Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

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S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

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FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

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USA 2016: The wars and Democrats Vs Republicans


USA: DEMOCRATS VS REPUBLICANS = TALKS VS WARS? (segue versione in italiano)

USA: DEMOCRATICI CONTRO REPUBBLICANI = DIALOGO CONTRO GUERRA?

Are we sure Democrats in USA are less warlike than Republicans?
 Korea War (1950-53), the first war in the post-World War II era, was led by the Truman Administration (1945-1953).
The successor of Truman, Eisenhower (Republican, 1953-61) play a role in the Lebanon war in 1958.
Kennedy (president from 1961-63), considered an icon of peace and democracy in USA and in the world, was the president who almost brought the world into the WW III organizing the disastrous Bay of Pigs (1961). During his presidency the American troop started to be sent to Vietnam.
It was another Democrat (Johnson, president from 1963 until 1969) that decide to escalate the Vietnam War. Additionally he sent US troops to Simba (Congo) in 1964 and to Dominica Republic during the civil war (1965-1966)



The “right wing” Republican president Nixon (1969-1974), remebered by many as the Vietnam war’s president, only inherited the Kennedy-Johnson policy in Vietnam. Instead he was the president who managed to close the South East Asian war with a peace dealing. He was also the president that brought back socialist Mao Zedong’s China into international scene with the famous ping-pong policy.
The Vietnam war’s humiliation kept Republican Ford’s administration (1974-1977) in a stand-by mode. It was again a Democrat (Carter, 1977-1981) who engaged a new war  at Shaba, Zaire, in 1978.
Since Eighties, the role of US military interventions in the world grow up in an exponential factor.
The twelve years of Republican administration (Reagan 1981-1989 and Bush Sr 1989-1993) witnesses a new dramatic escalation of US intervention. During Reagan presidency US military were sent to Lebanon (1982-1984), Grenada (1983) and Iran (1987-1988).
Bush Senior decided to intervene in Panama affair (1989-1990), Gulf War (1990-1991) and Somalia (1992-1995).
Was a Democratic president (Clinton) who brought the US  military intervention into Europe (Bosnia, 1994-1995 and Kosovo, 1998-1999). Before that US Forces were sent to Haiti (1994-1995).
Following the September 9/11 Republican Bush Junior engaged new disastrous wars in Afghanistan (2001-2014), Iraq (2003-2011) and Pakistan (2004 - ongoing).
In its two long presidency terms, Democrat Obama, Peace Nobel Price, made it worse, if possible, with the complicity of Hillary Clinton: the Lybia and Syria interventions (2011 – ongoing) destabilized more than ever the Middle East and Mediterranean area, contributing to germinate and generate the ISIS’ movement. Moreover, Obama decided to revamp the Afghanistan war.

Copyright ©Piergiorgio Pescali




USA: DEMOCRATICI CONTRO REPUBBLICANI = DIALOGO CONTRO GUERRA?

Una donna alla presidenza USA, per di più democratica, è garanzia di un cambiamento della politica USA all’estero? Siamo davvero sicuri che Hillary Clinton sia meglio di Trump?
E ancora, siamo certi che i Democratici siamo meno guerrafondai dei Repubblicani?
Da una rapida scorsa alla successione di eventi dal dopoguerra ad oggi non sembra che l’equazione Repubblicani=guerra Democratici=dialogo sia così lineare.
L’intervento statunitense nella Guerra di Corea (1950-1953), il primo conflitto internazionale dopo la fine della II Guerra Mondiale, fu deciso dall’amministrazione democratica Truman (1945-1953).

Hillary Clinton and Donald Trump (foto CNN)


Il suo successore, il repubblicano Eisenhower, giocò le sue carte nella guerra del Libano, nel 1958.
I due anni di presidenza di Kennedy (presidente dal 1961 al 1963), considerato un’icona di pace e democrazia negli Stati Uniti e nel mondo, furono tra i più disastrosi: nel 1961 l’operazione della Baia dei Porci a Cuba si concluse con un’operetta degna di Topolino, ma portò il mondo sull’orlo della Terza Guerra Mondiale. Fu ancora l’amministrazione Kennedy a inviare i primi soldati statunitensi nel Vietnam.
Il lavoro iniziato da Kennedy fu portato a termine dal suo successore Johnson (anche lui democratico, presidente dal 1963 al 1969), responsabile dell’escalation nel Sud Est Asiatico.
Accanto all’intervento in Asia, Johnson ordinò alle truppe USA di agire a Simba (Congo) nel 1964 e nella Repubblica Dominicana, durante la guerra civile nel 1965-1966.
Il presidente di “destra” Nixon (la x veniva spesso sostituita con una svastica), repubblicano (1969-1974), ricordato dai più come il presidente della guerra del Vietnam, ebbe l’ingrato compito di ereditare la politica di Kennedy-Johnson. Fu lui, invece, a concludere i colloqui di pace nel Sud Est Asiatico e a estrarre, seppur a fatica, gli USA dal pantano asiatico. Ma Nixon fu anche il presidente che riuscì a riportare la Cina socialista di Mao Zedong nella scena internazionale, con la famosa politica del ping-pong.
L’umiliazione vietnamita (nome inadeguato, dato che la guerra si era nel frattempo allargata in Laos e in Cambogia) mantenne l’amministrazione repubblicana di Ford (1974-1977) in uno stato di stand-by.
Fu di nuovo un democratico, Jimmy Carter (1977-1981), che ingaggiò, come prova generale per un nuovo corso di politica internazionale, truppe statunitensi in un intervento estero, a Shaba (Zaire), nel 1978.
Dagli anni Ottanta il ruolo militare di Washington è aumentato con frequenza e distruzione esponenziale.
I dodici anni di presidenza repubblicana (Reagan 1981-1989 e Bush Senior 1989-1993) sono stati testimoni di una nuova drammatica escalation mondiale. L’amministrazione Reagan inviò truppe in Libano (982-1984), a Grenada (1983) e in Iran (1987-1988).
Bush Senior decise di intervenire nel Panama affaire (1989-1990), in Somalia (1992-1995) e ingaggiò la Guerra del Golfo (1990-1991).
Fu comunque un presidente democratico (Clinton), che riportò gli interventi militari statunitensi in Europa per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale. Bosnia (1994-1995) e Kosovo (1998-1999) furono i nuovi teatri delle battaglie ingaggiate dal marito dell’attuale candidata democratica alla presidenza USA.
Nello stesso periodo della guerra di Bosnia, le truppe statunitensi vennero spedite anche ad Haiti.
Dopo l’11 settembre 2001 il repubblicano Bush Junior iniziò una serie di nuove disastrose guerre in Afghanistan (2001-2014), Iraq (2001-2011) e Pakistan (dal 2004, ancora in atto).
Nei suoi due mandati presidenziali, il Premio Nobel per la Pace sulla fiducia, il democratico Barak Obama, ha fatto anche di peggio con la complicità di Hillary Clinton: gli interventi in Libia e Siria, iniziati nel 2011 e ancora in atto, hanno destabilizzato più che mai il Vicino Oriente e l’area mediterranea, contribuendo a germinare e generare mostri pseudo ideologici e politici come l’ISIS.
In più, come se i danni fatti non bastassero, Obama ha rinvigorito la guerra in Afghanistan, un altro bubbone di cui il mondo avrebbe fatto volentieri a meno.

Copyright ©Piergiorgio Pescali









L'importanza della comunicazione - La politica di un piccolo comune italiano

Ho iniziato a fare i primi passi nel mondo giornalistico come corrispondente locale per un giornale di provincia. Erano i tempi in cui la bergamasca era feudo democristiano e il comune che seguivo era una roccaforte scudocrociata. Frequentavo interminabili e inconcludenti consigli comunali in cui prolissi e presuntuosi consiglieri proferivano incomprensibili, interminabili, sonnolenti e inconcludenti interventi.

Cologno al Serio (BG) Foto ©Comune di Cologno al Serio

Boria e superbia erano le caratteristiche principali di questi politici nostrani. Chiedere interviste o delucidazioni era praticamente impossibile, verificare i documenti era un ostacolo pressoché insormontabile. Il comune era blindato, un forte gestito in forma privatistica da un’armata brancaleone.
Trasparenza e comunicazione erano parole aborrite da questi mercenari della politica. Più volte venni chiamato in comune (“per comunicazioni urgenti”, c’era scritto sulle lettere) al fine di “rendere conto” degli articoli che scrivevo. La maggioranza delle “comunicazioni urgenti” vertevano sul numero di volte che negli articoli era citato un consigliere comunale rispetto a questo o quell’amministratore di giunta. Da bravi scolaretti elementari i nomi incriminati erano diligentemente segnati in rosso. Si era citato tre volte questo consigliere, ma solo due volte il sindaco, perché non fosse mai che il primo cittadino perdesse il primato di citazioni anche negli articoli. Tale era il degrado della politica.
Poi passai ai reportage internazionali, e mi si aprì un altro mondo: paradossalmente trovai tutto molto più semplice e gratificante. Dai miseri politici comunali targati Democrazia Cristiana passai agli uffici del primo ministro giapponese, alle case private dei premi Nobel, agli studi dei presidenti o ai nascondigli dei leader guerriglieri. A differenza di quanto succedeva nel piccolo paese di provincia, le porte erano quasi sempre aperte. Ogni volta che veniva pubblicato un articolo, fosse anche critico nei confronti dell’intervistato, arrivava puntuale il ringraziamento accompagnato da cortesi precisazioni e l’invito a nuove interviste o semplici visite di cortesia.
Era chiaro il divario che esisteva tra la politica dei piccoli tronfi amministratori italiani e quella degli altri Paesi; è soprattutto grazie a questi spocchiosi politici se l’Italia è oggi bistrattata e si trova alla periferia di tutto.
Qualcosa, però, sembra stia cambiando. La festosa e auspicata morte della Democrazia Cristiana ha segnato una svolta nella politica comunale. Passato il lungo periodo di transizione, che ha visto la Lega Nord al potere per diverse amministrazioni e che, almeno all’inizio, ha segnato un diverso approccio dei politici verso gli amministrati, ora tocca ad una lista civica governare il comune.
E, sebbene siano passati solo cinque mesi dal suo insediamento, i cambiamenti sono evidentissimi.
Alla tracotante gerontocrazia democristiana (che reputo essere stata il livello più degradante a cui si è abbassata la politica locale) e al populismo leghista, si è passati finalmente ad una nuova fase politica, più aperta, meno demagogica, più pragmatica, ma, soprattutto, più aperta al cittadino.
Un gruppo di giovani entusiasti e capaci che, nell’immensa ignoranza ideologica generata dalla caduta del muro di Berlino, vengono considerati di sinistra se non addirittura comunisti (ma che di comunista non hanno nulla, neppure il passato).
Gente di diversa estrazione sociale e politica, dai grillini ai democratici (e non escludo vi siano leghisti, simpatizzanti di Forza Italia o dell’estrema destra).
In pochi mesi hanno saputo gestire diversi canali di comunicazione con la popolazione, aprendosi al confronto e al dialogo. Prova ne è che le assemblee sino ad ora indette su argomenti disparati (l’ultima sulla raccolta differenziata dei rifiuti, che in questo probo e “virtuoso” paese bergamasco è ferma al 40%) registrano affluenze numerose come non se ne vedevano da anni.
Segno che questi nuovi politici (che mi auguro non siano gli unici nel Paese) hanno saputo parlare ai cittadini e ridare fiducia alle istituzioni e alla politica.
A differenza delle passate amministrazioni (in particolare democristiane), che si chiudevano a riccio ogniqualvolta si cercava di parlare di argomenti a loro non graditi, la volontà di mostrare la reale situazione in cui versa il paese è evidente. Nelle prossime settimane si apriranno le porte a chiunque voglia constatare il degrado di un impianto comunale natatorio (piscine, palestra, bar) fallito sin dalla partenza ed ora chiuso, ma di cui i cittadini si sobbarcheranno le spese per decenni e, finalmente, si sta cominciando a parlare di cultura e di storia con il proposito di recupero di un castello medioevale posto sull’antico confine tra il Ducato Visconteo e la Repubblica di Venezia. Per far fronte alle spese sempre crescenti, si sono prese decisioni che avrebbero potuto essere impopolari, come lo spegnimento delle fontane, ma che sono sempre state precedute da spiegazioni date alla cittadinanza tramite comunicazioni su organi di stampa e social network.
La nuova amministrazione sembra finalmente aver capito che i cittadini non sono sudditi e che la comunicazione a doppio senso (vista come una minaccia dai passati politici locali) è un pilastro essenziale per avvicinare la popolazione alla partecipazione della vita comunale.
Solo questo fatto rappresenta un cambiamento radicale per un minuscolo paese della bassa bergamasca e che fa ben sperare in una svolta della pagina della cultura politica.


Copyright ©Piergiorgio Pescali

Come muore la democrazia con le elezioni

Democrazia, da demos kratos, governo del popolo.
Bella parola e altrettanto elegante il suo significato. Ma siamo davvero decisi e convinti a voler concedere tale potere al popolo?
Da quanto leggo in questo periodo sui post di Facebook e dalle mail che mi arrivano da amici, colleghi e conoscenti, si. Da quanto leggerò all’indomani dei risultati delle elezioni, sono sicuro di no.

Sono sicuro di no perché assisteremo al solito teatrino di critiche e insulti al demos che non ha votato per il kratos che noi vorremmo.
In poche ore, dunque, gli stessi elettori, da gente intelligente e capace di decidere in nome della democrazia che era prima del voto, si trasformeranno a branco di pecoroni, ignoranti o, ancora, nel classicissimo epitaffio post elettorale di “gente che ha ciò che si merita”. Insomma, i votanti, da qualunque parte li si guardi, saranno sempre degli incompetenti o, alla meglio, raggirati nella loro profonda ignoranza politica.
Il che, come aggiungerò in seguito, ritengo sia anche parzialmente vero.

Poco tempo fa, all’indomani del referendum sulle trivelle (ma la storia si ripete in ogni tornata elettorale), ricordo una ridda di post inferociti che criticavano, arrivando anche agli insulti, l’elettorato che non era stato capace di riconoscere il bene e il male in fase di espressione del proprio voto (naturalmente ciò che è bene e ciò che è male sono visti in termini assoluti e autoritari nella concezione di chi insulta). E molte di queste ingiurie provenivano dalle stesse persone che poche ore prima inneggiavano alla democrazia (demos kratos) ed elogiavano gli elettori definendoli “gente intelligente capace di decidere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato”. Una piaggeria poco democratica e molto fascistoide comune, purtroppo, non solo in Italia.
Questa stessa faciloneria di giudizi la constato in ogni tornata elettorale, anche nei piccoli paesi di provincia, come il paese dove abito, un centro della bassa bergamasca feudo prima democristiano e poi leghista. Il copione è sempre lo stesso: alla conta dei voti si scatena tra i tifosi (non chiamiamoli elettori) dello schieramento sconfitto la gara all'insulto.

A che pro, allora, avere una falsa democrazia?
Meglio, a questo punto, un governo aristocratico (da aristos, migliore, ottimo, kratos, governo), come quello sovietico di Lenin subito dopo la rivoluzione del 1917.

                            Platone (Copia romana dall'originale greco del IV secolo a.C. -Museo Pio-Clementino-Roma) foto ©Marie Lan Nguyen

Marx diceva che la democrazia parlamentare era un bluff per ingannare il popolo. Mai parole furono più vere. E non perché abbia in forte simpatia l’idea marxista.

Per anni si è votato Democrazia Cristiana, Partito Socialista e, successivamente, i figliastri da loro partoriti, senza voler sapere cosa realmente rappresentasse quel voto. Ebbene, sono per il voto palese, affinché nessuno, dopo, si senta autorizzato a dire “io non ho votato per” o “non sapevo”.
Se non sapevi, perché hai votato? E se hai votato, prenditi le tue responsabilità e paga i danni causati a tutto il popolo con la tua superficialità.
Garantisci per un candidato? Ebbene, se questo candidato sbaglia, paga anche tu assieme a lui. Questa è democrazia.
Perché i black bloc devono (giustamente) essere puniti, mentre chi ha garantito e votato coscientemente per politici corrotti e criminali (ricordate De Lorenzo e la vicenda del sangue infetto?) deve essere assolto e a lui lasciato intatto il diritto di voto?

Il potere del popolo deve essere un privilegio, prima ancora che un diritto. Un privilegio da conquistare e meritare. Ancora, in questo senso, ritengo che Lenin e Trotskij abbiamo avuto le migliori intuizioni su come gestire il potere del popolo.

Rimpiango il Sessantotto e gli anni Settata, con le contestazioni studentesche e financo le Brigate Rosse, forse l’unico movimento in Italia che ha cercato, seppur in modi opinabili, di cambiare realmente la politica. In un certo senso vi sono riusciti: da allora la partecipazione del popolo alla vita sociale (non solo politica) è divenuta attiva. Non più passivi spettatori, ma, almeno per un certo periodo, attivi protagonisti di una rivoluzione culturale che guardava ben oltre i confini dell’Italietta provinciale.
Il riflusso degli anni Ottanta e Novanta ci ha riportati indietro, purtroppo. La pazza confusione ideologica e mentale, catalizzata da un abusato e inappropriato uso della parola democrazia, ci ha riportati nella nostra mediocrità e nell’abisso della convinzione che la nostra nazione sia la più invidiata al mondo.
Suvvia, guardiamoci attorno.  Abbiamo una Costituzione penosa che non riesce neppure a garantire ai propri sudditi il compimento del primo articolo (e si sa, il primo è l’articolo su cui dovrebbe basarsi l’intero edificio costituzionale), un inno nazionale da operetta di cui nessuno capisce il testo, politici inetti e infami (eletti, però, democraticamente); noi stessi incapaci di gestire il nostro patrimonio artistico (e allora ben vengano i Napoleone e i musei diretti da non italiani). Abbiamo una scuola, in particolare superiore e universitaria, validissima nell’insegnamento teorico, ma non sappiamo trattenere gli elementi più preparati. Ci lamentiamo perché le leggi non vengono rispettate, ma quando siamo noi a doverle rispettare le aggiriamo senza pietà. E ci troviamo immersi nella sporcizia (non solo ideologica e politica), senza alcun senso civico. Ammiriamo incondizionatamente i paesi scandinavi, ma se si tratta di applicare il loro stile di vita, la nostra ammirazione diviene condizionata dai “ma” e dai “distinguo” e subito ci tiriamo indietro. Il nostro meschino provincialismo ci ha segregati ed è inutile illuderci: siamo alla periferia di tutto. Perfino della bellezza di quello che, con troppa superbia, abbiamo noi stessi soprannominato Bel Paese.

Non sono democratico. Sono ampiamente anti democratico. Non sono neppure favorevole al voto universale.
«Il pericolo delle democrazie è il suffragio universale. Lasciare libertà alle masse significa perdere libertà» diceva Leo Longanesi. Sono, una volta tanto, d’accordo con lui.
La libertà è una forma di disciplina, cantavano i CCCP.


Karl Marx - Museo di Arte Socialista di Sofia, Bulgaria
Foto  ©Piergiorgio Pescali

Mi chiedo perché il voto di una persona che si impegna per il proprio paese (che sia nazione, città, quartiere, poco importa) togliendo tempo alla famiglia, agli interessi, agli hobby deve avere lo stesso peso di quello di una persona che, invece, non partecipa mai alla vita comune se non una tantum per tracciare una X su un pezzo di carta.

E allora massimo rispetto per il voto, qualunque esso sia, di questa persona impegnata; che sia una preferenza che rispecchi le mie idee o che sia in contrapposizione ad esse. E, al tempo stesso, massimo disprezzo per il voto, qualunque esso sia, di una persona farfallona e qualunquista; che sia una preferenza che rispecchi le mie idee o che sia in contrapposizione ad esse.

Il voto non è un solo un dovere: è, ancora prima, un diritto e come tale bisogna guadagnarselo.

Libertà è partecipazione, ci ricorda(va) Gaber.


Copyright ©Piergiorgio Pescali

Referendum trivelle: trivelle marine e cervelli trivellati


Da tempo sono iscritto a Greenpeace. Dal 2009 ho cambiato la mia auto a benzina (che ancora mi avrebbe accompagnato per anni), per comprarne una a metano. E la uso il meno possibile. Preferisco la bicicletta, i miei piedi o sfruttare i mezzi pubblici, pur con tutti gli inconvenienti che l’utilizzo di questa forma di mobilitazione in Italia comporta. I piatti continuo a lavarli a mano, nonostante abbia una lavastoviglie e avvio la lavatrice una volta ogni una-due settimane, aspettando che il cestello sia ben pieno. Non lascio luci accese dove queste non servono e mi arrabbio quando vedo sprechi energetici sia in pubblico che in privato. Non ho il condizionatore e il riscaldamento lo accendo solo quando è veramente necessario. Evito di andare in certi supermercati e di comprare marche di articoli di cui non condivido la politica della ditta produttrice. Cerco di scegliere sempre prodotti alla spina per evitare inutili imballaggi. Non chiedo mai un sacchetto perché ogni volta mi porto la mia borsa per la spesa. Riciclo e riutilizzo ogni prodotto.
Da anni non voto perché non credo nella democrazia parlamentare, ma ogni volta che scelgo un prodotto piuttosto che un altro, ogni volta che agisco in un modo piuttosto che un altro, voto.
Questa è la mia democrazia.

Infine, avendo visitato più volte Fukushima e Chernobyl, sono consapevolmente conscio del pericolo che le centrali nucleari rappresentano e, quindi, sono consapevolmente contro la dipendenza energetica sul nucleare senza cercare valide alternative (che ad oggi, checché se ne dica, purtroppo, non esistono).
Però, questo referendum del 17 aprile su trivelle sì, trivelle no, mi trova in parziale disaccordo con i promotori (tra cui la stessa amata e rispettata Greenpeace). Mi spiace, ma non lo condivido. Non del tutto, per lo meno.
Le coste italiane (e non solo) sono punteggiate da centinaia di impianti off-shore che da decenni estraggono gas idrocarburi e (in minima parte) petrolio dal mare. Ripeto: da decenni. Eppure sembra che solo da qualche mese a questa parte, la popolazione italiana se ne sia accorta. Per decenni milioni di italiani (e non solo) hanno frequentato le coste della penisola senza alzare un dito contro le trivellazioni, continuando imperterriti, felici e ignari a bagnarsi nei mari italici. Ai bar di Rimini, delle Tremiti, di Cefalù si parlava di tutto, ma non certo di trivelle. La democrazia (potere al popolo, sigh!) non era arrivata sugli sdrai delle spiagge. Poi, come spesso accade (potere dei mass-media?) l’inondazione di informazioni.
O informazione a senso unico, che si avvicina molto alla disinformazione (esattamente come lo era stato per il nucleare).
E dato che non credo affatto della volontà dell’opinione pubblica di informarsi (cosa di cui sono ben consci anche i promotori del referendum), è molto facile abbindolare l’uomo e la donna comune con immagini e indicazioni che nulla hanno a che fare con ciò per cui si andrà a votare.
In un argomento tecnicamente così delicato è anche estremamente facile e poco etico (ma alla fine chi se ne frega dell’etica se porta acqua al mio mulino?) inondare l’opinione pubblica di dati, anche se tecnicamente e scientificamente non verificati, come accaduto per il nucleare. Tanto, chi andrà a verificare?
Si parla soprattutto di estrazione petrolifera, quando, invece, dei 92 pozzi offshore interessati al referendum, solo 5 estraggono petrolio. Gli altri producono gas idrocarburi (principalmente metano). E delle 4.500.000 tonnellate di petrolio estratte ogni anno in Italia, ben 4 milioni provengono da 615 impianti situati a terra, non interessati al referendum, ma molto più inquinanti. Per l'indignazione popolare verso queste trivellazioni, aspettiamo una nuova ondata di "informazioni". Per ora va bene così.
Il Decreto Legislativo 128/2010, entrato in vigore dopo l’incidente di Macondo, nel Golfo del Messico, proibisce già oggi la costruzione di piattaforme off-shore entro le 12 miglia nautiche. Il referendum, quindi, non deciderà se in futuro sarà possibile o meno costruire nuovi impianti. Il voto, invece, deciderà se, alla scadenza delle concessioni, le piattaforme off-shore dovranno cessare di estrarre gas (o petrolio), oppure dovranno essere smantellate per spostarsi qualche miglio più in là. Un po’ come non volere il nucleare, ma avere le centrali appena al di là del confine e comprare energia prodotta dalla fissione dell’atomo.
Naturalmente, una volta vietata la concessione, le compagnie saranno libere di andare ad estrarre gas o petrolio in altri Paesi (molto probabilmente si sposteranno sulle coste croate). Nel frattempo noi, visto che difficilmente accetteremo di diminuire il nostro livello di benessere, continueremo a sprecare energia importando le stesse fonti energetiche da migliaia di chilometri di distanza. Con un aumento dei costi energetici di trasporto e con la dilatazione dei rischi ambientali legati al maggior numero di petroliere che dovranno giungere ai nostri porti. Bella mossa!
Se vogliamo veramente proteggere l’ambiente, bisogna agire a livello internazionale, e non provinciale come siamo soliti fare noi italioti. Per questo ho aderito a Greenpeace, visto che le loro campagne sono generalmente rivolte non solo a livello locale, ma globale. Purtroppo non questa delle trivelle.
Tanto c’è sempre una manifestazione contro l’aumento della CO2 a portata di mano per permetterci di lavare la nostra coscienza. E poco importa se ci andremo con i nostri SUV o con le nostre macchine inquinanti, perché comprare un’auto a metano costa, camminare o pedalare è faticoso e utilizzare i mezzi pubblici è laborioso. E inveiremo contro quei sindaci che istituiranno le zone pedonali in centro città, perché camminare è bello, sì, ma che lo facciano gli altri e lascino liberi i parcheggi per la nostra auto.
Alla fine, siamo sinceri: la nostra politica ambientalista si limita allo slogan che sono sempre “gli altri” che devono cambiare.

Copyright ©Piergiorgio Pescali