Les y Peres, lo spagnolo
delegato speciale del Comitato per le Relazioni Culturali, che il 18 settembre
2010, in una lettera indirizzata a El Mundo affermava che «Kim Jong Un è totalmente sconosciuto sia dalla popolazione che dalle
autorità della RPD di Corea. In 18 anni di lavoro non ho mai visto una foto o
letto alcunché su di lui. Se esistesse, non sarà mai accettato dal popolo o
dall’esercito».
Il 27 settembre, nove giorni dopo la lettera di Alejandro, Kim
Jong Un venne ufficialmente presentato come successore di Kim Jong Il. E,
naturalmente, venne immediatamente acclamato dal popolo e dall’esercito.
La giovane età e l’esperienza scolastica passata in Svizzera,
fanno di Kim Jong Un un leader su cui riporre ottime speranze per il futuro
della Corea del Nord. I suoi discorsi, molto diversi da quelli del padre, sono
più rivolti al popolo che all’apparato. Più volte ha approfittato delle
telecamere e della radio per rimproverare amministratori per lo scarso impegno
profuso nel loro lavoro arrivando, a volte, a sollevarli dal loro incarico. La
corruzione che coinvolge i funzionari, specialmente nelle amministrazioni
provinciali e comunali, è ormai endemica e Kim Jong Un sta cercando di
convincere il popolo a denunciare gli abusi. Viceversa ha dato prova di
conoscere lo stato di povertà in cui versano molte regioni della Corea del
Nord, impegnandosi nel migliorare le loro condizioni economiche e sociali
aprendo il paese a nuove riforme.
Anche nel campo dei diritti umani la situazione, da una
quindicina d’anni, sta migliorando: la colpa di un cittadino nordcoreano un
tempo coinvolgeva tutta la famiglia che veniva inviata ai campi di
rieducazione; oggi, invece, rimane circoscritta all’accusato. E se prima il
dissenso politico veniva punito con l’accusa di tradimento, oggi da più parti
cominciano a levarsi critiche, anche se non dirette contro la leadership della
famiglia Kim. In alcune province si sono anche organizzate proteste popolari
che dimostrano quanto incisivi siano i cambiamenti in atto nel paese. Kim Jong
Un ha ereditato dal padre una Corea del Nord in fase di transizione. Spetterà a
lui il compito più difficile: quello di traghettare la Corea del Nord verso un
sistema economico e sociale più stabile.
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Corea del Nord: intervista di Radio Vaticana a Piergiorgio Pescali sulla situazione nordcoreana (9 aprile 2013)
Nuovo
monito dell’Onu nei confronti della Corea del Nord invitata ad
astenersi da “ulteriori misure provocatorie”. Ieri Seul ha
affermato che non è “imminente” un test nucleare di Pyongyang,
mentre sembra certo il ritiro di tutti i lavoratori nordcoreani –
oltre 53mila - dall’aerea industriale di Kaesong. Sarebbero 13 le
aziende sudcoreane che hanno già fermato le loro attività. Intanto
il presidente russo Putin ha sottolineato che c’è un rischio
nucleare ed ha detto di essere preoccupato per l'escalation della
situazione. Un Paese in preda all’isolamento, governato da un
leader giovanissimo, Kim Jong-un, diviso tra una formazione
occidentale ed un entourage di generali del vecchio regime. Salvatore
Sabatino ne ha parlato con Piergiorgio Pescali, uno dei pochi
giornalisti che dal 1996 ha accesso alla Corea del Nord:
R. –
Lui ha studiato in Svizzera, conosce le regole del mercato mondiale e
anche del mercato capitalista e vuole inserire parte di queste regole
all’interno della società nord-coreana. Parzialmente c’è già
riuscito.
D.
– Partendo da questi presupposti, ci troviamo di fronte ad un
leader piuttosto moderno, eppure in questi giorni la Corea del Nord
sta vivendo una fase molto complicata a livello internazionale
proprio perché minaccia il mondo con questo attacco nucleare…
R.
– Proprio questa sua giovinezza lo porta ad avere poca autorità
nella leadership. Kim Jong-un deve oggi fare i conti con la potente
lobby dei generali nord-coreani, coloro che detengono il reale potere
all’interno del Paese. Questi generali, che si rifanno
all’ideologia originale di Kim Il Sung, il padre fondatore del
Paese, rappresentano la fazione più conservatrice; hanno poca
dimestichezza col mercato e contatti limitati con l’esterno.
D.
- Però un atteggiamento del genere rischia poi di provocare una
chiusura ancora maggiore?
R.
– Potrebbe portare ad una maggiore chiusura della nazione, ma
potrebbe anche succedere il contrario, così come è accaduto nel
passato. Non è la prima volta che la Corea del Nord minaccia un
attacco convenzionale o nucleare verso i vicini. La novità, semmai,
questa volta è la minaccia di un attacco nucleare direttamente sul
territorio statunitense. Però, fino a questo momento, dopo le
minacce sono sempre seguite aperture ed un ammorbidimento da parte
del regime nord-coreano seguite da un’apertura da parte della Corea
del Sud, del Giappone, degli Stati Uniti, verso nuovi negoziati.
D.
– E’ la prima volta, però, che la Cina prende le distanze; lo fa
in maniera netta. Sembra quasi che questa alleanza di ferro si sia
rotta...
R.
– Sembra che si sia interrotta anche perché la Cina sta cercando
di coinvolgere sempre di più gli Stati Uniti all’interno di un
meccanismo economico e politico internazionale che la vede ormai
attore protagonista. Pechino sta cercando di capire il meccanismo
delle nuove idee politiche ed economiche del mercato globale e la
Corea del Nord, in questo contesto, è un fardello che la Cina si
deve portare. Infatti, non è un caso che Pyongyang ultimamente stia
guardando con molta più attenzione verso Mosca piuttosto che verso
Pechino.
D.
- Tu sei uno dei pochi giornalisti che dal ’96 ha avuto accesso
alla Corea del Nord, questo Paese che è sconosciuto alla maggior
parte della popolazione mondiale. La Corea del Nord oggi che Paese
è?
R.
– Oggi è un Paese in fase di trasformazione. E’ una
trasformazione velocissima, tanto è vero che chi entra nel Paese non
fatica a vedere cambiamenti tangibili all’interno della società
nord-coreana. Ci sono nuove costruzioni, nuove strade, nuove
fabbriche, nuovi atteggiamenti sociali da parte della popolazione.
All’inizio la popolazione era restia a parlare con gli stranieri,
ora invece è molto più aperta, più desiderosa di capire ciò che
sta avvenendo al di fuori della Corea del Nord, anche se ci sono
forti limitazioni.
Testo
proveniente dalla pagina
http://it.radiovaticana.va/news/2013/04/08/nuovo_monito_dellonu_alla_corea_del_nord:_astenersi_da_nuov/it1-680746
del sito Radio Vaticana
Corea del Nord: Intervista di Maria Acqua Simi a Piergiorgio Pescali sulla situazione nordcoreana (pubblicata sul Corriere del Popolo)
Da settimane la Corea del Nord minaccia attacchi missilistici contro la Corea del Sud e il suo principale alleato, gli Stati Uniti. Il Paese anche in passato ha alzato volutamente i toni, solitamente per motivi di propaganda e per mantenere unito il proprio popolo - che deve affrontare un’estrema povertà – contro un nemico comune. Secondo diversi analisti non ci sono pericoli imminenti e la possibilità di un vero e proprio attacco su larga scala del regime di Kim Jong-un sembra essere poco probabile. Ne abbiamo parlato con PierGiorgio Pescali, giornalista italiano esperto di Asia e uno dei pochi dal 1996 ad avere accesso alla Corea del Nord.
Quanto sono credibili le minacce di Pyongyang?
Molto poco. Non è certo la prima volta che il regime nordcoreano usa il deterrente militare in chiave anti-giapponese o sudcoreana. La novità, questa volta, è che hanno minacciato direttamente gli Stati Uniti. Ma come è accaduto sempre in passato, le aggressioni verbali arrivano dopo le tensioni interne al regime...
Di quali tensioni stiamo parlando?
Di tensioni sociali ed economiche. E di un conflitto tra il giovane leader Kim Jong-un e i generali dell’Esercito nordocoreano, che sono i veri conservatori del Paese. Kim Jong-un è uno dei leader paradossalmente migliori che Pyongyang potesse trovare: ha studiato in Svizzera, conosce le leggi del mercato e anche per questo negli ultimi mesi ha approvato delle aperture sociali impensabili durante il regno del padre.
Ha abilitato internet, in certi hotel della capitale sono state autorizzate antenne paraboliche che trasmettono canali televisivi internazionali come la “CNN” e ha persino introdotto l’utilizzo dei cellulari.
Certo, registrati e per chi se lo può permettere, ma ci sono. Queste aperture hanno fatto sì che la leadership militare storcesse il naso. Due settimane fa, le agenzie di stampa avevano addirittura parlato di un viaggio di Kim Jon-un a Washington: un fatto inaccettabile per i militari. Così, per mantenere la sua posizione di leader, messa in discussione dai vertici dell’Esercito, l’erede di Kim Jong-il ha minacciato Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. Lo ha fatto per compensare le mancanze ideologiche che sono venute a crearsi con le sue aperture «occidentali». Kim Jong-un deve trovare un equilibrio tra i poteri che ci sono all’interno dell’Assemblea del Popolo. Non è il padrone assoluto della Corea come si vorrebbe credere. Deve scontrarsi con i generali...
Cosa vuole ottenere? E soprattutto, militarmente quanto realmente sarebbero efficaci?
La Corea del Nord è poverissima rispetto al Sud: non ha petrolio, nè risorse naturali. L’esercito non è così forte come sembra: viaggiando nel Paese si notano, è vero, decine di posti di blocco militari. Ma i camion dell’esercito sono fermi per le strade per l’assenza di carburante, gli aerei militari restano a terra perché su 100 velivoli disponibili, solo 30 funzionano. Su tre test missilistici realizzati nei mesi scorsi, due hanno fallito. E dubito che anche un solo razzo nordcoreano sia veramente in grado di varcare i confini del Paese. L’esercito di Seul è tecnologicamente molto superiore, e soprattutto supportato dagli Stati Uniti. A Pyongyang non sono così ingenui da non sapere che scatenare una guerra vorrebbe dire essere distrutti.
Torniamo alle minacce dell’uso di armi atomiche. Cosa spera di ottenere dai ‘‘nemici’’ Kim Jong-un?
Aiuti. Finanziari, economici, alimentari. Il Paese è allo stremo ma non ha merci di scambio con l’estero. Così sceglie la minaccia militare come unica opzione valida e conosciuta per ottenere qualcosa. Anche in passato, dopo l’escalation, i colloqui di Pyongyang con USA, Giappone, Cina e Seul sono ripresi. E qualche aiuto è arrivato...
Qualcuno ha parlato di penisola coreana unita, come prima della Grande Guerra del 1950. Ipotesi credibile?
Assolutamente no. Nessuno vuole una penisola coreana unita. E del resto sarebbe una cosa impossibile da realizzare. Pensate a quanta fatica ha fatto la Germania dell’Est a ricongiungersi con quella dell’Ovest... il Pil di Seul è 50 volte quello di Pyongyang: un divario immenso da colmare che rende difficile un’unificazione economica e politica.
La Corea del Nord ha parlato di un’unificazione di tipo federale, cioè con una sorta di area di libero scambio per le merci e meno limitazioni per la circolazione delle persone. Ma nulla più. Unificare vorrebbe dire anche vedere milioni di nordcoreani fuggire a Seul o a Pechino. Un’ipotesi che non fa piacere alla Cina, ovviamente...
Dice fuggire perché resta il fatto che la Corea del Nord non è il paradiso: la libertà di stampa a che punto è? E che mi dice dei lager nel Nord del Paese?
Diciamo che i diritti umani non sono in cima all’agenda del regime. Tra i media vige ancora la censura, anche se qualche apertura c’è stata negli ultimi mesi con l’accesso a internet (a siti d’informazione cinese o giapponese perlopiù). I lager ci sono, ma le uniche notizie che abbiamo vengono da chi è fuggito da queste vere e proprie città, non mappate, dove si stima vivano almeno 200mila persone in condizioni proibitive e terribili.
Per leggere l'intervista online http://www.gdp.ch/articolo.php?id=4751
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