Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

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S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Dopo Nizza: cercano valori, gli offriamo frivolezze

Quanto impariamo dalla storia e quanto traiamo frutto dalle esperienze? Poco, a quanto pare. L’uomo, per sua natura, tende a ripetere gli errori commessi nel passato; non perché non sia consapevole delle sue mancanze, ma perché, specialmente nel nostro modo di pensare ed agire, lasciamo che siano le emozioni a prevalere sulla ragione.






E l’emotività, spesso immantinente, dettata dal momento e dai fatti che ci coinvolgono nella vita quotidiana, è la principale causa dei nostri ripetuti sbagli. Rifiutiamo di riflettere, di calcolare, di discutere. 
Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza hanno insegnato ben poco.
A poche ore dai fatti, autoreferenziati esperti di islam e Medio Oriente (che di islam e di Medio Oriente spesso conoscono solo gli stereotipi), autocelebrati moralisti e difensori di un cristianesimo a cui loro stessi non credono, si sono sentiti in dovere di dire la loro su tutto e su tutti, assolvendo in modo perentorio la nostra società da ogni colpa.
Secondo le teorie di questi gaudenti “esperti” noi siamo le uniche e sole vittime. “Loro” (gli islamici) sono gli unici e soli colpevoli, aguzzini, terroristi.
Pochi tra gli “esperti” e i moralisti si sono chiesti se anche noi abbiamo delle colpe e come si sia giunti a questa situazione. Tutti hanno trovato lo stesso ed unico capro espiatorio: la matrice islamica che, a seconda dei periodi e degli umori, può essere talebana (senza sapere che i talebani non hanno mai compiuto attentati al di fuori dall’Afghanistan e dal Pakistan), al-Qaeda, Isis, Fratelli Musulmani e chi più ne ha più ne metta.
L’attentatore di Nizza ha, con tutta probabilità, agito da solo. Il fatto che l’Isis, o chi per essa, abbia esultato e recriminato la paternità dell’atto, significa solo che l’organizzazione, così come al-Qaeda, si trova in grosse difficoltà. Quella di Nizza è stata una strage logisticamente non certo degna di particolari e sofisticati preparativi. Un camion che falcidia all’impazzata decine di persone lungo un viale, non si può dire sia opera di un fine cervello terrorista. Nessun controllo, nessuna pianificazione, nessuna bomba; solo un semplice camion e un autista che preme il piede sull’acceleratore.
Ma Nizza ci ha insegnato, ancora una volta, che la nostra democrazia, la nostra società, i nostri valori, non possono essere esportati. Gli attentatori non sono quasi mai persone nate e vissute all’ombra delle moschee in Siria, Afghanistan, Tunisia, Egitto. In Afghanistan ho conosciuto taleban molto più aperti e tolleranti di certi nostri defensor fidei; in Libano ho frequentato Hezbollah che in casa, accanto al Corano, avevano la Bibbia. Coloro che si ergono a shahid sono persone nate e vissute in Europa, hanno vissuto una vita da laici, frequentato ambienti anche moralmente discutibili, hanno spacciato. Persone che hanno condiviso proprio quegli stili di vita che, ad un certo punto, non li hanno più soddisfatti.
E qui dobbiamo chiederci quali valori abbiamo loro offerto in alternativa alle frivolezze della nostra società. È significativo che gli attentati in Europa siano sempre stati diretti, non contro chiese o centri religiosi, ma contro luoghi di divertimento (discoteche, stadi, aeroporti, spettacoli).
Davvero non sappiamo offrire altro a persone che cercano qualcosa di più profondo?
Significativo è un sondaggio fatto su Facebook dagli amministratori del mio paese sulla possibile nuova destinazione di un impianto inizialmente destinato a centro natatorio, ma che ora si vorrebbe tramutare in qualcosa di meno costoso e più usufruibile. Tra le numerose proposte quella più gettonata sembra essere la destinazione ad un’area da adibire per le feste o a centri commerciali, come se di feste e centri commerciali non ce ne fossero già abbastanza. A quanto pare abbiamo perso anche una delle poche risorse per cui eravamo apprezzati nel mondo: la fantasia. Eppure, proprio tra gli elettori che sostenevano la lista che oggi guida il comune, una delle critiche che si faceva alla passata amministrazione era la scarsa (direi totale) mancanza di attenzione verso la cultura. Ma, ora che se ne ha l’occasione, quasi nessuno ha proposto un polo culturale, un luogo dove poter discutere, una nuova destinazione per l’attuale fatiscente e poco funzionale biblioteca. Sembra davvero che nel momento in cui si parla di cultura (che non significa ore passate a studiare sui libri o ad ascoltare noiose conferenze), non ci sia differenza: da qualunque parte la si guardi, non interessa. Salvo poi lamentarci con chi i vari governi (nazionali, regionali, comunali) perché non pongono abbastanza attenzione alla cultura.
Ed è questa mentalità che alimenta l’insoddisfazione da parte di chi vede che, mentre parte del mondo fatica a trovare stabilità, sicurezza, dignità, l’altra parte pensa solo a se stessa.
Rifiutare la cultura è rifiutare il dialogo. Questo, in sintesi, è il messaggio che lanciamo a questi ragazzi che, per noi incomprensibilmente, si lanciano verso la morte per dare significato alla loro vita.
Loro cercano valori, noi gli proponiamo frivolezze, o, nel migliore dei casi, epitaffi culturali del tipo “Fate i sermoni nella lingua del Paese che vi ospita e non in arabo”.
La pazzia si è impossessata di noi. Siamo veramente fuori da ogni logica.
In pratica stiamo dicendo a queste persone che la loro lingua, preziosa perché parlata dal loro profeta, è un’accozzaglia di suoni gutturali e aspirati, una cacofonia inascoltabile e che a noi non fa piacere che venga parlata neppure tra loro stessi. Cosa diremmo se in Bangladesh obbligassero a celebrare tutte le messe in bengalese (abolendo quelle in inglese o in italiano) perché le autorità non capiscono le prediche? Giustamente ci ribelleremmo.
Così, altrettanto giustamente, i musulmani presenti in Europa, si chiedono per quale motivo dovrebbero pregare in italiano, francese, tedesco, fiammingo, magari in bergamasco o gaelico.
Abbiamo abolito il latino dalle chiese perché nessuno ne capiva il significato; nella nostra logica “democratica” vogliamo imporre lingue altrettanto incomprensibili a chi ripone nella lingua un significato del tutto particolare.
Non giustifico chi attenta alla vita degli altri per salvare la sua, ma sono dalla parte di chi, con tutta onestà religiosa, vuole pregare il suo Dio in santa pace e nel linguaggio a lui più consono.


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A mente fredda - Una riflessione su Parigi e oltre

Non ho voluto scrivere nulla a proposito di Parigi fino ad oggi. L’eco mediatico, i titoli dei giornali, i migliaia di commenti, le bandiere tricolori comparse all’improvviso su Facebook, l’emotività sociale scatenata da questi attentati annebbiano la lucidità d’analisi.
Come ogni avvenimento, anche questo, dopo lo tsunami di commozione che ha suscitato, passerà negli archivi della memoria. E’ successo con l’11 settembre, con Madrid, con Londra, con Utoya e succederà ancora. Le candele si consumeranno e si spegneranno senza che nessuno si ricordi di riaccenderle, i fiori appassiranno e verranno gettati nella spazzatura. Altre candele verranno accese, altri fiori deposti, altre parole retoriche e inutili verranno dette, ma in altri luoghi, in altri tempi che a noi non è dato ancora sapere.
Non conoscevo nessuno di coloro che sono stati uccisi. Non chiamerò nessuno di loro per nome, non considererò nessuno di loro eroe o “futuro dell’Europa” perché, almeno per me, erano perfetti sconosciuti. Non è cinismo. E’ umano. Al di là della cultura religiosa, tutti siamo fratelli compassionevoli e caritatevoli sino a quando qualcuno disturberà e turberà la nostra pace, il nostro angolo di mondo. Quando, però, ci sentiamo offesi, derubati, disturbati, tutti, nessuno escluso, scateniamo la violenza naturale che è in noi. E chiediamo, pretendiamo la guerra. Una guerra fatta non solo di armi, ma anche di parole, di falso buonismo.



Pochi, tra quelli che hanno sfilato nelle città di mezzo mondo, sarebbero scesi in piazza se le stesse stragi fossero state compiute in altri Paesi. Non lo hanno fatto per i 43 morti di Beirut (il giorno prima di Parigi), per i 100 e più morti ad Ankara in ottobre, per i 130 morti nella moschea sciita di Zayidi, nello Yemen in marzo e per tutti gli altri. Non lo faranno per gli altri morti che vi saranno fuori dai confini dell’Europa occidentale.
Il Global Terrorism Index uno dei più affidabili e attenti studi sul terrorismo, dell’Institute for Economics and Peace, ci dice che nel 2014 il 78% delle 32.658 vittime del terrorismo sono state uccise in soli cinque paesi: Afghanistan, Iraq, Nigeria, Pakistan e Siria e di questi 9.929 solo in Iraq. Nessuno si è mosso per loro. Comprensibilmente. Nessuno si interessa se muore un iracheno, un nigeriano, un afghano o un siriano. Sono lontani; la loro lingua, cultura, religione non ci appartengono. Sono gli “altri”, anzi, per molti sono loro stessi terroristi o, ben che vada, simpatizzanti. Sono “poveri, bravi ragazzi” solo quando se ne stanno nelle loro rispettive nazioni a subire le angherie e i bombardamenti. E nel caso, poi, le bombe cadono da aerei occidentali, si trasformano in “danni collaterali” o “vittime innocenti”, per poi convertirsi improvvisamente di nuovo in terroristi appena varcano le nostre frontiere. Insomma, sono uomini e donne multitask, buoni per ogni occasione.
Non voglio giudicare se sia giusto o meno entrare in guerra con l’ISIS (mi chiedo, però, se uno stato può dichiarare guerra a un non-stato; e in tal caso a chi si consegnerà la dichiarazione formale se non vi sono sedi diplomatiche); non voglio giudicare se sia giusto o meno bombardare città e villaggi sotto il controllo dell’ISIS. Mi chiedo solamente come mai, dopo aver tanto criticato la Russia, ora sono tutti unanimi nel condividere le azioni di guerra iniziate da Putin. Bastano davvero cento e poco più morti in Occidente per cambiare la politica di due interi continenti? (Europa e Stati Uniti).
Mi chiedo, inoltre, come mai, dopo ben due anni dalla nascita dell’ISIS, siano bastate meno di 24 ore per individuare esattamente dove fossero i centri strategici, logistici, i campi di addestramento dell’ISIS e colpirli più o meno chirurgicamente. Se davvero i governi dei Paesi occidentali fossero stati preoccupati dell’espansione dello Stato Islamico, perché aspettare così a lungo? Perché criticare Putin? Una vicenda che mi ricorda la ridicola scusante del governo Clinton quando i suoi aerei bombardarono l’ambasciata cinese a Belgrado. Per errore, naturalmente… non sia mai detto che lo fecero intenzionalmente. “Non avevamo una mappa che indicasse la dislocazione dell’ambasciata” fu la nota ufficiale di scusa. Sarebbe bastato andare in un qualunque ufficio turistico jugolsavo o comprare una guida della Lonely Planet...
Le radici dell’ISIS, così come quelle dei Taleban o di al-Qaeda, non sono né superficiali né recenti: affondano nel terreno della storia e degli errori compiuti dalla nostra stessa cultura e politica. Purtroppo la storia non viene mai ricordata e così continuiamo a ripetere gli stessi errori. Diabolicamente. E siamo noi stessi che creiamo, quindi, i nostri diavoli, che diventano i diavoli anche degli altri. Sì, perché la lotta che si sta consumando in questi anni non è tra islam e cristianesimo, ma tra un certo islam moderato e un islam integralista; tra sunniti e sciiti.
E’ uno scontro culturale, ma anche economico e sociale. Da una parte c’è un islam riconosciuto diplomaticamente dall’Occidente (ad esempio i governi dell’Arabia Saudita o del Qatar), che tradisce gli ideali sociali propri del Corano, che affama i propri popoli assoggettandosi acriticamente ai principi economici del capitalismo, dall’altra c’è un islam che sa offrire agli strati più emarginati della popolazione soluzioni alternative di sopravvivenza economica.
Avevamo già un’opzione, anzi, più opzioni all’ISIS e ai movimenti musulmani cresciuti dopo gli anni Novanta: erano i governi di linea socialista presenti in Libia, in Siria, in Iraq, o anche quello teocratico iraniano, oggi l’unico, assieme ad Assad, che riesce a contenere l’espansione del nuovo islam. Ad uno ad uno li abbiamo colpevolmente abbattuti o, nel caso dell’Iran, isolati. In nome della democrazia e di una primavera che, saltando l’estate e l’autunno, ha portato direttamente i popoli di quelle nazioni all’inverno. Abbiamo preferito appoggiare paesi come la Turchia (abbandonando a se stessi i curdi), l’Arabia Saudita, il Qatar, a cui, tra l’altro, si sono concessi anche i campionati mondiali di calcio del 2022, ed i cui governi hanno favorito la nascita dell’ISIS per contrastare lo sciismo iraniano e i loro alleati (Assad, Gheddafi). Ora ne paghiamo le conseguenze.
Il che sarebbe il meno. Purtroppo non sembra abbiamo imparato la lezione. Non accettiamo le nostre responsabilità. La costituzione tutela la libertà religiosa, ma chiediamo che non vengano costruite moschee, vogliamo chiudere quelle (poche) già esistenti e pretendiamo che i sermoni vengano declamati in italiano. Non capiamo che, così facendo, spingiamo direttamente nelle braccia dell’integralismo anche quei musulmani (la stragrande maggioranza) che sono moderati.
Combattiamo la guerra santa proclamando noi stessi una guerra santa. Alla fine ci sarà una santissima guerra.


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Cenni di religione islamica (Dispensa del Corso di Asia)

La penisola arabica prima della nascita di Muhammed

La penisola arabica, all’inizio del VI secolo, era dominata da due grandi imperi:
• Impero dei Sasanidi
• Impero Bizantino
all’ombra dei quali si erano formati due stati cristianizzati: il regno di Hira e quello di Gassan.
All’estremo sud ovest dominava il Regno dello Yemen, la cui conquista da parte degli etiopi nel 525 d.C., stravolse l’assetto geopolitico della regione.

L’interno della penisola era abitato da popolazioni divise tra nomadi e sedentari.
Ognuna di queste società si differenziava in stili di vita e nell’organizzazione economica e sociale.

I nomadi, chiamati dagli arabi beduini, cioè “abitanti della steppa”, erano suddivisi in clan, a loro volta suddivisi in tribù
A capo del clan c’era un shaykh (sceicco), mentre a capo della tribù era lo sayyd.

Il clan dominante era quello dei Quraysh, i cui membri più facoltosi risiedevano a La Mecca, città attorno a cui, dal I secolo d.C., gravitavano i pellegrinaggi di tutto il mondo arabo aventi come meta la pietra nera


Muhammad

E’ in questo contesto che nel 570 nasce a La Mecca, Muhammad. Rimasto orfano a tenera età, viene allevato dallo zio che lo porta con sé in Giudea e in Siria, dove viene in contatto con il mondo monotesta.
Nel 595 Muhammad sposa Khadija, che rimarrà la sua unica moglie fino alla morte di lei.
Le rivelazioni iniziano nel 610, durante il mese di Ramadan e dureranno fino alla morte del profeta, nel 632.
La predicazione, iniziata nel 613 a La Mecca, trova immediata l’ostilità del clan dei Quraysh, che non accettano le regole etiche e sociali, in particolare
• La proibizione del gioco d’azzardo
• La proibizione della vendetta privata
• La proibizione di mangiare carne di maiale
• Il limite della poligamia a solo 4 mogli
• La redistribuzione delle ricchezze
Costretto a fuggire, Muhammad si rifugia a Medina, dove nel 622 viene accolto come rasul (profeta). E’ a questa data, chiamata ègira (dall’arabo hijra, emigrazione) che si rifà l’inizio del calendario islamico.
Nel 630, dopo cinque anni di battaglie, entra trionfante a La Mecca, dove muore nel 632.


Il Corano

L’Arcangelo Gabriele, designa Muhammad a diffondere la nuova dottrina monotestita e di adorare un solo dio: Allah (dalla radice araba ‘-l-h), che significa semplicemente Dio (genere indefinito perché asessuato).
Nella nuova religione, tutti i peccati possono essere rimessi, tranne uno: non riconoscere Allah e la sua unicità

Islam, generalmente tradotto come “sottomissione a Dio”, in realtà significa “vivere in uno stato di pace sottomettendosi a Dio”.

Muhammad, così come Gesù, Buddha, Lao Tze, Confucio, non ha lasciato alcuno scritto. Tutte le rivelazioni fatte dall’Arcangelo Gabriele tra il 610 al 632 sono state trasmesse oralmente e solo dopo la sua morte sono state stese in quello che oggi è il Corano (da quràn, “recitazione”).




I cinque pilastri

Ad un fedele musulmano è richiesto di rispettare i cinque pilastri della fede:
• La testimonianza di fede (Shahada)
• Le preghiere rituali (Salāt o Namaaz)
• L'elemosina canonica (Zakat)
• Il digiuno durante il mese di Ramadan (Sawm o Siyam)
• Il pellegrinaggio alla Mecca (Hajj).

La testimonianza di fede:
La shahada è la frase che, se recitata con coscienza e sincerità, permette ad ogni uomo o donna di divenire un fedele islamico: “Non c’è altro Dio all’infuori di Allah e Muhammad è il suo profeta”

Le preghiere rituali
Ogni buon musulmano è tenuto a pregare cinque volte al giorno, se ne ha la possibilità:
• Al mattino (al-fajr)
• A mezzogiorno (ad-zuhr)
• A metà pomeriggio (al-'asr)
• Al tramonto (al-maghrib)
• Un'ora e mezza dopo il tramonto (al-'isha)

L’elemosina
Secondo l’Islam, tutto appartiene ad Allah. Ogni musulmano è quindi tenuto ad offrire una percentuale del suo guadagno alla comunità per opere sociali.


Il digiuno nel mese di Ramadan
Nel mese della rivelazione (il nono dell’anno musulmano), si compie il digiuno che consiste nell’astenersi
• dal mangiare
• bere
• fumare
• avere rapporti sessuali
L’astinenza si compie solo dall’alba al tramonto. Dopo il tramonto del sole è permesso riprendere le attività normali per consentire al corpo di recuperare le forze fisiche e spirituali.


Il pellegrinaggio a La Mecca
Almeno una volta nella vita il fedele islamico in condizioni finanziarie adeguate, dovrebbe effettuare il pellegrinaggio a La Mecca.
Momento culminante è la circoambulazione in senso antiorario attorno alla Caaba, l’edificio cubico (ka’ba in arabo significa cubo) al cui lato sud-est è incastonata la Pietra Nera.

La Pietra Nera sarebbe l’ultimo ricordo della casa che Dio ha trasferito sulla terra dal paradiso. Distrutta dal Diluvio Universale, sarebbe stata messa in salvo da Noè, e tramandata fino ad Abramo che con il figlio Ismaele l’avrebbe incastonata nella Ka’ba.
Secondo la tradizione popolare, la pietra, in origine di colore bianco, si sarebbe scurita per i peccati dell’umanità. Solo alla fine di tempi riacquisterà il suo colore originale.





La Qibla

La Pietra Nera, è l’esatto punto verso cui il musulmano converge le proprie preghiere: questa direzione è chiamata Qibla.
Durante il soggiorno medinese (622 d.C.) la Qibla era diretta verso Gerusalemme.e solo dal 624 d.C., Muhammad ricevette la rivelazione di spostarla verso La Mecca.
Nelle moschee la direzione della preghiera è data dal mihrab.


La jihad: sesto pilastro?

Jihad significa “esercitare il massimo sforzo”, ma l’ambiguità di tale frase ha condotto a connotare il termine di varie interpretazioni contrapposte tra loro.
Fino al 622, anno dell’ègira, Muhammad si riferiva al jihad come sforzo interiore che ogni buon musulmano deve compiere per cambiare il suo stato spirituale.
Dal 622 jihad diviene anche sinonimo di guerra difensiva.
La geografica islamica divide l’umanità in due parti: dar al-islam (mondo dell’Islam) e dar al-harb (mondo esterno, degli infedeli).
Secondo la concezione radicale, la jihad sarebbe il mezzo attraverso cui diffondere l’Islam anche nel dar al-harb in modo anche violento. La jihad sarebbe quindi la guerra santa.
Per la corrente mistica, invece, rifiuta la concezione di conflitto armato, prediligendo la tesi della dimensione spirituale.


L’impero islamico

E’ però vero che l’interpretazione di jihad come guerra santa, ha permesso ai musulmani di espandersi in modo repentino.

Alla morte Muhammad (632), la penisola arabica era unificata sotto un solo impero.
Appena cento anni dopo l’impero musulmano si estendeva dall’India all’Africa fino a comprendere la penisola iberica

Appare difficile comprendere come clan che fino a qualche decennio non avevano alcuna concezione di amministrazione statale, potessero gestire un territorio così vasto.
In realtà le leve del potere vennero date alle stesse popolazioni conquistate, ebrei e cristiani, che poterono continuare a praticare liberamente la loro fede e gestire il loro patrimonio.


Il califfato

L’unità dell’impero non durò molto: Muhammad non aveva lasciato eredi e non ne aveva neppure investiti.
Per regolare le leggi della comunità, ci si affidava alla Shari’a la cui osservanza era garantita dal Khalifa, il califfo.

L’impero musulmano si mantenne unito sotto i primi quattro califfi:
• Abu Bakr (632-634)
• ‘Omar (634-644)
• ‘Uthman (644-656)
• ‘Ali (656-661)

Sebbene i seguaci di ‘Ali sostenessero che il ruolo di guidare il mondo islamico spettasse alla famiglia del profeta, cui ‘Ali, cugino e genero di Muhammad, apparteneva, accettarono la successione di Abu Bakr, ‘Omar e ‘Uthman.

Alla morte per assassinio di ‘Ali, il figlio al-Husayn, si ribellò a Muawiyya, fondatore della dinastia degli Omayyadi. I due si fronteggiarono a Kerbela, dove al-Husayn morì.


Shi’at ‘Ali

Nella battaglia di Kerbela del 680, si consumò la scissione del mondo musulmano: i fedeli di ‘Ali si staccarono formando la shi’at ‘Ali, il partito di ‘Ali, più conosciuti come sciiti.

Se i sunniti (da sunna, consuetudine), non identificano alcuna guida teologica per l’Islam, gli sciiti designano come erede spirituale e secolare un'unica persona discendente dalla famiglia di Muhammad: l’imam.
Nella sunna il califfo è detentore del solo potere temporale, mentre per nello sciismo l’imam (guida) ha il compito di perpetuare la catena di discendenza iniziata da Abramo e interrotta con Muhammad.
La successione degli imam, iniziata con ‘Ali sarebbe sospesa dall’874, quando il dodicesimo imam, Muhammad al-Mahdi, si occultò in attesa di ricomparire per annunciare la fine dei tempi.

Infine, al Dio sunnita, in quanto unico creatore, deve essere dedicata ogni singola azione, senza possibilità di alcuna trasgressione nella vita sociale e privata.
La trasgressione, invece, è ammessa nello sciismo, in quanto il Dio è giusto e misericordioso. Il solo responsabile delle proprie azioni è l’uomo che ne accetta le conseguenze.


Conclusioni

Oggi l’Islam, con il 20% della popolazione che ne affida l’anima, è la seconda religione più diffusa al mondo dopo il cristianesimo.
Il Dio dei musulmani deve essere onorato “anche con le proprie azioni”; tutta la vita, quindi, deve essere dedicata a questo Dio conformandosi a precise abitudini e consuetudini sociali: dal modo di vestire all’alimentazione, dall’arte all’architettura tutto nell’Islam fa parte di questa continua preghiera ad Allah.

© Piergiorgio Pescali



Bibliografia

Islam
• Ideologia e politica nell’Islam, di Massimo Campanini, Editrice Il Mulino, 2008
• Capire l’Islam, di Matthew S. Gordon, editrice Feltrinelli, 2007
• Islam, di Khaled Fouad Allam, Claudio Lo Jacono, Alberto Ventura, editrice Laterza, 2007
• Islam. Conoscere e capire la religione musulmana, di Augusto T. Negri, Edizioni Utet Università, 2007
• La nascita dell’Islam, di Ludwig Amman, Editrice Il Mulino, 2006

Islam e cristianesimo
• Isa ibn Maryam. Lo sguardo di Gesù sull’Islam, di Giuseppe Rizzardi, Editrice Centro Ambrosiano, 2007
• Europa e Islam. Storia di un malinteso, di Franco Cardini, Editrice Laterza, 2007
• Infedeli 638-2003: il lungo conflitto tra cristianesimo e islam, di Andrew Wheatcroft, Editrice Laterza, 2007
• Le trappole dell’immaginario. Islam e Occidente, di Stefano Allievi, Forum Edizioni, 2007

Muhammad
• Maometto. Dall’Islam di ieri all’Islam di oggi, di Tariq Ramadan, editrice Einaudi, 2007
• Maometto. Vita, dottrina, sufismo, piccola antologia del Corano, di Piero Scanziani, Editrice Elvetica, 2005
• Maometto il profeta dell’Islam e il suo tempo, di Giovanni Delle Donne, Editrice Simonelli, 2005

Jihad
• Storia del Jihad. Da Maometto ai nostri giorni, di David Cook, Editrice Einaudi, 2007
• Jihad, ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, di Gilles Kepel, Editrice Carocci, 2004
• Jihad: le radici, di Luciano Pellicani, Luiss University Press, 2004