Non dimenticare la storia


Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen;

ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten, habe ich nicht protestiert;

ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.


Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio;
non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici, rimasi in silenzio;
non ero un socialdemocratico.
Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce;
non ero un sindacalista.
Quando vennero per gli ebrei, non protestai;
non ero un ebreo.
Quando vennero per me, non era più rimasto nessuno che potesse far sentire la mia voce.

(Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller; Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984)



S-21 - Nella prigione di Pol Pot

S-21 - Nella prigione di Pol Pot
S-21; un romanzo storico, una narrazione viva e potente che porta il lettore in una struttura detentiva istituita dal regime degli Khmer Rossi, una prigione da cui pochi sono tornati, seppur segnati nel corpo e nello spirito, vivi.

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa

IL CUSTODE DI TERRA SANTA - un colloquio con padre Pierbattista Pizzaballa
FESTIVAL FRANCESCANO 2014 - Rimini, piazza Tre Martiri,SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 15.00 Presentazione del libro Il Custode di Terra Santa

INDOCINA - Un libro, una saggio, una guida per chi vuole approfondire

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Visualizzazione post con etichetta Corea del Nord - 2002. Mostra tutti i post
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Reportage (Novembre 2002)

L’ammissione da parte di Pyongyang di aver continuato a sviluppare il proprio programma nucleare anche dopo la firma degli accordi del 1994, in cui si impegnava a non proceder oltre nelle ricerche in cambio della costruzione di nuovi reattori da parte del KEDO (Korea Energy Development Organization), ha riportato alla ribalta la situazione nella penisola coreana. Eppure, proprio questa confessione, che va ad inanellarsi ad altre già fatte, indica che il governo nordcoreano è pronto ora più che mai al dialogo. Ne ho la conferma alla collina di Mansu, dove la statua bronzea di Kim Il Sung protende il braccio in avanti, quasi a voler proteggere Pyongyang e l’intera Corea del Nord. Ai suoi piedi mazzi di fiori ricoprono il sagrato; una bambina, appena uscita da scuola, si avvicina stringendo anche lei tra le mani delle rose rosse. Noto la sua cartella, vivacizzata con personaggi di Walt Disney. Dostoevskij diceva che i grandi cambiamenti si notano dalle piccole cose e in una nazione come la Corea del Nord, dove i mutamenti sono difficilmente valutabili nella loro reale ampiezza, occorre saper scorgere i segni più minuti per individuare la traccia che la classe dirigente intende imprimere al Paese. La cartella della scolaretta è uno di questi; solo un paio di anni fa sarebbe stato impossibile vedere in una qualsiasi parte a nord del 38° parallelo, un simbolo dell’Occidente. Oggi Pyongyang pullula di questi segni: nei grandi magazzini Coca Cola, vini francesi, Nutella, pasta sono in bella mostra sugli scaffali, mentre negli hotel le musiche rivoluzionarie che fanno da sottofondo all’atmosfera fredda e asettica delle hall, sono alternate con canzoni di Sting, Bruce Springsteen e Bob Dylan. Alle feste di partito che si svolgono con perfetta coreografia nella piazza Kim Il Sung, i giovani più audaci e benestanti iniziano ad indossare magliette Nike e scarpe Adidas. «Fra poco arriveranno anche i McDonalds» scherza, ma non troppo, un imprenditore sudcoreano, venuto qui per verificare la possibilità di installare una fabbrica chimica. Dal 1996, anno in cui per l prima volta ho visitato questo bastione del socialismo puro, ad oggi, i cambiamenti sono stati colossali, tanto che ogni volta mi sorprendo come il popolo nordcoreano, abituato a impercettibili mutamenti sociali nei passati 50 anni, abbia potuto assorbire e digerire senza traumi la nuova politica imposta da Kim Jong Il. Nonostante le enormi difficoltà economiche e le terribili carestie che hanno mietuto centinaia di migliaia di vittime (ma c’è chi parla addirittura di oltre due milioni di morti), il popolo ha accettato tutto con sorprendente passività. Le tanto temute (o auspicate, a seconda dei fronti politici) ribellioni contro il potere, non si sono realizzate, anzi, il governo appare oggi più saldo di quanto poteva apparire alla metà degli anni Novanta. Tutto questo è merito alla sagace politica perseguita a sud e a nord del 38° parallelo dai due Presidenti Kim Dae Jung e Kim Jong Il. Il primo, nonostante le forti resistenze interne e statunitensi, ha inaugurato la cosiddetta “sunshine policy”, che ha portato allo storico incontro a Pyongyang tra i due leaders nel giugno 2000 e al conseguente Premio Nobel per la Pace. Il secondo, permettendo una graduale e controllata liberalizzazione dell’economia, ha impedito quello che nessun governo nella regione voleva: un tracollo improvviso del regime sullo schema di quello sovietico, che avrebbe portato milioni di profughi affamati a premere sulle frontiere di Corea del Sud, Cina e Giappone. Insomma, Kim Jong Il ha dimostrato di saperci fare con la politica, nonostante per anni i Servizi Segreti USA e sudcoreani lo avevano dipinto come un pazzoide alcolizzato. Alla Mangyondae Children School, il migliore istituto artistico del Paese, la performance teatrale dei ragazzi ha eliminato ogni riferimento ostile verso Seoul, segno della volontà di riconciliazione dei due popoli. Cina e Giappone, con l’aiuto sostanziale della Comunità Europea, hanno premiato la politica di Pyongyang. Pechino si è posto mediatore tra la comunità internazionale e il governo nordcoreano, guadagnando notevole peso politico; Tokyo ha appena concluso un proficuo accordo che ha visto Kim Jong Il in persona ammettere il rapimento di tredici giapponesi avvenuto negli anni 70 e 80, atto per cui ha chiesto scusa (è la prima volta nella storia nordcoreana che il leader del governo chiede pubblicamente perdono). Infine l’Europa, con capofila l’Italia, ha riconosciuto a livello diplomatico la Corea del Nord, intavolando relazioni economiche. Ansaldo e Fiat hanno già avviato contatti per costruire stabilimenti nel Paese utilizzando manodopera nordcoreana che, oltre ad essere tra le meno costose in Asia, ha l’indubbio vantaggio di avere una base culturale e professionale estremamente elevata. Il tutto ha portato anche ad un miglioramento della situazione dei diritti umani: i campi di prigionia tendono ad essere meno restrittivi, mentre la libertà di religione, sancita dalla Costituzione, è sempre più rispettata. Ogni domenica un centinaio di fedeli si riuniscono nella chiesa cattolica di Pyongyang e organizzazioni religiose (cattoliche e protestanti) hanno avviato progetti di sviluppo nel Paese. E gli Stati Uniti? Dopo un breve periodo di rilassamento nei rapporti con Washington durante l’Amministrazione Clinton, le relazioni si sono di nuovo deteriorate con Bush. E non certo per colpa di Pyongyang. All’inizio del 2002 il Presidente USA ha annoverato la Corea del Nord come “asse del male” (letteralmente “axis of evil”) assieme a Iraq, Iran, Afghanistan e Libia, suscitando le vivaci proteste di Seoul. Anche Tokyo, allarmata dall’aggressività statunitense che rischia di rompere i fragili equilibri regionali, si è dissociata dalla Casa Bianca specialmente dopo che questa ha reso noto il Rapporto Armitage, un vero e proprio piano di guerra “preventiva” alla Corea del Nord prima che questa invada il Sud. Eppure basta una breve visita nelle campagne fuori Pyongyang, per accorgersi che un’invasione militare che parta dal nord è assai improbabile, se non impossibile. Nelle cooperative gran parte del riso marcisce nei campi perché non c’è sufficiente carburante per far funzionare trattori e camions; i negozi dello stato, un tempo piuttosto forniti, oggi sono vuoti e le famiglie non ricevono le razioni a loro spettanti da mesi. A Pyongyang gli orfanotrofi, che raccolgono bambini i cui genitori sono morti durante la carestia, non possono nutrire adeguatamente i piccoli ospiti che presentano gravi sintomi di denutrizione e malnutrizione. Nella capitale i black out sono all’ordine del giorno e i tram rimangono fermi ore sulle rotaie. Lo stesso treno che collega Pyongyang con Pechino subisce spesso ritardi di ore per mancanza di carburante. Alla fine Kim Jong Il si è trovato ad un bivio: continuare a imporre l’economia di stato ai 23 milioni di nordcoreani, con il rischio di suscitare malcontento e rivolte, oppure introdurre iniezioni di economia di mercato capitalista. Ha scelto la seconda strada e difficilmente ora potrà tornare indietro. La Corea del Nord nei prossimi anni assomiglierà sempre più alla Cina; non per nulla Kim Jong Il, in una delle sue rarissime visite all’estero, si è recato a Shanghai per vedere il funzionamento dell’economia mista. Proprio da questa visita è scaturita l’idea di istituire la Zona ad Economia Speciale di Sinuiju, non ancora decollata a causa della riottosità cinese di avere un concorrente in una delle sua aree a più alta densità industriale. Dai due viaggi in Russia, invece, è nata l’idea di ricollegare con una linea ferroviaria e stradale le due Coree, per permettere alla Transiberiana di raggiungere Seoul. Ma se a livello internazionale la politica di Kim Jong Il sta suscitando consensi, in quello interno i già sfiancati cittadini del Paese dovranno prepararsi ad affrontare altri sacrifici. In un Paese dove vige il doppio corso monetario (won e dollaro), la svalutazione dello won (150 won per un dollaro a luglio contro i 2,15 di giugno), aumenterà il divario tra ricchi e poveri rischiando di creare una spirale inflazionistica incontrollata. «Le riforme di Kim Jong Il non sono altro che la perfezione del comunismo. Chi lavora di più ha diritto di guadagnare di più. Questo è socialismo» afferma il caporeparto di un’industria meccanica, il cui salario, oggi è direttamente proporzionale alla produttività. Il problema è che i prezzi sono schizzati alle stelle: un CD di musica coreana costa 1.288 won, un pacchetto di latte in polvere 2.580, mentre il riso, alimento base nella dieta del popolo, è aumentato di 50 volte contro un aumento medio dei salari di 20 volte (la mia guida, che prima della svalutazione guadagnava 150 won al mese, oggi ne riceve 3.000; un giornalista 4.000 contro i 170 di giugno). E nelle campagne aumentano i mercatini privati, piccoli embrioni di un capitalismo che sta avanzando sempre più. Anche in Corea del Nord.

© Piergiorgio Pescali

Reportage (2002)

Il treno rallenta la sua corsa mentre entra nella periferia di Pyongyang. E’ buio oramai, e l’acquazzone che mi accompagna da Pechino non accenna a placarsi. Improvvisamente, dal finestrino, scorgo la mole piramidale del Ryugyong. Nonostante abbia visitato Pyongyang diverse volte, non avevo mai notato l’imponenza di questa costruzione, destinata a diventare, secondo i piani di sviluppo quinquennali degli anni Ottanta, un hotel di lusso. Le tenebre che oggi l’avvolgono lasciano intravedere soltanto una gigantesca ombra nera protendersi inerme verso il cielo, scomodo testimone di una crisi economica che non accenna a placarsi. Potessero farlo, i dirigenti coreani distruggerebbero subito l’edificio; non avendo né i soldi né le tecniche adeguate, si accontentano di cancellarlo dalle cartoline, dai depliants e dalle guide turistiche. Me ne sono accorto all’hotel: tutte le riprese della capitale nordcoreana evitano accuratamente di inquadrare il Ryugyong. In compenso, sugli scaffali, anche quelli dei grandi magazzini, sono comparse lattine di Coca Cola, scarpe Nike, tute Adidas, caffè Nestlè, cioccolatini Ferrero; insomma, il meglio del global in quello che dovrebbe essere il Paese antiglobal per eccellenza. Tutti i beni importati si pagano rigorosamente in dollari, la moneta che, parallelamente al won, circola legalmente nel paese. Naturalmente l’èlite che può permettersi il lusso di sborsare l’equivalente di due stipendi medi mensili per comprarsi una tuta di marca, è ristretta ai fortunati che, per lavoro o per parentela, hanno contatti con l’estero. Paradossalmente, questa frangia di nordcoreani sta aumentando a vista d’occhio da quando Kim Jong Il ha allacciato rapporti diplomatici con diversi Paesi occidentali, tra cui l’Italia. La Corea del Nord di oggi non è quella che ho visto durante le mie precedenti visite, e la Corea del Nord di domani non sarà quella che ho appena lasciato alle spalle. Il Paese e la sua società sta cambiando ad una velocità sorprendente, se paragonata al torpore dei decenni passati. Le macchine delle organizzazioni umanitarie, delle nuove rappresentanze diplomatiche e degli organismi economici internazionali sfrecciano numerose tra i bus a due piani sempre pieni appena giunti dalla Cina. Alla Mangyondae Schoolchildren Palace, tempio della formazione artistica e culturale della nazione, la consueta rappresentazione riservata ai genitori e ai turisti stranieri ha eliminato ogni riferimento storico ostile verso la Corea del Sud, oggi partner rispettato e, a volte, ammirato per la volontà del suo Presidente, Kim Dae Jung, di distanziarsi dalla politica di Bush. «Sono passati oramai 50 anni dalla divisione del Paese e la generazione che ha subito questa separazione sta diventando vecchia. Non vogliamo lasciare in eredità alla prossima discendenza un Paese ancora diviso» mi dice Kim Hyoun-ho, direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri. Dietro a queste parole c’è molto più della voglia di riunificazione della penisola coreana: c’è l’intento e forse la decisione, di ricostruire assieme una nuova nazione nella consapevolezza che i due regimi politico-economici sono (e lo saranno per lunghi anni) diversi e per certi aspetti incompatibili tra loro. Non per questo, si dice a Pyongyang, dobbiamo continuare ad ignorarci. E lo dimostrano: i contatti tra le delegazioni dei due Paesi sono frequenti, specie in campo economico. Incontro una delegazione di sudcoreani in visita ad una fabbrica meccanica: parlano di ristrutturazione, di innovazioni tecnologiche, ma anche di profitto. E i nordcoreani assentono. Anche sul profitto.
«Chi lavora di più ha diritto di guadagnare di più. Questo è socialismo» afferma il caporeparto dell’officina modello, dove anche Kim Jong Il ha lavorato per qualche giorno. La macchina sulla quale ha operato giace inoperosa assieme ad altre per mancanza di energia elettrica. I black-out sono frequenti e, a volte, durano tutta la notte. Nelle altre città la situazione è ancora peggiore. Il combustibile manca e l’associazione che mi ha invitato gratuitamente nel Paese mi chiede di pagare, se non tutte le spese di vitto e alloggio, almeno quelle della benzina. In dollari, naturalmente.
Per risparmiare sul carburante, gli stessi militari debbono ingegnarsi a cercare passaggi volanti. Il Comandante dell’avamposto sul 38° parallelo da dove si scorge il muro di cemento costruito dai sudcoreani per tutta la lunghezza della DMZ, ci chiede un passaggio per tornare a Kaesong. La sua jeep è rotta e i pezzi di ricambio tardano ad arrivare. Chi crede ancora alla favoletta di Bush & Co. sulla volontà della Corea del Nord di ingaggiare un conflitto suicida con il Sud, dovrebbe assistere a queste scene tra il comico e il drammatico.
Con il petrolio che scarseggia e i pezzi di ricambio che mancano, la maggior parte del raccolto è rimasto a marcire nei campi: non c’erano sufficienti mezzi per trasportarlo alle cooperative. A Wonsan le piogge dello scorso ottobre hanno distrutto il 90% del raccolto ed a nulla sono valse le mobilitazioni di migliaia di persone per salvare il salvabile. Lo spettro della fame, che con l’abbondanza delle messi sembrava scongiurato, si è improvvisamente riaffacciato su gran parte della Corea del Nord. Visito un ospedale di campagna dove languono diversi bambini malnutriti, alcuni dei quali hanno già raggiunto lo stadio finale. «Lo dica pure in Italia che manca il cibo. Dobbiamo salvare i nostri figli. Abbiamo bisogno del vostro aiuto, abbiamo bisogno di medicine, di cibo… Chi vuole venire ad aiutarci è il benvenuto» dichiara un alto dirigente del Partito, che mi permette anche di scattare alcune fotografie come «testimonianza». Pochi giorni dopo ci spostiamo in una cooperativa modello sulla strada per Myohyangsan, dove mi si elogia la meccanizzazione raggiunta: 34 trattori, 10 camion, 6 mietitrebbiatrici. Poi, piano piano, mi dicono che quel camion è fermo per manutenzione, la mietitrebbia ha il mozzo rotto e così via. Alla fine, solo un trattore è operativo, «almeno sino a quando non mancherà benzina». In mancanza di lavoro collettivo, i contadini si dedicano ai 120 metri quadrati di terreno che ogni famiglia ha a disposizione per il proprio uso. I prodotti ottenuti li consumeranno in casa; il surplus lo venderanno ai mercati dei contadini che vengono organizzati ogni dieci giorni, il primo, l’undici, il ventuno e il trentuno di ogni mese. «Anche noi abbiamo un brandello di capitalismo» scherza la mia guida mentre osserviamo l’ennesimo pullman in panne lungo la strada.

© Piergiorgio Pescali

La religione in Corea del Nord (2002) (II)

Il 2 ottobre 1988 è una data storica per la comunità cattolica della Corea del Nord: quel giorno, il padre canadese Terry Gallagher, dell’Istituto Missioni Estere di Scaboro, inaugurò la chiesa di Changchung, il primo luogo di culto cattolico nel Paese dopo il 1953. Per rimarcare l’importante evento, il papa fece giungere a Pyongyang un calice ed una pisside, custoditi ancora oggi nella cattedrale. Da allora lo sviluppo della comunità religiosa nordcoreana è stato notevole, seppur sempre monitorato dalle autorità governative. Infatti, nonostante l’articolo 68 della costituzione garantisca a tutti la libertà di culto, questo è oggetto a norme restrittive volte a preservarlo entro determinati limiti. Il testo dell’articolo recita che «Il diritto (di culto, n.d.a.) è garantito con l’approvazione della costruzione di edifici religiosi e la possibilità di tenere cerimonie religiose. Nessuno può servirsi della religione come pretesto per guidare all’interno (del Paese, n.d.a.) forze straniere o per danneggiare lo Stato e l’ordine sociale». Per cinque decenni il timore (non infondato) di un’invasione militare o di una destabilizzazione sociale ottenuta con l’ausilio di organizzazioni di copertura da parte della Corea del Sud o degli USA, ha giocato un ruolo fondamentale nella politica nordcoreana, che ha frenato e spesso represso ogni forma di associazionismo al di fuori dei binari ufficiali. Il grande lavoro di dialogo e di reciproca fiducia avviato dalla chiesa sudcoreana con Pyongyang, ha convinto quest’ultima a non considerare la chiesa cattolica come un potenziale avversario, bensì come un possibile interlocutore affidabile e sincero. Merito soprattutto del cardinale Kim Sou Hwan, una figura carismatica, estremamente critica nei confronti delle passate dittature militari sucoreane, tanto che sin dal 1985 le autorità di Pyongyang avevano lanciato inviti affinché il cardinale visitasse il Paese. Sotto la direzione del cardinale Kim, la Chiesa coreana ha imboccato la via della promozione per la riunificazione della penisola, con una particolare attenzione al Nord. Oggi La piccola comunità cristiana di Pyongyang, circa duemila fedeli, di cui 800 cattolici, può liberamente radunarsi ad assistere la messa nella chiesa di Changchung, in pieno centro della capitale, e nelle due chiese protestanti di Chilgol e Bong Su, così come frequentare i corsi di catechismo settimanali. In previsione di una apertura delle frontiere, la Chiesa cattolica ha fondato due associazioni con lo scopo di ricominciare il lavoro missionario e umanitario interrotto nel 1950. Al Comitato per l’Evangelizzazione della Corea del Nord è stata presto aggiunta la Conferenza per le Missioni del Nord, fondata nel 1994, il cui campo di attività varcherebbe i confini coreani per operare anche nelle regioni nordorientale della Cina, dove già lavorano i Salesiani, Francescani, Benedettini, Padri di Mayknoll. Queste organizzazioni devono confrontarsi con la controparte governativa, l’Associazione Cattolica della Corea del Nord, un organismo creato ad hoc dal governo per controllare la comunità. Il suo Segretario Generale, Paolo Kang Ji Yong, ha parole di elogio verso il papa, pur definendolo «Supremo Comandante della Chiesa Cattolica», ricordando che lo stesso Kim Jong Il ha ufficialmente avanzato un invito perché visiti la Corea del Nord. La grande difficoltà, oggi, non è però tanto quanto nel dialogo tra governo e cattolici, quanto nel rintracciare e raggiungere le centinaia di fedeli sparsi per il Paese. Recentemente una delegazione della Santa Sede è riuscita a visitare regioni dove ha incontrato sporadiche presenze di cattolici; la mancanza di preti e di un seminario (a Pyongyang esiste solo un seminario protestante) ha impedito fino ad oggi la rinascita di un clero, ma anche in questo senso si registrano spiragli che potrebbero portare ben presto a nuovi sviluppi.
Nonostante nelle zone rurali la presenza cristiana sia pressoché nulla, il cardinale Kim ha espresso l’intenzione di intervenire con progetti di assistenza sociale (scuole, ospedali) cominciando dalle zone ad economia speciale. Organismi cattolici come la Caritas, Misereor, i frati Benedettini (la congregazione più numerosa in Nord Corea prima del 1950) hanno già avviato programmi di collaborazione e sviluppo ed il governo stesso non cela la sua preferenza verso questo tipo di interventi, meno politicamente interessati rispetto agli aiuti convogliati in via ufficiale dagli stati e dalle agenzie collegate all’ONU.
Ma affinché la sfida che la Chiesa si appresta a raccogliere risulti utile anche per i nordcoreani occorre che ponga le proprie basi secondo le parole del card. Kim: «Perché la Chiesa acquisti la fiducia della gente occorre che sia povera, perché solo in una Chiesa povera ci sarà posto per i poveri. In una Chiesa ricca, nessun povero troverà posto».
Ma se Pyongyang è ben disposta verso le Chiese cosiddette “storiche”, è invece infuriata con quella costellazione di miriadi di comunità e sette che proliferano in Corea del Sud con l’aiuto finanziario degli Stati Uniti. Migliaia di sudcoreani e cinesi si sono stanziati lungo i 1.300 chilometri del confine sino-coreano per accogliere i cittadini nordcoreani che attraversano la frontiera alla ricerca di cibo e di commercio, facendo opera di proselitismo religioso caratterizzato da un violento anticomunismo. Con l’avvento dell’amministrazione Bush, questa pratica è divenuta ancora più audace, in particolare con i missionari della Full Gospel Church, che entrano nel Nord con un visto d’affari e si spingono a predicare casa per casa elargendo dollari e yen ai convertiti. «Rispettiamo la chiesa cattolica perché, a differenza di altre confessioni, non cerca di interferire con la nostra politica.» afferma Kim Hyoun-ho, Direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri. La conferma, almeno apparente, l’ho una domenica mattina, quando nella chiesa di Changchung vedo circa 250 fedeli assistere alla messa; tutti, prima di varcare il sagrato, hanno tolto la spilla con il simbolo del partito o il ritratto di Kim Il Sung e Kim Jong Il. «Durante la messa le tolgono perché vengono a pregare e portare i loro rispetti a Dio» spiega Paolo Kang Ji Yong, che continua: «Nella vita religiosa sono devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettano e rendono omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il, che si prendono cura di loro». I toni smussati e conciliatori di Kim Hyoun-ho e Paolo Kang Ji Yong, privi della retorica propagandistica di cui erano impregnati i discorsi di qualsiasi nordcoreano fino a qualche anno fa, riflettono le recenti prese di posizione del governo e le sorprendenti dichiarazioni dello stesso Kim Jong Il. Il premier dello stato, dopo aver ammesso che il suo paese era responsabile dei rapimenti di 13 cittadini giapponesi avvenuti negli anni Settanta e Ottanta, ha confermato la produzione di ordigni atomici da parte dei centri di ricerca militari. Questo non significa che il Nord sia pronto ad attaccare il Sud, come gli Stati Uniti vorrebbero far credere; chiunque visiti la Corea del Nord può facilmente intuire che un confronto militare tra le due Coree si risolverebbe con un disastro per il Nord e l’annientamento del regime. Il milione e duecentomila soldati male armati, dotati di mezzi dall’antiquata tecnologia, a corto di carburante e privi di parti di ricambio, potrebbero ben poco contro i seicentomila militari del Sud, superarmati con le più sofisticate tecnologie e appoggiati da altri trentacinquemila statunitensi, portaerei, bombardieri, carri armati, missili. Le bombe atomiche che Pyongyang ha dichiarato di possedere, molto probabilmente non potrebbero neppure lasciare il luogo dove sono custodite: verrebbero neutralizzate, se non distrutte, dai sistemi di intercettazione USA. La tensione creata dagli Stati Uniti presentando una Corea del Nord aggressiva sino a giungere ad annoverarla tra i “Paesi del Male” (Axis of Evil) e gli “Stati canaglia” (Rough States), ha piuttosto la doppia funzione di impedire l’esclusione di Washington da ogni processo decisionale nella regione e di tenere sempre alta la tensione nel Pacifico, al fine di giustificare i due miliardi di dollari spesi per il TMD (Theatre Missile Defence), il programma spaziale di intercettazione missilistica diretto principalmente contro la Cina Popolare.
C’è da dire, comunque, che Kim Jong Il sta giocando al meglio le sue carte, sbalordendo perfino i servizi segreti sudcoreani i quali, dopo averlo definito nel passato alcolizzato, donnaiolo, megalomane, ritardato mentale e aver dipinto con toni foschi il futuro del Paese da lui guidato, oggi stanno ridisegnando le biografie raggiungendo spesso eccessi opposti (in un recente rapporto Kim Jong Il è stato descritto come un genio del computer). Anche se l’Occidente ha attribuito tutto il merito dell’avvicinamento tra Seoul e Pyongyang al solo presidente sudcoreano Kim Dae Jung, conferendogli anche il Nobel per la Pace, non bisogna dimenticare l’altrettanto decisivo ruolo avuto da Kim Jong Il. Nelle rappresentazioni teatrali del Mangyondae Schoolchildren Palace, ad esempio, sono stati eliminati i riferimenti ironici destinati ai politici sudcoreani e al Museo della Rivoluzione Coreana, le guide hanno smussato i toni polemici che accompagnavano le visite ai reperti della guerra del 1950-53. Tutto questo non è stato ottenuto facilmente, tutt’altro. Da quando è salito al potere, nel 1994, il Grande Leader ha dovuto prima di tutto rafforzare la sua posizione all’interno del Partito e garantirsi la fiducia dei militari. Il raggiungimento e il consolidamento della leadership al vertice dello Stato, è coinciso con l’inizio delle riforme politiche e economiche. Prima il vertice di Pyongyang, nel giugno del 2000, dove due Presidenti coreani si sono dati la mano per la prima volta dopo cinquant’anni, poi le graduali aperture verso l’Europa (in cui l’Italia, una volta tanto, è stata saggio precursore) ed infine le sempre più radicali riforme economiche, sfociate nell’estate di quest’anno con provvedimenti alquanto discutibili dal punto di vista sociale, ma applauditi dal mercato internazionale. Già prima della caduta del Muro di Berlino, il Paese asiatico aveva perso lo slancio economico che gli aveva permesso di raggiungere traguardi di tutto rispetto nei primi decenni del dopoguerra, ma la dissoluzione del mercato socialista e una drammatica serie di disastri naturali ha dato il colpo di grazia. Il ponte di solidarietà avviato da numerose agenzie, associazioni, organizzazioni non ha impedito a centinaia di migliaia di nordcoreani di soccombere, specialmente nelle aree più isolate, mentre la penuria di combustibile ha lasciato al gelo intere province. Per fronteggiare la situazione, il governo ha accettato di esporre al mondo intero le sue ferite lasciando entrare in zone un tempo vietate, rappresentanti di alcune delle ONG più selezionate (tra cui quelle cattoliche). Al tempo stesso, vista l’impossibilità da parte di Pyongyang di garantire il rifornimento alimentare, ai cittadini è stata aumentata la quota di appezzamenti che possono essere coltivati privatamente, con la possibilità di vendere al mercato libero l’eccesso di produzione. Questi mercatini, chiamati “mercati dei contadini”, hanno rappresentato per anni l’ultimo retaggio di capitalismo della Corea prerivoluzionaria; mai aboliti in toto, sono però sempre stati stigmatizzati dalle autorità. Oggi sono tornati in auge e ogni distretto ne organizza uno ogni dieci giorni. Una visita alle cooperative dà l’idea di quanto grave sia la situazione: la mancanza di mezzi motorizzati obbliga le brigate di lavoro ad adoperarsi incessantemente per radunare il raccolto al sicuro prima che qualche monsone lo faccia marcire. A Wonsan, dopo che un’improvvisa alluvione ha devastato l’intera provincia, vedo migliaia di persone cooptate nelle scuole, nelle fabbriche, nelle singole case, affannarsi inutilmente per stipare il riso nei silos. Le piogge torrenziali che hanno colpito la regione hanno oramai impregnato la pula facendo marcire il raccolto. Lungo la spiaggia decine di persone setacciano i detriti portati dal mare alla ricerca di qualche cibo commestibile o di legna da ardere per l’inverno. In città una delegazione della Croce Rossa Internazionale guidata da un norvegese, distribuisce generi di prima necessità nei quartieri più colpiti, mentre nell’ospedale distrettuale solo la generosa abnegazione del personale sopperisce alla mancanza di medicine e di spazi adeguatamente attrezzati.
Nelle vicinanze di Pyongyang la situazione è più rosea, grazie al tempo più clemente, ma gli scaffali dei negozi statali continuano ad essere vuoti. Solo qualche lattina di olio e li liquore di riso male fermentato sono esposte. «Non riceviamo rifornimenti dallo stato da mesi oramai» conclude sconsolata la gestrice dello spaccio. Solo nelle città più importanti i negozi mostrano generosamente scaffali e frigoriferi ricolmi di merce di ogni genere importata dall’estero. Ma tutto questo scintillio di lattine di Coca Cola, vasetti di Nutella, scatole di latte e caffè Nestlè, tute Reebock, scarpe Nike, HiFi Hitachi sono a disposizione di ben poche persone. Primo perché la moneta accettata in queste oasi di capitalismo è il dollaro e lo yen e solo chi ha conoscenti all’estero può possederli, poi perché dopo le riforme estive il cambio inchiodato da decenni a 2,15 won per un dollaro, è schizzato 150 a uno. Si è dato così inizio alla spirale inflazionistica tipica del mercato capitalista e, fino ad oggi sconosciuta in Corea del Nord, che ha eroso il già basso potere d’acquisto dei cittadini. I 3.000 won intascati dalla mia guida (rispetto ai 150 precedenti), anche sommati ai 4.000 guadagnati dalla moglie giornalista (prima erano 170) bastano appena per comprare il riso (aumentato di 50 volte) e una scatola di latte in polvere ogni mese per il loro figlioletto, costo 2.580 won. «Le riforme introdotte aumenteranno di sicuro le differenze tra ricchi e poveri» mi dice Masao Okonogi, professore di economia alla Tokyo Keio University. Nelle fabbriche, che funzionano a intermittenza a causa dei continui black out di corrente, sono stati introdotti stipendi commisurati alla produttività, eppure gli operai continuano a sostenere la politica del governo: «Le riforme di Kim Jong Il non sono altro che la perfezione del comunismo. Chi lavora di più ha diritto di guadagnare di più. Questo è socialismo» afferma il caporeparto di un’industria meccanica. Ma cosa penserà questo stesso caporeparto quando si procederà alla ristrutturazione che Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale vorrebbero imporre al paese per garantire i prestiti necessari per risanare l’economia? Licenziamenti, tassazioni, affitti, educazione e sanità non più gratuite saranno tollerati da una popolazione abituata in questi decenni a vivere senza libertà, ma con la garanzia di poter condurre una vita dignitosa?

© Piergiorgio Pescali

La religione in Corea del Nord (2002)

Bertrand Russell, tentando di tracciare un parallelismo tra marxismo e cristianesimo ha paragonato “il materialismo dialettico della visione marxista al Dio biblico, il proletariato agli eletti, il partito Comunista alla Chiesa, la rivoluzione al Secondo Avvento e la società comunista al millennio”. Indubbiamente, come molti teologi e filosofi hanno fatto notare, le visioni totalitaristiche e salvifiche proposte dalle dottrine cristiana e comunista, assieme al disegno rivoluzionario della società e al primitivo comunitarismo dei primi sodalizi cristiani, possono indurre a vedere più di un aspetto comune tra i due annunci. Questo parallelismo ha però portato ad un antagonismo dei regimi ad indirizzo socialista con le fedi religiose, in particolare con le chiese cristiane, più strutturate dal punto di vista socio-politico e radicate nel contesto europeo e nordamericano. Ad ogni modo, non è possibile affermare, tranne che per poche eccezioni, che la religione negli stati comunisti abbia subito un bando radicale. Nuclei più o meno strutturati di fedeli sono sempre stati tollerati: lo si è riscontrato nell’Unione Sovietica, nella Cina Popolare e lo riscontra oggi in quello che viene definito l’ultimo bastione del comunismo ortodosso al mondo, la Corea del Nord dove, anzi, il governo intrattiene buoni rapporti con le autorità ecclesiastiche, tanto da indurre Kim Jong Il a invitare il papa a far visita al Paese.
Nonostante l’articolo 68 della costituzione nordcoreana garantisca a tutti la libertà di culto, questo è oggetto a norme restrittive volte a preservarlo entro determinati limiti. Il testo dell’articolo recita che «Il diritto (di culto, n.d.a.) è garantito con l’approvazione della costruzione di edifici religiosi e la possibilità di tenere cerimonie religiose. Nessuno può servirsi della religione come pretesto per guidare all’interno (del Paese, n.d.a.) forze straniere o per danneggiare lo Stato e l’ordine sociale». Per cinque decenni il timore (non infondato) di un’invasione militare o di una destabilizzazione sociale ottenuta con l’ausilio di organizzazioni di copertura da parte della Corea del Sud o degli USA, ha giocato un ruolo fondamentale nella politica nordcoreana, che ha frenato e spesso represso ogni forma di associazionismo al di fuori dei binari ufficiali. Dalla fine degli anni Ottanta, però, la situazione sta radicalmente cambiando. La piccola comunità cristiana di Pyongyang, circa duemila fedeli, di cui 800 cattolici, può liberamente radunarsi ad assistere la messa nella chiesa cattolica di Changchung, in pieno centro della capitale, e nelle due chiese protestanti di Chilgol e Bong Su, così come frequentare i corsi di catechismo settimanali. Organismi cattolici come la Caritas, Misereor, i frati Benedettini (la congregazione più numerosa in Nord Corea prima del 1950) hanno avviato programmi di collaborazione e sviluppo ed il governo stesso non cela la sua preferenza verso questo tipo di interventi, meno politicamente interessati rispetto agli aiuti convogliati in via ufficiale dagli stati e dalle agenzie collegate all’ONU. In previsione di una apertura delle frontiere, la Chiesa cattolica ha fondato due associazioni con lo scopo di ricominciare il lavoro missionario e umanitario interrotto nel 1950. Al Comitato per l’Evangelizzazione della Corea del Nord è stata presto aggiunta la Conferenza per le Missioni del Nord, fondata nel 1994, il cui campo di attività varcherebbe i confini coreani per operare anche nelle regioni nordorientale della Cina, dove già lavorano i Salesiani, Francescani, Benedettini, Padri di Mayknoll. Ma se Pyongyang è ben disposta verso le Chiese cosiddette “storiche”, è invece infuriata con quella costellazione di miriadi di comunità e sette che proliferano in Corea del Sud con l’aiuto finanziario degli Stati Uniti. Migliaia di sudcoreani e cinesi si sono stanziati lungo i 1.300 chilometri del confine sino-coreano per accogliere i cittadini nordcoreani che attraversano la frontiera alla ricerca di cibo e di commercio, facendo opera di proselitismo religioso caratterizzato da un violento anticomunismo. Con l’avvento dell’amministrazione Bush, questa pratica è divenuta ancora più audace, in particolare con i missionari della Full Gospel Church, che entrano nel Nord con un visto d’affari e si spingono a predicare casa per casa elargendo dollari e yen ai convertiti. «Rispettiamo la chiesa cattolica perché, a differenza di altre confessioni, non cerca di interferire con la nostra politica.» afferma Kim Hyoun-ho, Direttore del Dipartimento Europeo del Comitato per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri. La conferma, almeno apparente, l’ho una domenica mattina, quando nella chiesa di Changchung vedo circa 250 fedeli assistere alla messa; tutti, prima di varcare il sagrato, hanno tolto la spilla con il simbolo del partito o il ritratto di Kim Il Sung e Kim Jong Il. «Durante la messa le tolgono perché vengono a pregare e portare i loro rispetti a Dio» spiega Paolo Kang Ji Yong, Segretario Generale dell’Associazione Cattolica Nordcoreana, che continua: «Nella vita religiosa sono devoti a Cristo, ma nella vita sociale rispettano e rendono omaggio al Grande Presidente Kim Il Sung e al Grande Leader Kim Jong Il, che si prendono cura di loro». I toni smussati e conciliatori di Kim Hyoun-ho e Paolo Kang Ji Yong, privi della retorica propagandistica di cui erano impregnati i discorsi di qualsiasi nordcoreano fino a qualche anno fa, riflettono le recenti prese di posizione del governo e le sorprendenti dichiarazioni dello stesso Kim Jong Il. Il premier dello stato, dopo aver ammesso che il suo paese era responsabile dei rapimenti di 13 cittadini giapponesi avvenuti negli anni Settanta e Ottanta, ha confermato la produzione di ordigni atomici da parte dei centri di ricerca militari. Questo non significa che il Nord sia pronto ad attaccare il Sud, come gli Stati Uniti vorrebbero far credere; chiunque visiti la Corea del Nord può facilmente intuire che un confronto militare tra le due Coree si risolverebbe con un disastro per il Nord e l’annientamento del regime. Il milione e duecentomila soldati male armati, dotati di mezzi dall’antiquata tecnologia, a corto di carburante e privi di parti di ricambio, potrebbero ben poco contro i seicentomila militari del Sud, superarmati con le più sofisticate tecnologie e appoggiati da altri trentacinquemila statunitensi, portaerei, bombardieri, carri armati, missili. Le bombe atomiche che Pyongyang ha dichiarato di possedere, molto probabilmente non potrebbero neppure lasciare il luogo dove sono custodite: verrebbero neutralizzate, se non distrutte, dai sistemi di intercettazione USA. La tensione creata dagli Stati Uniti presentando una Corea del Nord aggressiva sino a giungere ad annoverarla tra i “Paesi del Male” (Axis of Evil) e gli “Stati canaglia” (Rough States), ha piuttosto la doppia funzione di impedire l’esclusione di Washington da ogni processo decisionale nella regione e di tenere sempre alta la tensione nel Pacifico, al fine di giustificare i due miliardi di dollari spesi per il TMD (Theatre Missile Defence), il programma spaziale di intercettazione missilistica diretto principalmente contro la Cina Popolare.
C’è da dire, comunque, che Kim Jong Il sta giocando al meglio le sue carte, sbalordendo perfino i servizi segreti sudcoreani i quali, dopo averlo definito nel passato alcolizzato, donnaiolo, megalomane, ritardato mentale e aver dipinto con toni foschi il futuro del Paese da lui guidato, oggi stanno ridisegnando le biografie raggiungendo spesso eccessi opposti (in un recente rapporto Kim Jong Il è stato descritto come un genio del computer). Anche se l’Occidente ha attribuito tutto il merito dell’avvicinamento tra Seoul e Pyongyang al solo presidente sudcoreano Kim Dae Jung, conferendogli anche il Nobel per la Pace, non bisogna dimenticare l’altrettanto decisivo ruolo avuto da Kim Jong Il. Nelle rappresentazioni teatrali del Mangyondae Schoolchildren Palace, ad esempio, sono stati eliminati i riferimenti ironici destinati ai politici sudcoreani e al Museo della Rivoluzione Coreana, le guide hanno smussato i toni polemici che accompagnavano le visite ai reperti della guerra del 1950-53. Tutto questo non è stato ottenuto facilmente, tutt’altro. Da quando è salito al potere, nel 1994, il Grande Leader ha dovuto prima di tutto rafforzare la sua posizione all’interno del Partito e garantirsi la fiducia dei militari. Il raggiungimento e il consolidamento della leadership al vertice dello Stato, è coinciso con l’inizio delle riforme politiche e economiche. Prima il vertice di Pyongyang, nel giugno del 2000, dove due Presidenti coreani si sono dati la mano per la prima volta dopo cinquant’anni, poi le graduali aperture verso l’Europa (in cui l’Italia, una volta tanto, è stata saggio precursore) ed infine le sempre più radicali riforme economiche, sfociate nell’estate di quest’anno con provvedimenti alquanto discutibili dal punto di vista sociale, ma applauditi dal mercato internazionale. Già prima della caduta del Muro di Berlino, il Paese asiatico aveva perso lo slancio economico che gli aveva permesso di raggiungere traguardi di tutto rispetto nei primi decenni del dopoguerra, ma la dissoluzione del mercato socialista e una drammatica serie di disastri naturali ha dato il colpo di grazia. Il ponte di solidarietà avviato da numerose agenzie, associazioni, organizzazioni non ha impedito a centinaia di migliaia di nordcoreani di soccombere, specialmente nelle aree più isolate, mentre la penuria di combustibile ha lasciato al gelo intere province. Per fronteggiare la situazione, il governo ha accettato di esporre al mondo intero le sue ferite lasciando entrare in zone un tempo vietate, rappresentanti di alcune delle ONG più selezionate (tra cui quelle cattoliche). Al tempo stesso, vista l’impossibilità da parte di Pyongyang di garantire il rifornimento alimentare, ai cittadini è stata aumentata la quota di appezzamenti che possono essere coltivati privatamente, con la possibilità di vendere al mercato libero l’eccesso di produzione. Questi mercatini, chiamati “mercati dei contadini”, hanno rappresentato per anni l’ultimo retaggio di capitalismo della Corea prerivoluzionaria; mai aboliti in toto, sono però sempre stati stigmatizzati dalle autorità. Oggi sono tornati in auge e ogni distretto ne organizza uno ogni dieci giorni. Una visita alle cooperative dà l’idea di quanto grave sia la situazione: la mancanza di mezzi motorizzati obbliga le brigate di lavoro ad adoperarsi incessantemente per radunare il raccolto al sicuro prima che qualche monsone lo faccia marcire. A Wonsan, dopo che un’improvvisa alluvione ha devastato l’intera provincia, vedo migliaia di persone cooptate nelle scuole, nelle fabbriche, nelle singole case, affannarsi inutilmente per stipare il riso nei silos. Le piogge torrenziali che hanno colpito la regione hanno oramai impregnato la pula facendo marcire il raccolto. Lungo la spiaggia decine di persone setacciano i detriti portati dal mare alla ricerca di qualche cibo commestibile o di legna da ardere per l’inverno. In città una delegazione della Croce Rossa Internazionale guidata da un norvegese, distribuisce generi di prima necessità nei quartieri più colpiti, mentre nell’ospedale distrettuale solo la generosa abnegazione del personale sopperisce alla mancanza di medicine e di spazi adeguatamente attrezzati.
Nelle vicinanze di Pyongyang la situazione è più rosea, grazie al tempo più clemente, ma gli scaffali dei negozi statali continuano ad essere vuoti. Solo qualche lattina di olio e li liquore di riso male fermentato sono esposte. «Non riceviamo rifornimenti dallo stato da mesi oramai» conclude sconsolata la gestrice dello spaccio. Solo nelle città più importanti i negozi mostrano generosamente scaffali e frigoriferi ricolmi di merce di ogni genere importata dall’estero. Ma tutto questo scintillio di lattine di Coca Cola, vasetti di Nutella, scatole di latte e caffè Nestlè, tute Reebock, scarpe Nike, HiFi Hitachi sono a disposizione di ben poche persone. Primo perché la moneta accettata in queste oasi di capitalismo è il dollaro e lo yen e solo chi ha conoscenti all’estero può possederli, poi perché dopo le riforme estive il cambio inchiodato da decenni a 2,15 won per un dollaro, è schizzato 150 a uno. Si è dato così inizio alla spirale inflazionistica tipica del mercato capitalista e, fino ad oggi sconosciuta in Corea del Nord, che ha eroso il già basso potere d’acquisto dei cittadini. I 3.000 won intascati dalla mia guida (rispetto ai 150 precedenti), anche sommati ai 4.000 guadagnati dalla moglie giornalista (prima erano 170) bastano appena per comprare il riso (aumentato di 50 volte) e una scatola di latte in polvere ogni mese per il loro figlioletto, costo 2.580 won. «Le riforme introdotte aumenteranno di sicuro le differenze tra ricchi e poveri» mi dice Masao Okonogi, professore di economia alla Tokyo Keio University. Nelle fabbriche, che funzionano a intermittenza a causa dei continui black out di corrente, sono stati introdotti stipendi commisurati alla produttività, eppure gli operai continuano a sostenere la politica del governo: «Le riforme di Kim Jong Il non sono altro che la perfezione del comunismo. Chi lavora di più ha diritto di guadagnare di più. Questo è socialismo» afferma il caporeparto di un’industria meccanica. Ma cosa penserà questo stesso caporeparto quando si procederà alla ristrutturazione che Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale vorrebbero imporre al paese per garantire i prestiti necessari per risanare l’economia? Licenziamenti, tassazioni, affitti, educazione e sanità non più gratuite saranno tollerati da una popolazione abituata in questi decenni a vivere senza libertà, ma con la garanzia di poter condurre una vita dignitosa?

© Piergiorgio Pescali

Reportage da Panmunjom

Le guardie di frontiera si guardano a vicenda: ferme, impettite nelle loro impeccabili uniformi verdi quelle del Nord; continuamente in movimento, con occhiali tipo Ray-Ban a specchio, in tute mimetiche, muniti di cannocchiali e macchine fotografiche quelle del Sud. Mi trovo sul 38° parallelo, la linea tracciata al termine delle trattative dell’armistizio del 1953 e che divide la penisola coreana in due parti: quella meridionale, retta da un regime dalla linea capitalista fortemente influenzata dagli Stati Uniti, e quella settentrionale socialista, guidata dall’idea del Juche, ed economicamente legata ai Paesi dell’ex blocco socialista e, in particolar modo alla Cina.
Questo è uno dei tre ultimi muri che dividono un popolo nato e sviluppatosi sotto una medesima cultura, lingua, storia, religione (un altro si trova a Cipro e separa i greco-ciprioti da quelli di origine turca e il terzo a Belfast).
La maggior parte delle immagini che ci giungono dal 38° parallelo mostrano la scena che ho descritto in precedenza, con i due corpi di guardia schierati e separati da una sottile striscia di cemento. Sembrerebbe, a prima vista, una linea di demarcazione sui generis, estremamente facile da valicare, ma nella realtà alla barriera ideologica, che già da sola impedisce qualsiasi contatto tra i due popoli, è stata in seguito aggiunta una barriera fisica, rappresentata da un muro di cemento costruito a partire dal 1977 dal governo sudcoreano, una parte del quale ci viene mostrata dall’avamposto nordcoreano situato 27 chilometri ad est di Kaesong.
“Se fossimo stati noi a costruire questo muro, molto probabilmente anche il socialismo coreano oggi sarebbe solo un ricordo” spiega Lee, la guida che ci accompagna durante la visita nel Paese. E a ribattere con più veemenza questo concetto, fa la sua mostra un pezzo del muro di Berlino, donato da una scrittrice tedesca a Kim Il Sung ed esposto all’International Friendship’s Exhibition di Myohyangsan.
Come dire: innalza un muro, e quando questo si disgregherà anche ciò che hai costruito crollerà.
Non so quanto possa essere veritiera questa ipotesi alla luce dei fatti; non è certo il dissolvimento del muro di Berlino che ha prodotto lo sconquasso dell’Europa dell’Est, anzi è stato proprio lo squilibrio creatosi a causa dell’infragilirsi della cosiddetta “cortina di ferro”, e la conseguente permeazione delle idee liberiste, che ha minato le già fragili fondamenta ideologiche di queste nazioni.
Il 38° parallelo, invece, rimane. I due governi coreani da anni stanno cercando di trovare una breccia nelle rispettive posizioni attraverso la quale possa instaurarsi un dialogo costruttivo su cui porre le basi per l’unità della penisola. I risultati, sino ad oggi, non sono stati molto incoraggianti, anche perché l’incontro più significativo, quello tra i due presidenti Kim Il Sung e Kim Yong Sam, che avrebbe potuto imprimere una svolta decisiva al dialogo di riavvicinamento, è stato annullato per l’improvvisa morte di Kim Il Sung nel 1994.
Da allora l’unico importante accordo raggiunto dalle diplomazie è stato quello inerente alla centrale nucleare di Yonbong, accordo che ha dato un po’ di fiato all’economia nordcoreana, stremata dal dissolvimento del COMECON e dalle alluvioni degli ultimi anni.
Ma il 38° parallelo non ha diviso solo una nazione; come tutte le linee tracciate a tavolino, non ha tenuto conto dei drammi umani che generava separando famiglie che, nel continente asiatico non abbracciano solo i parenti più stretti, bensì un’intero albero generazionale. E in un Paese dove culto dei morti e tradizione confuciana si intersecano in ogni aspetto della vita quotidiana, impedire il perpetuarsi di queste pratiche è una delle punizioni più severe che un uomo di quella regione possa subire.
La striscia di cemento e, ancor più, il muro che impedisce la libera circolazione tra le due nazioni, costituiscono la testimonianza visiva del supplizio che sta vivendo il popolo coreano. Solo quando Panmunjon costituirà una mera attrattiva turistica del passato, i coreani potranno affermare di aver conquistato la loro piena indipendenza e libertà.

© Piergiorgio Pescali

Corea del Nord e USA (2002) (II)

George W. Bush alla fine c’è riuscito: è bastata una frase di sole tre parole, «asse del male», con cui ha definito la Corea del Nord, per rischiare di far naufragare un processo di distensione faticosamente iniziato da Kim Dae Jung e Kim Jong Il. Capendo a quale pericoloso burrone il suo presidente stava portando tutta la regione nordorientale dell’Asia, il Segretario di Stato Colin Powell ha cercato di gettare acqua sul fuoco, affermando che il dialogo con Pyongyang rimane una priorità per gli Stati Uniti. Difficile crederlo, visto che Bush tiene sempre pronto nel cassetto il Rapporto Armitage redatto nel 1999 ed in cui si prospetta dettagliatamente come gli USA debbano attuare un attacco alla Corea del Nord ancor prima che questa invada il Sud. E ancor più difficile è credere che un Paese economicamente disastrato come la Corea del Nord possa disporre del sacrificio di milioni di persone solo per una questione di orgoglio ideologico. Anche se, durante le celebrazioni per il 60° compleanno di Kim Jong Il a Pyongyang si sono organizzate manifestazioni antiamericane, il Premier nordcoreano si è dimostrato un leader propenso al dialogo e alle riforme. E’ stato grazie a Kim Jong Il che oggi Pyongyang ha rapporti diplomatici con numerosi Paesi dell’Occidente ed è sempre merito del Grande Leader se l’Ansaldo, la Fiat ed altre aziende italiane e non, hanno avviato o stanno per avviare proficui rapporti di collaborazione con la Corea del Nord.
Le dichiarazioni di Bush peseranno sulla visita che sta compiendo in questi giorni in Giappone, Corea del Sud e Cina.
La politica di Washington non trova sostenitori neppure tra i conservatori giapponesi e sudcoreani. Lee Hoi Chang, leader del partito d’opposizione sudcoreano Grand National Party, ha riferito tramite il suo portavoce che Bush deve agire più cautamente se vuol salvaguardare la pace nella regione. Secondo l’amministrazione USA, il Nord Corea avrebbe avuto legami con al-Qaeda, disporrebbe di armi di distruzione di massa (il che non è un segreto per nessuno) e sarebbe pronta ad usarle.
Prove per un coinvolgimento diretto da parte della Corea del Nord con al-Qaeda non ve ne sono, se si eccettua il racconto di un taleban che dice di aver visto un asiatico («probabilmente un nordcoreano») istruire elementi di al-Qaeda, mentre per quanto riguarda il programma missilistico, Pyongyang ha annunciato dal settembre 2001 una moratoria unilaterale di 12 mesi che, secondo informazioni sudcoreane e giapponesi, sta venendo rispettata. Gli USA sono particolarmente preoccupati per lo sviluppo del Taepodong 2, un missile a due stadi che può portare diverse centinaia di kg di carico pagante con un raggio di azione tra i 4.000 e i 10.000 km, in grado di colpire le coste occidentali USA. L’aggiunta di un terzo stadio potrebbe portare il Taepodong a coprire tutta l’America del Nord. In aggiunta, Washington sarebbe preoccupata per l’arsenale nucleare di Pyongyang. Secondo un recente rapporto CIA, alla metà degli anni 90, i nordcoreani avrebbero prodotto «una o forse due bombe nucleari» (all’inizio degli anni 90, durante la crisi nucleare, gli USA assicuravano che le bombe prodotte erano almeno cinque). A tutto questo si aggiunge la questione della vendita di armi a Paesi considerati ostili dagli USA: Libia, Siria e Iran, a cui si unirebbe l’Egitto che, oltre ad aver comprato missili, avrebbe anche acquistato dalla Corea del Nord la tecnologia per fabbricarseli da sé. Ma perché Bush, nella sua crociata antiterrorismo, avrebbe incluso la Corea del Nord, rischiando di destabilizzare una regione dagli equilibri così delicati come quella coreana? Secondo alcuni analisti tre le ragioni principali: dimostrare all’Islam che la sua non è una lotta esclusivamente contro la comunità musulmana, distogliere l’attenzione pubblica americana dall’affare Enron e, soprattutto, convincere i suoi alleati della necessità dello scudo spaziale.

© Piergiorgio Pescali

Corea del Nord e USA (2002)

Mentre in Medio Oriente le tensioni tra Stati Uniti e Iraq sembrano trovare sfogo in una fragile tregua, in un’altra regione dell’Asia si stanno seguendo con interesse gli sviluppi di una situazione che per i passati cinquant’anni è rimasta pericolosamente irrisolta. La penisola coreana, divisa dal 1953 in due nazioni rappresentanti gli interessi di diversi sistemi ideologici ed economici, sta vivendo una sorta di rinascimento politico grazie alle leadership di Kim Dae Jung, presidente della Corea del Sud e di Kim Jong Il, Premier della Corea del Nord. Chi ha mostrato maggior disponibilità al dialogo è stato proprio quest’ultimo, che dopo aver iniziato a rivedere l’economia nordcoreana introducendo riforme liberali, ha ammesso la responsabilità di Pyongyang nel rapimento di 13 cittadini giapponesi avvenuti negli anni 70-80 e lo sviluppo di progetti di ricerca per la produzione della bomba atomica. In questo modo, Kim Jong Il non solo ha sfidato la potente cricca militare del suo Paese, ma ha anche dato un colpo di grazia ai numerosi rapporti dei servizi segreti USA e sudcoreani che lo descrivevano del tutto inadatto a coprire un ruolo di leader. Gli accordi stipulati recentemente tra Corea del Nord e quella del Sud e Giappone, hanno stizzito Bush, che solo pochi mesi fa aveva accomunato la nazione socialista all’Iraq, Iran, Afghanistan e Libia nella definizione di “asse del male”. Ed oggi sono proprio gli USA, timorosi di essere esclusi nel processo di distensione in atto nella penisola, che cercano di far pericolosamente fallire il dialogo appena aperto; anche Gandhi affermò che «Non puoi stringere la mano a qualcuno che ti tende un pugno».

© Piergiorgio Pescali