Tenzin Gyatso, conosciuto in tutto il mondo come il XIV Dalai Lama, incarnazione del Buddha della compassione Avalokitesvara, è, dal 1959, anno in cui fuggì in India, la figura chiave della lotta tibetana contro la Cina. Nel 1989 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Pace
Iniziamo con una domanda ovvia, ma che suscita sempre perplessità. Perché nel 1959 ha lasciato il Tibet?
Perché se fossi rimasto, i cinesi mi avrebbero preso in ostaggio e questo avrebbe potuto causare una sollevazione popolare.
Cosa ha dato l’esilio a lei a ai tibetani che l’hanno seguita?
La consapevolezza che la via del Buddha è l’unico insegnamento adatto per noi tibetani. Seguendo gli insegnamenti buddhisti abbiamo riscoperto un nuovo vigore della vita. Sì, posso dire che l’esilio mi ha migliorato. Per questo posso ringraziare i cinesi.
Democrazia per il Tibet. Questo è quanto lei chiede per la sua terra. Nel passato i suoi predecessori non sono però stati dei campioni di democrazia.
Sì, è vero. E’ per questo che, una volta assicurata al Tibet l’autonomia, mi ritirerò perché la mia figura potrebbe essere d’ingombro ad un cammino democratico. Personalmente, poi, sono vecchio e non voglio ricoprire alcuna carica pubblica. Diciamo che andrò in pensione, farò il Dalai Lama a tempo pieno, dedicandomi alla disciplina buddista.
Che obiettivo si pone come guida spirituale e politica dei tibetani?
Fermare il genocidio culturale in atto. Ma per fermarlo bisogna creare i presupposti per un dialogo con Pechino. Ho già detto più volte che non voglio l’indipendenza del Tibet, ma l’autonomia all’interno della nazione cinese.
Osservando le manifestazioni in atto in Europa, in America e in India e Nepal, i sostenitori della causa tibetana portano striscioni inneggianti all’indipendenza tibetana, non all’autonomia. Siamo sicuri che all’interno del suo governo tutti lottino per la stessa causa? Non possiamo dar torto alla Cina quando chiede una prova tangibile dell’unità di intenti nel suo governo.
Free Tibet non significa necessariamente Tibet indipendente. Significa solamente che vogliamo che la Cina interrompa la politica di aggressiva colonizzazione accettando che i tibetani ricoprano posizioni di vera responsabilità all’interno del Tibet.
Già ora le ricoprono. Qiangba Pungcog, il Presidente della Regione Autonoma Tibetana è tibetano.
Tibetano ma anche filocinese.
Allora dovreste essere più chiari e dire che non è questione di mettere figure tibetane all’interno del governo, ma figure ben specifiche, indicate da voi. E’ questo il punto di attrito.
Forse.
Altro punto di attrito riguarda i diversi concetti di cosa intendere per Tibet. Il “vostro” Tibet è un Tibet etnico, comprendente anche le regioni del Gansu, del Sichuan e del Qinghai e parte dello Yunnan. In pratica si tratterebbe di raddoppiare la superficie sulla quale volete applicare le vostre richieste.
Noi non possiamo dimenticare i 4 milioni di nostri fratelli tibetani che vivono al di fuori dai confini amministrativi del Tibet.
E’ quindi un dialogo tra sordi. E parlando di sordi non mi riferisco solo ai cinesi
Noi abbiamo già eliminato dal nostro vocabolario la parola indipendenza. Ci siamo già mossi verso la loro richiesta.
Lei di sicuro. Ma non i manifestanti pro-Tibet, non gli attivisti del Congresso Giovanile, non i reduci della guerriglia Khamdo. Un compromesso con la Cina ed un suo ritorno a Lhasa non risolverebbe i problemi all’interno del Tibet e, soprattutto, aprirebbe crepe nel vostro movimento.
Cerchiamo però di trovare qualche soluzione
E’ ottimista?
Sì. Il regime cinese deve cambiare. E’ solo questione di tempo. I cinesi stessi non vogliono più vivere isolati dal mondo. Cercano la democrazia. E’ un processo lento iniziato nel 1989 con Tienanmen.
Quale Tibet sogna?
Un Tibet all’interno di una Cina in cui è possibile vivere in un unico Paese con due sistemi. E’ un approccio già usato con Hong Kong ed ha funzionato. Perché non utilizzarlo anche con il Tibet?
Ancora una volta ripeto che il Tibet deve rimanere con la Cina. E’ nell’interesse stesso dei tibetani
Perché il Tibet non è Hong Kong: cultura, tradizioni, lingua, storia sono differenti. Pechino non si fida dei tibetani. E’ un ricorso storico.
Ma per trovare una soluzione ognuno deve cedere qualcosa e al tempo stesso dobbiamo fidarci l’uno dell’altro. Un Tibet simile, inoltre, è già esistito tra il 1950 e il 1959, quando il Presidente Mao sovrintendeva il processo di integrazione. E’ a quel Tibet che guardo.
Lei ha più volte detto che il prossimo Dalai Lama verrà scoperto fuori dalla Cina. In questo modo ha sfidato apertamente le autorità di Pechino perdendo un’altra occasione di dialogo.
La prossima reincarnazione, nel tempo in cui i tibetani sono costretti all’esilio, sarà per forza di cose trovata fuori dalla Cina.
Ci saranno quindi due figure religiose, così come lo è stato per il Panchem Lama? Un Dalai Lama a Lhasa eletto con il beneplacito di Pechino ed uno “ufficiale” a Dharmasala?
E’ molto probabile che sia così. Starà ai tibetani decidere a quale dei due tributare gli onori e la loro fede.
Lei ha parlato anche di genocidio culturale. Cosa intendeva dire?
Oramai a Lhasa la lingua più parlata è il cinese e così nelle altre città del Tibet. Nelle scuole, negli uffici pubblici il cinese è la lingua ufficiale. Inoltre molti monasteri sono stati chiusi, altri sono stati saccheggiati se non distrutti completamente. Questo intendo quando parlo di genocidio culturale.
La violenza è sempre da evitare? Ci sono dei casi in cui lei approva l’uso della violenza?
Sì, ci sono dei casi estremi in cui la violenza può essere un’arma utilizzabile, ma sempre con l’intento di salvaguardare la dignità dell’uomo. Per esempio durante le Guerre Mondiali o durante la Guerra di Corea, quando, per garantire la democrazia e la pace nel mondo futuro, si sono combattute delle guerre. O per salvaguardare i principi del buddhismo. Ma è molto pericoloso l’uso della violenza, anche quando la si utilizza con intenti positivi. Spesso la violenza genera altra violenza
Molti tibetani giudicano la non violenza un’arma non più proponibile per raggiungere gli scopi prefissati dal suo governo.
Specialmente le giovani generazioni. Lo so, sono al corrente che molti mi giudicano troppo morbido, addirittura troppo filocinese. Ma cosa otterremmo con la violenza? Siamo un piccolo popolo, non possiamo contare su alcun aiuto esterno in caso ingaggiassimo una guerriglia con la Cina. La Cina è potente militarmente e economicamente e ha rapporti diplomatici con tutto il mondo. Realisticamente parlando: quale Paese romperebbe rapporti con la Cina per aiutare il piccolo popolo tibetano?
Nel 2007 durante la sua visita in Italia, il papa non l’ha ricevuta. E’ rimasto deluso?
I rapporti tra Vaticano e Cina sono molto delicati, per certi versi simili a quelli che abbiamo noi tibetani con il governo di Pechino. Ultimamente sembra che tra Pechino e il Vaticano sia ripreso il dialogo. In questo nuovo corso, un incontro con il Santo Padre avrebbe potuto creare delle difficoltà, quindi ho accettato di non interferire. Del resto avevo già incontrato Benedetto XVI nel 2006.
Lei si è dichiarato contrario al boicottaggio dei Giochi Olimpici. Ed anche qui la sua opinione è totalmente opposta con i movimenti pro-Tibet in Occidente, che invece lottano affinché vengano boicottate.
Ho detto che appoggio i Giochi Olimpici e spero che si svolgano tranquillamente. Se poi alcuni capi di stato non saranno presenti all’inaugurazione, questo sarà una loro scelta.
Il governo cinese l’ha invitata più volte ad andare a Pechino e a visitare Lhasa. Perché ha sempre declinato l’invito?
Cosa accadrebbe se andassi a Pechino e tornassi senza aver concluso alcun accordo? I tibetani si rivolterebbero e rischieremmo di infiammare di nuovo il Tibet con altre rivolte e altri dolori.
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Tibet: Storia del Tibet tra India e Cina
Esiste una parola, nella tradizione tibetana, che riassume l’intera politica del paese: yon-bdag. Tradotta, significa più o meno sacerdote-protettore e indica il rapporto esistente, dal XIII secolo, tra potere spirituale e il potere temporale che lo protegge. La storia del Tibet si è sempre espressa in base a questo rapporto, il cui equilibrio ha determinato il grado di indipendenza della regione. La prima carta geografica del Tibet pervenutaci a noi risale al 1715, disegnata da un gesuita e mostra chiaramente una regione inglobata nell’impero cinese. Sino al XX secolo, sono sempre state le regioni a nord dell’Himalaya a tessere legami, più o meno pacifici con Lhasa. Solo con l’avvento dell’era moderna, anche l’India cominciò ad interferire, ma era un’India colonizzata da una Gran Bretagna timorosa dell’espansione russa in Centro Asia. Dal 1910 il Dalai Lama, che sino ad allora si era sempre rifugiato in Mongolia per sfuggire alle invasioni cinesi e inglesi, cominciò a percorrere i contrafforti hilamayani, tessendo i primi legami con il subcontinente. Da allora è stata l’India la culla della resistenza tibetana, anche se diplomaticamente New Delhi non ha mai riconosciuto il Tibet come nazione indipendente. L’asilo garantito da Nehru al Dalai Lama nel 1959, è sempre stato rispettato. E’ stato anche grazie a questa ospitalità che l’India ha ricevuto cospicui sovvenzionamenti e appoggi durante i conflitti con la Cina negli anni Sessanta. Oggi, però, le aperture con Pechino potrebbero cambiare le carte in tavola. Il governo tibetano di Dharamsala comincia ad essere un ostacolo non indifferente per la normalizzazione dei rapporti tra i due colossi e New Delhi potrebbe incoraggiare il Dalai Lama a trovare una soluzione al nodo tibetano. Ed in fretta.
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Tibet: La repressione cinese
La repressione del Tibet da parte della Cina non è storia recente. Cinesi e mongoli sono più volte entrati nella regione sin dal XIII secolo, spesso chiamati dagli stessi monaci tibetani. Furono i mongoli, ad esempio, a creare l’appellativo Dalai (“oceano” sottinteso di saggezza) per un monaco della setta Gelukpa, impegnata allora nelle lotte di potere contro i Sakya, dando vita alla discendenza di cui Tenzin Gyatso è il XIV rappresentante. Qing e Manciù tornarono più volte a Lhasa nel corso dei secoli, alternandosi a inglesi e nepalesi. Nel 1904 Zhao Erfeng, generale manciù, venne soprannominato il “macellaio dei lama” per la sua efferatezza e crudeltà nell’imporre il suo volere. Migliaia di tibetani, monaci e civili, vennero massacrati da questo fedele emissario dell’ultima dinastia imperiale cinese. Tra il 1951 e il 1959 Mao riuscì a far prevalere in Tibet una politica moderata, permettendo al vecchio sistema feudale e monastico di sopravvivere ed intavolando una serie di colloqui con il Dalai Lama. Fu il Segretario del PCC del Xichuan Li Jingquan, ad iniziare nel 1955 contro la volontà del Presidente, le riforme che diedero vita alle proteste. Vennero confiscati i beni, la maggior parte dei monasteri venne chiusa e, i pochi rimasti aperti, vennero violati dalle Guardie Rosse durante la Rivoluzione Culturale. Le aperture seguite alla morte del Grande Timoniere, paradossalmente servirono da pretesto per altre rivolte: il programma di sviluppo, con l’afflusso di migliaia di Han e Hui, aveva evidenziato il problema etnico e culturale dei tibetani. A nulla valse la reintroduzione della lingua tibetana nelle scuole, la riapertura dei monasteri, il permesso di ripercorrere le kora, le vie dei pellegrinaggi. Il 5 marzo 1988, 20 anni fa, migliaia di tibetani riversarono il loro rancore verso Pechino chiedendo, tra l’altro, il ritorno del Dalai Lama. Oggi le manifestazioni dei monaci ripercorrono le medesime recriminazioni, con l’aggiunta di una richiesta in più: la liberazione di Gedhun Choekyi Nyima, riconosciuto incarnazione del X Panchen Lama dal Dalai Lama e, per questo, dal 1995 messo agli arresti domiciliari. Aveva sei anni.
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Tibet: Reportage da Lhasa (marzo 2008)
I segni degli scontri avvenuti la settimana scorsa a Lhasa sono ancora evidenti: negozi appartenenti a immigrati cinesi incendiati, la succursale della Banca di Cina devastata, ogni angolo strategico della città, in particolare il Potala e il Jokhang, presidiato dai soldati. La città sacra del buddismo tibetano è militarizzata. I vicoli della parte vecchia, solitamente brulicanti di gente, sono deserti e così il mercato, che in questo periodo dell’anno ospita migliaia di pellegrini e mercanti provenienti dagli altipiani innevati. La normalità è tornata a Lhasa, continuano a recitare i proclami ufficiali. Ma è una normalità fittizia, dettata dalla dura lex chinensis, che esclude ogni forma di dissenso, specie se espresso in forma autonomista. L’Armata Rossa ha spento le fiamme della rivolta, ma tutti sanno che le braci ardono ancora sotto il sottile manto di cenere. E tutti hanno paura. Hanno paura i tibetani, che cominciano a sentirsi abbandonati dal mondo, ma hanno paura anche i cinesi i quali, nell’anno che avrebbe dovuto sancire l’apoteosi dell’economia asiatica, vedono gli occhi del mondo puntati sulla parte sbagliata della nazione. Guardiamo tutti non verso Pechino, dove si svolgeranno in pompa magna i Giochi Olimpici, ma al Tibet e, in misura minore, allo Xinkjiang. «Pechino è infuriata: dopo aver perso i giochi olimpici del 2000 ed aver atteso questi per oltre un decennio, ora i tibetani e gli uiguri stanno rovinando tutto» afferma Mark Allison, collaboratore di Amnesty International a Hong Kong. Ma quanto si concentrerà l’attenzione dell’Occidente sul Tibet? «Remember Burma», ricordati la Birmania, ammonisce Tenzing Dorma, professore di Storia alla Tibet University di Lhasa, riferendosi all’oblio in cui è piombato il paese sudest asiatico dopo l’ondata di interesse durante la repressione dei monaci birmani. Se Parigi valeva bene una messa, quanto varrà Pechino? Sicuramente più dei 19 morti ufficialmente dichiarati dalle autorità o dei 99 proclamati dal governo in esilio. «Gli scontri del 14 marzo sono stati i più violenti dal 1989 ad oggi» dice Pasang Norbu, un monaco orginario di Golmud. «Personalmente non ho visto nessuna vittima, ma molte famiglia tibetane lamentano la mancanza di questo o quel famigliare». Il governo locale ha stampato dei volantini in cui si promette una mancia a chi darà notizie di ventuno tibetani considerati i leaders della rivolta. Tra i tibetani, nel frattempo si sta sempre più radicando la sindrome del falso amico. Un attivista indipendentista tibetano che vive a Lhasa, il cui nom-de-guerre, Songsten, rievoca il primo re che nel VII secolo unificò il Tibet, ricorda che nessuno stato occidentale ha mai voluto riconoscere il Tibet come nazione indipendente. «Si è sempre preferito assecondare il volere della Cina. Al massimo premevano per garantirci uno status di autonomia. Ma nessuno ha mai appoggiato le richieste di indipendenza». Del resto già nel 1715 il padre gesuita Ippolito Desideri, che studiò presso l’Università di Sera e grande amico del VII Dalai Lama, incluse il Tibet entro i confini cinesi in una mappa da lui disegnata. E fu lo stesso Tibet a rigettare le offerte di relazioni diplomatiche avanzate da alcuni stati europei durante la prima metà del Novecento. Solo con la Germania nazista si stabilirono stretti contatti sino a consentire ad una spedizione antropologica di girare in lungo e in largo la regione. E ancora, fu lo stesso Dalai Lama ad accettare, il 26 ottobre 1951, l’Accordo in Diciassette Punti che sanciva “il ritorno del popolo del Tibet alla grande famiglia della madrepatria, la Repubblica Popolare Cinese”. Tutti questi insegnamenti che la storia ci propone, devono essere ricordati per capire le innumerevoli sfaccettature che offre la questione tibetana. «Abbiamo sbagliato nel passato. Lo hanno fatto i nostri padri e le loro colpe oggi ricadono su di noi. E’ la legge del karma» ammette Tsultrim, vice abate del monastero di Pel Kor a Gyantse. Alla legge del karma, i cinesi contrappongono la legge del materialismo, fatta di industrializzazione accelerata che ha costretto il governo centrale a promuovere un largo afflusso di Han e di turisti sin dal 1984. Ed anche se questo processo non era premeditato per spostare a favore gli Han l’equilibrio demografico del Tibet, come comunemente è fatto credere, è stata proprio questo a concentrare l’attenzione dei tibetani sul problema etnico. Non è un caso che le rivolte dei giorni scorsi, siano state più violente nel cosiddetto Tibet etnologico, cioè in quelle regioni, come il Gansu o il Sichuan, separate politicamente dal Tibet, ma abitate da etnie tibetane. E’ proprio in una cittadina del Gansu, a Hezuo, che i rivoltosi sono riusciti a compiere l’atto più spettacolare: ammainare la bandiera cinese e issare quella tibetana.
© Piergiorgio Pescali
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Tibet: Le relazioni tra Tibet e Cina
La storia, insegnano i cinesi, è una spirale: pur essendo in continuo movimento, ciclicamente ritorna su se stessa, riproponendo eventi già accaduti nel passato. Le manifestazioni in atto in Tibet sono la conferma di questa teoria. Cina e Mongolia hanno sempre cercato di controllare gli altipiani tibetani, influenzando in modo determinante la cultura della regione. I mongoli, ad esempio, hanno condotto la setta dei Gelukpa a prevalere su quella degli Sakya, dando inizio alla discendenza dei Dalai, termine mongolo che significa “oceano”, e di cui il lama Tenzin Gyatso è oggi il XIV rappresentante. Ma nel dizionario tibetano esiste un altro concetto, indispensabile per capire i meccanismi che hanno segnato le fasi storiche della regione: cho-yon. Tradotto in modo approssimativo, cho-yon indica la relazione secolare che lega un maestro spirituale al suo protettore laico. La storia del Tibet, sin dal XII secolo, quando i mongoli si affacciarono in queste lande, si è sempre basata su questa immagine della doppia relazione. L’abilità o meno dei vari governanti nell’amministrare questo rapporto, ha spostato l’equilibrio del potere verso Lhasa o verso Pechino. Il fatto è che i vari regnanti tibetani non hanno mai mostrato grandi capacità nel manipolare l’arte del governo: le rivalità tra i vari monasteri, vere e proprie città stato appartenenti alle diverse sette buddiste e ognuno con propri eserciti di monaci guerrieri, hanno costretto i Dalai Lama o i loro reggenti a chiedere l’aiuto ora della Cina, ora della Mongolia, sino a rivolgersi addirittura alla Russia zarista, per mantenere unito il Paese. La presenza cinese in Tibet si è sempre mostrata ingombrante, e spesso violenta, in particolar modo durante gli ultimi anni dell’impero Manciù, quando il generale Zhao Erfeng era soprannominato il “macellaio dei lama”. Da parte loro, i governanti tibetani non hanno mai fatto nulla per ricercare simpatie altrove. L’unico tentativo di allacciare relazioni diplomatiche con un paese occidentale, fu fatto con la Germania di Hitler, la cui ammirazione per le religioni orientali e per la teosofia di Madame Blavatsky portava i suoi interessi nelle regioni indoeuropee. Una pagina non proprio edificante che oggi i tibetani cercano di nascondere. E’ in questo contesto che i cinesi di Mao Zedong sono arrivati in Tibet, all’inizio accolti con favore dai monasteri fedeli all’altra autorità spirituale del Paese: il Panchen Lama, allora in disaccordo con il Dalai Lama. La politica maoista fu quella di mantenere lo status quo della regione, evitando cambiamenti repentini e iniziando un dialogo con il Dalai Lama sulla base del cho-yon. Fu invece sopraffatto dagli eventi. Nel 1959 il Segretario del Partito Comunista dello Sichuan, Li Jingquan, contro il volere dello stesso Presidente, diede inizio alla politica di integrazione totale: le proprietà vennero requisite, i monasteri chiusi, la lingua tibetana vietata nelle scuole e negli uffici pubblici. In poche settimane la situazione precipitò ed il Dalai Lama fuggì in India. I disordini che hanno devastato Lhasa in questi giorni ricordano il 49° anniversario di questi eventi drammatici. Solo dopo il 1980 i cinesi cominciarono a cambiare politica verso il Tibet, accogliendo una delegazione di tibetani in esilio guidata dal fratello del Dalai Lama, riaprendo i monasteri, inserendo la lingua tibetana nelle scuole, e iniziando il dialogo con il governo in esilio in India. Ma, come accaduto per altre regioni, lo sviluppo economico voluto da Pechino è stato interpretato diversamente dai tibetani: l’arrivo di migliaia di han, la costruzione della ferrovia del Qinghai che collega Lhasa a Pechino in 48 ore, lo sviluppo turistico della regione, sono ragioni sufficienti per accusare la Cina di voler annientare la cultura locale. A nulla sono valse le dichiarazioni dello stesso Dalai Lama secondo cui la Cina ha contribuito ad innalzare il livello di vita dei tibetani. Il Dalai Lama, oramai figura ingombrante anche per l’India che lo ospita, sente la pressione del tempo che fugge e deve cercare di trovare una soluzione soddisfacente più per lui che per la Cina. Nella logica del cho-yon è lui ad aver bisogno di Pechino.
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Tibet: Nel Mustang sulle vie dei guerriglieri tibetani (II)
Lo Monthang è una minuscola valle nepalese che si incunea per una sessantina di chilometri nell’altopiano tibetano. Come già successo per altre aree del loro impero coloniale, gli inglesi ne storpiarono la dizione in Mustang, nome con cui oggi viene comunemente identificata la regione. Circondata da montagne alte più di seimila metri che ne garantivano la sicurezza, per almeno due decenni, tra la fine degli anni Cinquanta al 1974, la valle del Mustang è stata la base del Chusi Gangdruk, l’esercito dei guerriglieri Khampa in lotta per mantenere l’indipendenza del Tibet invaso dalla Cina. Una lotta impari, ma che venne sostenuta dalla CIA, la quale offrì addestramento ed armi alla guerriglia.
Fu Gyalo Thondup, fratello del Dalai Lama, a organizzare il collegamento tra i leaders Khampa e la CIA, celandone l’esistenza allo stesso leader spirituale tibetano. E fu ancora Gyalo Thondup che, nel capo profughi di Kalimpong, scelse il primo gruppo di tibetani per essere addestrati. La prima missione fu organizzata nell’ottobre 1957, quando Athar Norbu e Lhotse, vennero paracadutati a 100 km da Lhasa per incontrare il leader della resistenza Khampa, Gompo Tashi Andrugtsang.
A Leadville, nel Colorado, fu anche allestito un campo di addestramento attraverso il quale passarono circa trecento tibetani. La grande differenza di ideali e di obiettivi che divideva il movimento tibetano dalla CIA è ben mostrata dalle parole di due protagonisti: l’ex guerrigliero Tenzin Tsultrim e l’ex agente CIA Sam Halpern:
«Quando andammo in America nutrivamo grandi speranze» afferma Tezim Tsultrim; «Pensavamo addirittura che gli americani ci avrebbero dato anche una bomba atomica». A queste speranze controbatte Sam Halpern: «Lo scopo di organizzare un movimento di guerriglia in Tibet era esclusivamente fatto per tenere occupate le truppe cinesi. Non c’era assolutamente l’idea di portare il Tibet all’indipendenza».
Il primo gruppo di guerriglieri venne insediato nel Mustang nel 1960 sotto la guida di Baba Yeshe, un ex monaco buddista. L’anno dopo la CIA iniziò il rifornimento di armi e munizioni.
Nel periodo di maggior fervore, il Chusi Gangdruk arrivò ad annoverare 2.100 uomini armati accompagnati da altri 4.000 tra famigliari e rifugiati; un totale di 6.000 persone che andarono a raddoppiare la popolazione di una valle che, già in condizioni normali, faticava a produrre cibo a sufficienza per tutti. Accolti con benevolenza e solidarietà dagli abitanti di Lo Monthang, anch’essi di etnia tibetana, i Khampa punteggiarono la valle di campi militari. A Samar sorgeva uno degli accampamenti più grandi del Chusi Gangdruk. Assieme a Pema, una donna il cui padre era stato assoldato a forza come portatore dai Khampa, salgo sino al luogo dove era stato allestito l’avamposto. «Da qui partiva il sentiero che conduceva in Tibet» dice indicandomi col dito un leggero solco tracciato tra il pietrisco; «E là» continua portandomi in una grotta, «c’era il quartier generale della guerriglia. A volte vedevo anche degli occidentali; seppi dopo che erano americani».
Il Congresso USA stanziò cinquecentomila dollari all’anno per finanziare la rivolta ricevendo in cambio documenti sottratti ai militari cinesi durante le incursioni. Fu grazie ad uno di questi attacchi che la Casa Bianca ebbe la conferma dell’avvio della Rivoluzione Culturale, del disastro causato dal Grande Balzo in Avanti e, cosa più importante, della crescente disaffezione di Mao verso Mosca. Quando poi, all’inizio degli Anni Settanta, Pechino e Washington cominciarono a riallacciare i rapporti, la CIA interruppe ogni ulteriore appoggio ai ribelli tibetani. Senza più finanziamenti e consulenti, il Chusi Gangdruik si trasformò in una banda di predoni: ogni villaggio viveva nel terrore delle incursioni dei guerriglieri affamati. Neppure i monasteri vennero risparmiati: «Numerosi Thangka e opere d’arte sono state trafugate per finanziare la guerriglia» mi dice l’abate del Jampa Lhakhang, il principale monastero di Lo Manthang. Jigme Palbar Bista, Lo Gyelbu (re) della valle, afferma che «La guerriglia ha privato Lo Monthang di preziosi manufatti religiosi, ma ora stiamo cercando di riparare al danno con l’aiuto degli amici occidentali e di studiosi» Persino la sua biblioteca è stata saccheggiata di libri di scritture buddhiste risalenti al 1425. «La simpatia con cui avevamo accolto i Khampa si tramutò in odio e paura» mi dice Nyima Tsering, il padrone della locanda di Samar in cui alloggio. Lo stesso Dalai Lama afferma che «La guerriglia fu strumentalizzata dalla CIA, che abbandonò i Khampa nel periodo di maggior bisogno. E’ una triste pagina di storia per tutto il popolo tibetano. La rivolta armata ha causato molto più danno ai tibetani che ai cinesi». Fu quindi con estremo sollievo degli abitanti che nel luglio 1974 la voce registrata del Dalai Lama, risuonò in tutte le basi del Chusi Gangdruk, invitando i militanti a deporre le armi. «Fu una delusione per tutti» ricorda a Dharamsala Hlasang Tsering, ex guerrigliero, poi divenuto Presidente del Congresso dei Giovani Tibetani; «potevamo accettare di essere abbandonati dalla CIA e dal mondo intero, ma non dal Dalai Lama. Furono molti che preferirono suicidarsi piuttosto che arrendersi». Altri decisero di trasgredire gli ordini del Dalai Lama, ma furono sterminati dall’esercito nepalese. I superstiti si rifugiarono in India, dove vivono tuttora nella consapevolezza che la loro lotta, biasimata e dimenticata da tutti, è stata inutile. E dannosa per lo stesso Tibet.
© Piergiorgio Pescali
Fu Gyalo Thondup, fratello del Dalai Lama, a organizzare il collegamento tra i leaders Khampa e la CIA, celandone l’esistenza allo stesso leader spirituale tibetano. E fu ancora Gyalo Thondup che, nel capo profughi di Kalimpong, scelse il primo gruppo di tibetani per essere addestrati. La prima missione fu organizzata nell’ottobre 1957, quando Athar Norbu e Lhotse, vennero paracadutati a 100 km da Lhasa per incontrare il leader della resistenza Khampa, Gompo Tashi Andrugtsang.
A Leadville, nel Colorado, fu anche allestito un campo di addestramento attraverso il quale passarono circa trecento tibetani. La grande differenza di ideali e di obiettivi che divideva il movimento tibetano dalla CIA è ben mostrata dalle parole di due protagonisti: l’ex guerrigliero Tenzin Tsultrim e l’ex agente CIA Sam Halpern:
«Quando andammo in America nutrivamo grandi speranze» afferma Tezim Tsultrim; «Pensavamo addirittura che gli americani ci avrebbero dato anche una bomba atomica». A queste speranze controbatte Sam Halpern: «Lo scopo di organizzare un movimento di guerriglia in Tibet era esclusivamente fatto per tenere occupate le truppe cinesi. Non c’era assolutamente l’idea di portare il Tibet all’indipendenza».
Il primo gruppo di guerriglieri venne insediato nel Mustang nel 1960 sotto la guida di Baba Yeshe, un ex monaco buddista. L’anno dopo la CIA iniziò il rifornimento di armi e munizioni.
Nel periodo di maggior fervore, il Chusi Gangdruk arrivò ad annoverare 2.100 uomini armati accompagnati da altri 4.000 tra famigliari e rifugiati; un totale di 6.000 persone che andarono a raddoppiare la popolazione di una valle che, già in condizioni normali, faticava a produrre cibo a sufficienza per tutti. Accolti con benevolenza e solidarietà dagli abitanti di Lo Monthang, anch’essi di etnia tibetana, i Khampa punteggiarono la valle di campi militari. A Samar sorgeva uno degli accampamenti più grandi del Chusi Gangdruk. Assieme a Pema, una donna il cui padre era stato assoldato a forza come portatore dai Khampa, salgo sino al luogo dove era stato allestito l’avamposto. «Da qui partiva il sentiero che conduceva in Tibet» dice indicandomi col dito un leggero solco tracciato tra il pietrisco; «E là» continua portandomi in una grotta, «c’era il quartier generale della guerriglia. A volte vedevo anche degli occidentali; seppi dopo che erano americani».
Il Congresso USA stanziò cinquecentomila dollari all’anno per finanziare la rivolta ricevendo in cambio documenti sottratti ai militari cinesi durante le incursioni. Fu grazie ad uno di questi attacchi che la Casa Bianca ebbe la conferma dell’avvio della Rivoluzione Culturale, del disastro causato dal Grande Balzo in Avanti e, cosa più importante, della crescente disaffezione di Mao verso Mosca. Quando poi, all’inizio degli Anni Settanta, Pechino e Washington cominciarono a riallacciare i rapporti, la CIA interruppe ogni ulteriore appoggio ai ribelli tibetani. Senza più finanziamenti e consulenti, il Chusi Gangdruik si trasformò in una banda di predoni: ogni villaggio viveva nel terrore delle incursioni dei guerriglieri affamati. Neppure i monasteri vennero risparmiati: «Numerosi Thangka e opere d’arte sono state trafugate per finanziare la guerriglia» mi dice l’abate del Jampa Lhakhang, il principale monastero di Lo Manthang. Jigme Palbar Bista, Lo Gyelbu (re) della valle, afferma che «La guerriglia ha privato Lo Monthang di preziosi manufatti religiosi, ma ora stiamo cercando di riparare al danno con l’aiuto degli amici occidentali e di studiosi» Persino la sua biblioteca è stata saccheggiata di libri di scritture buddhiste risalenti al 1425. «La simpatia con cui avevamo accolto i Khampa si tramutò in odio e paura» mi dice Nyima Tsering, il padrone della locanda di Samar in cui alloggio. Lo stesso Dalai Lama afferma che «La guerriglia fu strumentalizzata dalla CIA, che abbandonò i Khampa nel periodo di maggior bisogno. E’ una triste pagina di storia per tutto il popolo tibetano. La rivolta armata ha causato molto più danno ai tibetani che ai cinesi». Fu quindi con estremo sollievo degli abitanti che nel luglio 1974 la voce registrata del Dalai Lama, risuonò in tutte le basi del Chusi Gangdruk, invitando i militanti a deporre le armi. «Fu una delusione per tutti» ricorda a Dharamsala Hlasang Tsering, ex guerrigliero, poi divenuto Presidente del Congresso dei Giovani Tibetani; «potevamo accettare di essere abbandonati dalla CIA e dal mondo intero, ma non dal Dalai Lama. Furono molti che preferirono suicidarsi piuttosto che arrendersi». Altri decisero di trasgredire gli ordini del Dalai Lama, ma furono sterminati dall’esercito nepalese. I superstiti si rifugiarono in India, dove vivono tuttora nella consapevolezza che la loro lotta, biasimata e dimenticata da tutti, è stata inutile. E dannosa per lo stesso Tibet.
© Piergiorgio Pescali
Tibet: Nel Mustang sulle vie dei guerriglieri tibetani
Lo Monthang è una minuscola valle nepalese che si incunea per una sessantina di chilometri nell’altopiano tibetano. Come già successo per altre aree del loro impero coloniale, gli inglesi ne storpiarono la dizione in Mustang, nome con cui oggi viene comunemente identificata la regione. Circondata da montagne alte più di seimila metri che ne garantivano la sicurezza, per almeno due decenni, tra la fine degli anni Cinquanta al 1974, la valle del Mustang è stata la base del Chusi Gangdruk, l’esercito dei guerriglieri Khampa in lotta per mantenere l’indipendenza del Tibet invaso dalla Cina. Una lotta impari, ma che venne sostenuta dalla CIA, la quale offrì addestramento ed armi alla guerriglia. Nel periodo di maggior fervore, il Chusi Gangdruk arrivò ad annoverare 2.100 uomini armati accompagnati da altri 4.000 tra famigliari e rifugiati; un totale di 6.000 persone che andarono a raddoppiare la popolazione di una valle che, già in condizioni normali, faticava a produrre cibo a sufficienza per tutti. Accolti con benevolenza e solidarietà dagli abitanti di Lo Monthang, anch’essi di etnia tibetana, i Khampa punteggiarono la valle di campi militari. A Samar sorgeva uno degli accampamenti più grandi del Chusi Gangdruk. Assieme a Pema, una donna il cui padre era stato assoldato a forza come portatore dai Khampa, salgo sino al luogo dove era stato allestito l’avamposto. «Da qui partiva il sentiero che conduceva in Tibet» dice indicandomi col dito un leggero solco tracciato tra il pietrisco; «E là» continua portandomi in una grotta, «c’era il quartier generale della guerriglia. A volte vedevo anche degli occidentali; seppi dopo che erano americani». Fu Gyalo Thondup, fratello del Dalai Lama, a organizzare il collegamento tra i leaders Khampa e la CIA, celandone l’esistenza allo stesso leader spirituale tibetano. Nei 18 anni in cui durò il programma, il Congresso USA stanziò cinquecentomila dollari per finanziare la rivolta ricevendo in cambio documenti sottratti ai militari cinesi durante le incursioni. Fu grazie ad uno di questi attacchi che la Casa Bianca ebbe la conferma dell’avvio della Rivoluzione Culturale, del disastro causato dal Grande Balzo in Avanti e, cosa più importante, della crescente disaffezione di Mao verso Mosca. Quando poi, all’inizio degli Anni Settanta, Pechino e Washington cominciarono a riallacciare i rapporti, la CIA interruppe ogni ulteriore appoggio ai ribelli tibetani. Senza più finanziamenti e consulenti, il Chusi Gangdruik si trasformò in una banda di predoni: ogni villaggio viveva nel terrore delle incursioni dei guerriglieri, numerose furono le donne violentate. Neppure i monasteri vennero risparmiati: «Numerosi Thangka e opere d’arte sono state trafugate per finanziare la guerriglia» mi dice l’abate del Jampa Lhakhang, il principale monastero di Lo Manthang. Jigme Palbar Bista, Lo Gyelbu (re) della valle, afferma che «La guerriglia ha privato Lo Monthang di preziosi manufatti religiosi, ma ora stiamo cercando di riparare al danno con l’aiuto degli amici occidentali e di studiosi» Persino la sua biblioteca è stata saccheggiata di libri di scritture buddhiste risalenti al 1425. «La simpatia con cui avevamo accolto i Khampa si tramutò in odio e paura» mi dice Nyima Tsering, il padrone della locanda di Samar in cui alloggio. Lo stesso Dalai Lama afferma che «La guerriglia fu strumentalizzata dalla CIA, che abbandonò i Khampa nel periodo di maggior bisogno. E’ una triste pagina di storia per tutto il popolo tibetano. La rivolta armata ha causato molto più danno ai tibetani che ai cinesi». Fu quindi con estremo sollievo degli abitanti che nel luglio 1974 la voce registrata del Dalai Lama, risuonò in tutte le basi del Chusi Gangdruk, invitando i militanti a deporre le armi. «Fu una delusione per tutti» ricorda a Dharamsala Hlasang Tsering, ex guerrigliero, poi divenuto Presidente del Congresso dei Giovani Tibetani; «potevamo accettare di essere abbandonati dalla CIA e dal mondo intero, ma non dal Dalai Lama. Furono molti che preferirono suicidarsi piuttosto che arrendersi». Altri decisero di trasgredire gli ordini del Dalai Lama, ma furono sterminati dall’esercito nepalese. I superstiti si rifugiarono in India, dove vivono tuttora nella consapevolezza che la loro lotta, biasimata e dimenticata da tutti, è stata inutile. E dannosa per lo stesso Tibet.
© Piergiorgio Pescali
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Tibet: Ripercorrendo la via dei guerriglieri tibetani nel Mustang
C’è un Tibet etnico a cui le vicende storiche del passato hanno risparmiato l’occupazione cinese: è la valle del Mustang, un fazzoletto di terra di 2500 chilometri quadrati, incastonato tra vette himalayane che superano i 6.000 metri. Indipendente o autonomo per diversi secoli, negli anni cinquanta il Nepal lo annesse al proprio regno. Un trapasso relativamente indolore, visto che era stato lo stesso re del Mustang ad affettarsi a chiederne l’inclusione prima che fosse l’Armata Rossa di Pechino a decretarne la morte. Per decenni agli stranieri fu vietato l’ingresso nella regione, permettendo così ai sui 8.000 abitanti di mantenere intatte tradizioni, pratiche religiose e costumi. Solo nel 1992, con l’avvio del programma di sviluppo, l’area venne aperta limitando l’accesso a 1.000 turisti l’anno. Ma la valle del Mustang, o più precisamente Lo Monthang (Mustang è la traslitterazione inglese), fino al 1974 è stata la base utilizzata della guerriglia tibetana dei Khampa per le loro incursioni contro i cinesi. E’ con l’intento di ritrovare questo pezzo di storia poco conosciuto, che ora mi trovo avvolto nel fumo delle pipe e delle sigarette in una locanda di Namdrol, un villaggio a poche ore dal passo Kore La, la porta d’accesso al Tibet. Il tè che ho davanti, riscalda il corpo infreddolito dalla lunga passeggiata notturna che ci ha portato al luogo dove sorgeva l’avamposto della guerriglia. Accanto a me Tensing, la guida, è silenziosa. Lui, originario del Mustang, ha sentito spesso parlare del magar, l’accampamento dei Khampa posto poco distante dal villaggio in cui è cresciuto: «Ne parlavano con freddezza. Nessuno nella valle amava i guerriglieri tibetani. Erano crudeli, razziavano e rubavano ogni cosa potessero trovare. Le loro incursioni nei villaggi erano un incubo e sono ancora un ricordo vivido nel Lo Monthang» mi spiega Tensing. Seimila guerriglieri raggruppati nel Chusi Gangdruk, un esercito finanziato dalla CIA avevano invaso la valle, facendone un proprio feudo. Il cuore del Chusi Gangdruk era formato da 300 Khampa che avevano seguito un corso speciale a Camp Hale, nel Colorado. Ingenui e completamente isolati dal mondo esterno, i tibetani non capivano che la loro era una causa persa: la CIA aveva fatto credere che il mondo intero guardava la loro lotta con estremo interesse. Con questa speranza e con l’orgoglio proprio della loro etnia, i Khampa riuscirono a compiere azioni fondamentali, come quella del 1966, quando una cinquantina di guerriglieri sequestrarono i documenti che testimoniarono al mondo il disastro del Grande Balzo in Avanti, l’inizio della Rivoluzione Culturale e la diffidenza di Pechino verso Mosca. Paradossalmente furono proprio questi documenti a decretare la fine della guerriglia: la Casa Bianca, confermato l’allontanamento della Cina dall’URSS cominciò la politica di riavvicinamento, conclusa nel 1972 con la visita di Nixon a Pechino. I finanziamenti cessarono, costringendo i Khampa a trasformarsi in banditi, a saccheggiare i templi e vendere le opere d’arte in essi custodite per finanziare una lotta a cui solo loro credevano. «La guerriglia ha privato Lo Monthang di preziosi manufatti religiosi, ma ora stiamo cercando di riparare al danno con l’aiuto degli amici occidentali e di studiosi» afferma Jigme Palbar Bista, Lo Gyelbu (re) del minuscolo regno e diretto discendente di quel Ame Pal che nel 1380 ne fondò la dinastia. Poi mi mostra il tesoro della sua casa: l’ultimo dei 108 volumi di scritture buddiste risalenti al 1425. «Gli altri sono andati persi o sono stati sequestrati e venduti dai Khampa». La guerriglia, che secondo le stesse parole del Dalai Lama “causò molto più danno ai tibetani che ai cinesi”, terminò drammaticamente nel 1974, quando nei magar della valle risuonò la voce registrata di Sua Santità in cui si implorava i Khampa di deporre le armi. Molti non capirono e ci fu chi tacciò il Dalai Lama di tradimento, chi invece preferì uccidersi. Oggi solo le preghiere trasportate dal vento ricordano quel sacrificio che nessuno, neppure il Dalai Lama appoggiò.
© Piergiorgio Pescali
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Tibet: Intervista a Miss Tibet 2007
Il confronto che oppone Pechino al Dalai Lama non si limita allo scontro politico. La comunità tibetana in esilio in India, infatti, ogni anno elegge una Miss che, con disappunto della Cina, partecipa ufficialmente anche ai concorsi internazionali. L’attuale Miss Tibet in carica è Tenzin Dolma, 22 anni, eletta lo scorso ottobre.
-Che responsabilità ti ha dato portare la fascia di Miss Tibet 2007?-
-Quella di rappresentare una terra che vuole rendersi libera e che lotta per raggiungere questo fine. Ma voglio anche rappresentare tutte le donne tibetane, mostrare al mondo e alla nostra comunità che anche noi possiamo raggiungere traguardi internazionali. Il mio titolo servirà a far sapere al mondo che il Tibet è un Paese libero.-
-Sei nata in India e non hai mai conosciuto il Tibet. Ti senti più indiana o tibetana?-
-E’ vero, sono nata in India, ma i miei nonni sono scappati dal Tibet e i miei genitori mi hanno sempre insegnato a rispettare la nostra cultura. Mi sento tibetana al 100%. Se non lo fossi non avrei partecipato al concorso.-
-Si può partecipare ad un concorso anche per notorietà, per girare il mondo e non necessariamente per ideologia-
-Non per noi tibetani. Se si partecipa a Miss Tibet sappiamo che molte strade ci verranno precluse. A differenza di altre Miss, la fascia di Miss Tibet non porta fama o denaro.-
-Ritorneresti in Tibet se la Cina accogliesse le richieste del Dalai Lama e lui rientrasse a Lhasa?-
-Immediatamente.-
-Che cosa sogna Miss Tibet 2007, oltre ad un Tibet libero?-
-Vorrei vedere il paese dei miei nonni, l’Amdo. E naturalmente sposarmi e avere bambini liberi di andare nel loro paese.-
-E per te stessa?-
-Vorrei diventare modella e girare il mondo.-
-Cosa ha detto il Dalai Lama del concorso? L’ha approvato?-
-Certo! Sua Santità ha anche parlato direttamente alle finaliste. Ha suggerito di essere sempre umili e riservate, ma soprattutto di sentirsi sempre tibetane.-
-All’interno della comunità tibetana in molti, specialmente i monaci più tradizionalisti, hanno criticato il concorso.-
-Sì, ma bisogna adeguarsi ai tempi. Se aiutare la causa tibetana significa passare anche attraverso strade non tradizionali nel senso stretto della parola, penso si debba percorrere anche quella strada. Io, però, non mi preoccupo delle critiche: a me è bastata l’approvazione di Sua Santità il Dalai Lama.-
© Piergiorgio Pescali
-Che responsabilità ti ha dato portare la fascia di Miss Tibet 2007?-
-Quella di rappresentare una terra che vuole rendersi libera e che lotta per raggiungere questo fine. Ma voglio anche rappresentare tutte le donne tibetane, mostrare al mondo e alla nostra comunità che anche noi possiamo raggiungere traguardi internazionali. Il mio titolo servirà a far sapere al mondo che il Tibet è un Paese libero.-
-Sei nata in India e non hai mai conosciuto il Tibet. Ti senti più indiana o tibetana?-
-E’ vero, sono nata in India, ma i miei nonni sono scappati dal Tibet e i miei genitori mi hanno sempre insegnato a rispettare la nostra cultura. Mi sento tibetana al 100%. Se non lo fossi non avrei partecipato al concorso.-
-Si può partecipare ad un concorso anche per notorietà, per girare il mondo e non necessariamente per ideologia-
-Non per noi tibetani. Se si partecipa a Miss Tibet sappiamo che molte strade ci verranno precluse. A differenza di altre Miss, la fascia di Miss Tibet non porta fama o denaro.-
-Ritorneresti in Tibet se la Cina accogliesse le richieste del Dalai Lama e lui rientrasse a Lhasa?-
-Immediatamente.-
-Che cosa sogna Miss Tibet 2007, oltre ad un Tibet libero?-
-Vorrei vedere il paese dei miei nonni, l’Amdo. E naturalmente sposarmi e avere bambini liberi di andare nel loro paese.-
-E per te stessa?-
-Vorrei diventare modella e girare il mondo.-
-Cosa ha detto il Dalai Lama del concorso? L’ha approvato?-
-Certo! Sua Santità ha anche parlato direttamente alle finaliste. Ha suggerito di essere sempre umili e riservate, ma soprattutto di sentirsi sempre tibetane.-
-All’interno della comunità tibetana in molti, specialmente i monaci più tradizionalisti, hanno criticato il concorso.-
-Sì, ma bisogna adeguarsi ai tempi. Se aiutare la causa tibetana significa passare anche attraverso strade non tradizionali nel senso stretto della parola, penso si debba percorrere anche quella strada. Io, però, non mi preoccupo delle critiche: a me è bastata l’approvazione di Sua Santità il Dalai Lama.-
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Tibet: le donne di Lhasa
Una leggenda tibetana narra che Jetsun Dolma, dea femminile consorte di Avalokitesvara, la divinità di cui il Dalai Lama è l’incarnazione umana, sarebbe nata da un fior di loto sbocciato dopo essere stato innaffiato da una lacrima del marito. Di lacrime, nel Tibet ne sono state versate tante nel corso della sua storia, e non sempre a causa degli stranieri, ma ultimamente il dolore del popolo si è fatto più lacerante. E con i mezzi di informazione imbavagliati, non è facile avere notizie da questo immenso altipiano. Eppure qualcosa riesce sempre a trapelare attraverso le fitte maglie della censura. Merito di quei tibetani che, a rischio della propria libertà, accettano di fare da tramite tra il loro mondo ingabbiato e il nostro. Dolma, nome fittizio dietro a cui si cela la rappresentante a Lhasa del Movimento delle Donne Tibetane, è una di queste figure. Sfruttando abilmente la tradizione secondo cui le donne non si occupano di politica, di sera Dolma smette gli abiti dell’insegnante di scuola primaria e veste quelli di attivista in lotta per l’autonomia del suo paese. «Il governo controlla principalmente i tibetani di sesso maschile e questo ci permette di ottenere notizie senza destare troppi sospetti» spiega nella sua casa alla periferia della città. E’ grazie a Dolma e a tibetane come lei che riusciamo a sapere quel che realmente sta accadendo in Tibet. Un incarico rischioso, certo, ma Dolma, assieme a poche altre sue compagne, continua a lavorare per la causa. «Mio marito è stato incarcerato ed è morto in un laogai (i campi di prigionia cinesi, nda). Da allora ho deciso di dedicare la mia vita per la liberazione del mio popolo». Le lacrime del marito imprigionato, hanno fatto nascere in Dolma il fiore della speranza. Con questo fiore sfida pericolosamente il regime nel segno della non violenza che suo zio, monaco buddista al monastero di Sera, le ha impartito.
© Piergiorgio Pescali
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Tibet: divisioni tra i tibetani
«Lo so, molti tibetani mi giudicano troppo morbido, addirittura troppo filocinese. Ma cosa otterremmo con la violenza? Siamo un piccolo popolo, non possiamo contare su alcun aiuto esterno. La Cina è potente militarmente e economicamente e ha rapporti diplomatici con tutto il mondo. Quale Paese romperebbe rapporti con Pechino per aiutare il piccolo popolo tibetano?» Il Dalai Lama, nella sua residenza di Dharamsala, sembra rassegnato. Il suo abituale sorriso è scomparso dalle labbra mentre mi racconta le difficoltà che sta incontrando non tanto nell’intavolare un dialogo con Pechino, quanto nei rapporti tra la stessa comunità tibetana in esilio. Sembra un paradosso, ma ora che la questione tibetana è tornata ad essere tema di dibattiti e di manifestazioni pubbliche, è proprio dal suo interno che si rischiano le più dolorose spaccature. Diversi movimenti, per lo più giovanili, come il Tibetan Youth Congress e lo Students for a Free Tibet, si dichiarano refrattari alla linea del dialogo sostenuta dal loro leader, sempre più spirituale e sempre meno politico, optando per la completa indipendenza del Tibet. Lhasang Tsering, figura di spicco tra gli esuli di Dharmasala, è tra i sostenitori più decisi della secessione: «Per salvare la nostra cultura dobbiamo tornare ad essere uno stato indipendente e sovrano». Di fronte a queste divergenze, la Cina si chiede quale autorità avrebbe un Dalai Lama, ormai settantenne e sempre più isolato, nel condurre negoziati che, con tutta probabilità, verrebbero sconfessati dagli stessi tibetani. Le proteste dei mesi scorsi, più che un avvertimento verso la Cina, hanno dimostrato che la distanza tra il Kashag, il governo tibetano in esilio, e il popolo si sta accentuando pericolosamente. Questa allontanamento delle reciproche posizioni lo respiro con estrema evidenza a Lhasa. Per ripercorrere le tappe delle manifestazioni della scorsa primavera mi reco al tempio di Jokhang. Qui, tra i pellegrini tibetani che si prostrano e recitano mantra, gironzolano curiosi turisti han provenienti da Pechino. Le guide spiegano con un certo sussiego che il più importante luogo di culto del buddismo tibetano deve la sua fama alla statua di Jowo Sakyamuni portata nel VII secolo dalla principessa cinese Wencheng, promessa sposa del re Songsten Gampo. Un modo per reiterare la superiorità del Paese di Mezzo sul Paese delle Nevi anche sul piano religioso, oltre che politico. Ma il Jokhang è anche (e soprattutto) il monastero dove vivono i monaci che il 14 marzo hanno dato inizio alle proteste degenerate in violenti scontri, la cui responsabilità, ascoltando testimoni oculari indipendenti, non è solo cinese. Secondo il giornalista dell’Economist, James Miles, a Lhasa c’è stata una sorta di caccia alle streghe da parte dei tibetani che attaccavano negozi, hotel, case private di proprietà di cinesi han e hui (musulmani). La dura reazione della polizia non si è fatta attendere, scatenando le reazioni mondiali e, soprattutto, dei tibetani residenti nel Qinghai, Gansu e Sichuan regioni amministrativamente separate dal Tibet, ma reclamate dagli indipendentisti come storicamente appartenenti ad esso. E’ qui, nel cosiddetto Tibet etnografico e non a Lhasa, che sono avvenute le dimostrazioni più violente. Come spiega il professor Martin Mills, esperto di Tibet alla Aberdeen University « la separazione dalla loro madreterra, ha innescato nei tibetani delle regioni periferiche, una sorta di frustrazione che appena possibile viene espressa in forme di violenta rivalsa contro i cinesi. Esattamente come è accaduto 50 anni fa, quando durante la resistenza tibetana le azioni più eclatanti vennero compiute nel Qinghai, anche oggi i maggiori atti di violenza sono avvenuti al di fuori del Tibet politico». E se Pechino non vuole sentir parlare di Grande Tibet, Songsten, soprannome del rappresentante dell’associazione giovanile tibetana a Lhasa, rifiuta ogni compromesso, arrivando ad attaccare persino il Dalai Lama: «trasformatosi in politico a capo di un governo fatto di monaci-politici. Noi rigettiamo l’idea dell’autonomia, che costringerebbe i tibetani a sottomettersi agli Han. Vogliamo l’indipendenza di tutte le popolazioni tibetane, non solo del Tibet politico, ma anche dell’Amdo e del Khamdo.» Il problema sollevato da Songsten è uno dei principali punti d’attrito tra la posizione di Pechino e quella di Dharamsala: attuare il piano del “Grande Tibet” significherebbe, infatti, estendere le richieste di autonomia ad un’area doppia rispetto a quella attuale, creando un antecedente che potrebbe innescare una serie di rivalse presso altri gruppi autonomisti, come gli uiguri, i mongoli o le etnie dello Yunnan. Per evitare questo rigurgito secessionista il Dalai Lama ha pronta una sua ricetta: stante il fatto che «il Tibet deve rimanere con la Cina nell’interesse stesso dei tibetani», Sua Santità proporrebbe di creare «un Tibet all’interno di una Cina in cui è possibile vivere in un unico Paese con due sistemi. E’ un approccio già usato con Hong Kong ed ha funzionato». E per rendere più digeribile la proposta a Pechino ricorda che «un Tibet simile è già esistito tra il 1950 e il 1959, quando il Presidente Mao sovrintendeva il processo di integrazione garantendo ampia autonomia religiosa, politica ed economica ai locali. E’ a quel Tibet che guardo.» Il problema è che la ricetta di Mao Zedong funzionò fino alla rivolta del 1959: con la fuga del Dalai Lama in India il Presidente perse l’interlocutore principale e il suo piano venne disatteso. Da allora qualsiasi passo intrapreso da Pechino è divenuto oggetto di critiche e, dopo gli anni Ottanta, motivo di aperte ribellioni. Anche le recenti riforme, che hanno portato uno sviluppo economico ed un sensibile miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, sono servite da pretesto per altre rivolte: l’afflusso di migliaia di han e hui, hanno evidenziato il senso di minaccia demografica particolarmente sentito dall’etnia tibetana. A nulla sono valse aperture culturali come la reintroduzione della lingua tibetana nelle scuole, la riapertura dei monasteri, il permesso di ripercorrere le kora, le vie dei pellegrinaggi. «I cinesi devono capire che per noi tibetani la cultura, il rispetto per la nostra terra e la nostra lingua sono aspetti fondamentali molto più vitali che il benessere materiale» spiega Dekyi, studentessa di Economia alla University of Lhasa. Ma c’è anche chi, come Pasang Trashi, memore del lontano passato, ammonisce i suoi conterranei. Pasang ha una piccola bottega artigianale nel mercato di Tromsik Khang; suo nonno, ricorda, è vissuto negli anni Trenta, in un Tibet autonomo e autoisolatosi dal mondo. «E’ grazie ai cinesi che abbiamo superato la fase del feudalesimo e dell’arretramento economico. Mio nonno conosceva Tsipon Lunghsar, ucciso dal Kashag perché voleva riformare in senso progressista il Tibet e intavolare rapporti diplomatici con l’esterno. Il rifiuto del mondo voluto dalla nostra aristocrazia ci ha condannato.» Sembra di rileggere le cronache scritte negli anni Venti dalla viaggiatrice francese Alexandra David Neel, che dipingeva gli amministratori tibetani come assolutamente incapaci di comprendere il punto della situazione. Ci fu un periodo, addirittura, in cui il Kashag guardò con benevolenza alla Germania nazista, arrivando ad ospitare nel 1938 la spedizione di Ernst Schafer voluta da Himmler per compiere studi antropologici sulla razza tibetana e trovare nessi con quella ariana. E’ anche per gli errori dei suoi predecessori che oggi il Dalai Lama si trova a dover conciliare posizioni così distanti tra loro. Ed ora che anche l’India, impegnata in un processo di distensione con la Cina, spinge affinché trovi al più presto una soluzione, Dharamsala non è più un luogo così sicuro. Anche dall’interno, il PM indiano Manmohan Singh riceve pressioni affinché alla città-stato tibetana vengano poste delle limitazioni. I tibetani, grazie ai finanziamenti ricevuti dalle organizzazioni pro-Tibet e al turismo, hanno “colonizzato” tutte le attività commerciali allontanando gli autoctoni e creando tensioni che, seppur non siano mai degenerate in scontri, cominciano a causare qualche perplessità nel gabinetto di New Delhi. «La colonizzazione che i tibetani dicono di subire dai cinesi in Tibet, noi indiani la stiamo subendo nella regione di Dharamsala» mi dice Sarveen Chaudhary, membro del BJP cittadino. Un’opinione sempre più condivisa in India, visto che sulla base di un sondaggio condotto dall’istituto World Public Opinion, solo il 37% degli intervistati ha mostrato simpatie per la rivolta primaverile in Tibet.
© Piergiorgio Pescali
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Tibet: Dalai Lama, Cina, indipendenza e autonomia
La storia, insegnano i cinesi, è una spirale: pur essendo in continuo movimento, ciclicamente ritorna su se stessa, riproponendo eventi già accaduti nel passato. Le manifestazioni avvenute recentemente in Tibet sono la conferma di questa teoria. Cina e Mongolia hanno sempre cercato di controllare gli altipiani tibetani, influenzando in modo determinante la cultura della regione. I mongoli, ad esempio, hanno condotto la setta dei Gelukpa a prevalere su quella degli Sakya, dando inizio alla discendenza dei Dalai, termine mongolo che significa “oceano”, e di cui il lama Tenzin Gyatso è oggi il XIV rappresentante. Ma nel dizionario tibetano esiste un altro concetto, indispensabile per capire i meccanismi che hanno segnato le fasi storiche della regione: cho-yon. Tradotto in modo approssimativo, cho-yon indica la relazione secolare che lega un maestro spirituale al suo protettore laico. La storia del Tibet, sin dal XII secolo, quando i mongoli si affacciarono in queste lande, si è sempre basata su questa immagine della doppia relazione. L’abilità o meno dei vari governanti nell’amministrare questo rapporto, ha spostato l’equilibrio del potere verso Lhasa o verso Pechino. Il fatto è che i vari regnanti tibetani non hanno mai mostrato grandi capacità nel manipolare l’arte del governo: le rivalità tra i vari monasteri, vere e proprie città stato appartenenti alle diverse sette buddiste e ognuno con propri eserciti di monaci guerrieri, hanno costretto i Dalai Lama o i loro reggenti a chiedere l’aiuto ora della Cina, ora della Mongolia, sino a rivolgersi addirittura alla Russia zarista, per mantenere unito il Paese. La presenza cinese in Tibet si è sempre mostrata ingombrante, e spesso violenta, in particolar modo durante gli ultimi anni dell’impero Manciù, quando il generale Zhao Erfeng era soprannominato il “macellaio dei lama”. Da parte loro, i governanti tibetani non hanno mai fatto nulla per ricercare simpatie altrove. L’unico tentativo di allacciare relazioni diplomatiche con un paese occidentale, fu fatto con la Germania di Hitler, la cui ammirazione per le religioni orientali e per la teosofia di Madame Blavatsky portava i suoi interessi nelle regioni indoeuropee. Una pagina non proprio edificante che oggi i tibetani cercano di nascondere. E’ in questo contesto che i cinesi di Mao Zedong sono arrivati in Tibet, all’inizio accolti con favore dai monasteri fedeli all’altra autorità spirituale del Paese: il Panchen Lama, allora in disaccordo con il Dalai Lama. La politica maoista fu quella di mantenere lo status quo della regione, evitando cambiamenti repentini e iniziando un dialogo con il Dalai Lama sulla base del cho-yon. Fu invece sopraffatto dagli eventi. Nel 1959 il Segretario del Partito Comunista dello Sichuan, Li Jingquan, contro il volere dello stesso Presidente, diede inizio alla politica di integrazione totale: le proprietà vennero requisite, i monasteri chiusi, la lingua tibetana vietata nelle scuole e negli uffici pubblici. In poche settimane la situazione precipitò ed il Dalai Lama fuggì in India. Solo dopo il 1980 i cinesi cominciarono a cambiare politica verso il Tibet, accogliendo una delegazione di tibetani in esilio guidata dal fratello del Dalai Lama, riaprendo i monasteri, inserendo la lingua tibetana nelle scuole, e iniziando il dialogo con il governo in esilio in India. Ma, come accaduto per altre regioni, lo sviluppo economico voluto da Pechino è stato interpretato diversamente dai tibetani: l’arrivo di migliaia di han, la costruzione della ferrovia del Qinghai che collega Lhasa a Pechino in 48 ore, lo sviluppo turistico della regione, sono ragioni sufficienti per accusare la Cina di voler annientare la cultura locale.
E’ all’interno di questo quadro storico che sono tornato in Tibet, dopo essere stato testimone delle manifestazioni della scorsa primavera, cercando di comprendere cosa stesse accadendo realmente al di là delle simpatie che tutti noi abbiamo verso un popolo pacifico, oppresso da un regime che sta ancora cercando di trovare un nuovo equilibrio dopo la morte del Grande Timoniere. Appena messo piede a Lhasa si comprende immediatamente che molto è cambiato nella società: i vicoli della parte vecchia, solitamente brulicanti di gente, sono deserti e così il mercato, che in questo periodo dell’anno ospita migliaia di pellegrini e mercanti provenienti dagli altipiani ancora innevati.
La normalità è tornata nella capitale tibetana, continuano a recitare i proclami ufficiali. Ma è una normalità fittizia, dettata dalla dura lex chinensis, che esclude ogni forma di dissenso, specie se espresso in forma autonomista. L’Armata Rossa ha spento le fiamme della rivolta, ma tutti sanno che le braci ardono ancora sotto il sottile manto di cenere. E tutti hanno paura. Hanno paura i tibetani, che cominciano a sentirsi abbandonati dal mondo, ma hanno paura anche i cinesi i quali, nell’anno che avrebbe dovuto sancire l’apoteosi dell’economia asiatica, vedono gli occhi del mondo puntati sulla parte sbagliata della nazione. Guardiamo tutti non verso Pechino, dove si svolgeranno in pompa magna i Giochi Olimpici, ma al Tibet e, in misura minore, allo Xinkjiang, regione dove la repressione si esprime in forme più violente e subdole rispetto a quella tibetana. «Pechino è infuriata: dopo aver perso i giochi olimpici del 2000 ed aver atteso questi per oltre un decennio, ora i tibetani e gli uiguri stanno rovinando tutto» afferma Mark Allison, collaboratore di Amnesty International a Hong Kong. Allison aggiunge anche che la Cina non ha ancora svelato il “mistero” che circonda la figura di Gedhun Chuekyi Nyima, il quale dal 1995, anno in cui il Dalai Lama lo ha riconosciuto come undicesima reincarnazione del Panchen Lama, è tenuto segregato in un luogo segreto dalle autorità di Pechino. «Aveva sei anni all’epoca ed è stato riconosciuto da Amnesty come il più giovane prigioniero politico del mondo». Dice Allison. Ma quanto si concentrerà l’attenzione dell’Occidente sul Tibet? «Remember Burma», ricordati la Birmania, ammonisce Tenzing Dorma, professore di Storia alla Tibet University di Lhasa, riferendosi all’oblio in cui è piombato il paese sudest asiatico dopo l’ondata di interesse durante la repressione dei monaci birmani. «Gli scontri del 14 marzo sono stati i più violenti dal 1989 ad oggi» dice Pasang Norbu, un monaco orginario di Golmud. «Personalmente non ho visto nessuna vittima, ma molte famiglia tibetane lamentano la mancanza di questo o quel famigliare». Se Parigi valeva bene una messa, quanto varrà Pechino? Sicuramente più dei 19 morti ufficialmente dichiarati dalle autorità o dei 99 proclamati dal governo in esilio. A parole “siamo tutti tibetani”, ma quando si tratta di mettere in pratica gli slogan espressi durante i cortei di piazza, ecco che si preferisce delegare chi sta più in alto. Si chiede il boicottaggio dei prodotti cinesi, ma quando si tratta di comprare abbigliamento, Hi-Fi, computer, accessori per la casa, entrambe gli occhi vengono chiusi di fronte ai prezzi concorrenziali del Made in China. Ancora una volta il portafogli prevale sulla coscienza: meglio che il boicottaggio lo facciano gli altri, magari i governi e magari su prodotti che non vengono venduti nei supermercati. E così, tra i tibetani, si sta sempre più radicando la sindrome del falso amico. Un attivista indipendentista che vive a Lhasa, il cui nom-de-guerre, Songsten, rievoca il primo re che nel VII secolo unificò il Tibet, ricorda che nessuno stato occidentale ha mai voluto riconoscere il Tibet come nazione indipendente. «Si è sempre preferito assecondare il volere della Cina. Al massimo premevano per garantirci uno status di autonomia. Ma nessuno ha mai appoggiato le richieste di indipendenza». Del resto già nel 1715 il padre gesuita Ippolito Desideri, che studiò presso l’Università di Sera e grande amico del VII Dalai Lama, incluse il Tibet entro i confini cinesi in una mappa da lui disegnata. E fu lo stesso Tibet a rigettare le offerte di relazioni diplomatiche avanzate da alcuni stati europei durante la prima metà del Novecento. Solo con la Germania nazista, come già accennato, si stabilirono stretti contatti sino a consentire ad una spedizione antropologica alla ricerca della “razza pura” di girare in lungo e in largo la regione “La spedizione nazista di Ernst Schafer, voluta da Himmler, ebbe l’appoggio del Kashag. Fu l’unica spedizione ufficialmente a scopo scientifico, a poter soggiornare in Tibet per più di un anno” spiega Christofer Hale, autore del libro La crociata di Himmler – La spedizione nazista in Tibet nel 1938. E ancora, fu lo stesso Dalai Lama ad accettare, il 26 ottobre 1951, l’Accordo in Diciassette Punti che sanciva “il ritorno del popolo del Tibet alla grande famiglia della madrepatria, la Repubblica Popolare Cinese”. Tutti questi insegnamenti che la storia ci propone, devono essere ricordati per capire le innumerevoli sfaccettature che offre la questione tibetana. «Abbiamo sbagliato nel passato. Lo hanno fatto i nostri padri e le loro colpe oggi ricadono su di noi. E’ la legge del karma» ammette Tsultrim, vice abate del monastero di Pel Kor a Gyantse. Alla legge del karma, i cinesi contrappongono la legge del materialismo, fatta di industrializzazione accelerata che ha costretto il governo centrale a promuovere un largo afflusso di Han e di turisti sin dal 1984. Ed anche se questo processo non era premeditato per spostare a favore degli Han l’equilibrio demografico del Tibet, come comunemente è fatto credere, è stato proprio questo a concentrare l’attenzione dei tibetani sul problema etnico. Non è un caso che le rivolte di marzo, siano state più violente nel cosiddetto Tibet etnico, cioè in quelle regioni, come il Gansu o il Sichuan, separate politicamente dal Tibet, ma abitate da etnie tibetane (lo stesso Dalai Lama in base a questa classificazione cinese sarebbe nato in Cina, visto che l’Amdo oggi non fa parte della Regione Autonoma Tibetana). Qui, al risentimento verso i cinesi, si aggiunge un senso di isolamento dalla “madrepatria” che si esprime attraverso forme di protesta che sfociano in veri atti di sfida. E’ proprio in una cittadina del Gansu, a Hezuo, che i rivoltosi sono riusciti a compiere l’azione più spettacolare: ammainare la bandiera cinese e issare quella tibetana. Una sorta di Iwojima moderna, prontamente occultata dalle autorità cinesi, che si sono affrettate a ripristinare lo status quo precedente. «La Cina afferma che il Tibet ha avuto uno sviluppo economico enorme grazie alla modernizzazione; è vero, ma per questo sviluppo abbiamo dovuto sacrificare, oltre alla cultura, il nostro ecosistema» ricorda uno studente incontrato in un ristorantino nei pressi dell’università. Durante gli anni Sessanta, per compiere il Grande Balzo in Avanti e divenire la prima potenza mondiale produttrice d’acciaio, tutte le regioni cinesi furono sottoposte a sistematici saccheggi naturali. Ma queste devastazioni ecologiche, accompagnate da installazioni nucleari e militari, non furono subite solo dal Tibet, bensì in tutta la Cina, come ha esaurientemente spiegato Jasper Becker, nel suo libro La rivoluzione della fame. Cina 1958-1962: la carestia segreta. Il già citato Xinkjiang, ad esempio, ha patito distruzioni ben peggiori che ancora oggi si ripercuotono sulla popolazione e sulla cultura locale. Purtroppo per gli uiguri, loro non hanno un Dalai Lama e una religione “esotica” ed “affascinante” come quella buddista in grado di affermarsi tra l’opinione pubblica occidentale.
Inoltre, è anche vero che nella regione di Dharamsala, i tibetani, grazie ai finanziamenti ricevuti dalle organizzazioni pro-Tibet dell’Occidente, hanno “colonizzato” tutte le attività commerciali allontanando gli autoctoni e creando tensioni che, seppur non siano mai degenerate in scontri, cominciano a causare qualche perplessità nel governo indiano. M.K. Bhadrakumar, ex ambasciatore indiano a Mosca, Islamabad e Kabul che mi accompagna a Dharamasala, spiega che «Dharamsala è su suolo indiano, ma oramai è come se fosse una città straniera per noi. Non abbiamo alcun controllo sulla comunità tibetana in India. Da ospiti sono diventati padroni.» Poi, davanti ad una tazza di tè salato, continua: «Sono sicuro che le manifestazioni di Lhasa sono state organizzate, se non dall’entourage del Dalai Lama, dalle organizzazioni estremiste tibetane che compongono il mosaico politico della comunità in esilio». Le relazioni tra New Delhi e Dharamsala, ottime fino a qualche anno fa, si stanno deteriorando. Ora che l’India ha iniziato ad interloquire con la Cina, la questione tibetana si sta facendo sempre più bollente e il governo di Manmohan Singh spinge affinché anche il Dalai Lama accetti di intavolare un dialogo fruttifero con Pechino.«Il problema non è tanto il Dalai Lama» spiega a New Delhi Subramanian Swamy, esperto in Cina e consigliere economico del governo Singh, «ma i suoi consiglieri, poco inclini al compromesso con Pechino. La comunità tibetana in India è formata da innumerevoli gruppi in contrasto tra loro ed ognuno di questi gruppi ha, all’interno del governo tibetano in esilio, un suo rappresentante. Uomini come Tsewang Rigzin, Presidente del Tibetan Youth Congress, o come Tenzin Choeving, dello Students for a Free Tibet, sono in aperto contrasto con il Dalai Lama e chiedono che il Tibet diventi una nazione completamente indipendente. Il Dalai Lama deve mediare tra tutte queste posizioni». Il ruolo del leader tibetano, quindi non è così indiscusso come potrebbe sembrare. Il dover mediare tra opinioni in contrasto tra loro, ora che anche l’India preme affinché apra un dialogo con la Cina, lo pone di fronte ad un bivio cruciale. Se fino ad oggi, l’ambiguità della suo status politico-religioso garantito dall’esilio, gli ha garantito la leadership, ora che è costretto a scegliere nei fatti quale politica perseguire, è inevitabile che all’interno della comunità si creino delle fratture forse insanabili. Se sceglie la linea dura si potrebbe alienare le simpatie dei governi sino ad ora a lui solidali come India e Nepal; viceversa, rigettando definitivamente l’idea dell’indipendenza (già rifiutata nei suoi discorsi sin dalla fine degli anni Ottanta), i gruppi più oltranzisti rischierebbero di rifiutare la sua figura di leader e continuare una lotta separata.
Il Dalai Lama, oramai figura ingombrante anche per l’India che lo ospita, sente la pressione del tempo che fugge e deve cercare di trovare una soluzione soddisfacente più per lui che per la Cina. Nella logica del cho-yon ora è lui ad aver bisogno di Pechino.
© Piergiorgio Pescali
E’ all’interno di questo quadro storico che sono tornato in Tibet, dopo essere stato testimone delle manifestazioni della scorsa primavera, cercando di comprendere cosa stesse accadendo realmente al di là delle simpatie che tutti noi abbiamo verso un popolo pacifico, oppresso da un regime che sta ancora cercando di trovare un nuovo equilibrio dopo la morte del Grande Timoniere. Appena messo piede a Lhasa si comprende immediatamente che molto è cambiato nella società: i vicoli della parte vecchia, solitamente brulicanti di gente, sono deserti e così il mercato, che in questo periodo dell’anno ospita migliaia di pellegrini e mercanti provenienti dagli altipiani ancora innevati.
La normalità è tornata nella capitale tibetana, continuano a recitare i proclami ufficiali. Ma è una normalità fittizia, dettata dalla dura lex chinensis, che esclude ogni forma di dissenso, specie se espresso in forma autonomista. L’Armata Rossa ha spento le fiamme della rivolta, ma tutti sanno che le braci ardono ancora sotto il sottile manto di cenere. E tutti hanno paura. Hanno paura i tibetani, che cominciano a sentirsi abbandonati dal mondo, ma hanno paura anche i cinesi i quali, nell’anno che avrebbe dovuto sancire l’apoteosi dell’economia asiatica, vedono gli occhi del mondo puntati sulla parte sbagliata della nazione. Guardiamo tutti non verso Pechino, dove si svolgeranno in pompa magna i Giochi Olimpici, ma al Tibet e, in misura minore, allo Xinkjiang, regione dove la repressione si esprime in forme più violente e subdole rispetto a quella tibetana. «Pechino è infuriata: dopo aver perso i giochi olimpici del 2000 ed aver atteso questi per oltre un decennio, ora i tibetani e gli uiguri stanno rovinando tutto» afferma Mark Allison, collaboratore di Amnesty International a Hong Kong. Allison aggiunge anche che la Cina non ha ancora svelato il “mistero” che circonda la figura di Gedhun Chuekyi Nyima, il quale dal 1995, anno in cui il Dalai Lama lo ha riconosciuto come undicesima reincarnazione del Panchen Lama, è tenuto segregato in un luogo segreto dalle autorità di Pechino. «Aveva sei anni all’epoca ed è stato riconosciuto da Amnesty come il più giovane prigioniero politico del mondo». Dice Allison. Ma quanto si concentrerà l’attenzione dell’Occidente sul Tibet? «Remember Burma», ricordati la Birmania, ammonisce Tenzing Dorma, professore di Storia alla Tibet University di Lhasa, riferendosi all’oblio in cui è piombato il paese sudest asiatico dopo l’ondata di interesse durante la repressione dei monaci birmani. «Gli scontri del 14 marzo sono stati i più violenti dal 1989 ad oggi» dice Pasang Norbu, un monaco orginario di Golmud. «Personalmente non ho visto nessuna vittima, ma molte famiglia tibetane lamentano la mancanza di questo o quel famigliare». Se Parigi valeva bene una messa, quanto varrà Pechino? Sicuramente più dei 19 morti ufficialmente dichiarati dalle autorità o dei 99 proclamati dal governo in esilio. A parole “siamo tutti tibetani”, ma quando si tratta di mettere in pratica gli slogan espressi durante i cortei di piazza, ecco che si preferisce delegare chi sta più in alto. Si chiede il boicottaggio dei prodotti cinesi, ma quando si tratta di comprare abbigliamento, Hi-Fi, computer, accessori per la casa, entrambe gli occhi vengono chiusi di fronte ai prezzi concorrenziali del Made in China. Ancora una volta il portafogli prevale sulla coscienza: meglio che il boicottaggio lo facciano gli altri, magari i governi e magari su prodotti che non vengono venduti nei supermercati. E così, tra i tibetani, si sta sempre più radicando la sindrome del falso amico. Un attivista indipendentista che vive a Lhasa, il cui nom-de-guerre, Songsten, rievoca il primo re che nel VII secolo unificò il Tibet, ricorda che nessuno stato occidentale ha mai voluto riconoscere il Tibet come nazione indipendente. «Si è sempre preferito assecondare il volere della Cina. Al massimo premevano per garantirci uno status di autonomia. Ma nessuno ha mai appoggiato le richieste di indipendenza». Del resto già nel 1715 il padre gesuita Ippolito Desideri, che studiò presso l’Università di Sera e grande amico del VII Dalai Lama, incluse il Tibet entro i confini cinesi in una mappa da lui disegnata. E fu lo stesso Tibet a rigettare le offerte di relazioni diplomatiche avanzate da alcuni stati europei durante la prima metà del Novecento. Solo con la Germania nazista, come già accennato, si stabilirono stretti contatti sino a consentire ad una spedizione antropologica alla ricerca della “razza pura” di girare in lungo e in largo la regione “La spedizione nazista di Ernst Schafer, voluta da Himmler, ebbe l’appoggio del Kashag. Fu l’unica spedizione ufficialmente a scopo scientifico, a poter soggiornare in Tibet per più di un anno” spiega Christofer Hale, autore del libro La crociata di Himmler – La spedizione nazista in Tibet nel 1938. E ancora, fu lo stesso Dalai Lama ad accettare, il 26 ottobre 1951, l’Accordo in Diciassette Punti che sanciva “il ritorno del popolo del Tibet alla grande famiglia della madrepatria, la Repubblica Popolare Cinese”. Tutti questi insegnamenti che la storia ci propone, devono essere ricordati per capire le innumerevoli sfaccettature che offre la questione tibetana. «Abbiamo sbagliato nel passato. Lo hanno fatto i nostri padri e le loro colpe oggi ricadono su di noi. E’ la legge del karma» ammette Tsultrim, vice abate del monastero di Pel Kor a Gyantse. Alla legge del karma, i cinesi contrappongono la legge del materialismo, fatta di industrializzazione accelerata che ha costretto il governo centrale a promuovere un largo afflusso di Han e di turisti sin dal 1984. Ed anche se questo processo non era premeditato per spostare a favore degli Han l’equilibrio demografico del Tibet, come comunemente è fatto credere, è stato proprio questo a concentrare l’attenzione dei tibetani sul problema etnico. Non è un caso che le rivolte di marzo, siano state più violente nel cosiddetto Tibet etnico, cioè in quelle regioni, come il Gansu o il Sichuan, separate politicamente dal Tibet, ma abitate da etnie tibetane (lo stesso Dalai Lama in base a questa classificazione cinese sarebbe nato in Cina, visto che l’Amdo oggi non fa parte della Regione Autonoma Tibetana). Qui, al risentimento verso i cinesi, si aggiunge un senso di isolamento dalla “madrepatria” che si esprime attraverso forme di protesta che sfociano in veri atti di sfida. E’ proprio in una cittadina del Gansu, a Hezuo, che i rivoltosi sono riusciti a compiere l’azione più spettacolare: ammainare la bandiera cinese e issare quella tibetana. Una sorta di Iwojima moderna, prontamente occultata dalle autorità cinesi, che si sono affrettate a ripristinare lo status quo precedente. «La Cina afferma che il Tibet ha avuto uno sviluppo economico enorme grazie alla modernizzazione; è vero, ma per questo sviluppo abbiamo dovuto sacrificare, oltre alla cultura, il nostro ecosistema» ricorda uno studente incontrato in un ristorantino nei pressi dell’università. Durante gli anni Sessanta, per compiere il Grande Balzo in Avanti e divenire la prima potenza mondiale produttrice d’acciaio, tutte le regioni cinesi furono sottoposte a sistematici saccheggi naturali. Ma queste devastazioni ecologiche, accompagnate da installazioni nucleari e militari, non furono subite solo dal Tibet, bensì in tutta la Cina, come ha esaurientemente spiegato Jasper Becker, nel suo libro La rivoluzione della fame. Cina 1958-1962: la carestia segreta. Il già citato Xinkjiang, ad esempio, ha patito distruzioni ben peggiori che ancora oggi si ripercuotono sulla popolazione e sulla cultura locale. Purtroppo per gli uiguri, loro non hanno un Dalai Lama e una religione “esotica” ed “affascinante” come quella buddista in grado di affermarsi tra l’opinione pubblica occidentale.
Inoltre, è anche vero che nella regione di Dharamsala, i tibetani, grazie ai finanziamenti ricevuti dalle organizzazioni pro-Tibet dell’Occidente, hanno “colonizzato” tutte le attività commerciali allontanando gli autoctoni e creando tensioni che, seppur non siano mai degenerate in scontri, cominciano a causare qualche perplessità nel governo indiano. M.K. Bhadrakumar, ex ambasciatore indiano a Mosca, Islamabad e Kabul che mi accompagna a Dharamasala, spiega che «Dharamsala è su suolo indiano, ma oramai è come se fosse una città straniera per noi. Non abbiamo alcun controllo sulla comunità tibetana in India. Da ospiti sono diventati padroni.» Poi, davanti ad una tazza di tè salato, continua: «Sono sicuro che le manifestazioni di Lhasa sono state organizzate, se non dall’entourage del Dalai Lama, dalle organizzazioni estremiste tibetane che compongono il mosaico politico della comunità in esilio». Le relazioni tra New Delhi e Dharamsala, ottime fino a qualche anno fa, si stanno deteriorando. Ora che l’India ha iniziato ad interloquire con la Cina, la questione tibetana si sta facendo sempre più bollente e il governo di Manmohan Singh spinge affinché anche il Dalai Lama accetti di intavolare un dialogo fruttifero con Pechino.«Il problema non è tanto il Dalai Lama» spiega a New Delhi Subramanian Swamy, esperto in Cina e consigliere economico del governo Singh, «ma i suoi consiglieri, poco inclini al compromesso con Pechino. La comunità tibetana in India è formata da innumerevoli gruppi in contrasto tra loro ed ognuno di questi gruppi ha, all’interno del governo tibetano in esilio, un suo rappresentante. Uomini come Tsewang Rigzin, Presidente del Tibetan Youth Congress, o come Tenzin Choeving, dello Students for a Free Tibet, sono in aperto contrasto con il Dalai Lama e chiedono che il Tibet diventi una nazione completamente indipendente. Il Dalai Lama deve mediare tra tutte queste posizioni». Il ruolo del leader tibetano, quindi non è così indiscusso come potrebbe sembrare. Il dover mediare tra opinioni in contrasto tra loro, ora che anche l’India preme affinché apra un dialogo con la Cina, lo pone di fronte ad un bivio cruciale. Se fino ad oggi, l’ambiguità della suo status politico-religioso garantito dall’esilio, gli ha garantito la leadership, ora che è costretto a scegliere nei fatti quale politica perseguire, è inevitabile che all’interno della comunità si creino delle fratture forse insanabili. Se sceglie la linea dura si potrebbe alienare le simpatie dei governi sino ad ora a lui solidali come India e Nepal; viceversa, rigettando definitivamente l’idea dell’indipendenza (già rifiutata nei suoi discorsi sin dalla fine degli anni Ottanta), i gruppi più oltranzisti rischierebbero di rifiutare la sua figura di leader e continuare una lotta separata.
Il Dalai Lama, oramai figura ingombrante anche per l’India che lo ospita, sente la pressione del tempo che fugge e deve cercare di trovare una soluzione soddisfacente più per lui che per la Cina. Nella logica del cho-yon ora è lui ad aver bisogno di Pechino.
© Piergiorgio Pescali
Cina: Olimpiadi e secessione
Non riconosco più il quartiere di Dongcheng, situato a pochi passi dalla Città Proibita, a Pechino. Due anni fa era un labirinto di case e hutong dove si potevano ancora vedere i bambini bighellonare per i vicoli e le donne chiaccherare sui gradini delle abitazioni. I turisti raramente si avventuravano fin qui; preferivano stiparsi nella vicina Wanfujing, la via commerciale più famosa di Pechino dove i negozi che vendono prodotti ultratecnologici si alternano a McDonald’s e vetrine che espongono vestiti di Valentino. Dongcheng, invece, era un pezzo di Cina anni Ottanta miracolosamente sopravvissuto alla modernizzazione e alla speculazione edilizia. Ora, però, tutto è cambiato: le formidabili ruspe olimpiche hanno trasformato questo distretto ed almeno altri sette nella municipalità della capitale, in un ammasso di cantieri freneticamente al lavoro ventiquattro ore su ventiquattro. Le vecchie abitazioni sono state demolite per lasciare spazio a uffici e complessi residenziali di lusso. «Dal 2000, un totale di un milione e mezzo di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case.» mi dice Gao Zhisheng, avvocato di un gruppo di residenti sfrattati a forza. Per loro i giochi olimpici hanno trasformato Pechino in una enorme città proibita. «Ad ogni Olimpiade assistiamo a prepotenze del genere» lamenta Jean du Pleiss, direttore del COHRE (Center on Housing Rights and Evictions) di Ginevra, «Nel 1988 a Seoul furono trasferite 720.000 persone mentre 30.000 furono gli sfollati per le Olimpiadi di Atlanta nel 1996». Da parte sua, il governo cinese rigetta ogni accusa: secondo il portavoce del Ministero degli Esteri, Jiang Yu, solo 6.000 famiglie sarebbero state trasferite a causa dei giochi olimpici e tutte hanno avuto adeguata sistemazione a spese dello stato. La verità, come insegna il buddismo, sta nel mezzo. Se è vero che le città cinesi sono oggetto di profonde trasformazioni sin dall’inizio degli anni Ottanta, è altrettanto vero che il make up delle metropoli interessate ai giochi, è stato più profondo e radicale rispetto alle altre. A Shanghai non si è risparmiato neppure il quartiere di Huaihai Zonglu, dove sorge l’edificio in cui, nel 1921, venne fondato il Partito Comunista Cinese. Tutto, nel Paese di Mezzo, è in continua trasformazione. Del resto, pur non esistendo una traduzione esatta nel vocabolario cinese alla parola filosofia, si propende ad assegnare a questa idea l’ideogramma dao¸ che significa via, la cui radice indica movimento. E la base del pensiero cinese, della sua politica, del suo continuo mutare è questo dao¸ che si contrappone al pensiero occidentale che ruota, invece, attorno ad un unico perno fisso: l’Essere Supremo, il Logos, Dio. E’ un concetto basilare per comprendere ciò che accade ed è accaduto in Cina in questi ultimi decenni: la rivoluzione comunista, quella culturale, la drastica virata di Deng Xiaoping sintetizzata dal concetto “un Paese, due sistemi”, impensabile in Occidente. In soli tre decenni la Cina è diventata una delle economie di successo del mondo e le Olimpiadi, un affare da due miliardi di dollari, stanno a dimostrarlo. Le grandi manifestazioni di massa con coreografie dove ogni singolo partecipante deve seguire rituali e tempistiche ben precise per permettere il successo dello spettacolo, rendono l’idea della politica cinese. Non è possibile andare per la propria strada, pena il crollo dell’intero sistema. «Questo concetto comunitario è la base su cui si fonda la nazione stessa. Ogni forma di dissenso viene repressa perché potenziale elemento esplosivo per una caduta a domino di tutta la nazione» mi spiega Yuesheng Wang, Direttore del Dipartimento di Economia e Commercio Internazionale alla Peking University. E per reprimere il dissenso viene utilizzato ogni modo e ogni pretesto. Così, ecco che la sicurezza per gli ospiti olimpici diviene l’alibi per aumentare la pressione diretta contro le istanze indipendentiste delle regioni orientali. Tibet e Xinkjiang sono le due province che più preoccupano Pechino: entrambe hanno movimenti popolari che lottano affinché venga riconosciuto alle loro regioni uno status nazionale a tutti gli effetti. Altri sfrattati, questa volta culturali. Ma la differenza tra Tibet e Xinkjiang è abissale: caratterizzato da una religione particolarmente apprezzata in Occidente e trainato da un leader carismatico come il Dalai Lama il Tibet ha sempre avuto un ruolo di primo piano nell’impegno sociale dell’opinione pubblica. Viceversa, la lotta secessionista degli uiguri di fede musulmana, non ha mai riscontrato eccessive simpatie nelle nostre democrazie. «E’ passata del tutto inosservata la criminalizzazione da parte di Pechino dell’associazionismo turkmeno, appoggiata anche dagli Stati Uniti, i quali dal 2002 hanno inserito il principale movimento che lotta per l’indipendenza uigura, l’East Turkestan Islamic Movement (ETIM), tra i movimenti terroristici legati ad al-Qaida.» confida Abdujelil Karakash, presidente dell’East Turkestan Information Centre (ETIC). L’occasione olimpica ha offerto alla Cina l’opportunità di intensificare la soppressione di ogni forma di protesta incarcerando centinaia di sospetti indipendentisti e stipulando trattati di rimpatrio forzato con le repubbliche del Centro Asia, dove avevano trovato rifugio migliaia di uiguri. Ancora oggi nello Xinkjiang, il solo utilizzo della lingua locale nei luoghi pubblici è passibile di arresto, mentre il deserto del Talikiman, simbolo della lotta uigura contro i mongoli prima e i cinesi poi, è stato trasformato in una immensa discarica di scorie nucleari. Infine, il continuo trasferimento di han nella provincia ha ridotto in minoranza l’etnia uigura. In Tibet, invece, proprio grazie alla popolarità che nutre la causa in Europa e negli Stati Uniti, sono stati i tibetani che hanno sfruttato l’approssimarsi dei giochi, riversando in strada tutta la loro irritazione. «Il governo cinese che, paradossalmente, dagli anni Novanta ha implementato in Tibet una politica di apertura, moderazione e di dialogo opposta alla fermezza usata nello Xinkjiang, è stato preso in contropiede e pesantemente criticato da tutti i governi europei e americani.» sostiene M.C. Goldstein, studioso e autore dei saggi sulla questione tibetana. Passività uigura, attività tibetana. Due modi opposti di porsi di fronte ad un medesimo problema che hanno portato Pechino a dare differenti risposte maneggiando con estrema cautela la questione tibetana. L’approssimarsi delle Olimpiadi non ha fatto altro che esporre in vetrina tutte le complessità che affliggono la Repubblica Popolare Cinese, fino ad ora celate da un’attenta gestione logistica che impediva a giornalisti e organizzazioni umanitarie di entrare direttamente in contatto con i problemi. «Pechino è infuriata: dopo aver perso i giochi olimpici del 2000 ed aver atteso questi per oltre un decennio, ora i tibetani e gli uiguri stanno rovinando tutto» afferma Mark Allison, collaboratore di Amnesty International a Hong Kong. Bisognerà però aspettare che si spengano i riflettori delle Olimpiadi per sapere quali saranno le reali risposte che Hu Jintao vorrà dare alle questioni autonomiste.
© Piergiorgio Pescali
© Piergiorgio Pescali
Tibet (Dispensa del Corso di Asia)
La nascita del Tibet come nazione
Il Tibet ha una storia relativamente recente, se confrontata con quella dei suoi vicini, Cina e India. Solo nel 640 gli annali cinesi ne riferiscono l’esistenza per il matrimonio contratto con il re Songsten Gampo, unificatore del regno tibetano, con la principessa Tang, Wen Chen Konjo.
Appena due secoli dopo, il Tibet controllava la regione compresa da Changhan a Samarcanda.
A tutto l’impero era stata data una lingua scritta codificata, mentre, a causa dell’estrema complessità orografica del territorio, non si riuscì mai a dare un continuum alla lingua parlata che ancora oggi è ramificata in circa 350 parlate riconducibili al ceppo tibeto-birmano.
E’ questo il cosiddetto Tibet etnico, l’area popolata da etnie tibetane a cui i fautori dell’indipendenza e dell’autonomia, si rifanno chiedendo la secessione o l’autonomia dalla Cina.
Il buddismo tibetano
La religione bon è stata la fede del popolo tibetano fino a quando venne soppiantata dal buddhismo che per prevalere sulla religione “popolare”, ne assimila alcuni degli aspetti più popolari, rivestendoli di un nuovo significato.
• la sacralizzazione di aspetti naturali (monti, fiumi…) riprende l’animismo bon
• al posto del bonpo (lo sciamano bon), viene istituito l’oracolo di stato, che coadiuva il lama e, in seguito, lo stesso Dalai Lama
• i poteri delle forze vitali che nella religione bon permettono di rafforzare lo spirito del sacerdote, nel buddismo vengono confluiti negli aspetti magici e tantrici delle divinità che assumono il duplice aspetto benevolo e irritato
• il mantra om mani padme hum (salute al gioiello dell’uomo) altro non è che la trasformazione del mantra bon om matri muye du (salute alla madre spazio luminoso)
• al senso ambulatorio antiorario è contrapposto quello in senso orario dei pellegrini buddisti.
La disparità di fonti e di vie con cui la nuova religione è introdotta negli altipiani tibetani, genera una nugolo di sette e scuole che frantumano l’unità dell’impero, che già nel XII secolo comincia a disgregarsi, anche se manterrà la sua unità amministrativa fino al 1724, quando l’impero Qing cominciò a “corrodere” le periferie orientali, inglobando nelle sue province cospicui territori dell’Amdo e del Kham.
Le rivalità tra le sette buddiste sono tra le principali cause del crollo dell’impero tibetano.
Le principali sono:
• Nyingmapa (nata nel VIII secolo)
Fondatore Padmasambhava.
Segue gli insegnamenti che prediligono la via diretta
• Kagyupa (nata nel XI secolo)
Si divide in diverse scuole tra cui quella Karma Kagyupa che predilige il legame diretto maestro-allievo, potente fino al XVII secolo.
• Sakyapa (nata nel XI secolo)
Fondatore: Kheun Keunchong Gyelpo.
Segue la perfezione spirituale attraverso gli studi metafisici e domina il Tibet fino al XIII secolo
• Gelukpa (nata nel XV secolo)
Fondatore: Tsongkhapa
Predilige la vita monastica e gli studi monastici. Prevale nel XVII secolo, grazie al legame con i mongoli. Sia il Dalai Lama che il Panchen Lama appartengono alla scuola Geluk.
Le relazioni con la Cina e la nascita della figura del Dalai Lama
Nel 1246 Sakya Pandita, lama della scuola Sakya, per consolidare il dominio della propria setta sul Tibet, accetta di pagare tributi alla Cina in cambio dell’appoggio militare.
Secondo la Cina, è questo il momento in cui il Tibet si assoggetta al suo impero.
Nasce anche un sistema, detto cho-yon, fondamentale per capire i rapporti tra Tibet e Cina secondo cui l’imperatore (yinda) protegge il lama (cho) in cambio della benedizione del potere temporale.
Questo rapporto, a cui si associa il sistema dei tributi, crea un’ambiguità di fondo: da parte cinese si tende a considerare lo stato vassallo come nazione sottomessa all’imperatore, dall’altra, invece, altro non è che un rapporto commerciale paritario che permette ai due stati di convivere indipendenti l’uno dall’altro.
E’ in funzione di questo sistema che emerge la figura del Dalai Lama, appartenente alla scuola Geluk, fondata da Tsongkhapa che, rifiutando le pratiche esoteriche della scuola Sakya, predica un ritorno alla vita monastica e al celibato.
Nel 1578 il sovrano mongolo Altayn Khan conia il titolo di dalai (che significa saggezza) per il lama Sonam Gyatso, presentato come terza reincarnazione di un lama della setta Geluk.
Per rendere più elevato il rango del Dalai Lama, la sua reincarnazione viene fatta risalire fino a Avalokitesvara, bodhisattva della compassione.
L’invasione cinese
E’ l’invasione cinese del 1950 che decreta il punto di svolta tra le relazioni sino-tibetane.
La guerra fredda, le crisi coreana, cubana e vietnamita, inducono l’Occidente a limitare le sue reazioni verso Pechino a proclami poco più che simbolici, mentre, per non perdere l’occasione di “disturbare” l’avanzata comunista, ci si “dimentica” del carattere dispotico e feudale del governo tibetano prima dell’invasione, dei metodi crudeli utilizzati per eliminare ogni sorta di opposizione o, ancora, dei legami avuti dall’amministrazione tibetana con il nazismo alla fine degli anni Trenta.
La CIA arriva anche ad addestrare e finanziare un esercito in funzione anticinese.
Da parte cinese, le direttive di Mao vengono disattese e la sinizzazione del Tibet viene accelerata con la scomposizione delle aree etniche, mentre il sistema economico, politico e culturale, che Mao aveva promesso di cambiare lentamente, viene sradicato completamente.
La Rivoluzione Culturale, per la verità non più cruenta in Tibet di quanto lo sia stata in altre regioni della Cina, distrugge monasteri e la vita religiosa, i campi di prigionia vengono riempiti e si inizia il trasferimento di migliaia di han e hui in Tibet.
A rendere più debole la situazione di Mao, c’è la fuga del Dalai Lama in India, con cui la Cina è impegnata in dispute territoriali.
Il postmaoismo
Le maggiori libertà civili e culturali introdotte dopo la morte di Mao, non hanno dato gli esiti sperati per una soluzione pacifica della causa del Tibet.
Il Premio Nobel al Dalai Lama nel 1989 seguito, nel 1995, dal rapimento dell’XI Panchen Lama riconosciuto dal Dalai Lama, ma non dalla Cina, e considerato da Amnesty International come il prigioniero politico più giovane del pianeta, rinvigoriscono la protesta internazionale.
Si producono film, si pubblicano libri, si fondano associazioni e si organizzano manifestazioni.
A livello internazionale le associazioni pro-Tibet e i singoli governi, finanziano la comunità tibetana di Dharamsala, dove ha sede il governo in esilio del Dalai Lama.
Il National Endowment for Democracy, un ente creato nel 1983 dal Congresso USA per finanziare le attività dei regimi ostili agli Stati Uniti, nel 2007 ha donato un totale di 240.000 USD ad enti, partiti, associazioni tibetani.
A nulla sono valse le aperture politiche di Pechino dopo la caduta della Banda dei Quattro, così come a poco sono valse le ripetute dichiarazioni del Dalai Lama sulla disponibilità di trattare per un’autonomia del Tibet in seno alla Cina, rifiutando l’idea dell’indipendenza.
Il dialogo sembra esser tra sordi.
La questione del Tibet etnico
Pechino tende a risolvere il problema tibetano sviluppando il Paese, ma questo sviluppo ha arricchito per lo più i monasteri, non la popolazione, che del resto vede solo i lati negativi: le strade servono per velocizzare gli spostamenti dei militari, l’aereo serve per portare più immigrati han e hui a Lhasa, il treno è uno strumento per rendere più stretti i legami con la capitale.
Inoltre c’è sempre il problema irrisolto (per i tibetani) del Grande Tibet.
Secondo i cinesi, ogni trattativa sul Tibet si dovrebbe limitare alla cosiddetta TAR (Tibet Autonomous Region), separata dalle altre regioni tibetane dopo l’annessione. Qui, su una superficie di 1.220.000 kmq, vivono 2.600.000 abitanti, il 92,8% dei quali tibetani. Cifre contestate da Dharamsala, che afferma non sono conteggiati i 500.000 militari presenti nella regione.
Da parte loro, i tibetani, vogliono che nei futuri negoziati rientri il Grande Tibet, che ingloba il Tibet storico, una regione di 2.500.000 kmq abitata da 10 milioni di abitanti, di cui solo il 50% tibetani.
Conclusioni
La situazione sta fuggendo di mano al Dalai Lama. Per la prima volta gli indipendentisti, guidati da Lhasang Tsering, ex membro della guerriglia Khampa e ex Presidente del Tibetan Youth Congress, e dal famoso scrittore tibetano Jamyang Norbu, hanno vivacemente criticato il Dalai Lama e la sua politica del compromesso.
Per loro, così come per il Tibetan Youth Congress e il National Democratic Party, c’è solo un’opzione disponibile: completa indipendenza, alimentando così le titubanze della Cina verso la sincerità della politica del dialogo propagandata dal Dalai Lama.
Del resto, lo abbiamo visto tutti nelle manifestazioni, i cartelli con Free Tibet o China Get Out. Manifestazioni che probabilmente hanno nuociuto più al Dalai Lama che alla Cina, la quale ha pur sempre avuto i suoi Giochi Olimpici.
Inoltre, quale nazione appoggerebbe l’istanza indipendentista andando contro la
Cina?
© Piergiorgio Pescali
Bibliografia
Storia e questione tibetana
• Tibet, di Francesco Scisci, Utet, 2008
• Il demone e il Dalai Lama. Tra Tibet e Cina, mistica di un triplice omicidio, di Raimondo Bultrini, Baldini Castoldi Dalai, 2008
• Fra barbari e dei. La vera politica cinese in Tibet, di Danilo Di Giangi, L’Arciere, 2008
• Il dragone e la montagna. La Cina, il Tibet e il Dalai Lama, di Melvyn Goldstein, Baldini Castoldi Dalai, 2003
Tibet e Terzo Reich
• La crociata di Himmler. La spedizione nazista in Tibet nel 1938, di Christopher Hale, edizioni Garzanti, 2006
• Archeologi di Himmler, di Marco Zagni, edizioni Ritter, 2004
Cultura tibetana
• Dei, demoni e oracoli. La leggendaria spedizione in Tibet del 1933, di Giuseppe Tucci, Neri Pozza Editrice, 2006
• Segreto Tibet, di Fosco Maraini, Corbaccio editore, 1998
• La religione del Tibet, di Giuseppe Tucci, Edizioni Mediterranee, 1986
Il Tibet ha una storia relativamente recente, se confrontata con quella dei suoi vicini, Cina e India. Solo nel 640 gli annali cinesi ne riferiscono l’esistenza per il matrimonio contratto con il re Songsten Gampo, unificatore del regno tibetano, con la principessa Tang, Wen Chen Konjo.
Appena due secoli dopo, il Tibet controllava la regione compresa da Changhan a Samarcanda.
A tutto l’impero era stata data una lingua scritta codificata, mentre, a causa dell’estrema complessità orografica del territorio, non si riuscì mai a dare un continuum alla lingua parlata che ancora oggi è ramificata in circa 350 parlate riconducibili al ceppo tibeto-birmano.
E’ questo il cosiddetto Tibet etnico, l’area popolata da etnie tibetane a cui i fautori dell’indipendenza e dell’autonomia, si rifanno chiedendo la secessione o l’autonomia dalla Cina.
Il buddismo tibetano
La religione bon è stata la fede del popolo tibetano fino a quando venne soppiantata dal buddhismo che per prevalere sulla religione “popolare”, ne assimila alcuni degli aspetti più popolari, rivestendoli di un nuovo significato.
• la sacralizzazione di aspetti naturali (monti, fiumi…) riprende l’animismo bon
• al posto del bonpo (lo sciamano bon), viene istituito l’oracolo di stato, che coadiuva il lama e, in seguito, lo stesso Dalai Lama
• i poteri delle forze vitali che nella religione bon permettono di rafforzare lo spirito del sacerdote, nel buddismo vengono confluiti negli aspetti magici e tantrici delle divinità che assumono il duplice aspetto benevolo e irritato
• il mantra om mani padme hum (salute al gioiello dell’uomo) altro non è che la trasformazione del mantra bon om matri muye du (salute alla madre spazio luminoso)
• al senso ambulatorio antiorario è contrapposto quello in senso orario dei pellegrini buddisti.
La disparità di fonti e di vie con cui la nuova religione è introdotta negli altipiani tibetani, genera una nugolo di sette e scuole che frantumano l’unità dell’impero, che già nel XII secolo comincia a disgregarsi, anche se manterrà la sua unità amministrativa fino al 1724, quando l’impero Qing cominciò a “corrodere” le periferie orientali, inglobando nelle sue province cospicui territori dell’Amdo e del Kham.
Le rivalità tra le sette buddiste sono tra le principali cause del crollo dell’impero tibetano.
Le principali sono:
• Nyingmapa (nata nel VIII secolo)
Fondatore Padmasambhava.
Segue gli insegnamenti che prediligono la via diretta
• Kagyupa (nata nel XI secolo)
Si divide in diverse scuole tra cui quella Karma Kagyupa che predilige il legame diretto maestro-allievo, potente fino al XVII secolo.
• Sakyapa (nata nel XI secolo)
Fondatore: Kheun Keunchong Gyelpo.
Segue la perfezione spirituale attraverso gli studi metafisici e domina il Tibet fino al XIII secolo
• Gelukpa (nata nel XV secolo)
Fondatore: Tsongkhapa
Predilige la vita monastica e gli studi monastici. Prevale nel XVII secolo, grazie al legame con i mongoli. Sia il Dalai Lama che il Panchen Lama appartengono alla scuola Geluk.
Le relazioni con la Cina e la nascita della figura del Dalai Lama
Nel 1246 Sakya Pandita, lama della scuola Sakya, per consolidare il dominio della propria setta sul Tibet, accetta di pagare tributi alla Cina in cambio dell’appoggio militare.
Secondo la Cina, è questo il momento in cui il Tibet si assoggetta al suo impero.
Nasce anche un sistema, detto cho-yon, fondamentale per capire i rapporti tra Tibet e Cina secondo cui l’imperatore (yinda) protegge il lama (cho) in cambio della benedizione del potere temporale.
Questo rapporto, a cui si associa il sistema dei tributi, crea un’ambiguità di fondo: da parte cinese si tende a considerare lo stato vassallo come nazione sottomessa all’imperatore, dall’altra, invece, altro non è che un rapporto commerciale paritario che permette ai due stati di convivere indipendenti l’uno dall’altro.
E’ in funzione di questo sistema che emerge la figura del Dalai Lama, appartenente alla scuola Geluk, fondata da Tsongkhapa che, rifiutando le pratiche esoteriche della scuola Sakya, predica un ritorno alla vita monastica e al celibato.
Nel 1578 il sovrano mongolo Altayn Khan conia il titolo di dalai (che significa saggezza) per il lama Sonam Gyatso, presentato come terza reincarnazione di un lama della setta Geluk.
Per rendere più elevato il rango del Dalai Lama, la sua reincarnazione viene fatta risalire fino a Avalokitesvara, bodhisattva della compassione.
L’invasione cinese
E’ l’invasione cinese del 1950 che decreta il punto di svolta tra le relazioni sino-tibetane.
La guerra fredda, le crisi coreana, cubana e vietnamita, inducono l’Occidente a limitare le sue reazioni verso Pechino a proclami poco più che simbolici, mentre, per non perdere l’occasione di “disturbare” l’avanzata comunista, ci si “dimentica” del carattere dispotico e feudale del governo tibetano prima dell’invasione, dei metodi crudeli utilizzati per eliminare ogni sorta di opposizione o, ancora, dei legami avuti dall’amministrazione tibetana con il nazismo alla fine degli anni Trenta.
La CIA arriva anche ad addestrare e finanziare un esercito in funzione anticinese.
Da parte cinese, le direttive di Mao vengono disattese e la sinizzazione del Tibet viene accelerata con la scomposizione delle aree etniche, mentre il sistema economico, politico e culturale, che Mao aveva promesso di cambiare lentamente, viene sradicato completamente.
La Rivoluzione Culturale, per la verità non più cruenta in Tibet di quanto lo sia stata in altre regioni della Cina, distrugge monasteri e la vita religiosa, i campi di prigionia vengono riempiti e si inizia il trasferimento di migliaia di han e hui in Tibet.
A rendere più debole la situazione di Mao, c’è la fuga del Dalai Lama in India, con cui la Cina è impegnata in dispute territoriali.
Il postmaoismo
Le maggiori libertà civili e culturali introdotte dopo la morte di Mao, non hanno dato gli esiti sperati per una soluzione pacifica della causa del Tibet.
Il Premio Nobel al Dalai Lama nel 1989 seguito, nel 1995, dal rapimento dell’XI Panchen Lama riconosciuto dal Dalai Lama, ma non dalla Cina, e considerato da Amnesty International come il prigioniero politico più giovane del pianeta, rinvigoriscono la protesta internazionale.
Si producono film, si pubblicano libri, si fondano associazioni e si organizzano manifestazioni.
A livello internazionale le associazioni pro-Tibet e i singoli governi, finanziano la comunità tibetana di Dharamsala, dove ha sede il governo in esilio del Dalai Lama.
Il National Endowment for Democracy, un ente creato nel 1983 dal Congresso USA per finanziare le attività dei regimi ostili agli Stati Uniti, nel 2007 ha donato un totale di 240.000 USD ad enti, partiti, associazioni tibetani.
A nulla sono valse le aperture politiche di Pechino dopo la caduta della Banda dei Quattro, così come a poco sono valse le ripetute dichiarazioni del Dalai Lama sulla disponibilità di trattare per un’autonomia del Tibet in seno alla Cina, rifiutando l’idea dell’indipendenza.
Il dialogo sembra esser tra sordi.
La questione del Tibet etnico
Pechino tende a risolvere il problema tibetano sviluppando il Paese, ma questo sviluppo ha arricchito per lo più i monasteri, non la popolazione, che del resto vede solo i lati negativi: le strade servono per velocizzare gli spostamenti dei militari, l’aereo serve per portare più immigrati han e hui a Lhasa, il treno è uno strumento per rendere più stretti i legami con la capitale.
Inoltre c’è sempre il problema irrisolto (per i tibetani) del Grande Tibet.
Secondo i cinesi, ogni trattativa sul Tibet si dovrebbe limitare alla cosiddetta TAR (Tibet Autonomous Region), separata dalle altre regioni tibetane dopo l’annessione. Qui, su una superficie di 1.220.000 kmq, vivono 2.600.000 abitanti, il 92,8% dei quali tibetani. Cifre contestate da Dharamsala, che afferma non sono conteggiati i 500.000 militari presenti nella regione.
Da parte loro, i tibetani, vogliono che nei futuri negoziati rientri il Grande Tibet, che ingloba il Tibet storico, una regione di 2.500.000 kmq abitata da 10 milioni di abitanti, di cui solo il 50% tibetani.
Conclusioni
La situazione sta fuggendo di mano al Dalai Lama. Per la prima volta gli indipendentisti, guidati da Lhasang Tsering, ex membro della guerriglia Khampa e ex Presidente del Tibetan Youth Congress, e dal famoso scrittore tibetano Jamyang Norbu, hanno vivacemente criticato il Dalai Lama e la sua politica del compromesso.
Per loro, così come per il Tibetan Youth Congress e il National Democratic Party, c’è solo un’opzione disponibile: completa indipendenza, alimentando così le titubanze della Cina verso la sincerità della politica del dialogo propagandata dal Dalai Lama.
Del resto, lo abbiamo visto tutti nelle manifestazioni, i cartelli con Free Tibet o China Get Out. Manifestazioni che probabilmente hanno nuociuto più al Dalai Lama che alla Cina, la quale ha pur sempre avuto i suoi Giochi Olimpici.
Inoltre, quale nazione appoggerebbe l’istanza indipendentista andando contro la
Cina?
© Piergiorgio Pescali
Bibliografia
Storia e questione tibetana
• Tibet, di Francesco Scisci, Utet, 2008
• Il demone e il Dalai Lama. Tra Tibet e Cina, mistica di un triplice omicidio, di Raimondo Bultrini, Baldini Castoldi Dalai, 2008
• Fra barbari e dei. La vera politica cinese in Tibet, di Danilo Di Giangi, L’Arciere, 2008
• Il dragone e la montagna. La Cina, il Tibet e il Dalai Lama, di Melvyn Goldstein, Baldini Castoldi Dalai, 2003
Tibet e Terzo Reich
• La crociata di Himmler. La spedizione nazista in Tibet nel 1938, di Christopher Hale, edizioni Garzanti, 2006
• Archeologi di Himmler, di Marco Zagni, edizioni Ritter, 2004
Cultura tibetana
• Dei, demoni e oracoli. La leggendaria spedizione in Tibet del 1933, di Giuseppe Tucci, Neri Pozza Editrice, 2006
• Segreto Tibet, di Fosco Maraini, Corbaccio editore, 1998
• La religione del Tibet, di Giuseppe Tucci, Edizioni Mediterranee, 1986
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