Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

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S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

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FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Cina - 2005. Mostra tutti i post
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Shanghai

All’alba i freddi raggi del sole non riescono a disperdere la coltre di smog mista all’umidità che avvolge Shanghai. Lungo il Bund, alcuni gruppi di giovani e di anziani praticano il tai ji e il qi cong, incuranti del vento gelido che sferza il loro volto. Mi fermo a guardare compiaciuto questo angolo di Cina millenaria, ma poco distante uno stereo inizia a rovesciare le note di un cha-cha-cha, al cui ritmo si dimenano alcuni pensionati. I praticanti di arti marziali continuano imperterriti a snodare il loro corpo, incuranti degli assordanti frastuoni delle musiche occidentali e del traffico, che alle sei del mattino, è già sostenuto. E’ la Cina che cambia, trascinando con sé due mondi all’apparenza diversi e inconciliabili tra loro. Una trasformazione che risulta più evidente nell’architettura di una Shanghai sempre più divisa tra antico e moderno. Sino a soli dieci anni fa, il fiume Hwangpu era il limite estremo della metropoli, oltre il quale, a oriente, iniziava la campagna, con i suoi campi di riso e di grano. Oggi Pudong, letteralmente “a est del fiume”, è la nuova area industriale e residenziale della città, costata 40 miliardi di dollari, dove ogni giorno si riversano centinaia di migliaia di operai, impiegati e uomini d’affari. Stando appoggiato al parapetto del lungofiume la vedo, Pudong, con i suoi biglietti da visita oramai famosi in tutto il mondo: il Jin Mao Tower, 420 metri di cemento e acciaio sospinti verso un cielo ancora leggermente purpureo e la mastodontica Oriental Pearl TV Tower, alta 457 metri. Dietro a me la Shanghai vecchia: il Peace Hotel, la Casa Doganiera e il consolato russo. Edifici storici, ma sempre più isolati da un contesto architettonico e culturale in via di mutamento, che sottintende anche un radicale stravolgimento di un’intera filosofia di vita economica e, in ultima analisi, politica.
Non esiste in cinese una traduzione esatta della parola filosofia, ma si propende ad assegnare a questa idea l’ideogramma dao¸ via, la cui radice indica movimento. E la base del pensiero cinese, della sua politica, del suo continuo mutare è questo dao¸ che si contrappone al pensiero occidentale che ruota, invece, attorno ad un unico perno fisso: l’Essere Supremo, il Logos, Dio. E’ un concetto basilare per comprendere ciò che accade ed è accaduto in Cina in questi ultimi decenni: la rivoluzione comunista, quella culturale, la drastica virata di Deng Xiaoping sintetizzata dal concetto “un Paese, due sistemi”, impensabile in Occidente.
E questi cambiamenti sono iniziati tutti da qui, Shanghai. Da 150 anni, la città è la chiave con cui si è periodicamente forzata la serratura del pianeta Cina, innestando nel Paese nuovi modelli di sviluppo umano e sociale. E’ proprio da qui, più che da Pechino, che bisognerebbe iniziare ogni visita della Repubblica Popolare per capire quale potrà essere il futuro di questo Paese, grande quanto un intero continente. A Shanghai è nato il Partito Comunista, si è iniziata la Rivoluzione Culturale e prima di raggiungere i massimi vertici del governo, Jiang Zemin è stato a capo della sezione locale del Partito e sindaco della città. Infine, Shanghai è stata una delle prime metropoli in cui è scomparsa, dal vocabolario del cinese medio, la parola tong zhi, compagno. Ci si ostina a pensare alla Cina come ad un Paese comunista. In realtà il comunismo, o per meglio dire quella forma tutta particolare di comunismo che è il maoismo, è vivo solo nelle parole.
-E’ buffo parlare di Piani Quinquennali in un’economia di mercato.- mi dice Alessandro Arduino, responsabile dell’Ufficio Economico del Consolato Italiano di Shanghai. Questa ambiguità è il segno che contraddistingue Shanghai sin dagli anni Venti, quando la città era considerata, a secondo delle inclinazioni ideologiche, la Parigi d’Oriente o la maison tolérèes, la Prostituta d’Oriente, per il fatto di essere stata “venduta” agli stranieri dopo le Guerre dell’Oppio. Le tensioni sociali generate da questa dicotomia, che portarono all’eccidio del 1927 e al successivo sviluppo della rivoluzione cinese, rischiano di ripercuotersi oggi con l’entrata del Paese nel WTO.
-Non bisogna dimenticare che la Cina è all’80% una realtà agricola. Quando i dazi, dal 2001 al 2005 verranno abbassati per via dell’adesione al WTO, il mercato locale sarà inondato da prodotti alimentari statunitensi e europei che piegheranno l’economia contadina.- afferma Alessandro Arduino. Ma questo non sembra interessare Washington, principale sostenitore della politica del WTO. Qualche anno fa, la Praxair, una delle maggiori società chimiche degli States, si vantava, con un frasario da Prima Rivoluzione Industriale, di aver trasformato campi di riso in fabbriche moderne. L’approccio devastante della cultura ipertecnologica statunitense in un mondo essenzialmente rurale, non tiene debitamente conto dei disastri sociali che questa può produrre non solo in Cina, ma in tutta la ragione asiatica.
Eric Randall, capo analista di una società finanziaria USA, mi decanta il lavoro di “ristrutturazione”, così lo chiama, di un intero quartiere a sud di Huaihai Zonglu. –Al posto delle vecchie case sorgeranno uffici, grandi magazzini, ristoranti, negozi di gran classe.-
-E gli abitanti?- chiedo incuriosito. –Tutti traslocati. Il governo ha dato loro appartamenti a Pudong con un affitto bassissimo.- Il giorno dopo vado ad osservare di persona: centinaia di famiglie fanno appena in tempo a caricare i pochi mobili sui camion messi a disposizione dal comune di Shanghai, che già le ruspe sventrano gli edifici coloniali. Ripasso una settimana più tardi: mentre i lavori di sbancamento non sono ancora terminati, già altre squadre di operai, sono al lavoro per costruire nuove palazzine. Distruggere per ricostruire, era uno dei motti di Mao Zedong. Qui lo si applica alla lettera. –La mia famiglia ha abitato qui per generazioni e generazioni, ed ora ci dicono che dobbiamo andarcene. Perché?- chiede incredula una vecchia. Poco lontano un comitato di quartiere innalza cartelli di protesta contro la nuova politica comunale. La risposta a tutto questo è semplice: le aride cifre che fanno all’economia di Shanghai uno sviluppo annuo del 10,2%, non possono tenere conto delle esigenze di poche migliaia di persone. E per mantenere questi livelli di incremento, il sindaco tecnocrate deve fissare continuamente nuovi traguardi. Nel futuro della città c’è il grande hub informatico e finanziario che, con l’apporto della costruzione del nuovo porto entro il 2005, proietterà Shanghai al centro dell’economia asiatica. Il tutto trainerà un’economia destinata a divenire il nuovo colosso del XXI secolo. L’Italia, una delle prime nazioni ad essere presente sul territorio, ha perso le posizioni di vantaggio che aveva e adesso arranca faticosamente dietro ai colossi europei e statunitensi. Yang Yongdong, ingegnere dell’ufficio di Shanghai della Siad Macchine Impianti di Bergamo, afferma che il segreto per restare in Cina è quello di non pensare di poter riciclare nel Paese tecnologia obsoleta in Occidente. –Le aziende italiane hanno una buona reputazione in Cina proprio perché, a differenza di molte industrie concorrenti statunitensi o europee, garantiscono tecnologia all’avanguardia e un rapporto più umano e paritario con il personale.- mentre Alessandro Arduino invita l’imprenditoria italiana all’associazionismo per un mercato troppo vasto per la tipologia famigliare della piccola e media impresa italiana. Ma perché l’Italia possa entrare a buon diritto tra il novero dei maggiori Paesi commerciali con la Cina occorre soprattutto la presenza delle istituzioni sul territorio. E se il Consolato Italiano di Shanghai è particolarmente attivo in questo senso, l’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero latita: tutte le sollecitazioni e richieste di incontro inviate all’ufficio di Shanghai, sono state lasciate senza risposta. Non è un buon biglietto da visita per chi vuole investire in Oriente.

© Piergiorgio Pescali

Cina e Giappone: il ruolo degli USA

Non è sfuggito agli analisti più attenti il fatto che le manifestazioni cinesi contro il Giappone siano state più numerose nelle zone a ridosso di Hong Kong, frequentate e abitate da èlite di uomini d’affari cinesi xenofobi e filotaiwanesi emigrati negli USA, fortemente ostili al governo di Pechino e che vedono nel ristabilimento delle relazioni diplomatiche con Tokyo nel 1972 un tradimento delle istanze nazionaliste. Sulla base di queste considerazioni sono in molti, specialmente in Giappone, a credere che nei lanci di accuse tra Pechino e Tokyo ci sia un diretto interessamento di Washington. Gli Stati Uniti, utilizzando il canale della potente comunità cinese emigrata nel paese durante il periodo maoista, cercano di indebolire gli atteggiamenti di Pechino, a loro parere troppo intransigente nelle sue posizioni di politica estera e di protezionismo economico. Le manifestazioni antigiapponesi, infatti, hanno messo in difficoltà il regime di Hu Jintao non solo agli occhi dei vicini, Vietnam e India in particolare, ma anche sul piano interno. Una debolezza nei confronti del Giappone o una repressione nei confronti dei manifestanti, potrebbe rivolgere le proteste anche contro il Partito. Il ricordo di Tienanmen del 1989 è ancora vivo e se il Giappone è una democrazia, la Cina del XXI secolo si sta avviando ad esserlo ma ne è ancora lontana. In una prospettiva futura la Cina è molto più importante per gli USA di quanto lo sia il Giappone, già alleato fedele. Washington stesso non è favorevole a che Tokyo acquisisca il seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ed è disponibile a barattare il suo voto negativo con una maggiore apertura cinese in campo economico. Infine, Pechino è l’unica potenza regionale che può avere influenza sulla Corea del Nord. Averla come partner potrebbe consentire a Bush di tranquillizzare un fronte caldo, permettendo di impegnarsi con più vigore nel Medio Oriente e in Centro Asia.

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Cina e Giappone: le ragioni del Giappone

Non hanno tutti i torti i nazionalisti giapponesi quando affermano che il colonialismo di Tokyo della prima metà del 900 è la logica conseguenza dell’esclusione imposta dalle potenze occidentali al paese. Potenza economica e militare di primo livello, il Giappone sperava di inserirsi a pieno titolo nella vita politica dell’Estremo Oriente con il motto “L’Asia agli Asiatici”, una politica che aveva il supporto di molti nazionalisti asiatici. Il militarismo e la fiducia della propria superiorità morale e culturale, hanno però portato le forze di occupazioni nipponiche a perpetrare i più efferati crimini, in particolar modo contro i cinesi e i coreani. Di fronte alle proteste cinesi, i politici giapponesi hanno sempre risposto che dal 1972 sono state esposte formali scuse per la colonizzazione, mentre i danni di guerra sono stati completamente risarciti. Economicamente la macchina giapponese è in crisi, ma rimane pur sempre la seconda potenza al mondo dopo gli Stati Uniti. Fortemente dipendente dal petrolio, nonostante le numerose centrali nucleari presenti sul territorio, il Giappone sta combattendo con la Cina una battaglia per impossessarsi delle fonti di idrocarburi. Nel 2004 si è assicurato il rifornimento del greggio siberiano, mentre con la Cina è in atto un contenzioso per l’isola di Senkaku (Diaoyu per Pechino), ricca di petrolio. Il 13 aprile il governo di Koizumi ha dato il permesso ad una ditta petrolifera di iniziare le trivellazioni off-shore nella zona contesa suscitando le proteste di Pechino. La protezione garantita dagli Stati Uniti, oggi non sembra più così sicura: le difficoltà incontrate in Afghanistan e in Iraq hanno convinto molti giapponesi che Washington non sarà così solerte nell’intervenire in aiuto di Tokyo in caso di bisogno. Così il nazionalismo ha terreno fertile per crescere e per indicare nell’autodifesa militare l’unica soluzione possibile per proteggere l’arcipelago. Le spese militari giapponesi sono in termini assoluti le più alte di tutta l’Asia e molti Paesi sono preoccupati della corsa al riarmo intrapresa da Tokyo in questi ultimi anni.

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Cina e Giappone: le ragioni della Cina

La Cina ha continuato a chiedere al Giappone di mostrare nella realtà dei fatti un segno del suo reale pentimento per le dolorose ferite inferte al popolo durante il periodo coloniale. In particolare chiede al governo di Tokyo di non rendere ufficialmente omaggio ai 14 criminali di guerra di classe A le cui ceneri sono sepolte nel santuario di Yasukuni. Le visite di Primi Ministri giapponesi al tempio scintoista sono iniziate nel 1985 con Yasuhiro Nakasone, ma solo con Koizumi si sono fatte così frequenti e periodiche. Sull’onda delle manifestazioni antigiapponesi che hanno interessato le principali città cinesi, il governo di Wen Jiabao ha chiesto all’UNESCO di inserire anche la Fabbrica 731 come patrimonio culturale mondiale. Durante la colonizzazione migliaia di persone hanno perso la vita in questo ospedale dove medici giapponesi utilizzavano cavie umane per esperimenti biologici. Mai come oggi la Cina è in grado di far valere sul Giappone le proprie ragioni: con un’economia che viaggia con una crescita del 9% annuo, il divario tra i due Paesi si sta assottigliando sempre più. Pechino oramai non guarda più solo al suo mercato, ma è sempre più protesa verso l’esterno. Nel 2004 gli scambi commerciali del Giappone con la Cina hanno superato quelli con gli Stati Uniti e le due economie sono complementari: prodotti economici e forza lavoro a basso prezzo provengono dalla Cina contribuendo a diminuire il costo della vita per i giapponesi, mentre il Giappone offre merci ad alta tecnologia e sofisticati laboratori di ricerca. Ma il conflitto economico che impegna i due Paesi si ripercuote anche in campo militare: sebbene le Forze Armate cinesi siano ancora dotate di tecnologia antiquata e poco affidabile, la forte crescita economica permette ai generali di Pechino di avere a disposizione un budget sempre maggiore per rimodernare il parco militare. La maggiore preoccupazione cinese, oltre a Taiwan, è oggi il controllo dell’area del Pacifico e proprio su questo tema la competizione con Tokyo è aperta.

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Cina e Giappone (II)

Aspettando il 4 maggio, anniversario delle proteste antigiapponesi del 1919, Pechino smorza i toni polemici con Tokyo e nella conferenza di Bandung, Hu Jintao accetta di incontrare il premier giapponese Junichiro Koizumi. Per la diciottesima volta dal 1972, anno in cui sono stati ristabiliti i rapporti diplomatici tra i due Paesi, Koizumi ha espresso formali scuse per un «passato che, a causa della colonizzazione e l’aggressione giapponese, ha prodotto tremendi danni e sofferenze ai popoli di molti Paesi, in particolare a quelli delle nazioni asiatiche». Hu Jintao, da parte sua, apprezzando le parole del Primo Ministro nipponico, ha auspicato che i fatti diano testimonianza dei buoni propositi espressi. Si archiviano quindi, almeno per ora, gli otto libri di testo che, riportando revisioni storiche offensive nei confronti dei Paesi colonizzati dal Giappone, in particolare Cina e Corea, hanno dato motivo a migliaia di cinesi di scendere in piazza per manifestare contro Tokyo. Rimangono, invece, le vere divergenze che continuano a rendere difficile il dialogo tra le due nazioni più potenti del continente asiatico e che sono la vera causa delle proteste meno spontanee verificatesi di fronte alle missioni diplomatiche nipponiche. In ballo non vi è solo una mera disquisizione di principi ideologici, bensì il futuro geopolitico dell’intera regione del Pacifico. L’impennata verticale assunta da un decennio dall’economia cinese e il crescente peso internazionale di Pechino, ha costretto Tokyo a rivedere i suoi programmi di espansione alzando i toni della sfida sino ad arrivare, il 13 aprile, ad iniziare le trivellazioni off-shore nelle isole Senkaku per dissetare un’industria che, per sopravvivere, succhia una quantità di petrolio seconda solo agli Stati Uniti. Le isole, occupate dal Giappone, ma rivendicate dalla Cina, sono oramai divenute le bandiere dei nazionalisti di entrambe gli schieramenti sino ad essere oggetto di contesa anche in campo sportivo: ad agosto dello scorso anno, nello stadio di Chonggin, durante i quarti di finale della Coppa d’Asia tra Giordania e Giappone, i tifosi cinesi avevano inalberato striscioni che chiedevano la restituzione dei territori. Pechino, da parte sua, ha posto il veto alla recente richiesta di ammissione di Tokyo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per poter continuare ad essere l’unica potenza asiatica a mantenere un potere decisionale di importanza fondamentale. Ma Cina e Giappone hanno anche bisogno l’una dell’altra specialmente dopo che, nel 2004, Pechino è divenuto il primo partner commerciale di Tokyo surclassando, per la prima volta dal dopoguerra, Washington. Oramai il 20,1% degli scambi commerciali dell’economia del Sol Levante si dirige verso il Paese di Mezzo. Negli ultimi dodici mesi il traffico economico tra le due nazioni è aumentato del 14% e nel 2005 si prevede che si manterrà su questi stessi livelli. In particolare, la sempre maggiore potenza economica cinese ha già cominciato la penetrazione nello stesso Giappone. La Shanghai Electric Corp., una compagnia statale che fabbrica macchinari elettrici, ha comprato la Akiyama Printing Machinery Manufacturing Corp. pagandola due miliardi di yen in più del suo valore reale, mentre un’altra ditta cinese ha acquistato un’intera fabbrica di microcomponenti per forni a microonde della Sanyo, trasferendo tutti i macchinari in Cina. Gli USA vedono con preoccupazione la perdita di potere economico di Tokyo, che potrebbe allontanare le nazioni asiatiche dall’alleato a stelle e strisce avvicinandole alle economie emergenti della regione: Cina e India, due Paesi notoriamente non in buoni rapporti con gli Stati Uniti. Per mantenere il ruolo di regista, Washington sta giocando le sue carte su entrambe i fronti con una certa predilezione per la Cina, vista come la chiave di volta dell’economia del XXI secolo. Così, se da una parte Koizumi e Bush firmano trattati militari che violano l’Articolo 9 della costituzione con la scusa di difendere la nazione giapponese da improbabili attacchi nordcoreani e cinesi, la Cina e gli stati dell’area pacifica vedono con preoccupazione il riarmo di Tokyo, le cui Forze Armate sono dotate di una tecnologia che le rende tra le più temibili del continente. Fronti diretti lungo cui eserciti e diplomazie si scontrano sono l’isola di Taiwan e la Corea del Nord, aree calde in cui il governo di Pechino ha una supremazia culturale e politica che, a lungo andare, potrebbe rivelarsi decisiva per il nuovo assetto geopolitica dell’Estremo Oriente.

© Piergiorgio Pescali

Cina e Giappone

Aspettando il 4 maggio, anniversario delle proteste antigiapponesi del 1919, Pechino smorza i toni polemici con Tokyo e nella conferenza di Bandung, Hu Jintao accetta di incontrare il premier giapponese Junichiro Koizumi. Per la diciottesima volta dal 1972, anno in cui sono stati ristabiliti i rapporti diplomatici tra i due Paesi, Koizumi ha espresso formali scuse per un «passato che, a causa della colonizzazione e l’aggressione giapponese, ha prodotto tremendi danni e sofferenze ai popoli di molti Paesi, in particolare a quelli delle nazioni asiatiche». Hu Jintao, da parte sua, apprezzando le parole del Primo Ministro nipponico, ha auspicato che i fatti diano testimonianza dei buoni propostiti espressi. Ma se le manifestazioni antigiapponesi che hanno infiammato la Cina in queste tre settimane si stanno placando, non si può dire che il sentimento xenofobo e revisionista della destra nazionalista giapponese stia facendo altrettanto. Lo scorso 23 aprile, 1.200 membri della Società per la Riforma dei Libri di Testo si sono radunati per difendere il ruolo e le azioni intraprese dal Giappone tra il 1910 e il 1945. Nobukatsu Fujioka, fondatore della Società e attuale suo vice presidente, ha illustrato chiaramente la visione di quel preciso periodo storico: «il Giappone sta educando i propri figli secondo la propaganda nemica inducendo i bambini giapponesi a far credere che i loro avi siano mostri e assassini. In realtà non c’è alcuna evidenza che i crimini di guerra giapponesi siano stati peggiori di quelli commessi da qualunque altra nazione europea o dagli Stati Uniti». Secondo l’opinione condivisa da molti parlamentari del Partito Liberal Democratico di Koizumi e da una parte consistente della popolazione giapponese, il colonialismo, oltre ad essere stata una reazione politica obbligata dall’isolamento internazionale voluto dall’Europa e dagli Stati Uniti nei confronti di Tokyo, avrebbe avuto il merito di liberare l’Asia dal giogo occidentale portando una ventata di civiltà e progresso in Paesi arretrati. In nome di questa modernizzazione il Massacro di Nanchino del 1937, in cui 300.000 cinesi vennero trucidati dai militari giapponesi, si trasforma in “incidente”; la colonizzazione è chiamata “Guerra d’Asia e del Pacifico” e l’invasione una entusiasmante “avanzata”. Anche le 200.000 donne coreane, taiwanesi, cinesi, filippine e olandesi costrette a prostituirsi dai militari del Sol Levante, divengono “donne di piacere” lasciando intendere che il piacere non era a senso unico. Nel 2001 il Ministro dell’Educazione ha approvato otto libri di testo che riportano queste revisioni storiche offensive nei confronti dei Paesi colonizzati dal Giappone, in particolare Cina e Corea. E anche se per ora solo 18 scuole secondarie (10 pubbliche e 8 private) per un totale di 11.102 studenti (su 1.200.000) li hanno adottati, tanto è bastato affinché migliaia di cinesi scendessero in piazza a manifestare. Ad aggravare la situazione ci sono le viste annuali di Koizumi al santuario scintoista di Yasukuni, dove, accanto ai caduti giapponesi assunti all’onore di kami o semidei, sono venerati anche 14 criminali di guerra di classe A. Proprio la scorsa settimana, 80 parlamentari, tra cui un ministro del governo di Koizumi, hanno visitato in pompa magna il luogo sacro, sfidando le reazioni cinesi e mettendo a rischio l’incontro tra i due leaders a Bandung, mentre domenica 24 aprile, il Ministro degli Esteri Nobutaka Machimura, in un programma televisivo ha contrattaccato Pechino affermando che i libri di testo adottati nelle scuole cinesi sono fonte di indottrinamento e presentano i fatti storici in modo retorico e sbagliato. Ma bastano questi motivi politici e storici per mettere a repentaglio la sicurezza di un’intera regione? In realtà la vera causa del contenzioso Cina-Giappone affonda le radici nel futuro geopolitico della regione. L’impennata verticale assunta da un decennio dall’economia cinese e il crescente peso di Pechino, ha costretto Tokyo a rivedere i suoi programmi di espansione futura alzando i toni della sfida sino ad arrivare, il 13 aprile, ad iniziare le trivellazioni off-shore nelle isole Senkaku, occupate dal Giappone, ma contese dalla Cina. Pechino, da parte sua, ha posto il veto all’entrata di Tokyo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, continuando così ad essere l’unica potenza asiatica a mantenere un potere decisionale di importanza fondamentale.

© Piergiorgio Pescali